Tottus in Pari, 262: Sa Oghe

Il suo bel viso, la fierezza e insieme la grazia del suo portamento, più che un simbolo, sono una personificazione di quella Sardegna intangibile e indomita che ho sempre amato. Quando la sua voce calda e potente si alza e riempie lo spazio, si aprono infiniti orizzonti che scendono nella storia. Dopo aver conosciuto Maria Carta, ancora una volta affermo che i solo grandi uomini della Sardegna sono state le nostre donne. Giuseppe Dessì

Straordinario convegno e concerto per Maria Carta a 15 anni dalla sua scomparsa organizzati dal circolo AMIS di Cinisello Balsamo. Presso il salone della prestigiosa Villa Ghirlanda, si è svolto l’incontro coadiuvato dal giornalista televisivo e membro della "Fondazione Maria Carta" Giacomo Serreli, a cui han preso parte oltre alla Presidente del circolo sardo Carla Cividini, il sindaco di Cinisello Balsamo Daniela Gasparini, l’assessore alla cultura Luciano Fasano, l’ex parlamentare europea per la Sardegna Maddalena Calia, il Presidente della FASI Tonino Mulas e Gavino Maieli, Presidente del circolo sardo di Bergamo proprio intitolato alla cantante di Siligo. La giornata di Cinisello Balsamo, introdotta musicalmente dalle meravigliose launeddas di Andrea Pisu, è stato un viaggio nei 25 anni della carriera della cantante, sfiorando i diversificati aspetti della musica tradizionale sarda. Dopo i saluti convenevoli di Carla Cividini, è toccato agli esponenti dell’amministrazione comunale di Cinisello Balsamo Daniela Gasparini e Luciano Fasano, rendere omaggio non solo alla cantante logudorese ma a tutta la comunità sarda molto attiva e presente nel territorio. Maria Carta si è resa portabandiera con la passione e l’ardire di un’isola al di fuori delle proprie frontiere con le sue ninne nanne, i gosos e i canti gregoriani. Tanti gli aspetti oggettivi rimarcati nel convegno: la caparbietà, il ruolo di donna forte, la capacità di portare con successo la musica folk sarda in manifestazioni popolari a livello nazionale. E’ stata interprete estremamente sensibile e la sua figura da sempre, nell’immaginario collettivo, rappresenta la bellezza mediterranea della grande madre che sapeva raccogliere e trasmettere emozioni. Per tanto tempo rappresentante della Sardegna in giro per il mondo grazie al suo minuzioso lavoro di ricerca sul canto tradizionale sardo, Maria ha creato un percorso musicale contraddistinto da tanti brani che hanno fatto la storia nell’isola. Un amore vero e fecondo quello con la Sardegna e soprattutto con gli emigrati che vivono in giro per il mondo, come ha sottolinea Tonino Mulas. In Maria Carta si sintetizzano due momenti particolari: il canto di "memoria", cioè l’autentica tradizione vissuta in prima persona, e l’interpretazione mediata dall’acuta sensibilità dell’artista attraverso una voce profonda, dal timbro di contralto, prevalentemente drammatica, carica di vibrazioni e di elementi espressivi. Caratteristiche che si trovano nella consistente produzione discografica dell’artista: 10 dischi all’attivo. E sul vinile è possibile avere una panoramica completa delle varie espressioni canore, dai canti tradizionali a quelli religiosi. La sua poliedricità è stata espressa con tale energia e carica emotiva non solo attraverso la sua voce, ma anche attraverso il cinema, affascinando con l’interpretazione registi del calibro di Franco Zeffirelli, Francesco Rosi, Giuseppe Tornatore e Francis Ford Coppola, il teatro dove ha debuttato nella "Medea" accanto a Valeria Moriconi e la poesia. Per quest’ultimo aspetto va menzionata la raccolta di versi dedicati ad un mondo povero e all’umanità che si consuma senza speranza. Negli ultimi anni della sua vita Maria Carta è stata molto legata all’Università di Bologna dove ha svolto un ciclo di lezioni e dove ha seguito studenti che preparavano tesi di laurea aventi per oggetto tematiche a lei consuete, fornendo loro preziose indicazioni derivanti dalla sua esperienza personale, umana e di studio. Maria Carta ha tenuto il suo ultimo concerto a Tolosa (Francia) il 30 giugno 1993; malata da tempo di un tumore cerebrale, è morta nella sua casa di Roma a 60 anni, il 22 settembre 1994. Il convegno in Villa Ghirlanda si è concluso con un commovente video offerto dall’archivio dell’emittente cagliaritana "Videolina" rappresentata proprio da Giacomo Serreli, in cui vari spezzoni televisivi hanno offerto un quadro completo e coinvolgente sulla figura immensa di Maria Carta. Epilogo con il piacevole pomeriggio musicale presso Piazza Gramsci in pieno centro cittadino che ha richiamato migliaia di persone. Variegato mosaico di propensioni musicali hanno allietato sardi e non per ascoltare le launeddas del giovane Andrea Pisu di Villaputzu, la chitarra jazz di Francesco Saiu di Villacidro, la chitarra e la voce blues dell’osilese Francesco Piu. Ha terminato la band della cagliaritana Simona Salis che ha presentato diversi brani del suo ultimo cd "Janas e Dimonius".

Massimiliano Perlato

 

IL RICORDO DI MARIA CARTA DEL PRESIDENTE EMERITO DELLA F.A.S.I.

