"Noi donne, la vera forza dei migranti". Convegno del "Maria Carta" di Bergamo

di Carmen Tancredi

 

Lei, sarda, da 50 anni in Belgio, si chiama Anna Maria Sechi: dice che non dimenticherà mai quando, insieme a sua madre, le presero le impronte digitali, come se fosse un criminale. "Questa fu la prima di una serie infinite di ferite. Come quando partorii la mia prima figlia, morta per mancata assistenza dell’ostetrica, che mi liquidò con un… voi italiane sapete solo urlare. A causa delle tue urla hai soffocato tua figlia" – continua -. "Ricordo le nostre case, assegnate dalle società minerarie ai migranti italiani: in vicoli ciechi, senz’acqua potabile, senza bagni. Ma siamo state noi donne, pilastro delle famiglie dei migranti, a fare la differenza: chi, tra i nostri uomini superava i primi anni di lavoro in miniera obbligatori per conservare il permesso di soggiorno, veniva sostenuto dalle mogli nella ricerca di un nuovo posto di lavoro, qualcosa di meno aberrante. L’Italia non dimentichi le sofferenze passate dai suoi migranti, trattando come tratta gli stranieri". Da Anna a tante altre storie di donne, italiane e straniere, perché si sappia che la grande storia è soprattutto opera di donne silenziose e dalle quali mai si parla: questo l’obiettivo, centrato, dell’incontro "DonnEmigranti" organizzato alla Casa del Giovane a Bergamo dal circolo culturale sardo "Maria Carta" e sostenuto dall’Ente Bergamaschi nel Mondo.  "L’integrazione si fa ricordando sempre le proprie radici e mantenendo anche altrove, la memoria delle proprie tradizioni – ha sottolineato il direttore dell’Ente, Massimo Faretti -. Dalla lingua ai dialetti: molti italiani nel mondo hanno conosciuto altre regioni d’Italia mai viste proprio attraverso le tradizioni conservate da altri emigranti. Anche questo è multiculturalità". Avviene tra regioni d’Italia e all’estero e tra Paesi del mondo rappresentati in Italia, a Bergamo. "Sono Naoual, sono musulmana e sono una studentessa universitaria", è questo che risponde Naoual Razik, quando le si chiede se si sente più italiana o marocchina. Naoual, 23 anni, arrivata in Italia all’età di 12 anni con la madre e i fratelli per ricongiungersi al padre, si sente perennemente in bilico, alla ricerca della propria identità. Condizione che la accomuna a molti altri giovani, le seconde generazioni. "Ho dovuto impormi per essere accettata dai compagni nello studio ho trovato l’arma per il mio riscatto. Ma l’Italia, Bergamo, ignora la imponente realtà del mondo dei figli dei migranti". Anche per una keniota come Sarah Nkarichia, 43 anni, giunta 19 anni fa a Bergamo è stato lo studio la chiave maestra per l’integrazione: "Dovevo solo fare tappa qui da amici e andare in America a studiare, invece sono rimasta. Non è stato facile: il cielo plumbeo, la diffidenza, le difficoltà della lingua. Ma ho fatto bene a restare: ora mi laureo in Scienze dell’Educazione, con una tesi sull’immigrazione keniota in Lombardia. Il dialogo è importante per scacciare la paura del diverso: siamo tutte persone. E le donne sanno dialogare". Ma dire donna è dire soprattutto amore: c’è chi è emigrata per seguire il suo uomo. Per esempio Emilia Stoica e Amanda Estrada, rispettivamente romena e colombiana. Emilia, laureata in ingegneria meccanica, ha conosciuto Giuseppe nel 1993. Non avrebbe mai immaginato di poter lasciare il suo Paese, anzi, guardava con perplessità tutte quelle persone che emigravano. Invece, dal 1995 si è sposata e si è trasferita in Italia. "E ho studiato questo nuovo Paese, e i bergamaschi. Ma non ho dimenticato le mie origini: aiuto i romeni a integrarsi". Amanda Estrada, che oggi è presidente di un’associazione colombiana a Bergamo, ha seguito qui l’innamorato: "Ho capito che per farmi accettare qui, dovevo conoscere le vostre tradizioni, anche culinarie. Ho imparato le vostre ricette da mia suocera, a lei proponevo le nostre. Tutto è stato più facile". Invece Ampy Delos Reyes, che è filippina, mediatrice culturale, gestisce insieme al marito un bar tabacchi a Bergamo, è venuta in Italia per curiosità: "Da cattolica, volevo visitare San Pietro: su consiglio di un’amica sono arrivata a fare la domestica a Roma. Poi ho fatto tanti viaggi: in Germania ho conosciuto il futuro marito, bergamasco e sono venuta qui. E’ vero: siamo noi donne la spina dorsale delle migrazioni, ci adattiamo a luoghi e usanze nuovi". Anche Satoko Nagashima, giapponese, è arrivata per motivi religiosi: voleva approfondire la sua conoscenza della cultura cristiana. Nel 1981 è partita come missionaria laica con la Federazione Famiglia Pace nel mondo. Nata come buddista, il suo avvicinamento e la conversione al Cristianesimo è avvenuta anche grazie al marito, conosciuto in Germania: "Così, da migrante, donna e soprattutto cristiana, io ho avuto una rinascita". Ma lasciare la propria casa spesso è fuggire dalla paura, a seguito dei propri parenti: lo ricorda Candelaria Romero, attrice, che si dice migrante nel dna; la sua famiglia, originaria dell’Argentina, è emigrata in Bolivia a seguito della dittatura e, da lì, è fuggita nuovamente a causa della nascente dittatura nel 1979, rifugiandosi in Svezia. Figlia di artisti – i genitori sono entrambi poeti – Candelaria si è diplomata alla Scuola d’Arte di Stoccolma. Ha iniziato a peregrinare tra Spagna, Inghilterra e Danimarca finchè nel 1992, si è iscritta a un corso di teatro-danza a Bergamo. "Sono le donne, la forza che dà il cibo ai più piccoli, a saper resistere nelle realtà complesse delle migrazioni". Che sono difficili anche senza varcare frontiere, all’interno di uno stesso Paese. Lo ha evidenziato Federica Sposi, 34 anni: da Roma, si è trasferita a Torino. Fresca di laurea il Lettere antiche, supera un colloquio per entrare in una ditta che fornisce servizi ai Tribunali penali. Il posto a Roma non c’era, le viene proposto Torino: "Tra nord e sud ci sono differenze, diversi stili di vita, di pensiero. Grazie al coraggio, ce l’ho fatta". Come ogni donna, a ogni latitudine.

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