PERCHE' I RICORDI DIVENTINO MEMORIA: INCONTRO CON MICHELA MURGIA, IN FINALE AL "CAMPIELLO" DOPO LA VITTORIA AL "MONDELLO"

Michela Murgia
Michela Murgia

di Paola Bacchiddu *

Con gli occhi scuri come il fondo di un pozzo e la testa svelta, di quelle che – come rapaci – afferrano dettagli di realtà, scippano scuciture di senso e poi le ruminano per restituire un proprio affresco, una personale interpretazione delle cose. Dev’essere così – come la sua autrice – Maria, la filla de anima, “l’errore dopo tre cose giuste” che muove geografia interiore e trama di Accabadora, il romanzo, edito da Einaudi, che ha infilato, nel portafoglio letterario di Michela Murgia, l’ingresso nella cinquina dei finalisti della 48esima edizione del premio Campiello. A dispetto delle polemiche – un furore d’inchiostro dell’escluso Alain Elkann che col suo Nonna Carla (Bompiani) pareva certo di presiedere la finalissima di settembre a Venezia – l’autrice si schernisce: «Non ne sapevo niente. Ho appreso anch’io la notizia dai giornali. Non penso si tratti di una questione personale». Alain Elkann era uno dei giurati al premio SuperMondello (il riconoscimento che la scrittrice s’è aggiudicata quest’anno, a Palermo, con un plebiscito di nove scuole su dieci). «La verità è che queste attestazioni rientrano in un circuito dove vi sono in gioco variabili che possono anche esulare dalla scrittura. Per questo ho apprezzato il clima di grande serenità che si respira al Mondello, dove ad esprimersi è una giuria di critici congiunta a una di studenti degli istituti scolastici». A 37 anni, un marito fresco di nozze, una lingua lontana da acedia e astenia intellettuale che traduce con franchezza anche pensieri scomodi, Michela Murgia è entrata nel circuito mediatico quando il regista Paolo Virzì ne ha tradotto in pellicola nel 2008 (Tutta la vita davanti) il romanzo Il mondo deve sapere, sapiente cronistoria di un mese trascorso come addetta al call center della multinazionale americana Kirby. Un registro linguistico, peraltro, assai lontano da quello cesellato nell’ultimo romanzo: ulteriore traccia di un talento letterario poliedrico e allergico alle fossilizzazioni di stile. «Rientro da un tour di presentazioni in Germania (Accabadora è stato tradotto anche in tedesco). Mi piace l’approccio che si ha con l’autore: solo reading e nessuna domanda personale. Laggiù sono interessati al romanzo, non al gossip. E il pubblico paga per assistere alle letture. In Italia sarebbe impensabile: tutto è personalizzazione». Come hanno accolto una tematica tabù come quella stigmatizzata dall’Accabadora: muliebre prodromica dell’eutanasia? «Con grande sensibilità e cautela. C’è più interesse per la questione relazionale: una donna che accoglie in casa una bambina non sua. Da noi, in merito a questo, non esiste un dibattito, quanto piuttosto una rissa. Ma occorre considerare che – nel caso del romanzo – stiamo parlando di una figura leggendaria, e non storica». E il tema del lavoro? C’è stato un mutamento rispetto all’uscita del suo primo romanzo? «Un peggioramento, piuttosto. Alla nostra generazione di trentenni non è stato insegnato con dovizia a conservare la cultura della tutela dei diritti. Che cosa insegneremo alle generazioni future? Le acquisizioni che accogliamo dalle esperienze precedenti non sono un patrimonio statico. Occorre trasformare i ricordi in memoria, in questo la scrittura può aiutare».
Michela, felicemente rientrata a vivere a Cabras da tre mesi, dopo un anno trascorso con difficoltà a Milano («Una città che non coltiva l’autenticità dei rapporti»), si prepara a un breve tour in Francia, a Chambéry, per poi affrontare le tappe del Campiello che precedono la finalissima a Venezia, in settembre. Lei, che non ama presentare i libri nelle grandi catene, ma solo nelle piccole librerie indipendenti, quelle che come minute testuggini sfidano ogni giorno le pegole d’un mercato sempre più insidioso.

* Unione Sarda

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