NEL CUORE I SARDI EMIGRATI

L’ho conosciuta all’inizio degli anni 80, era nel pieno della sua popolarità, delle sue energie, della sua bellezza. Una bellezza solare e profondamente mediterranea, una donna sarda con un viso di una dolcezza e una forza incredibili. Quel viso aveva la capacità di rappresentare l’anima stessa di tutte le nostre donne, i loro sogni, le loro speranze. L’ho conosciuta a Pavia in occasione di un suo affollatissimo concerto al Teatro Fraschini. Alla fine dello spettacolo, con grande fatica per la folla che la circondava, sono riuscito ad avvicinarmi al suo camerino, e in qualità di Presidente del Circolo "Logudoro" di Pavia, le ho portato i saluti dei nostri iscritti. Un incontro abbastanza formale perciò, ma essendo Maria Carta originaria di Siligo, il fatto che il nostro circolo si chiamasse proprio Logudoro le avrebbe certamente fatto piacere. Mi ha preso sottobraccio e siamo andati ad accomodarci in un angolo tranquillo. Voleva sapere tutto sulle nostre attività: cosa si organizzava, quali erano
i rapporti con la cittadinanza e quanti erano i soci. Si vedeva che l’entusiasmo che mettevo nel racconto della nascita del circolo la colpiva, e mi accorgevo che era molto interessata per le cose che volevo fare per aumentare la conoscenza della Sardegna in questa città. "Quando ricevo un invito da un circolo sardo" mi disse in quell’occasione, "vado sempre con piacere. Ogni volta mi stupisco per le cose che riuscite a fare, per le tante attività culturali, per i dibattiti che organizzate e per la voglia che avete di stare insieme". Mentre l’ascoltavo, mi accorgevo che diceva queste cose non certo per semplice cortesia, sapevo che poteva limitarsi alla richiesta di qualche informazione e alle solite frasi di circostanza. Ma a lei, in qualche modo, i circoli interessavano sul serio e cercava di capire come mai i sardi dopo un po’ che stanno in un posto sentono l’esigenza di farne nascere qualcuno. Perché i sardi hanno una dannata voglia di ritrovarsi e ragioni profonde che li spingono a farlo. Sennò perché, nonostante l’emigrazione, sentono così forte l’esigenza di non separarsi mai del tutto dalla vita della Sardegna o del proprio paese? Anch’io me lo son chiesto. E ancora oggi se cerco di spiegarmelo, nonostante l’età mi accorgo di non averlo ben chiaro in testa. E poi voglio parlare di Maria Carta, questa cantante che per me ha rappresentato qualcosa di speciale. La sua voce ha sicuramente saputo farmi conoscere qualcosa di più sull’anima profonda del mio popolo. Quello stesso "qualcosa" che tutti noi sappiamo di avere in termini di valori, ma che non siamo mai riusciti a tirar fuori, a spiegare. Maria Carta con la sua voce, con la sua figura, con la profondità dei suoi sguardi, è riuscita ad aprire uno squarcio nel muro che ci ha obbligato per tanto tempo a non vederci. Ha dato il giusto valore alle poesie nella nostra lingua e ai suoi poeti. In quel primo incontro le ho parlato delle nostre attività di circoli, dello sforzo che andavamo facendo per favorire la conoscenza delle nostre bellezze anche in termini turistici. "Ho sempre pensato che i circoli sono delle nostre piccole ambasciate" mi diceva sorridendo e convinta Maria Carta. E non fingeva. Quegli occhi non erano quelli della solita cantante tormentata dalla ricerca del successo, comunicava qualcosa di più profondo: una partecipazione umana ai problemi della vita dei sardi profondamente sentita. "Penso che i circoli dovrebbero avere un ruolo diverso per la Sardegna. Certo, senza perdere la loro identità di luoghi d’incontro, ma le nostre autorità in Sardegna dovrebbero vedere la loro funzione con occhi diversi, scommettendo sulle loro capacità di conoscenza del territorio dove abitano. Voi, molto prima di me avete fatto conoscere la nostra cultura in tutto il mondo. Le vostre esperienze rappresentano un patrimonio di conoscenza poco esplorato" diceva pensosa, "e mi dispiace che il vostro ruolo non venga valorizzato nel migliore dei modi. I vantaggi che potreste dare alla Sardegna sarebbero davvero tanti". Erano parole che mi stupivano, dette da lei in quel primo incontro. Mi stupivano perché comunicavano una conoscenza dei dibattiti dentro ai circoli che andava ben oltre la semplice cortesia. Erano, cioè, pensieri di una persona che la realtà la sapeva vedere per quello che era, con raziocinio e serietà. Di una persona che sapeva quanto i problemi della Sardegna dal dopoguerra in poi sono aumentati enormemente, in maniera tumultuosa e disordinata, e a cui nessuno sembrava davvero fare caso. Data la mia età, ho avuto modo di conoscere le crisi morali e culturali che hanno attraversato la mia terra fra gli anni 50 e 60: l’assalto della modernità ai nostri paesi che senza