I VIAGGI DI PAOLO PULINA: UN PERCORSO DI VITA DA PLOAGHE ALLA PROVINCIA PAVESE

la copertina del libro "Su Ploaghe" di Paolo Pulina
la copertina del libro "Su Ploaghe" di Paolo Pulina

di Manlio Brigaglia

Ci sono due percorsi, nella vita di Paolo Pulina, che hanno per terminal i luoghi che più gli sono cari in questa parte di viaggio lungo la vita che ha vissuto sino adesso. Uno va da Ploaghe a Sassari, e ritorno. L’altro da Ploaghe a Pavia, e ritorno.

Il viaggio da Ploaghe a Sassari è quello del Pulina giovanissimo, che fa la scoletta media nel suo paese (un grosso borgo di un cinquemila abitanti, ma con in petto le medaglie di belle antichità e di uomini illustri) e poi ogni giorno va e viene da Sassari, dove frequenta il Liceo classico statale “Domenico Alberto Azuni”, del quale non si può parlare senza dire che ci hanno studiato Segni e Togliatti, Berlinguer e Cossiga. Lì ha studiato per cinque anni Paolo Pulina, scontando all’inizio il doloroso gap fra il sistema scolastico di villaggio – che però non è riuscito a farlo tre quattro volte provinciale – e l’altezzosa formazione d’una scuola che chiamano ancora (o chiamavano, finché non è arrivata la Gelmini) l’ “Istituto principe”. Non so quanto Paolo abbia impiegato a capire che quella specie di soprannome i sassaresi, e fossero pure gli stessi alunni, l’avevano inventato in uno dei loro non rari empiti di scherzosità. In quegli anni di vai-e-vieni da Ploaghe a Sassari il cervello di Pulina e il suo carattere sono duramente e fortemente maturati. Per dirla con McLuhan, il medium (di trasporto) is massage. Questo ininterrotto travaso fra la città un po’ nemica, ma con amici che crescevano insieme con lui in cultura e in politica (si cominciava a respirare un’aria che di lì a poco si sarebbe chiamata il Sessantotto), e il paese con le sue tradizioni e i suoi codici comunitari (non così cogenti come in altre parti della Sardegna, ma rispettati e amati quanto più li si poteva non soltanto praticare ma anche conoscere e studiare a un livello quasi scientifico) ha massaggiato il cervello e il cuore di Paolo quanto è bastato per farlo andare alla Statale di Milano a studiarvi molto e laurearsi non meno corazzato di tanti altri che giravano per i corridoi di Festa del Perdono con nello zaino il bastone (di maresciallo, si fa per dire).

Il viaggio da Ploaghe a Pavia attiva, a partire dal suo apprendistato post-laurea (con una tesi sulla diffusione della conoscenza di Gramsci in Francia che era stata anche una bella e a suo modo orgogliosa operazione di internazionalizzazione della propria sardità), un percorso più interno, e quotidiano, che è quello tra Pavia, dove lavora al sistema bibliotecario della Provincia (e a tante altre cose), e Santa Giuletta, dove ogni sera ritrova – così almeno mi piace pensare – un po’ dell’aria del villaggio natale, e sia pure senza quell’inconfondibile profumo di legna messa a bruciare nei camini che a noi sardi ci porta via il cuore quando ce ne ricordiamo da lontano. Anche questo viaggio rimette in moto quella circolazione a cuore e cervello aperti senza la quale Pulina non sarebbe Pulina: dolce e perfino imbarazzante nei suoi affetti (compresi quelli politici), forte e perfino calvinista nelle sue idee e nel suo modo di lavorare. Forse i sardi della Fasi (sarebbe la Federazione delle decine di Associazioni di Sardi in Italia) che lo hanno scelto a responsabile delle attività di comunicazione e culturali dell’istituzione non sanno quanto somigli alla Sardegna quest’uomo di cultura così poco locale e localistica.

Il nodo di questi due viaggi è il ritorno al paese. Da ragazzo Paolo ci tornava con uno di quei treni lenti che ai ragazzi di paese davano sempre modo di conoscersi meglio e di allearsi contro il resto del mondo, da uomo e babbo ci torna con il pensiero, anzi con la fulminante velocità di chi da quella realtà di paese più se ne stacca in numero di chilometri e più c’è dentro leggendo, pensando, telefonando: in una parola, essendoci ogni momento del giorno.

