LE ZONE VINCOLATE DALLO STATO SONO PARADISI INCONTAMINATI: A PIEDI NUDI NELLE OASI DELLA SARDEGNA

tramonto affascinante a Capo Teulada
tramonto affascinante a Capo Teulada

di Massimiliano Perlato

Venticinque chilometri di spiagge, isolotti, scogli, mare cristallino. E neppure un albergo, una villa, uno yacht. Un pezzo di costa dove da giugno a settembre si può stendere un asciugamano o fare un giro in baca (senza ormeggiare) ma non si può passare una notte. Perché Capo Teulada, il promontorio più a sud della Sardegna, non è roba per turisti, è un poligono militare. Un’area di valore inestimabile, che adesso la Regione vorrebbe restituire ai sardi e al turismo sostenibile, anche se il ministero della Difesa non ne ha intenzione. Da decenni è in mano ai soldati. Che da decenni, anche se non per scelta, proteggono l’ambiente a mano armata. Da quando, nel dopoguerra, sono passati dai campi di battaglia alle esercitazioni nei poligoni. Anni in cui non si sapeva cosa fosse il turismo di massa, e neppure l’ambientalismo. Poi il turismo è esploso. Stabilimenti, alberghi, villette hanno invaso spiagge, scogliere, pinete. Cemento e asfalto hanno ingoiato flora e fauna. Tranne nei poligoni, dove i soldati continuano a esercitarsi, e il tempo sembra essersi fermato. I militari occupano 1.250 dei 300mila chilometri quadrati del territorio nazionale. Con caserme, infrastrutture, aree d’addestramento. Un patrimonio molto esteso, destinato a diminuire. Oggi la leva è volontaria, i soldati, che erano 330mila nel 2000, sono 190mila. Circa 400 caserme sono già state consegnate al demanio civile, e si vanno ridisegnando anche le aree di addestramento, pezzi intatti d’Italia. Alcune sono state dimesse, altre lo saranno, altre ancora no. Però togliere le servitù militari è rischioso. Soprattutto non vanno affidate alle amministrazioni locali. Il paesaggio è un bene nazionale: lo dice la Costituzione. Ma i vincoli paesaggistici sono sempre più delegati alle Regioni, che a loro volta delegano ai Comuni, che spesso pensano solo a fare cassa. Il rischio è di mettere tutto in mano agli speculatori. I poligono più grandi, aperti al pubblico d’estate, sono sei. Tre in Sardegna: oltre a Capo Teulada (7.200 ettari più 1.300 km quadrati di mare) ci sono Capo Frasca, provincia di Oristano (7.300 ettari), e Salto di Quirra nell’Ogliastra (1.200 ettari, più 10.000 miglia quadrate di mare). Uno è nel Lazio, Monte Romano (Viterbo), 46 km quadrati dichiarati Zona a protezione speciale. In Puglia, provincia di Bari, c’è Tor di Nebbia (9.000 ettari), oggi compreso nel Parco dell’Alta Murgia. In provincia di Pordenone c’è Medusa Cellina (1.800 ettari), che ha ceduto una fetta ai Magredi, area tutelata dall’Europa, dove le grandi manovre hanno lasciato il posto al turismo sostenibile: non più carri armati ma bici e cavalli. E poi ci sono gli altri, le 130 aree di addestramento in tutta Italia, una settantina di poligoni. Militari salvatori del patrio paesaggio, allora? Non proprio, perché pure loro suscitano preoccupazioni ambientali. In Sardegna, fa notare il Presidente Renato Soru, “il fondo marino è stracolmo di materiale bellico, ogni tre ordigni sparati uno non esplode e resta lì”. Soru sta costruendo la Conservatoria delle coste, ente di tutela, in un Paese che non si è mai dotato di una legge a protezione del litorale. E ha chiesto una data certa per la restituzione di Capo Teulada. O almeno la riduzione delle aree off limits. “Se Capo Teulada serve per esercitarsi, non è necessario che in spiaggia si conservi con arroganza uno stabilimento a disposizione dei soli militari, limitando l’uso della costa ai cittadini”. Che possano accedere solo a una parte, e solo d’estate, quando le esercitazioni sono sospese. Mentre i militari si sono ritagliati “27 ettari di villaggio vacanze, compresi 35 bungalow in muratura, su spiagge interdette ai civili” sottolineano in Regione.

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