mediazioni abbacinava con i suoi lustrini la mia giovane generazione, aggredendone i valori più profondi. L’impatto disordinato alla diligenza sarda, alla sua anima, era incessante e prendeva le forme più strane. Vedevo in quegli anni i giovani del mio paese giocare a fare i continentali, ad atteggiarsi a persone "civili", come se noi una "civiltà" non l’avessimo: era sconsolante in quei tempi sentire certi discorsi, quella voglia di liberarsi di tutto il nostro passato. Certo, non siamo noi, emigranti di quella generazione, a non sapere quanto la nostra terra sia stata avara nei nostri confronti. Emigrare è sempre una sconfitta: vuol dire che dove sei nato sei in più e se vuoi quel minimo di dignità che ti spetta come essere umano, la devi cercare fuori, devi partire. Ognuno di noi sa quanto simili passaggi sono costati a livello esistenziale: quali sono state le angosce ma anche le ricchezze che ha provocato il distacco dalla propria famiglia, dal paese. Dagli affetti sicuri. Emigrare è un fatto dalle conseguenze non sempre prevedibili. Ma io credo che della nostra vita non dobbiamo negare nulla, compresi gli sbagli. Solo che ritengo che bisogna sempre tener presente il rispetto per quel che siamo, del luogo da dove veniamo, dei nostri valori. Quei valori che ci accompagnano nella nostra voglia di fare e che ci aiutano sempre nella realizzazione dei nostri sogni. E noi sardi non siamo diversi dagli altri, siamo uomini fra gli uomini. Per questo ritengo che la nostra cultura sia una cosa importante: un tassello, un granello di sabbia nell’universo, un mattone, una scaglia di granito dove da millenni si attacca il muschio dei nostri pensieri. Maria Carta, con il suo modo di fare, con la sua semplicità, in qualche modo sapeva rappresentare una parte dei miei ragionamenti sul significato dell’esistenza. "Siete voi" mi ha detto, "con i vostri circoli, che per tutti questi anni avete coltivato le espressioni più profonde della nostra cultura, invitando i nostri poeti sardi per le gare, i nostri cantanti, i gruppi di canto a tenores. Più di altri avete contribuito a tenere in vita la nostra cultura di popolo chiamando nei vostri circoli tanti gruppi di tradizione che operano anche nei paesi più sperduti". Ed  era vero. Perché, forse per rivedersi con i compaesani o per orgoglio di campanile, nei nostri circoli le serate dei gruppi che venivano dalla Sardegna sono sempre state molte. Mi sono sentito molto legato a Maria Carta e ha lei mi ha unito un certo modo di sentire i problemi, una certa idea del ruolo dei circoli degli emigrati. Ed è anche la ragione per la quale, negli anni 80 e 90, cioè il periodo in cui ho ricoperto la carica di Presidente della F.A.S.I. ho continuato ad organizzare degli incontri con Maria Carta. In molti, per esempio, ricordano ancora uno spettacolo con il "Duo Puggioni". Ma molti altri e numerosi sono stati gli appuntamenti. Poi è venuto il periodo della sua malattia. La notizia che Maria stava male si è sparsa nel mondo dei circoli sardi in un baleno, e molti di noi ne sono rimasti sinceramente colpiti. Ma lei ha cercato di non pensarci, continuando tranquilla i suoi spettacoli. Ricordo il nostro incontro nel 1993, per le manifestazioni del circolo "Nuova Sardegna" di Peschiera Borromeo: 10 giorni d’incontri con un cartello di manifestazioni ricchissimo di appuntamenti, non solo canti e balli, ma proposte per viaggi, dibattiti e mostre d’arte sarda. Era sofferente e i segni della malattia erano evidenti. Si era in luglio e verso sera Maria aveva lo spettacolo. L’accompagnai in teatro. "Stammi vicino, e se vedi che sto male reggimi" mi mormorò prima di cominciare. Ho sofferto con lei in quelle ore, ma lo spettacolo andò bene e il pubblico, mi ricordo, rimase affascinato dalla forza del canto di quella donna. Molti non riuscirono a trattenere le lacrime. Lo spettacolo più emozionante l’ho vissuto con lei il giorno dopo. Il circolo aveva voluto che si celebrasse una messa cantata in sardo nella chiesa di Peschiera. Maria Carta vi avrebbe partecipato insieme al Duo Pu
ggioni, al suonatore di launeddas Luigi Lai e al coro del circolo. Dentro e fuori della chiesa si assieparono migliaia di persone. La partecipazione della gente fu altissima. Molti sardi poi, sapevano della malattia di Maria, delle sue condizioni di salute e volevano starle vicino, nel tentativo quasi di proteggerla dal suo male devastante. Alla fine della messa, per Maria Carta fu un trionfo. La cattedrale di Peschiera Borromeo fu attraversata da un tenero, lunghissimo applauso, per una donna, per la forza del suo canto. Lei ringraziò sorridente: "Mi avete regalato con il vostro affetto un altro anno di vita". Un anno dopo Maria Carta ci ha lasciato per sempre.

