LE DICHIARAZIONI DELL'ARCIVESCOVO TETTAMANZI INVITANO A RILEGGERE "LA FAVOLA DELLE API" DI BERNARD MANDERVILLE


di Paolo Pulina

L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha recentemente dichiarato al settimanale “Famiglia Cristiana”: «Gli anni della cosiddetta Tangentopoli pare che qui non abbiano insegnato niente, visto che purtroppo la questione morale è sempre di attualità».

Queste affermazioni mi riportano alla memoria un’opera settecentesca internazionalmente nota, che continua a essere tradotta e ristampata e a essere oggetto di attenzione (e di polemiche) anche in Italia perché ha continuato a non perdere di attualità.

Si tratta di “La Favola delle Api”, di cui è autore lo scrittore inglese Bernard de Mandeville (nato in Olanda nel 1670 da famiglia francese, poi stabilitosi a Londra come medico, morto nel 1733).  La più recente edizione, in economica, è del 2008 presso le edizioni Laterza: “La Favola delle Api, ovvero, Vizi privati, pubblici benefici: con un saggio sulla carità e le scuole di carità e un’indagine sulla natura della società”, a cura di Tito Magri.

“La Favola delle Api”  è un poemetto uscito per la prima volta in veste anonima nel 1705 con il titolo “L’alveare ronzante ovvero quando i furfanti diventano onesti”  e, in seconda edizione, ne1 1714, col titolo “La Favola delle Api” e col sottotitolo “Vizi privati, pubblici benefici”.

Lo scandaloso  alveare “d’oro” («La nuda virtù  non può far vivere le nazioni nello splendore; se si volesse rivivere un’età dell’oro, si sarebbe liberi tanto di essere onesti quanto di nutrirsi di ghiande»), protagonista della favola di Mandeville, fu bersaglio di aspre critiche fin dalla prima apparizione, in quanto, come testimonia lo stesso autore, «parecchi, interpretandone il disegno in modo errato, volontariamente o no, si ostinavano a ritenere che il suo scopo fosse una satira sulla virtù e sulla moralità, e a parer loro il tutto sarebbe stato scritto per incoraggiare il vizio».

«Questi insetti – dice Mandeville – vivevano come gli uomini» e nell’alveare non mancavano quelli che «seguivano commerci misteriosi, con ben pochi apprendisti; non richiedono altro capitale che la faccia di bronzo e si possono  intraprendere pur essendo senza soldi. Sono bari, parassiti, ruffiani, giocatori, borsaioli, falsari, ciarlatani, indovini e tutti coloro che, in cattivi rapporti col lavoro onesto, convertono al proprio uso e consumo la fatica del loro prossimo, tanto buono quanto sventato».

Ed ecco, immediatamente, senza soluzione di continuità, la generalizzazione descrittiva di Mandeville: «Li chiamavano furfanti, ma, eccetto che nel nome, i seri industriali, artigiani, commercianti, dirigenti, impiegati non erano altrimenti: ogni commercio e carica conosceva qualche imbroglio, nessun mestiere era senza inganno».

L’impudenza dei furfanti che cominciarono a «maledire ciò che amavano tanto» convince Giove – racconta Mandeville – a decidere con indignazione: «Che quel vociante alveare sia liberato da ogni inganno!». E così fu.

Con quali risultati? L’ironia dello scrittore  è  impietosa: «Osservate ora il glorioso alveare e guardate come l’onestà si accorda con il commercio». Infatti,  «l’ esibizionismo è  finito e si dilegua di buon passo, lasciando tutt’un altro aspetto. E non solo perché se ne andavano le ricche api che spendevano somme spropositate ogni anno, ma perché ogni giorno se ne dovevano andare anche i tanti che vivevano di quelle spese. Inutilmente si sarebbero dedicati a nuovi commerci: erano tutti egualmente strapieni. Intanto cadevano i prezzi delle case e delle terre; i palazzi stupendi, le cui mura erano sorte a suon di musica come quelle di Tebe, stavano per essere abbandonati; gli Dei domestici, una volta lieti e felicemente scomodati, ora avrebbero preferito bruciare tra le fiamme piuttosto che vedere la misera iscrizione sulla porta sorridere a quelle, così altezzose, che c’erano prima».

Come si può comprendere, la morale della favola è trasparente: i vizi sono la molla del benessere economico, le virtù sono solo causa di miseria sociale.

L’opera di Mandeville, nonostante i suoi  tre secoli di vita, è in grado di garantire ai lettori una divertente anche se stravagante prospettiva di lettura.  E questo avviene a più forte ragione perché la sostanza del paradossale discorso filosofico di Mandeville è, peraltro,  sempre attuale grazie al fatto che i protagonisti delle ininterrotte “epopee”  di Tangentopoli (per limitarci al caso Italia),  anche se – come è facilmente immaginabile – non lettori dell’opera,  ben volentieri ne applicano il principio sopra riportato: i vizi sono la molla del benessere economico, le virtù sono solo causa di miseria sociale. Costoro, a cui sicuramente non manca, come ai tempi di Mandeville, la “faccia di bronzo” probabilmente sarebbero capaci di sostenere, anche davanti all’arcivescovo Tettamanzi, che la loro condotta non solo non è condannabile ma sarebbe addirittura meritoria in quanto fonte di “pubblici benefici”. Temo che anche l’arcivescovo Tettamanzi, notoriamente molto tollerante, a quel punto perderebbe la pazienza…

Nota. Le mie citazioni sono tratte dal volumetto: Bernard de Mandeville, “L’ alveare d’oro, ovvero Quando i furfanti diventano onesti”, libera traduzione narrativa dai versi originali di Mandeville e  ricerca iconografica a cura di  Roberta Zeme; xilografie e didascalie, attualizzate,  tratte  dall’Iconologia   di Cesare  Ripa,  sec. XVII; Pavia, Torchio de’ Ricci, 1992.

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