SALVATORE CAMBOSU, UN AUTORE DI CUI SI PARLA POCO A QUASI 40 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA

Salvatore Cambosu
Salvatore Cambosu

di Giovanni Mameli

Per una ventina d’anni dopo la sua scomparsa (avvenuta a Nuoro il 21 novembre 1962) di lui si è parlato poco e i libri che aveva scritto non sono stati ristampati. Era come se non fosse esistito. Anche se aveva molti amici ed estimatori in Sardegna e nella penisola la cultura ufficiale non si è occupata di lui. Solo a partire dei primi anni Ottanta si sono svolte giornate di studio (a Cagliari e a Orotelli, paese dove nacque il 5 gennaio 1895) e sono state ristampate le sue opere. Ora la Regione – con proposte bipartisan di diversi partiti – sta per dedicargli una fondazione. La sede sarà a Orotelli, la sua casa natale diventerà un museo e verrà istituito un premio letterario intitolato a lui. Maggioranza e opposizione si sono trovate d’accordo per rivalutare un autore che merita una più diffusa risonanza. Di passaggio va ricordato che in Sardegna le altre due fondazioni, con finanziamento regionale, sono dedicate a Costantino Nivola (con sede a Orani) e a Giuseppe Dessì (in quel di Villacidro). A promuovere l’idea della fondazione è stata l’Amministrazione comunale di Orotelli, che si farà carico di tutti gli aspetti organizzativi, dalla diffusione delle opere di Cambosu nelle scuole alla creazione di un museo. Intanto le case editrici si stanno mobilitando per pubblicare opere inedite, come i diari, che la Ilisso di Nuoro conta di stampare a breve termine. Sono ancora inedite le sue lettere, quelle che scriveva e riceveva (tra i suoi corrispondenti c’era una sua cugina di primo grado che si chiamava Grazia Deledda). Invece “L’Uniona Sarda” ha deciso di pubblicare per la prima volta gli articoli, i racconti e le inchieste che l’autore di “Miele amaro” scrisse per questo quotidiano, in un lungo arco di tempo compreso tra il dopoguerra e gli anni del miracolo economico. Contemporaneamente la sua firma appariva sul “Politecnico”, “Nord e Sud”, “Il Mondo” e altre testate nazionali e regionali. Va detto che per la maggior parte dei sardi questo scrittore continua ad essere uno sconosciuto. Per convincersene basta chiedere anche a persone di media cultura se hanno letto qualcuna delle sue opere. Il più delle volte la risposta è negativa. Eppure non si tratta di un autore minore, a giudicare dai consensi che i suoi libri hanno avuto in campo nazionale e nell’isola (tra i suoi estimatori figurano Giuseppe Petronio, Alberto Cirese, Giuseppe Dessì, Mario Pomilio, Gonario Pinna, Geno Pampaloni, Giuliano Manacorda, Francesco De Nicola e altri). A differenza di altri letterati che hanno scritto poche opere, Cambosu ha prodotto una quantità notevole di libri e articoli per giornali e riviste. Si può dire che la sua esistenza è stata interamente consacrata alla composizione di pagine eleganti e lineari. Scrivere per lui significava limare ossessivamente ogni frase. I suoi manoscritti documentano questa ossessione per i ritocchi e le correzioni. Dopo aver studiato a Nuoro, per l’università si trasferì prima a Padova e poi a Roma, senza conseguire la laurea. Anziché studiare, preferiva scrivere in vista di una carriera letteraria precoce. Questa parentesi continentale fu senza dubbio molto importante per la sua formazione, perché lo mise in contatto con ambienti culturalmente stimolanti. Il suo primo libro, “Lo zufolo”, uscì a Bologna nel 1932. Due anni dopo pubblicò il suo secondo romanzo a puntate su “L’Unione Sarda”, col titolo “Il carro”. Rientrato in Sardegna, iniziò la sua attività di insegnante in vari centri, fino al suo definitivo trasferimento a Cagliari. A questo riguardo, Antonio Romagnino ha scritto: “Per le vie di Cagliari, solo raramente si accompagnava a qualcuno. Anche perché le sue preferenze andavano alle più silenziose periferie, in prossimità delle quali aveva trovato in via Satta sia la solitaria abitazione sia l’umile trattoria dove consumava in fretta e senza svago i suoi pasti fuggevoli”. Nonostante il carattere riservato, frequentava i caffé dove si incrontravano i letterati ed era grande amico del libraio Antonio Cocco. Il quale avviò una sua casa editrice denominata “La Zattera”. Nel retrobottega della libreria, con lo scaldino d’inverno