Filippo Soggiu

LE TANTE QUESTIONI BUROCRATICHE STANNO AFFOSSANDO IL MONDO MIGRATORIO SARDO

IL "SILENZIO" DELLA SARDEGNA CANCELLA LA VOGLIA DI FARE

Problematiche e complicazioni burocratiche in vista per il mondo migratorio sardo. Questi sono gli orizzonti oscuri per i circoli dei sardi degli emigrati, che va ampiamente ricordato, sono veicoli di promozione sociale prettamente basati sul volontariato. Di differente avviso è l’Agenzia delle Entrate dello Stato, che nel tentativo di monitorare il mondo associativo italiano, manda un tutt’altro che semplice e soprattutto chiaro, questionario da compilare con i dati  rilevanti ai fini fiscali per far fronte all’articolo 30 del decreto anticrisi del 2008. E’ quanto è emerso alla riunione dei circoli sardi della Lombardia che si è tenuta presso l’AMIS di Cinisello Balsamo a cui ha preso parte il coordinatore Antonello Argiolas, il presidente della FASI Tonino Mulas, il presidente emerito della FASI Filippo Soggiu e i rappresentanti dei 20 sodalizi presenti sul territorio. Lo scorso 2 settembre è stato approvato e pubblicato, dopo mesi di attesa e rinvii, il modello che dovrà essere compilato ed inviato in via telematica all’Agenzia delle Entrate da parte di tutti i circoli. Il termine previsto per la presentazione sarà prorogato molto probabilmente al 31 dicembre 2009. La presentazione del modello, sottolinea Mulas, è obbligatoria. Bisogna che ogni associazione cominci a preparare la documentazione. Questo che nonostante tutto, diversi punti del documento non siano chiari nemmeno agli esperti del settore. I materiali necessari per la compilazione sono il rendiconto economico finanziario degli ultimi tre esercizi, il rogito di proprietà della sede da parte del circolo, ovvero contratto di affitto o comodato d’uso. Ovviamente con l’indicazione di dati di registrazione dei singoli atti. I dati di tutti i componenti del consiglio direttivo, la copia registrata dell’atto costitutivo e dello statuto da cui siano leggibili i dati di registrazione. Non è finita qui: è necessario spedire a Roma anche la copia del certificato di attribuzione del codice fiscale e delle eventuali variazioni successive (atto indispensabile per desumere l’esatta denominazione con cui il circolo è iscritto all’anagrafe tributaria). Infine una sfilza di domande apparentemente semplici che nella realtà presentano un quadro di ambiguità di cui è fondamentale comprenderne l’origine e l’omogeneità nelle risposte. La FASI, fa sapere Mulas, con i suoi coordinatori si è già riunita più volte, anche con la valida consulenza di esperti, per esaminare il materiale e così proporre ai 70 circoli sparsi sul territorio nazionale, una serie di concordanze nelle varie risposte.  Tenebroso risulta il futuro anche in simbiosi dei prossimi progetti degli emigrati che la Regione Sardegna dovrebbe esaminare e approvare. L’assenza di un assessore al lavoro (ad interim se ne occupa il governatore Cappellacci), fa si che tutte le questioni riguardanti le risorse, la nuova Consulta  e i piani di approvazione dei fondi del 2009, siano un po’ cadute nel dimenticatoio. L’allarme soffocato lanciato dalle Federazioni dei circoli sardi, al momento cade nel vuoto e nel silenzio. E il 2010 è già alle porte, carico di incognite e perplessità.

Massimiliano Perlato

 

I FESTEGGIAMENTI AL "SU NURAGHE" DI ALESSANDRIA PER IL TRENTENNALE

APOTEOSI CON I TAZENDA

Un grande impegno per il circolo "Su Nuraghe" di Alessandria. Un dispendio di energie e risorse senza precedenti per il sodalizio guidato da Efisio Ghiani che nell’ultimo week end di settembre si è trasformato nella capitale della musica sarda. Il tutto, e non solo, da cornice ai festeggiamenti del trentennale dell’associazione. La nostra presenza, nella prima delle due giornate ha avuto l’epilogo con il travolgente concerto dei Tazenda innanzi a migliaia di sardi emigrati in visibilio giunti da diverse zone del nord Italia. Per la band lanciata dallo scomparso Andrea Parodi insieme a Gigi Camedda e Gino Marielli nel 1988, ogni concerto è un avvenimento: la loro musica percuote i cuori. Il loro sound non passa davvero inosservato e la gente sarda identifica i "gusti" arcaici della propria terra: le launedds, i tenores campionati, l’uso delle fisarmoniche diatoniche. E non ultime le loro voci. Il passaggio del testimone da Andrea Parodi a Beppe Dettori è stato sostanziale. L’entrata ufficiale nel 2007 di Dettori come cantante leader all’interno del gruppo, ha raffigurato un passaggio carismatico ed emotivo di grande portata. Con lui, ma anche grazie alle prestigiose collaborazioni (da Eros Ramazzotti a Francesco Renga al più recente Gianluca Grignani), è tornato il grande successo già cavalcato dai Tazenda prima maniera, stile sanremese di "Spunta la luna dal monte" e "Pitzinnos in sa gherra": con gli album più recenti "Vida" e "Madre Terra", la band isolana ha raggiunto valutazioni e riconoscimenti di grande pregio. E così è stato anche nella serata organizzata dal "Su Nuraghe", quando la moltitudine di persone si è alzata in piedi per cantare e ballare i successi della tradizione etno folk della band: come "Domo Mia" ma anche "inni isolani" della memoria come "No potho reposare" e Nanneddu meu". L’immolazione mastodontica del circolo di Efisio Ghiani, originario di Bauladu (OR), che per solennizzare al meglio il trentennale dalla fondazione del "Su Nuraghe" è riuscito a rinverdire fasti e programmi nella partecipazione attiva alle iniziative culturali e ricreative dell’associazione. Il giovane Massimo Cossu si è preso l’onere di condurre i due momenti culturali che hanno contraddistinto la due giorni di Alessandria. La prima, è stata la rassegna di vini con una conferenza sulla viticoltura in Sardegna con la compartecipazione di espo
nenti della Federazione delle Associazioni dei Sardi in Italia quali Tonino Mulas presidente, e Virgilio Mazzei, esperto sommelier, a specialisti del settore come il giornalista enogastronomico Gilberto Arru, che ha convogliato il viaggio nella storia dei vini in Sardegna. A fatto seguito alla conferenza, l’esposizione e la degustazione dei prodotti del Gal Montiferru. Il secondo momento culturale si è avuto nella giornata conclusiva quando nello specifico, gli emigrati sardi sono diventati i protagonisti principali, orchestrati da Simone Pisano, vice Presidente FASI, in cui si è parlato ampiamente delle realtà migratorie dagli anni cinquanta ad oggi. Straordinario l’epilogo quando tre "prime donne" della musica sarda  come Maria Luisa Congiu, Maria Giovanna Cherchi e Carla Denule hanno caratterizzato con le loro straordinarie voci la nottata ad Alessandria. "Note di donne" è stata coadiuvata dal presentatore televisivo Giuliano Marongiu  e delle launeddas di Roberto Tangianu. Una pagina indelebile questa per la storia per il circolo "Su Nuraghe"  che come proferisce il presidente Ghiani, eletto nel febbraio scorso, cerca di rinnovarsi e di avvicinarsi sempre di più ai propri iscritti e al territorio. Il nostro obiettivo, rammenta Ghiani che dimora nella vicina Tortona ed è maresciallo dei Carabinieri, è quello di creare sinergia positiva tra la cultura sarda e la città di Alessandria.

