I DISASTRI PROVOCATI DALL'UOMO: ALLARMI IN SARDEGNA DA JERZU ALLA SELLA DEL DIAVOLO E PORTO TORRES

Suggestiva panoramica dalla Sella del Diavolo nel sud della Sardegna
Suggestiva panoramica dalla Sella del Diavolo nel sud della Sardegna

ricerca redazionale

Quel pezzo di collina calabrese venuto giù come il burro su una piastra rovente può essere assunto a simbolo di un Bel Paese che scivola sempre di più verso il degrado. Franano le case, le strade diventano voragini e ora interi poderi con filari di ulivi secolari si frantumano e rotolano giù. Colpa delle piogge, certamente, e dell’acqua che impregna il terreno sabbioso, raggiunge uno strato di argilla impermeabile e poi scivola a valle assieme a tutto ciò sta sopra. La Natura fa la sua parte, ma l’uomo, che preferisce ignorare i segnali premonitori e si ostina a intervenire maldestramente sul territorio, ci mette del suo. «Quarant’anni fa, quando mettevo in guardia dall’uso dissennato del suolo, ero accolto da sorrisetti di scherno. Dei politici e dei colleghi. Ora non è più così, ma il fatto che tutti si rendono conto del degrado che ci circonda non mi rallegra ». Docente di Geopedologia a Cagliari e a Venezia, autore di numerosi studi sul “consumo” del territorio, Angelo Aru non si stupisce di ciò che sta accadendo in Calabria e in Sicilia. Ma, rassicura, fenomeni come quelli verificatisi a Maierano, non sono ripetibili in Sardegna dove diversa è la tipologia dei suoli. «Non per questo – prosegue – dobbiamo sentirci al sicuro da questo genere di eventi in quanto, anche in tema di frane, l’Isola ha le sue gatte da pelare». Come nelle colline vicino a Jerzu, dove stanno venendo giù vigneti impiantati nei declivi più ripidi. Tutti sono ormai consapevoli dei disastri provocati dal disboscamento, dagli incendi e dal pascolo eccessivo, ma ci si dimentica dei guasti provocati interventi di miglioramento fondiario eseguiti in maniera irrazionale. Spesso, frane e smottamenti arrivano dopo arature e terrazzamenti che sarebbe stato meglio evitare. «Si continua a ragionare per medie – insiste Angelo Aru – e si fanno progetti che hanno pesante impatto sul territorio basandosi sul fatto che, nell’arco di un anno, cade quella certa quantità di pioggia. Ma in Sardegna piove con un regime torrentizio e le nuvole, assai spesso, rilasciano una grande quantità d’acqua in un arco di tempo molto breve. Questo fenomeno provoca le alluvioni ma ha conseguenze anche sottoterra, dove l’acqua impregna oltre misura i terreni e, in certe condizioni, li fa franare a valle». Si sgretolano le falesie sabbiose sotto l’incalzare delle mareggiate (accade nella costa di Porto Torres ma anche nel litorale di Gonnesa e nella Sella del Diavolo a Cagliari). Crollano i Tacchi, le montagne colonnari tra Desulo e Arzana, ma anche le creste calcaree di Masua. E, in fatto di massi che precipitano a valle, l’elenco degli accadimenti è chilometrico, con strade statali (compresa la Carlo Felice) e ferrovie spesso interrotte. Come di recente è accaduto, con luttuose conseguenze, a poca distanza da Sassari. Il Progetto Iffi (Inventario dei fenomeni franosi in Italia) elenca in Sardegna 1523 frane che hanno interessato una superficie totale di 187 chilometri quadrati. C’è un elemento che suscita non poche perplessità: il 52 per cento degli eventi registrati si è verificato in aree non classificate dal Pai (il Piano di assetto idrogeologico) a rischio di frana. Un’ultima attenzione meritano le aree minerarie. Qui, l’intervento dell’uomo sul territorio ha lasciato ferite profonde ed eredità difficilmente gestibili. Come le discariche a cielo aperto. I suggestivi Fanghi Rossi di Monteponi, ad Iglesias, sono un concentrato di veleni accumulato in decenni di attività estrattiva: una montagna di scorie della produzione di zinco che incombe sull’abitato di Bindua, un chilometro a valle. Così i fanghi accumulati in bocca di miniera a Ingurtosu e Naracauli che ancora oggi riversano i loro veleni nella costa di Arbus. Come è accaduto per le miniere a monte di Fluminimaggiore e nella vallata di Oridda, a Domusnovas, dove numerose discariche sono collassate inquinando la valle del Cixerri. Esattamente come accadde nel 1936, quando franarono due bacini di decantazione a Montevecchio e i liquami velenosissimi desertificarono la piana che da Guspini porta al mare.

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