MARIA GIUDICE, LA "PASIONARIA" SOCIALISTA COMPAGNA DI GRAMSCI, NATA 130 ANNI FA IN PROVINCIA DI PAVIA

Maria Giudice con i figli
Maria Giudice con i figli

di Paolo Pulina

Maria Giudice nacque a Codevilla, nell’Oltrepò pavese, il 27 aprile  1880, in  una famiglia piccolo borghese. La madre, Ernesta Bernini, fece conoscere alla figlia molte opere letterarie che affrontavano  tematiche  di carattere  sociale. Anche  il  padre,  Ernesto Giudice, appartenente  alla schiera dei reduci garibaldini, era un   uomo di idee progressiste.

Terminati gli studi primari a Voghera, si iscrisse alla Regia scuola normale (l’odierno istituto  magistrale) di Pavia. Conseguito il diploma magistrale, ritornò a Voghera, dove si dedicò all’insegnamento e ai contatti con l’ambiente socialista locale. Cercò di organizzare contadini e operai, per formare in loro una  coscienza di classe. Batté in lungo e in  largo  il circondario di Voghera, poiché non riteneva sufficiente  limitarsi alle conferenze private.

Diventò, nel feb­braio 1903, segretario della Camera del Lavoro di Voghera, ma dopo non molto tempo assunse la carica di responsabile dell’organizzazione camerale a Borgo S. Donnino (oggi Fidenza, in provincia di Parma). In questo periodo conobbe Carlo Civardi, un giovane agricoltore, nato a Stradella nel gennaio 1881, al quale si legherà in “libera unione” (quindi senza vincoli matrimoniali)  e dal quale avrà sette figli. Di idee anarchiche, Civardi aveva un carattere profondamente diverso dalla Giudice. Era timido, riservato e non amava gli incontri pubblici.

Dopo 15 mesi di esilio in Svizzera (dove insieme ad Angelica Balabanoff lavorò per “Su Compagne!”, periodico socialista prevalentemente rivolto alle donne), rientrò in Italia e fu attiva prima a Guastalla e poi a Novellara. Nel marzo 1910, la Giudice si trasferì a Milano e, nel novembre dello stesso anno, ot­tenne dal Comune di Musocco l’incarico di maestra elementa­re. Collaborò dal 1912 al giornale di Anna Kuliscioff “La difesa delle lavoratrici”. Verso la fine del 1913 si spostò a Borgosesia, dove collaborò con il periodico “La campana socialista”. Il 3 marzo 1916 si trasferì a Torino e qui scrisse su “Il grido del popolo”, settimanale dei socialisti torinesi. Non tutti i collaboratori erano d’accordo con la voluta semplicità del linguaggio della Giudice, né erano disposti a perdonarle il quasi totale disinteresse verso le elaborazioni teoriche. Furono soprattutto i giovani a contestare le “banalizzazioni” della Giudice; quegli stessi giovani che, guidati  da Antonio Gramsci, daranno vita a “La Città futura”, por­tavoce delle idee e delle aspirazioni di una ristretta élite intellettuale, in contrasto con il taglio scolastico e pedagogico che caratterizzava la pubblicistica del partito.

Ai primi di settembre 1916, la Giudice diventò segretaria provinciale del PSI.  Fu attiva nel movimento  “pro-pace”, costituitosi in gran parte dei comuni italiani per aderire alle sollecitazioni provenienti  da Roma, dalla Direzione nazionale del PSI. Per un comizio contro la guerra venne di nuovo incarcerata, insieme al giovane socialista Umberto Terracini.

Anche la Giudice, per solito piuttosto restia ad infervorarsi per i  fenomeni di esaltazione  collettiva, riconobbe nell’eco delle giornate russe elementi di rilevante novità, che obbligavano a prendere in considerazione  un generale ripensamento dei  compiti del partito.

A Torino la situazione,  aggravata dalla mancanza del pane, precipitò. Il 21 agosto 1917 scoppiarono i primi incidenti. I moti si protrassero per cinque giorni. Nella notte fra il 25 e il 26 agosto Maria Giudice fu arre­stata insieme ad altri. “Il mio dovere di socialista è superiore  allo stesso mio dovere di ma­dre”. “Mi difenderò solo per i miei sette figli orfani di guer­ra”, dichiarò la Giudice in tri­bunale. Il suo compagno Carlo Civardi era morto, infatti, nell’ottobre 1917 per lo scoppio di una bomba a mano durante un’esercitazione al fronte. I compagni cercarono di aiutarla a ottenere una sentenza mite. Lo stesso Gramsci depose in suo favore sottolineando il fatto che l’attività della Giudice tendeva a dare una cultura politica socialista al proletariato e che la sua propaganda contro la guerra non usciva dalla linea ufficiale del partito.

Grazie ad un’amnistia generale, la Giudice riacquistò la li­bertà il 21 marzo 1919. Ri­prese subito il suo posto di agitatrice prima a Torino, poi a Voghera, infine a Civitavecchia. Sul finire dell’anno la Direzione del PSI le assegnò un giro di propaganda in Sicilia secondo un calendario prestabilito che prevedeva incontri in tutte le province. Nell’isola la Giudice conobbe l’avv. Giuseppe Sapienza, vice segretario regionale del PSI. Dalla loro unione nascerà nel 1924 una figlia, Goliarda. Dopo aver concluso  il giro di propaganda,  la Giudice si trasferì a Catania e fu sempre presente  in occasione dei congressi di partito della zona e dell’isola. Nel luglio 1922 venne ancora arrestata per “eccitamento all’odio di classe”. Uscì dal carcere nel febbraio 1923.

A causa dello scioglimento di tutte le associazioni politiche e sindacali operato dal regime fascista anche la Giudice fu obbligata ad abbandonare l’impegno attivo. Nel giugno 1931, in considerazione della buona condotta, il ministero dell’Interno chiese al prefetto di Catania di riesaminare l’appartenenza della Giudice all’elenco delle persone pericolose. Nel novembre 1941 Maria Giudice si trasferì a Roma per iscrivere la figlia Goliarda all’Accademia d’arte drammatica. (Goliarda Sapienza, oltre che attrice, diventerà  scrittrice;  dopo la sua morte, nel 1996,  le sue opere, riscoperte con grande successo in Francia, vengono oggi  riproposte in Italia da Einaudi).

Ormai stanca e sfiduciata, Maria Giudice si disimpegnò  progressivamente dalla vita politica attiva. Gli ultimi anni della sua vita, prima della morte, avvenuta il 5 febbraio 1953, trascorsero nel silenzio, lontano da qualsiasi clamore politico.

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