Massimiliano Perlato

LA SECONDA GIORNATA DEI FESTEGGIAMENTI AD ALESSANDRIA

CONVEGNO AL "SU NURAGHE" SUL FUTURO DEI CIRCOLI

La giornata conclusiva della festa del trentesimo compleanno del Circolo Culturale Sardo "Su Nuraghe" di Alessandria è iniziata con una conferenza del prof. Battista Saiu che ha sviluppato il tema: "La conoscenza: dalla nascita dei circoli sardi ai giorni nostri, capire cosa è cambiato per avvicinarsi ai giovani". Secondo Saiu, alla base del coinvolgimento dei giovani, deve essere una forma di ritualizzazione delle manifestazioni che li veda protagonisti. Iniziative non solo fatte "per" loro, ma "da" loro. È stata spiegata con esempi l’esperienza di Biella, esemplificando e modellizzando alcune manifestazioni che vedono i giovani sardi di seconda, terza e quarta generazione partecipare attivamente alla realizzazione del ricco calendario di "Su Nuraghe" di Biella. Ci sono giorni – ha detto Saiu – in cui, in contemporanea, si svolgono due, tre manifestazioni: sportive, culturali, ricreative, di solidarietà. Questo è possibile grazie alla grande collaborazione e disponibilità dei Soci, dai più piccoli agli anziani, e alle proposte che devono essere "aperte" e rivolte al territorio ospite; privilegiare gli elementi di contatto tra la cultura di origine e quella della "patria" di adozione. In apertura, l’Assessore ai Gemellaggi, Ambiente, Mobilità e Trasporti, Serafino Vanni Lai ha portato il saluto del Sindaco e dell’Amministrazione comunale di Alessandria. Emigrato dall’Ogliastra a 17 anni, Vanni Lai è uno dei fondatori del Circolo di Alessandria. Insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica nel 1990 e di Ufficiale al merito della Repubblica nel 2006, è stato consigliere dell’API (Associazione Piccole Industrie) e vice-presidente nazionale della Confapi-Unioneservizi. Un"ambasciatore della Sardegna" come ama definirsi, che ha concretizzato questo motto con interessanti esperienze che hanno coinvolto l’Università del Gusto di Pollenzo, le ex Comunità Montane e alcune imprese ogliastrine. Su queste caratteristiche dell’Assessore sardo del comune di Alessandria ha sviluppato il suo intervento il presidente della F.A.S.I. (Federazione Associazioni Sarde in Italia), dott. Tonino Mulas, evidenziando alcuni aspetti della realtà e dei ruoli dei circa duecento Circoli dei Sardi. Una capillare diffusione organizzativa che permette alla nostra Isola di avere "ambasciatori" in Italia e nel mondo; un potenziale che potrebbe bloccare la nuova dissanguante emorragia verso il Continente e paesi oltreoceano per superare la nuova crisi emigratoria che ancora attanaglia la Sardegna. Una nuova profonda ferita apertasi su quella mai sanata: la fuga dei giovani laureati. Nel pomeriggio, il Vescovo della Diocesi di Alessandria, mons. Giuseppe Versaldi ha celebrato il culto divino nell’ampio bel cortile della sede di "Su Nuraghe", soffermandosi, durante l’omelia, sulla figura di Sant’Eusebio da Cagliari che proprio qui vicino, sulle colline del Sacro Monte di Crea si ritirò per tradurre una delle prime versioni dell’Evangelo dal greco al latino. Nella Biblioteca Diocesana è conservata una copia di un Vangelo del IV secolo attribuito proprio al nostro conterraneo. Alessandria, Biella e Vercelli – (Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta – la Circoscrizione Nord-Ovest, secondo la suddivisione il territorio italiano della FASI), hanno un grande antesignano nel protovescovo Eusebio da Cagliari, Patrono del Piemonte dal 1963 – primo vescovo di Vercelli – figura fondamentale nella formazione dell’identità cristiana piemontese. La cristianizzazione del Piemonte – infatti – è avvenuta attraverso la diretta evangelizzazione eusebiana e dei presbiteri del suo cenobio con l’introduzione del culto mariano a Crea (Al) e ad Oropa (Bi). Secondo il racconto mitico del trasporto delle tre statue della Madonna, Eusebio avrebbe portato con sé, al ritorno dall’esilio in Palestina, tre immagini della Vergine Maria miracolosamente scolpite da San Luca; la terza delle quali è venerata nella sua città natale: Cagliari. Battista Saiu