Ci sono le prove. E sono le molte cose che scrive e che ha scritto: le cose che scrive tenendosi sempre in contatto con la Sardegna attraverso i giornali, una sua passione giovanile diventata ormai quasi un vizio inoppugnabile – e le cose che ha scritto in parecchi dei suoi libri, e che anzi continua a scrivere se è vero che questo al quale mi ha pregato di premettere due parole (poi magari hanno finito per essere qualcuna in più) sembra in qualche modo una summa di tutta la ploagheseria che ha rivissuto negli ultimi vent’anni.

Per Ploaghe si può fare. Perché Ploaghe è un paese ricco di tante cose che neppure i ploaghesi si fa in tempo ad informarli di tutte. Anche fossero state una storia, una cultura, una enciclopedia di personaggi di quelli che vale la pena di parlarne, Pulina sarebbe stato capace di trarne tutto l’oro di ogni notizia possibile: ma con Ploaghe l’esercizio è più semplice, perché ci sono storie e personaggi da riempirne un libro, e senza grande fatica (se non fosse che Pulina ci mette del suo un impegno, unu afficcu, come penso si dica anche da loro, che è come ti mettesse sotto l’occhio un microscopio che ti fa vedere importanti e, comunque, facili a conoscere le cose che magari ti sei immaginato, fin qui, come realtà di poco conto). Nessun sardo, del resto, ignora almeno quelle tre o quattro (o magari cinque) cose che s’impongono a farsi sapere.

Dirò le cinque cose cui sono affezionato io – dell’affetto di Pulina per loro non parliamo: e neppure del mio per lui. La prima è il cimitero “vecchio”: che sarebbe non vecchio ma storico, e certo il più storico della Sardegna. Dove le tombe hanno lapidi scritte in un logudorese limpiado, raffinato e purificato con un’operazione arrischiata e ambiziosa come fu quella del canonico Spano e del suo grande amico il “rettore” Cossu, che il sardo-logudorese (cioè una lingua che già aveva una sua intrinseca classicità) vollero modellare anche più da vicino a quel latino cui già tanto somigliava. Ho scritto diverse volte, e qui lo ripeto: quel cimitero è il Pantheon della Sardegna (o, se si va al diminuendo, certo della lingua sarda). Peccato che le amministrazioni, ormai immiserite dai bisogni delle finanziarie, non abbiano ancora trovato modo di farne un “luogo alto” dei Sardi: perfino più sacro di quanto è ogni cimitero di buone memorie.

La seconda cosa sono i candelieri. Forse – diciamolo sommessamente – i meno turisticamente attraenti della triplice serie di cui si onorano Sassari e i due paesi del suo hinterland: perché non sono, questi tre di Ploaghe, né numerosi come i dieci candelieri sassaresi né maestosamente alzati come antiche bandiere di guerra come quelli di Nulvi. Ma intanto quei candelieri sono stati presi (come a Sassari, forse ancora un po’ meno a Nulvi) a simboli della comunità. E una benemerita associazione di cultori delle tradizioni ne dà ogni anno uno in miniatura a chi pensano abbia meritato in qualche modo di Ploaghe: lo dico per obbligo, io e Paolo abbiamo avuto il nostro, lui nel 2006 e io nel 2009.

La terza cosa è il canonico Giovanni Spano, vissuto quasi giusto giusto gli interi primi tre quarti del secolo scorso: padre dell’archeologia sarda ( e di tante delle discipline che le fanno da ancelle) e padrino almeno della linguistica sarda, scrittore fluviale e appassionato, anche se non elegantissimo, senatore del Regno che non andò in Senato per non fare imbarazzo alla Chiesa nel periodo ancora scottante dell’usurpazione di Roma. A lui Pulina ha dedicato, insieme a Salvatore Tola, un volume denso di contributi, cui lo stesso presidente emerito Cossiga dettò la prefazione e che poi venne a Ploaghe a presentare.

La quarta cosa è Giommaria Lei-Spano (dove l’aggiunta del cognome materno, all’uso sardo ereditato da Spagna, vuol essere un preciso richiamo al canonico), autore verso il 1920 di un libro su La questione sarda che non solo fu prefato da Einaudi ma rappresentò il sostegno statistico e “scientifico” della rivendicazione sardista del dopo-Prima guerra mondiale.

La quinta cosa è Maurizio Garino, operaio e sindacalista, dirigente della Resistenza a Torino, che io e Pulina amiamo di uguale devozione come uno dei mille e mille umili padri della Patria repubblicana.

Ma ce ne sono tante altre, di memorabilia ploaghesi (la pinacoteca, vogliamo nominare almeno quella?), che se tornasse il ragazzo dell’“Azuni”, penso, Pulina guarderebbe dall’alto – e non sarebbe solo in grazia della eminente statura del suo fisico –, con  un tantino di compatimento, i suoi temporanei concittadini sassaresi.

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