ALLA TRIENNALE DI MILANO: DALLA LANA DI PECORA SARDA UNA STRATEGIA INNOVATIVA PER UN'ARCHITETTURA A MISURA D'UOMO

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di Sergio Portas

Si può dire che da sempre la Triennale di Milano abbia nel proprio DNA ( nel proprio Statuto), l’intento di affrontare, con gli strumenti espressivi propri  della manifestazione, i problemi imposti dallo sviluppo economico e dalle trasformazioni sociali in atto nel mondo. Mai però mi sarei immaginato di dovermi imbattere, come oggi è stato, in un protagonista assolutamente inusuale , almeno per frequentazione, delle lande padane: la pecora sarda e la sua lana. Green Life (Vita verde, traduco solo per pastori con più di novant’anni): costruire città sostenibili,è la mostra dedicata a degli architetti che hanno saputo guardare ad un futuro non necessariamente catastrofico anche delle metropoli, adottando per questo strategie coraggiose e innovative, per un’architettura a misura d’uomo . Per un’ecologia praticata e non vanamente conclamata. “Ecos” in greco vuol dire casa e “logos” potremmo tradurlo come discorso, un buon ecologista è dunque quello che discute, si interroga, sul migliore dei modo di vivere la casa, che è sì quella tirata su a mutui e mattoni nel paesello natio, ma anche in senso lato la terra tutta che ci ospita, come abitanti  inconsapevoli, da bimbi, con qualche responsabilità in più da uomini fatti. E da donne, a mio avviso coloro che saranno  le vere portatrici del rinnovamento futuro che verrà, in senso ecologista e verde, in mancanza del quale l’intera specie umana rischierà di lasciare il pianeta alla sovranità di sequoie e scarafaggi. Una di queste che vi dicevo è oggi qui a Milano, alla Libreria delle donne , per spiegare donde venga quest’idea di usare la lana della pecora sarda per coibentare ( leggi isolare) abitazioni e ambienti in modo più “naturale” possibile. E vi assicuro che Daniela Ducato , da Guspini, Medio Campidano profondo, conosce l’arte di affascinare le platee. Dirò di più, quando anche le  sonnacchiose amministrazioni dei nostri paesi di Sardegna matureranno la convinzione dell’utilità di uno “sponsor”, che in continente si faccia carico di far conoscere le loro innumerevoli bellezze, per Guspini  l’incarico di Ambasciatrice è per Daniela, senza possibilità di alternative.  Lei nasce in Cagliari per la verità, una nonna che viene addirittura dalla Russia, ma, come candidamente ammette ancora oggi: si è innamorata di un guspinese, tale Oscar Ruggeri, e da allora ha sempre guardato al paese del marito con gli occhi dell’amante, mentre lui continuava a farlo con gli occhi di figlio. Da qui a considerarlo meraviglioso, il paese, è stato tutt’uno. Corre dire che erano tempi quelli in cui Guspini si era fatta una fama, ahimè non  del tutto usurpata,  nella triste”roulette russa” dello spaccio e consumo di droga. Io stesso ricordo di aver provato un qualche imbarazzo nel dichiarare pubblicamente il mio paese di nascita. Ma ai milanesi presenti  il paese, che ha Montevecchio a parco naturale coi cervi in libertà, viene descritto con le storie dei pastori che vennero a lavorare in miniera portandosi dietro le greggi. Un paese con il più alto numero di apicultori maschi, che curano le arnie per pura passione. Un paese di trecento ( spero di aver preso appunti  adeguati) allevatori di farfalle! Veri “produttori  di paesaggio”, cultori della necessità della biodiversità e dell’impollinazione. Un paese che fin dal ’97 si è inventato una “Banca del tempo” che man mano è andata maturando progetti che hanno vinto prestigiosi premi da parte del Ministero dell’Ambiente (“Le città invisibili di Guspini”), e dell’associazione internazionale “Newurbanist” (“I suoni e i sogni della città bambina”). Una banca del tempo maturata sul piano simbolico, strumento di trasformazione del paesaggio urbano, inteso come continuazione di noi (è Daniela che parla), quindi giardini di sentimenti, con