MASSIMO COSSU, GIOVANE EMIGRATO IN TERRA PIEMONTESE

LA MIA ESPERIENZA AL CIRCOLO DI ALESSANDRIA

Io sono stato sempre titubante delle attività dei circoli. Lo sono stato pur senza conoscere il minimo di ciò che potevano dare. Forse tutto sommato vero che prima di aprire la bocca su qualsiasi argomento è necessario vedere, toccare e capire bene quell’argomento. Diciamo che non bisogna giudicare. Non so! È anche vero che se non si conosce, il miglior modo per difendersi è quello di rifiutare di e  capire gli argomenti degli altri, cioè quello di inventare inutili discussioni a screditare le varie attività dove altri invece scommettono con il volontariato il proprio tempo. Io personalmente ho contato sempre a mille prima di dire qualcosa e a diecimila prima di mettere piede al circolo di Alessandria. Poi l’
invito, quasi una scommessa a voler "cambiare" qualcosa. "No, no! Non è cosa per me il circolo – mi sono detto da subito – ci saranno i soliti quattro che giocano alla murra e le solite persone appoggiate al bancone del bar a bere la solita birra…". Poi Efisio Ghiani a voluto sfidarmi cercando di farmi capire che anch’io potevo dare qualcosa che sicuramente avrebbe contribuito a migliorare le attività del circolo. "Tutti possono imparare qualcosa  – mi viene detto – e possono offrire del proprio. C’è chi da poco, c’è chi da tanto ma non credo vi siano qualcuno che dia niente". E allora tuffandosi nel quotidiano del circolo, mi rendo conto che si sentono racconti di storie che solo i "vecchi soci"  possono raccontare. "Questa è vita –  mi sono detto!! Questa gente oltre ad aver lasciato tutto per costruire qualcosa per se e per i figli, ha avuto il coraggio di costruire qualcos’altro per la loro madre, la stessa mamma che li ha lasciati liberi di andare, partire e diventare uomini e donne nel tempo presente". E se è vero che per "restare" ci vuole coraggio, è altrettanto vero che per "partire" ce ne vuole il doppio, o magari sono la stessa misura e non ce ne rendiamo conto fino a quando non le proviamo entrambe, ma sta di fatto che "partire" e "rimanere" è un po’ come morire che solo Dio sa quanta sofferenza c’è in tutto questo. Quando vado al circolo rimango affascinato da questa gente. Le loro storie mi passano accanto ed io li sento parlare, accarezzare racconti di come è avvenuta l’idea di far nascere una circoscrizione anche qui ad Alessandria; me lo dicono a modo loro, con nel loro dialetto d’origine per non dimenticare da dove si è venuti e gesticolando con le loro mani che tanto hanno fatto qui dentro. Poi il luccichio degli occhi lascia trapelare l’emozione fatta a fatica per interpretare esattamente le sole parole esatte, quelle che si sono trasformate in azione e l’opera del circolo. Io taccio e li ascolto e sento le loro parole che prendere davvero forma e basta girare attorno al circolo che non c’è un angolo che non parla di questa gente. Vedo  quante cose sono riusciti a fare con la loro volontà e il silenzio dei loro gesti. Basta ascoltarli un attimo e ci si rendi conto che le emozioni che trasmettono sono emozioni di madri e di padri di questo circolo. Pilastri importantissimi di gente che lavora senza chiedere niente a nessuno e con la fatica della vita vogliono ancora "donare, seminare e incoraggiare" le attività del circolo di Alessandria. Per i preparativi del trentennale, una tappa importante, ho notato l’entusiasmo nei loro visi, la forza nelle loro braccia, la gioia nel loro cuore e la speranza nel voler dire all’altro: "Dai, dai, ce facciamo, non mollare!". Allora me li guardo per un attimo e mi rendo conto che un po’ il sardo è fatto cosi. Siamo fatti per sostenerci a vicenda e condividere le difficoltà e le gioie. In un certo senso, non ci lasciamo cavalcare dalla vita ma la vogliamo domare noi con tutte le nostre forze e con tutte le nostre debolezze. Allora mi rendo conto di esser finito all’interno di una grande famiglia, un pò allargata, ma una grande famiglia come questa del "SU NURAGHE" che ha una sua storia e che si vuole sempre rinnovare continuamente. Allora non posso che dire GRAZIE a tutti quelle persone che quotidianamente mi fanno sentire a casa e non mi fanno sentire da solo. Devo dire GRAZIE alle loro storie e alle attività che svolgono, ognuno nel suo modo e con il proprio contributo. GRAZIE delle fatiche e all’impegno dei mesi passati che è stato pienamente ricompensato dalle numerose persone che hanno partecipato ai nostri festeggiamenti e un GRAZIE soprattutto va ad Efisio che ha capito, in fondo, che un po’ noi tutti Sardi, siamo chiamati a contribuire questa linfa vitale che anima il progetto del circolo e dei circoli sardi di tutto il mondo.
Massimo Cossu

