Beniamino Placido e la "casalinga di Voghera" nel lavoro di ricerca del nostro Paolo Pulina

di Paolo Pulina (nella foto, Beniamino Placido)

Sto dando seguito, come docente dell’Unitré di Pavia, alla seconda parte di un corso che presenta  i film che hanno una ambientazione a Pavia e in provincia. Ho cominciato, qualche mese fa, questa seconda serie con la proiezione  di "Paura e amore" (1988, regia di Margarethe von Trotta,  con Valeria Golino, Fanny Ardant e Greta Scacchi). Gli spettatori si sono appassionati alle vicende delle tre sorelle, si sono divertiti a riconoscere sia i luoghi di Pavia che fanno da sfondo all’intreccio filmico sia alcuni attori non professionisti: non molti conoscevano Giovanni Grazzini (1925-2001), compianto critico cinematografico del "Corriere della Sera", numerosi invece quelli che sapevano il nome reale (perché lo avevano visto diverse volte in Tv) dell’ interprete del signor "Savagnoni" che, durante la festa dei 18 anni della più giovane delle sorelle (in una casa non necessariamente di Pavia), saluta tutti con dei "buonaaaassseraaa" falsamente riverenti: Beniamino Placido, critico letterario e televisivo e fine osservatore dei fatti di costume per "La Repubblica". Aggiunsi, nell’occasione,  che da mesi  non  avevo più visto suoi articoli: se la sua firma non compariva più, era perché Placido aveva impedimenti di salute. La curiosità dei miei ascoltatori aumentò quando accennai al fatto che  l’espressione "la casalinga di Voghera" è stata inventata da lui. Antonio Troiano sul "Corriere" del 9 dicembre 1993 ha dato notizia che l’espressione era stata registrata nel "Dizionario dei termini giuridici" di Germano Palmieri: «Voghera, cittadina del Pavese di quarantamila abitanti, detiene un record che nelle guide storico-turistiche non viene mai messo in evidenza. Lì abita la casalinga più famosa d’ Italia. Nessuno ne conosce il nome, sa quanti anni abbia, come sia fatta. Ma nelle redazioni dei giornali viene citata spesso. Nel 1986,  Beniamino Placido, a proposito di un servizio del Tg1 sulla mafia, "in cui si usava un insopportabile ‘politichese’ del tutto incomprensibile" tirò in ballo la "casalinga di Voghera". In realtà questo personaggio, come precisò lo stesso Placido "deve molto a certi articoli che attorno agli anni ’50 lo scrittore vogherese Alberto Arbasino scriveva su "Il Mondo" citando l’ impareggiabile saggezza delle sue zie"». Ecco la definizione di Palmieri: "Questa figura ideale viene da alcuni identificata in una persona il cui grado di attenzione ai fatti economici e politici del Paese è piuttosto basso. Il riferimento alle donne di casa di Voghera è del tutto casuale". Vittorio Emiliani in "Giacobini e vitelloni. Voghera-Milano fra dopoguerra e ‘boom’" (2009) dà due indicazioni bibliografiche essenziali: "La storia dell’invenzione della figura della casalinga di Voghera è riportata nell’articolo ‘Beniamino Placido. Quella donna inventata io l’ho…’, dal settimanale ‘Venerdì di Repubblica’, 6 dicembre 1996, p. 84. Ma l’intera vicenda è riassunta nel godibile volumetto di Lorenzo Nosvelli ‘Dicesi Casalinga di Voghera’ (CEO, 2008)". Grazie ad Alberto Arbasino ma anche a Beniamino Placido Voghera e la sua casalinga hanno un posto ormai fisso nella pubblicistica  relativa all’analisi del costume. Paride Leporace, nel commemorare sul "Quotidiano della Basilicata", questo "lucano ironico, uno dei figli migliori di questa regione" non può non riferirsi all’origine di un’espressione ormai diventata luogo comune: "Placido è stato anche un grande critico televisivo. Attento a coniugare l’alto con il basso. Non è un caso che si contenda con Arbasino il copyright su chi ha inventato il celeberrimo topos della ‘Casalinga di Voghera’ ".

P.S. In una edizione del Salone del libro di Torino  avevo visto avvicinarsi allo stand in cui mi trovavo proprio Beniamino Placido e probabilmente  avrei trovato il coraggio di  omaggiarlo per la sua scrittura acuta e arguta (avevo recensito "La riscoperta dell’America" – con saggi suoi, di Umberto Eco e Gian Paolo Ceserani – sulla "Provincia Pavese" nel 1984). Improvvisamente si materializzò davanti a Placido Oreste del Buono e  i due critici si abbracciarono con evidente commozione (non sono sicuro ma mi pare di ricordare che qualche polemica li avesse divisi poco tempo prima). Dopo un po’  le due "colonne giganti" (a dispetto della loro non eccelsa altezza fisica) del dibattito culturale nell’Italia del secondo Novecento si allontanarono insieme, manifestamente euforici per l’inaspettato incontro. A me, lettore e ammiratore degli scritti di entrambi, bastò e basta il privilegio di essere stato testimone del "ritrovarsi" di due grandi protagonisti del giornalismo culturale. E di poterlo raccontare ora che entrambi non ci sono più.

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