OMAGGIO A UDINE DEL CIRCOLO "MONTANARU" ALLA FIGURA DELL'ARCHEOLOGO ANTONIO TARAMELLI, FRIULANO LEGATO ALLA SARDEGNA

in piedi a sinistra, il Presidente del "Montanaru", Domenico Mannoni

in piedi a sinistra, il Presidente del "Montanaru", Domenico Mannoni


di Maria Concetta Marceddu

Il 13 novembre 2010 il Circolo Sardi “Montanaru” di Udine, presieduto da Domenico Mannoni, ha commemorato, presso la sede sociale, la figura dell’Archeologo Antonio Taramelli a 70 anni dalla  morte. Il salone del Circolo è gremito di sardi e friulani. Dopo i saluti del Presidente, prende la parola il prof. Luigi Reitani, Assessore alla Cultura del Comune di Udine che esordisce dicendo: “gli amici del Circolo Sardi Montanaru di Udine riescono ogni volta a sorprendermi con incontri da dove emergono sempre di più i legami che intercorrono tra il Friuli e la Sardegna”, si congratula con gli organizzatori e ribadisce che questi incontri costituiscono un arricchimento per entrambi le comunità, ci si augura che abbiano a ripetersi. In sala anche l’Assessore regionale Franco Jacop che porge i saluti ai presenti e ringrazia per le numerose attività che il Circolo promuove sul territorio.

Apre i lavori della serata il Dott Stefano Magnani docente dell’Università di Udine che delinea la figura del padre di Antonio Taramelli, una figura importante anche per le scelte future del figlio, il geologo Torquato Taramelli che  nacque a Bergamo nel 1845  e  iniziò gli studi universitari a Pavia. Dopo la laurea in Scienze naturali conseguita a Milano,  divenne assistente di Antonio Stoppani al  Politecnico di Milano. Qui dedicò i suoi studi al territorio del Friuli, esplorandone il territorio durante le pause estive. Nel 1866 venne invitato da Quintino Sella ad intraprendere la stesura del rilievo geologico del Friuli. Le ricognizioni dal 1867 al 1874 consentirono al Taramelli di portare a termine la redazione della Carta  geologica del Friuli. Durante queste ricognizioni ebbe modo di imbattersi in alcuni reperti archeologici che rappresentò accuratamente con disegni e schizzi nei suoi taccuini.  Alcuni di questi taccuini sono stati recentemente ritrovati e in via di studio. Questa serie di disegni sono la testimonianza degli interessi di Torquato Taramelli nel campo dell’archeologia e delle antichità in genere, interessi che ha senza dubbio trasmesso al figlio. Insegnò  a Udine nel Regio Istituto Tecnico, l’odierno Zanon. Nel 1874  pubblicò un saggio sugli strumenti litici rinvenuti nel Friuli che costituisce il primo approccio scientifico alla preistoria di questa regione; nello stesso anno divenne anche fondatore e presidente della Società Alpina Friulana, sezione locale del Club Alpino Italiano. Divenne dapprima professore presso l’Università di Genova, poi, nel 1875 passò  all’Università di Pavia  dove assunse la cattedra di Geologia e Paleontologia. Fu rettore dell’Università di Pavia tra il 1888 e il 1891. Data la sua importanza, il Liceo Scientifico Taramelli, situato nel centro storico della città, prende il suo nome. Fondò l’Istituto Geologico Italiano, fu membro fondatore della Società Sismologica Italiana,  e, dal 1887, al Ministero dell’Agricoltura, prese parte al consiglio direttivo dell’Ufficio centrale di Meteorologia e Geodinamica . In suo onore uno dei rifugi della Società degli Alpinisti Tridentini porta il suo nome. Tra i suoi lavori più importanti  la Carta Geologica d’Italia e i suoi studi in sismologia. A partire dalla fine dell’ 800 fino alla morte, diede un contributo rilevante a progetti di grandi opere di ingegneria civile e di sviluppo dell’agricoltura. Il gruppo di geologi di cui fece parte diede origine alla cosiddetta “Nuova Geologia”, che portò la geologia italiana ai livelli europei.

Al termine della relazione prende la parola il Dott. Gian Andrea Cescutti, Presidente dell’Associazione Friulana di Archeologia che ringrazia gli amici sardi per l’opportunità offertagli  di parlare dell’archeologo Taramelli, personaggio importantissimo nel campo dell’archeologia italiana ma quasi sconosciuto nella regione che gli ha dato i natali. Il dott. Cescutti propone agli esponenti della politica locale di farsi promotori di iniziative che tendano a mettere in luce il personaggio anche in Friuli dedicandogli una targa sulla facciata della casa natale. Subito dopo il dott. Maurizio Buora docente del’Università di Udine, ha ulteriormente dissertato sulla figura del geologo Taramelli molto conosciuto in ambito accademico per le sue indagini geologiche e per l’amicizia con il geologo friulano  Michele Gortani.

L’archeologo sardo dott. Nicola Dessì rievoca la figura del Taramelli delineandone la vita e le opere: “Il 14 novembre di 142 anni fa nacque nella città di Udine, da Torquato Taramelli, noto geologo di origine lombarda e da Clotilde Boschetti, una figura destinata a cambiare in maniera incisiva la ricerca archeologica della Sardegna. Questo personaggio risponde al nome di Antonio Taramelli e giunse nella nostra isola nel 1903, dopo diversi anni di scavo presso importanti campagne archeologiche svoltesi nelle Cicladi e a Creta.

Fu infatti lo stesso direttore del Museo Archeologico di Cagliari, Giovanni Patroni, a chiedere di essere sostituito nella carica da Antonio Taramelli, che oltre ad essere stato allievo nella Scuola di Archeologia di Roma, di studiosi del calibro di Luigi Pigorini e Federico Halberr, fu dal 1895 e quindi alla giovane età di 27 anni, nominato ispettore nell’Ufficio dei Monumenti del Piemonte e della Liguria.

Al suo arrivo in Sardegna il Taramelli trovò una terra immersa in una condizione di profonda arretratezza nel settore della ricerca archeologica dovuta alla quasi totale inesperienza del regno Sabaudo nella gestione e nella tutela dei beni archeologici e culturali in genere.

I fondi destinati a questo settore erano ridotti all’osso se non inesistenti e a tutto questo si aggiunga la costante presenza nei siti archeologici degli scavatori clandestini i quali, nonostante un decreto del 1801 che vietava l’esportazione dalla Sardegna di tutti gli oggetti di storia naturale ed antichità, agivano pressoché indisturbati, spesso assoldati da lord inglesi e francesi o dagli stessi appartenenti alla casa Savoia che utilizzarono le nostre emergenze archeologiche come luoghi ove poter svolgere le loro cacce al tesoro.

In Sardegna all’epoca era presente un solo museo archeologico, sito a Cagliari nel Palazzo Vivanet, i cui locali, all’arrivo del Taramelli, si presentavano ormai inadeguati al contenimento di nuove collezioni e materiali provenienti da scavi.

I pochi studiosi che avevano operato in Sardegna fino ad allora in ambito archeologico, risentivano fortemente di un’impostazione archeologica assai becera, condizionata fortemente dalla cieca fede nei confronti delle fonti di epoca classica, dalla Bibbia e da scavi il cui fine principale era quello di liberare dalla terra i monumenti e portare alla luce solo i materiali integri da esporre nelle vetrine dei musei in pieno spirito antiquario.

Il nostro archeologo apporta una ventata di profondo rinnovamento nei metodi finora adottati dall’archeologia sarda e italiana.

Anzitutto dotò la città di Cagliari nel 1904 di un nuovo e più confacente edificio destinato ad ospitare le sale del nuovo Regio Museo Archeologico, nel quartiere di Castello ove rimase fino al 1993. Grazie a lui inoltre venne inaugurato pochi anni dopo il Museo Archeologico di Sassari.

Diede inoltre inizio a grandiose campagne di scavo destinate a portare alla luce i monumenti più significativi della preistoria e della protostoria sarda come le domus de janas e i nuraghi. Grazie alle sue ricerche nella necropoli di Anghelu Ruju ad Alghero e di Sant’Andrea Priu a Bonorva, nei nuraghi Losa di Abbasanta, Lugherras di Paulilatino, Santu Antine di Torralba, Seruci di Gonnesa, nei pozzi sacri di Santa Vittoria a Serri e Sant’Anastasia di Sardara e tanti altri ancora, ai quali seguirono oltre 230 pubblicazioni e l’organizzazione per sua volontà del primo grande convegno di paletnologia in Sardegna nel 1926, dimostrò al mondo scientifico internazionale l’importanza della preistoria e della protostoria sarda nel Mediterraneo e di attirare l’attenzione e l’interesse di molti studiosi alla storia della nostra terra.

Con i suoi moderni metodi di scavo che vedevano per la prima volta l’utilizzo del metodo stratigrafico anche in campo archeologico e non solo geologico, che permetteva di datare con maggiore precisione i monumenti grazie ai materiali che la terra conteneva, restituì all’archeologia grande dignità e autonomia rispetto alle fonti storiche a suo avviso non sempre attendibili e utili ai fini della ricerca.

Egli operò in pieno periodo fascista che per nostra grave sfortuna nel 1938 con l’adesione dell’Italia alle Leggi Razziali allontanò dall’Università di Cagliari il grande archeologo Doro Levi e tanti altri validissimi studiosi di origini ebraiche.

Il suo rapporto col regime fascista fu non sempre chiaro. Non contrastò mai in maniera evidente il potere centrale, anzi sembrò strizzare l’occhio a quel nuovo movimento che prese in mano le redini dell’Italia, tuttavia senza fare a tempo a conoscerne il tragico epilogo legato all’ingresso nel conflitto mondiale.

Tuttavia il Taramelli non sottomise mai la sua ricerca alle logiche di un impero nascente che finanziava quasi esclusivamente scavi archeologici nelle grandi città di epoca romana in Italia e nelle nuove colonie così da dimostrare la presenza della stirpe italica fin da tempi remoti.

Egli anzi concentrò le proprie ricerche e portò in auge i fasti di una civiltà, quella nuragica, che non solo non rientrava tra gli interessi del Fascismo ma divenne anzi l’emblema del riscatto sardista di stampo antifascista.

Il grande archeologo visse ed operò in Sardegna per oltre 30 anni e con essa e i suoi abitanti instaurò un profondo legame e una reciproca stima che lo portò nel 1924 a rifiutare il ruolo di direttore del prestigiosissimo Museo Luigi Pigorini di Roma per restare nella sua nuova amata patria sarda. Anche dopo il suo rientro a Roma nel 1935 per raggiunti limiti d’età, non dimenticò mai la terra che lo ospitò e che lui rese grande nel panorama scientifico, non interrompendo mai la sua passione nei confronti dell’affascinante mondo nuragico fino alla sua morte sopraggiunta l’8 maggio del 1939.

Oggi all’ingresso del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari viene ricordata questa importante figura con un busto in marmo accanto al quale troviamo quello di Alberto Ferrero Della Marmora e di Giovanni Spano. I tre vengono infatti riconosciuti dal mondo accademico isolano come i padri fondatori dell’archeologia sarda”.

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Un commento

  1. Pierdomenico Taramelli

    Sono ONORATO di portare il cognome di due illustri studiosi nel campo Geologico ed Archeologico come Torquato ed il figlio Antonio. Mi piacerebbe anche sapere di più sulle origini del mio ceppo che per ora si ferma a mio nonno Domenico nato ad Anfo (Brescia) nel 1872 e morto nel 1938. Anfo è il paese sul lago d’Idro dove ha sede la famosa Rocca costruita dai veneti nel 1400 e completata da Napoleone nel 1700.

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