LA SARDEGNA INCONTRA IL CONTINENTE GRAZIE AL "GREMIO" DEGLI EMIGRATI

L’ISOLA CHE C’E’.. E’ A ROMA

Ritorna "L’isola che c’è – Sardegna incontra Roma", il fortunato evento giunto alla XX edizione – che stavolta ha visto accanto alla Gia Comunicazione di Giorgio Ariu, il comune di Roma, il "Gremio" dei sardi e la FASI. Risulta di particolare rilievo anche la scelta del Comune di Roma di mettere a disposizione il Piazzale Ankara nei pressi dello stadio Flaminio e nel cuore della zona Parioli, al fine di arricchire la manifestazione con più presenze espositive e un maggior numero di eventi. "L’isola che c’è", si è svolta a fine settembre, è stato un ponte che si è aperto verso altri lontani confini e un tramite per far conoscere l’isola e le sue peculiarità culturali a quanti della Sardegna hanno solo una conoscenza stereotipata. L’obiettivo è stato quello di valorizzare e aprire il mondo dei sardi alle realtà internazionali e romane, riunendo i sardi residenti a Roma, i romani e i turisti della capitale. A questo son serviti i convegni, gli incontri studio e le manifestazioni di varia matrice che hanno dato ampio rilievo alle eccellenze del territorio isolano. Un viaggio nella Sardegna, con il suo ambiente particolare e vario da zona a zona, con la sua storia, l’artigianato, l’enogastronomia, le tradizioni popolari, dal canto a tenores alle launeddas e il ballo sardo. Solo per citare alcuni dei tanti caleidoscopici aspetti di quest’isola, quasi un continente. Tra le presenze di spicco, le 4 capitali dell’artigianato sardo: Dorgali, Samugheo, Ittiri e Nule, roccheforti dell’arte orafa e di quella tessile. Presente anche l’Ogliastra, i paesi di Isili e Guamaggiore, che hanno esposto i tesori enogastronomici delle proprie terre, dai vini e formaggi fino alla pasta e ai dolci. A tal proposito, anche la presenza di Morgongiori e delle sue esclusive "lorighittas", pasta di semola di grano duro divenuta emblema di questa terra per l’unicità della sua lavorazione. E sempre in tema di eccellenze enogastronomiche e artigianali, c’è stata l’esibizione degli altri tesori cui Dorgali ha dato i natali: famosi vini come il Cannonau, i formaggi, originati da una delle prime cooperative sarde di pastori, i vasi e le ceramiche, i coltelli, le borse, la lavorazione del vetro. E poi le straordinarie ricchezze del territorio di Castiadas, rappresentato per l’occasione dall’Amministrazione Comunale. Così come la Coldiretti Sardegna che, con numerosi soci e prodotti, ha rappresentato tutte le aree geografiche dell’isola. Questa edizione è stata l’occasione per portare avanti il gemellaggio sorto tra il Comune di Roma e quello di Usellus, le cui radici e la cui storia, risultano indissolubilmente legate all’epoca di massima espansione imperiale, come testimoniano alcune strutture architettoniche del paese, quali il ponte sul Rio Forraxi e i tratti dell’antica strada. Non sono mancate le presenze sportive quali la vela, rappresentata da Mascalzone Latino – che unitamente alla presenza della Moby Lines dello stesso Vincenzo Onorato – ha fornito l’occasione per un incontro sul tema della continuità territoriale, tanto caro agli emigrati sardi nella penisola.

Gian Piero Pinna

 

OMAGGIO AL CANTANTE GENOVESE A 10 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA

LIBRO E CANZONI PER FABRIZIO DE ANDRE’ AL "LOGUDORO" DI PAVIA

Nel pomeriggio del  26 settembre, presso la  sede sociale,  il Circolo culturale sardo "Logudoro" di Pavia ha voluto onorare, a dieci anni dalla morte, la  figura di  Fabrizio De André (1940-1999),  grande cantautore e sincero amico della Sardegna. La manifestazione ha proposto un apprezzato mix di parole e musica. Enrico Grassani, pubblicista pavese, autore del libro "Anche se voi vi credete assolti….Fabrizio De André: attualità del messaggio politico e sociale" (Edizioni Selecta di Pavia), ha inquadrato storicamente e analizzato criticamente ogni canzone dell’ "album" del musicista intitolato  "Storia di un impiegato", sicuramente uno dei lavori meno popolari della produzione poetica di De André. Era il 1973 quando Fabrizio pubblicò l’album "Storia di un impiegato", prendendo spunto dalle rivolte studentesche francesi del 1968. A parere di Grassani, se letto e ascoltato con l’attenzione dell’intelligenza e del cuore, quell’album era in grado di offrire materiale poetico e sociale in grado di illuminare a giorno l’anima di chi s’era già visto risvegliare da "La buona Novella" (1970)   e dal successivo "Non al denaro non all’amore né al cielo" (1971). Per Grassani, quell’illuminazione non ha mai cessato d’essere alimentata e ancor oggi la rappresentazione sempiterna del potere e dei suoi funzionari si replica  col suo "recitare un rosario di ambizioni meschine, di millenarie paure, di inesauribili astuzie; coltivando tranquilla l’orribile varietà delle proprie superbie", come ebbe a scrivere Fabrizio nel suo ultimo lavoro del 1996 ("Anime salve"). La manifestazione pavese è stata arricchita dalla performance musicale di Antonio Carta, cantautore sardo-pavese, il quale, dopo la lettura di ciascun testo dell’album  fatta da Grassani per  renderne comprensibili i significati più profondi, ha eseguito ogni canzone con  professionalità tecnica e con  vibrante partecipazione emotiva, suscitando l’entusiasmo e gli applausi del numeroso pubblico. Al quale Carta non ha mancato di proporre anche le canzoni più conosciute del repertorio di De André.