pinacoteche a cielo aperto, dove  poter scrivere le nostre storie. Le storie della gente comune, che prima si riconosceva facente parte di un vicinato allargato, che usava scambiarsi  spontaneamente favori e solidarietà, consci di un comune destino come abitanti di un luogo compartecipato. Da qui l’uso de “s’aggidu torrau”, del favore che viene corrisposto. Scorre un video in cui questi 22 giardini dei sentimenti hanno via via sostituito altrettante aree degradate del paese, in cui una banda di bambini dai sette ai dieci anni si presenta in Comune per rivendicare il diritto di “giocare nella strada”( e l’otterranno); in cui il vecchio (Tarcisio Agus) e il nuovo sindaco (Francesco Marras) sembrano quasi spauriti da tanta intraprendenza che sgorga dal basso, dalla tanto conclamata società civile che finalmente dà prova della sua esistenza. E subito dal pubblico in sala salgono le domande su quanti abitanti faccia questo paese delle fate, e se i giardini siano ancora in fiore, e se le amministrazioni non si siano stufate di questi “banchieri del cavolo” con le loro assurde richieste. Che mettono persino in crisi il traffico urbano, feticcio sacro di ogni amministrazione di qualsiasi tinta di colore ammantata. E a Daniela tocca dire che qualche cosa è cambiata, che alcuni alberi sono stati abbattuti in maniera improvvida ma che altri spazi si sono aperti nel frattempo: un giardino in centro con annesso agrumeto. Aprendo quindi con esso ulteriori spazi interiori, spazi di accoglienza, di affetto, come nel “cortile dei gatti”. Che dà ai bimbi la sensazione di abitare in una accoglienza continua. E’ in questo clima che la lana di pecora ha fatto la sua comparsa, dapprima come problema insolubile di un materiale destinato a essere  portato in discarica come “rifiuto speciale”, poi, nella dimensione ludica che permeava la banca, riconosciuto finalmente per le sue qualità intrinseche:  eccellente isolante termico, regolatore  igrometrico dell’ambiente, traspirante, alto potere ignifugo ( non brucia facilmente), inattaccabile dalle muffe. Oscar Ruggeri già lavorava nell’edilizia , distribuiva ai negozi materiali coibenti riempiti di plastica (leggi petrolio). Da qui l’idea di sostituire i prodotti di derivati dai polimeri petroliferi con la lana di pecora. Era nata l’”Edilana”. Che  a Bitti si procura la materia prima e la tratta con macchinari autoprodotti e adattati. Capace di rifiutare finanziamenti regionali cospicui (1.200.000 euro) per non dover pagare una consulenza non richiesta a non ben definiti “architetti”. Per saperi che loro non possedevano. La lana di Bitti è grossa, dura, ha un’alta resilienza ( si comprime molto ma si riapre subito), quindi è facilmente trasportabile dai camion che arrivano carichi in Sardegna e non tornano più vuoti in continente. Anche gli austriaci usano questa tecnica ma con lana merinos, di una pecora che non produce latte. La pecora sarda è “primitiva”, col capezzolo allungato, facile da mungere con le macchine, si adatta bene al territorio, consuma poca acqua. La sua lana contiene molta lanolina, una proteina idrorepellente, neanche i topi ce la fanno contro di essa, non la mangiano che ne vengono soffocati a morte. Anche “Edilana” colleziona premi (Premio all’innovazione amica dell’ambiente 2008), i suoi prodotti sono alla Triennale e al MADE expo Architettura Design Edilizia, pare che avrà un ruolo importante anche nell’Expo milanese del 2015. Finisce che tutti i presenti vogliono toccarla con mano questa lana che è, dice Daniela Ducato, un prodotto che ha una sua identità, una sua storia, una sua poesia. E val la pena di coltivare giardini dentro le lane, tinte con eccedenze agricole: carciofi, cavoli. Come torno a Guspini, vado a depositare alla banca del tempo quel poco talento che ho di scrivere storie, in cambio chiedo un maglione, di lana di pecora sarda, tinta con vinacce di Cannonau.

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