e un ventilatore nelle afose giornate estive, compose «Miele amaro” e altre opere. Quel locale era anche un punto d’incontro tra uomini di cultura cagliaritani, ai quali sottoponeva per un giudizio i suoi scritti. Nella testimonianza di Mario Ladu (in occasione del convegno “Salvatore Cambosu tra due Sardegne”, svoltosi a Nuoro e Orotelli il 27-28-29 novembre 1992) ci sono altri aneddoti sullo scrittore. Con un gruppo di amici gli piaceva fare divertenti giochi di parole, suscitando grandi risate. Uno di questi consisteva nel modificare “an” in “cul” riferendosi a nomi e cognomi di persone con la prima iniziale. Angelo diventava Culgelo, Anedda suonava Culedda, Annibale si trasformava in Culnibale. In riferimento a un comune conoscente, Ancis fu inevitabilmente Culcis. L’interessato non si offese, anzi si unì alle risate quando lo seppe. Tra l’altro a Cambosu intitolò la scuola privata omonima aperta qualche anno dopo. Per dovere di cronaca va ricordato che l’idea della scelta del nome dello scrittore di Orotelli per l’istituto in questione fu dovuta a Giuseppe Fiori, che la propose al direttore incerto su diverse denominazioni. Tra Fiori e Cambosu ci fu un rapporto molto stretto. Dalle inchieste di quest’ultimo sul banditismo ad Orgosolo e sulle lotte dei minatori del Sulcis, il primo trasse spunti – specie sul piano della tecnica dei servizi – per alcune sue opere importanti (come “Baroni in laguna” e “La società del malessere”). Nel 1954 partecipò al premio Grazia Deledda col romanzo inedito “Una stagione a Orolai”, che venne pubblicato qualche anno dopo dall’Istituto di propaganda libraria di Milano. La giuria (composta tra gli altri da Marino Moretti, Giuseppe Ravegnati, Mario Ciusa Romagna) segnalò il libro con un giudizio che metteva in risalto nelle sue pagine la compresenza di una Sardegna mitica e potentemente reale. Cambosu sperava di vincere perché il premio prevedeva la pubblicazione del primo classificato nella collana di narrativa della Mondadori. Nello stesso anno esce presso Vallecchi la sua opera più importante e di maggior successo: “Miele amaro”. Il libro è recensito favorevolmente sulla stampa locale e nazionale. Nella copertina c’è un ritratto dell’autore eseguito da Maria Lai (un tempo sua allieva e grande ammiratrice di Cambosu). Non si tratta di un’opera narrativa, come “Lo Zufolo” e “Una stagione a Orolai”, ma di una sorta di antologia. Comprende da una parte testi in sardo (poesie, indovinelli, ninne nanne, proverbi, invettive); per un altro verso notizie storiche, racconti orali, considerazioni sull’arte e le tradizioni popolari. “Miele amaro” si configura come una sorta di enciclopedia sulla nostra isola, dalle epoche più antiche al presente. Al riguardo il giudizio più penetrante fu espresso da Michelangelo Pira, che scrisse: «Nessuno, neppure la Deledda, neppure Satta, aveva tradotto in lingua con tanta sapienza, con tanto amore e con tanta umiltà, il patrimonio culturale della civiltà sarda che chiamiano autentica”. Chi tocca “Miele amaro”, tocca davvero un popolo». Invece Sandro Maxia mette l’accento su un aspetto che è sfuggito a molti: il sincretismo religioso di Cambosu. Presente in diverse sue opere.
Nell’autunno del 1960 gli venne conferita a Nuoro, per mano del sindaco della città, una medaglia d’oro da parte della rivista “Ichnusa”, come riconoscimento per i suoi meriti culturali e artistici. Due anni dopo morì nell’ospedale del capoluogo barbaricino, per il riacutizzarsi di un male di cui soffriva da tempo. Su “L’Unione Sarda” Mario Mossa Pirisino così lo ricordava: “Se avesse potuto, forse, Salvatore Cambosu se ne sarebbe andato per conto suo, solo e di notte, al cimitero di Nuoro. Egli non amava le cerimonie e le folle, disprezzava i convenevoli, gli atteggiamenti che si assumono per pietà anche quando non se ne ha voglia o intenzione. Amava la solitudine perché aveva un traguardo da raggiungere: ritrovarsi con se stesso”.
Dopo la sua scomparsa sono stati pubblicati libri inediti, come “Una stagione a Tharros” (compreso nel volume “Due stagioni in Sardegna”) e “Lo sposo pentito”, editi entrambi nel 1992 per i tipi di Marietti e del Maestrale. Curatore di queste due opere è stato Bruno Rombi, che ne ha scritto anche le prefazioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *