IN SCENA ALLA NOTTE DEI POETI IL LIBRO "OLTREMARE" DI MARIANGELA SEDDA

Mariangela Sedda
Mariangela Sedda

di Sergio Portas

Basta cliccare (passatemi l’orribile neologismo!) “Lodo Mondadori” su “Google” perché Wikipedia, l’enciclopedia “on line”, tutto ci spiattelli sul furto azionario della casa editrice di Segrate perpetrato da Cesare Previti, avvocato di Silvio Berlusconi, tramite la corruzione dei giudici che dovevano dirimerne la definitiva proprietà. Da allora, per molti scrittori che da sempre pubblicavano i loro lavori con questa prestigiosa casa editrice e con l’Einaudi che da essa era stata acquisita, si era posto un problema di coscienza. Ulteriormente complicato dal dominio televisivo che tramite le reti Fininvest, per meriti imprenditoriali, e le reti RAI, per meriti politici, l’ineffabile Silvio aveva istituito sui cittadini del paese nostro. Coll’ovvio risultato di rendere il concetto di democrazia e la sua pratica effettiva  oggetto dai caratteri nebulosi e , ad usare un eufemismo, ben poco definiti. Ma anche Michela Murgia, durante la presentazione del  suo “Accabadora” (Einaudi ed.) che le avrebbe fatto vincere il prestigioso premio “Campiello”, ad una mia precisa domanda aveva risposto che se un autore vuole farsi leggere dai più deve necessariamente usare i migliori mezzi di comunicazione editoriale, e la casa editrice Mondadori mai aveva interferito con le sue scelte stilistiche e di contenuto. E questo premio, che per la seconda volta in pochi anni va un autore sardo, l’altro è Salvatore Niffoi che vinse con “La vedova scalza” (Adelphi ed.) nel 2006, ne è la prova lampante. Che il libro della Murgia è ritornato prepotentemente nella classifica dei più venduti e si avvia a superare le 300.000 copie. Scrive Michela a “Tottus in Pari”(informazioni dal mondo dell’emigrazione sarda organizzata, su internet): ”Sono travolta, a stento ritaglio spazi di normalità in un momento in cui sembra che ogni starnuto che faccio sia destinato a diventare un lancio di agenzia. Sto vivendo sottocoperta finché non passa il vento forte”. Per gli altri autori sardi che non sono riusciti a trovare la strada dell’editoria che conta, e che fa vincere i premi, la corsa è tutta in salita. Mi sono imbattuto nell’ultimo romanzo di Mariangela Sedda “Vincendo l’ombra”, della casa editrice nuorese “Il Maestrale”. E mi ha preso l’anima. La Sedda è originaria di Gavoi ma vive a Cagliari, laureata in filosofia, ha insegnato per anni alle scuole medie superiori e ha scritto un po’ di tutto, dalle fiabe per bambini alle poesie e ai romanzi. Del suo “Oltremare” (Il Maestrale ed. 2004) Romano Usai ha tratto uno spettacolo che, mediante la direzione musicale di Mauro Palmas e la partecipazione di stelle conclamate quali Elena Ledda e  Silvano Lobina, è stato prima alla “Notte dei poeti di Cagliari” e poi in giro per la Sardegna, il 30 luglio era al teatro comunale di san Gavino Monreale. L’hanno intitolato: “Dal vapore ti scrivo”. La storia infatti è incentrata sul rapporto epistolare di due sorelle, una delle quali emigra all’Argentina. L’altra rimane nel letterario  Olai, che con Gavoi ha mille e una affinità, e resta sola a raccontare lo scorrere della vita del paese. Tutto qui? Anche in “Vincendo l’ombra” le due sorelle continuano a scambiarsi lettere dalla Sardegna a Buenos Aires. L’ombra che deve tentarsi di vincere è quella della censura, fascista da noi, peronista in Argentina. I due regimi sono sospettosi di ogni scritto che vada al di là del mare e possa screditare i governi, tutti, che amano invece presentarsi con voci univoche, soavi e mai enfatiche, dai toni neutri e vellutati. Grazia deve stare attenta quando fa scrivere le sue lettere alla figlia Antonietta, “ la gioventù può dire cose che fanno danno”.  