TERTENIA, NEW YORK E ROMA: IL PERCORSO ARTISTICO DI ALBINO MANCA

Albino Manca
Albino Manca

di Valentina Temullo

Il legame con la Sardegna, la raffinatezza e la perizia tecnica acquisite negli ambienti artistici romani, una creatività senza limiti geografici maturata negli Stati Uniti. Questi gli elementi che definiscono l’opera di Albino Manca (Tertenia 1897 – New York 1976), scultore sardo cui è dedicata la mostra antologica “L’officina di uno scultore dal mito di Roma al sogno americano” in corso a Roma, al Complesso del Vittoriano (dal primo aprile al due maggio). Organizzato dalla Fasi (Federazione delle associazioni sarde in Italia) con il patrocinio della Regione Sardegna, della Provincia dell’Ogliastra e dei Comuni di Roma, Cagliari e Tertenia, l’evento rappresenta un ricongiungimento simbolico dell’artista con la sua terra di formazione. Proprio nella capitale del primo dopoguerra, infatti, il giovane Manca ha affinato le proprie doti di scultore, peraltro scoperte e già messe a frutto nella terra natia, il piccolo paese di Tertenia nel cuore dell’Ogliastra. Sotto la guida di Ettore Ferrari, Angelo Zanelli e Pietro Canonica, entro la cornice dell’Accademia di Belle Arti e del cantiere del Vittoriano, Albino Manca ha appreso una salda tecnica di ispirazione neoclassica e la capacità di convertire i materiali nelle forme del bello. La sua abilità e il suo gusto, esito degli studi effettuati, ma anche del contatto con le proporzioni del paesaggio sardo, lo hanno presto reso noto nella Roma altolocata degli anni ’20, che gli ha commissionato diverse opere a carattere celebrativo, come il ritratto della Duchessa delle Puglie in abito nuziale e i busti di Benito Mussolini. Ma queste sono solo alcune delle opere visibili al Vittoriano. Particolare risalto è dato infatti alle creazioni risalenti al periodo che l’artista ha trascorso negli Stati Uniti (dal 1930 al 1932 e dal 1938 fino alla morte): la Pantera, ispirata al bronzo antico della Chimera di Arezzo, la Gru Coronata, la Gazzella e fico d’India – per la quale Manca ha scelto due patine di colore diverse, una verde per la pianta e una bruna per l’animale – danno al visitatore testimonianza della maturità artistica dello scultore sardo e una soddisfazione estetica piena, senza riserve. Che si tratti di miniature o riproduzioni in scala superiore alle dimensioni reali, Manca rivela un’attenzione alle proporzioni che si traduce nella perfezione volumetrica dell’oggetto, a cui addiziona con abilità tecnica ed estro artistico una certa stilizzazione, una lieve venatura art déco che concorre a definire la sua cifra distintiva di scultore.
Richiamano gli stilemi dell’art déco – rivelando sempre una rielaborazione soggettiva dell’artista – anche i numerosi objets d’art che pongono il visitatore davanti ad una concezione di arte “totale”, tipica degli anni ’30, secondo cui l’arte non è solo fine a se stessa ma può essere anche applicata agli oggetti di uso quotidiano, agli accessori, all’arredamento. Parure di gioielli e preziosi fermacapelli, davanti a cui non si può che sostare ammirati, rivelano il talento di un artista capace di forgiare materiali diversi, dal bronzo all’argento e all’oro, ma anche le difficoltà economiche che Manca, appassionato di scultura più che di artigianato, ha dovuto affrontare nei primi decenni del Novecento rivolgendosi ad un mercato più ampio.
Dopo la seconda guerra mondiale, Manca si è dedicato all’arte pubblica. La bellezza dei piccoli animali bronzei che si intrecciano a dar forma alla cancellata del Children Queen’s Zoo di New York, The Gate of Life, è testimoniata in mostra da un grande disegno preparatorio. Ma il capolavoro indiscusso dello scultore è il monumento ai caduti che svetta a Manhattan, proprio di fronte alla Statua della Libertà: The Diving Eagle, una maestosa aquila in bronzo poggiata su un blocco di granito grigio, documentata da alcuni lavori preparatori in bronzo e in gesso. Un’opera che è valsa al suo autore la consacrazione di Italian artist interprete del sentimento americano, oltre che una fama di proporzioni internazionali. La mostra dedicata ad Albino Manca insegna, dunque. E lo fa su più fronti. Offre al piacere dello sguardo le creazioni di uno scultore di grande levatura artistica ed è percorso storico attraverso gli eventi più significativi della storia contemporanea, dal fascismo alla seconda guerra mondiale, passando per il New Deal americano. Ma non solo. Gli oggetti esposti al Vittoriano tracciano un itinerario geografico che fa riflettere sull’uomo e le sue potenzialità. Come ha detto Giuliana Altea, docente di Storia dell’Arte all’università di Sassari e curatrice della mostra, «gli spostamenti che Albino Manca ha compiuto nel mondo, e che sono rimasti impressi nelle sue opere, insegnano che la verità di un uomo spesso non coincide con la sua terra di origine, ma ne travalica i confini per realizzarsi nel mondo». Del resto, gli antichi romani lo avevano compreso già migliaia di anni fa: nemo propheta in patria.

 

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