LO SCRITTORE GAVINO LEDDA AFFRONTA UNA NUOVA SFIDA: "VOGLIO DARE FORMA VISIVA AL MIO PADRE PADRONE"

Gavino Ledda di Siligo
Gavino Ledda di Siligo

di Pier Giorgio Pinna

Chino sulla sabbia di Sa petra ruja, non lontano dalla spiaggia della Caletta, Gavino Ledda si ferma d’improvviso, assorto, davanti al mare calmo e azzurro. Poi afferra un ramo portato dalla corrente e comincia a disegnare, a un passo dall’acqua: sull’arenile, uno dopo l’altro, spuntano maestosi cavalli, le narici frementi, quasi ad accogliere gli spruzzi. «Questa è l’annunciazione di un rinascimento – dice, a lavoro finito, ravviandosi i capelli lunghi e nerissimi mossi appena dal vento – A 71 anni ho capito un altro aspetto della vita: dovrò illustrare con mie opere pittoriche il “Padre padrone” che sto scrivendo in limba e in italiano. Perciò vengo qui a impratichirmi seguendo le lezioni di un maestro». Non va solo al mare, lo scrittore di Siligo. Le escursioni sperimentali lo portano in un vicino ovile, in altri luoghi all’aria aperta, in laboratori di Siniscola. Parla, Gaìnu, di «moltiplicazione spirituale, attraverso talenti ed espressività differenti». «In sostanza penso che ciascuno di noi abbia variegate attitudini artistiche – spiega – Per quanto mi riguarda ho capito solo adesso d’avere bisogno di dar corso al disegno e alla musica così come a suo tempo ho appreso la scrittura. Quando avevo sei anni e sono stato portato via dalla scuola, infatti, tutto ciò mi è stato precluso. Oggi però sono pronto a recuperare il tempo che non ho potuto dedicare a queste attività e ad esprimermi appunto in maniera multiforme». È il 7 gennaio 1944 quando Gavinè, come la mamma, Mintòi, lo chiama ancora oggi, viene strappato dai banchi della prima elementare e condotto ad accudire le pecore di famiglia a Baddevrùstana. «È mio: ne ho bisogno in campagna», si giustifica con la maestra Abramo, come poi racconterà Ledda in Padre padrone. Seguiranno numerosi inverni di fatica e privazioni. Sino alla partenza per la leva, che al ragazzo servirà per affrancarsi e vincere l’analfabetismo. Nell’autunno 1969 Gavino si laurea a Roma, in Lettere. Diventa poi assistente e ricercatore: prima all’università di Cagliari, poi all’ateneo di Sassari. Una scelta che il padre mai condividerà, sebbene con i più stretti conoscenti non nasconde l’orgoglio per un figlio che ha preso una strada così diversa. Nella primavera 1975 Feltrinelli pubblica il suo successo mondiale con milioni di copie vendute in oltre 50 Paesi. Ma quando Gaìnu si ripresenta a Siligo Abramo gli dice: «Attento, la ricchezza viene solo dalla terra». Un monito che lui non dimenticherà neppure quando, nel 1977, arriva il film dei fratelli Taviani ispirato a Padre padrone. «Quei discorsi li rammento alla perfezione», sostiene ora Ledda sulla spiaggia. E lo dice mentre ricorda d’aver imparato a nuotare a 30 anni e di aver visto il mare per la prima volta solo a 20 («Ci andammo io e mia madre, da soli, da Sassari ad Alghero, con la corriera: è stato bellissimo, mio padre non l’ha mai saputo»). «Ma le scuole-prigione di oggi, tra buio e rumori, programmi vecchi e superati, non fanno capire l’importanza di una ricerca destinata al bene, non al profitto. Abitiamo in un mondo dominato dal dio danaro, da Mammone, dove lo spirito umano è soffocato». E, inframmezzando il ragionamento con i progetti su un altro suo film dopo Ybris, ambientato stavolta tra nuraghi e testimonianze preistoriche, continua incalzante: «Proprio partendo dai valori profondi della terra, abbiamo tutti bisogno di altri Einstein, di altri Michelangelo». «Potranno indicarci di nuovo i veri traguardi della scienza e dell’arte», prosegue il narratore di Siligo. Che, non a caso, si porta dietro per i suoi lavori pittorici gli studi sull’anatomia di Leonardo. E, armato di matite e fogli bianchi in formato A4, si cimenta poi nel disegno di aquile, agnelli, altri animali. «Certo, per il momento non sono preparato a ricostruire sulla carta tutto ciò che ho vissuto a Baddevrùstana: non ho neppure fotografie che mi aiutino a ravvivare la memoria», sottolinea, quasi parlando a se stesso. «Ma nella mia mente c’è tutto: perché quel che m’interessa non è di sicuro il rigore formale – mormora, alla fine, lasciando la spiaggia – Io voglio dare un’anima alle cose: come quando scrivo».

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