E’ più sicuro mandarle a mano da chi ritorna in patria. “Pauleddu dice che all’Argentina tutto è cambiato. Un generale ha fatto come a Mussolini, a prepotenza si è preso il governo. Cose brutte ho saputo da Pauleddu, anche all’Argentina i giornali nascondono la verità e a chi non è d’accordo la galera o peggio”. La prosa, le riflessioni di Antonia, pure infarcite di sardismi e inciampature ortografiche sono spettacolose. Numerosissimi gli esempi che si potrebbero fare, basta aprire il libro a caso. “Entrando l’autunno il cielo aveva preso a gettare acqua. A traghìnos. Rivi di acqua si sono fatti il letto nelle strade, scendendo dal monte, togliendo ogni sporcizia… Dazzénnos abba Sennore… Poi è tornato il sole, a prepotenza. Ora cala pioggia calma, leggera, a sa seria, quasi di primavera”. Antonia si guadagna da vivere facendo la sarta. “Cara sorella Grazia forse te l’ho già scritto che le donne seguitano a togliersi il costume e vestono a brusa, una camicia moderna che vuole poca tela, semplice da lavare e non bisogna di amido perché è senza piegoline. Di gonna ne mettono una larga e lunga come quella del costume ma a buon mercato. E così la vergogna di levarsi il costume è meno, però molte bambine le stanno vestendo alla civile”. La maestria della Sedda è in questo farti intuire il processo mentale del suo personaggio, la traduzione dal sardo all’italiano non le è naturale, ma gli inciampi linguistici che ne derivano sono di una grazia senza pari. Non so se volutamente commoventi. Si assiste contemporaneamente a un imbastardirsi della prosa di Grazia, le sue lettere scontano la lontananza e l’immersione in un’altra cultura, un’altra lingua.”Antonia sorella mia, que emocion querida, Antonietta ha tomado el dottorado hace diez dias y no cabemos de contento. Tutto pare meglio ora che Argentina ci ha dato che ci aveva promesso, mudar vida a nos ijos”. E anche “Ho mescolato palabra italianas, castiglianas y sardas. Un embroglio, un minestrone, pero credo che depues veinte annos yo soy de ambos los mundos, de due mundos soe”. Il prezzo che bisogna pagare per cambiare il destino dei figli, che si addottorano, è quello di mutare le radici, diventare di due mondi. Anche se emigrare è aprire una ferita che non si rimargina mai del tutto. Il libro di questo dice, d’identità che si perde e che si acquista, descrive lo scorrere di un  tempo anche feroce per il nostro paese, per la Sardegna. Che si era illusa, coi sardisti, che lo stato italiano avrebbe pagato le cambiali emesse sulle trincee del Carso. Invece fu camicia nera per tutti. Fino alla tragedia dell’Africa orientale e della Russia. Coi grandi della terra che sembra riescano a dettare il destino per i popoli. Ma nonostante loro, rimangono immutati i sentimenti che legano queste due sorelle, abbarbicate alle cose minute della vita di ogni giorno. Che queste sono quelle che contano, inossidabili da ogni evento di morte. Che pure si presenta, inesorabile. Come è costume nelle storie di Sardegna. Forse perché sono un po’ emigrante anche io, in verità faccio parte dei figli addottorati con doppia identità, ma questo libro mi ha davvero stregato, coinvolto, commosso. Sentite ancora Mariangela Sedda: “L’altro giorno, in campagna, maestra Martis si è ricordata che al tempo del partito sardo i figli dei sardisti in primavera venivano a scuola con i papaveri e facevano il saluto con la mano sul cuore. Poi, a voce bassa ha ricordato su muttettu: Viva sos battor moros/in issos est s’ispera/in issos est s’isettu/ viva sos battor moros/sa sarda bandiera/commente est in su pettu/est puru intro ‘e sos coros”.

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