Paolo Pulina

 

L’INIZIATIVA DELL’ACSIT DI FIRENZE A BORGO SAN LORENZO

LA PRIMA FESTA DEI SARDI NEL MUGELLO

Si è conclusa, con successo, la prima Festa dei Sardi nel Mugello. La manifestazione, che si è svolta sabato 27 e domenica 28 settembre, presso il Foro Boario del Comune di Borgo San Lorenzo, è stata promossa dall’Associazione Culturale dei Sardi in Toscana su sollecitazione degli allevatori Sardi del Mugello, con il patrocinio del Comune di Borgo San Lorenzo, della Provincia di Firenze, della Fasi ed il sostegno della Fondazione del Banco di Sardegna. La sua realizzazione è stata resa possibile grazie all’ottima integrazione dei nostri conterranei nel tessuto sociale culturale ed economico del Mugello. Infatti l’ottima riuscita è stata frutto di una collaborazione tra varie associazioni di Borgo San Lorenzo. I cacciatori di cinghiali del gruppo "La Setola", la Società di calcio Fortis", l’Associazione "Africa " di Don Poggiali e altri amici borghigiani, che hanno messo in atto una vera e propria catena di produzione all’interno della cucina. Oltre 1000 persone hanno onorato tra la cena di sabato ed il pranzo e la cena domenica, la cucina sarda. L’intrattenimento musicale era affidato ad un gruppo di amici di Siena con "tenores" e organetto. Non sono mancate le autorità, dall’Assessore alla cultura della Regione Toscana, agli assessori della provincia, di Firenze, di Fiesole e di san Piero a Sieve, dal Presidente della Società di Bilancino. al Presidente della comunità montana: e molti altri amministratori. Telegrammi e lettere sono giunte dalle autorità, tra cui quella del Prefetto e del Questore di Firenze. Positivo il giudizio e la soddisfazione sia delle persone intervenute sia dei volontari. E’ stato deciso di donare una parte del ricavato alla Fondazione dell’Ospedale Meyer di Firenze.

Elio Turis

 

MOSTRA DI PITTURA A FIRENZE DAL 2 ALL’11 OTTOBRE

"ORIZZONTI" DI ERMINIO ZARA

Presso la Galleria Via Larga Firenze è stata inaugurata la mostra "Orizzonti" di Erminio Zara. L’evento è  stato patrocinato dalla Regione Autonoma della Sardegna, dalla Provincia di Firenze,dalla FASI, Federazione Associazioni Sarde in Italia e dall’ACSIT, Associazione culturale Sardi in Toscana. Erminio Zara, sardo di Iglesias, a Firenze dal 1974, pone le proprie radici identitarie come riferimento della sua suggestione artistica. Le opere esposte riproducono, con atmosfera ed incanto, le architetture della sua Iglesias e propongono con affetto e  partecipazione gli scorci, le dimore e le miniere del Sulcis. In gioventù gloria della velocità dell’atletica leggera isolana, a Firenze ha assunto ruoli di giudice del CONI e di dirigente sportivo. Si è occupato di scenografia, incisione e grafica. Erminio Zara ha partecipato a numerose personali in Italia e all’estero. Numerose  le città che hanno ospitato le sue opere, tra queste Firenze,Trento, Cagliari,Vercelli, Pisa, Siena, Piacenza I  suoi quadri sono stati esposti anche a  Madrid e Bruxelles. Le sue opere sono conservate in collezioni pubbliche e private.

Bruno Culeddu 

 

IN ESPOSIZIONE LE IMPRESE ARTIGIANE ISOLANE

LA SARDEGNA AL "MACEF" DI MILANO

Nelle moderne democrazie la "classe dirigente" si fa carico della sua fortuna, in soldi e potere,per garantire a chi è meno fortunato che, anche lui, se solo giocherà onestamente, potrà aspirare a divenirne parte, se non lui i suoi figli. Questo comporta che vengano messe in atto, in modo programmatico, politiche sociali atte a garantire una mobilità verso l’alto che premi i più meritevoli, i più bravi. Ora a me pare che nel nostro paese ci troviamo davanti a una situazione di tradimento di questo patto non scritto. Chi più ha più vuole avere, chi ha raggiunto posizioni di vertice non ha la minima intenzione di lasciarle, lungi dal premiare i migliori (che se ne vanno dall’Italia) i posti più remunerati e di prestigio vanno ai famigliari, agli amici di partito. Di qualunque partito e colore. Duole sottolinearlo ma della "rivoluzione" promessa dal nuovo partito di berlusconiana memoria, sceso in campo una quindicina d’anni fa,non si scorge traccia alcuna. Anzi, a me pare, che la degenerazione di un costume che è in atto nel nostro paese da tempi ben più lunghi stia arrivando a punte non più sopportabili. Da quella base della piramide sociale che regge la baracca italiota, ma alla quale vanno le briciole della torta. La "crisi epocale", scatenata dalla "classe dirigente" mondiale, per chi non è protetto fa intravvedere lo spettro della disoccupazione  che non fa più dormire a nessuno sogni tranquilli. Questa lunga un pò barbosa premessa per raccontarvi della rappresentanza degli artigiani sardi al Macef della fiera di Milano, sponsorizzata dalla Regione Sardegna. Il che vuol dire che alcuni dei nostri, vostri, soldi, diligentemente versati al fisco, sono serviti a portare (quasi) gratis quindici artigiani sardi alla megafiera milanese. I vostri, nostri, soldi hanno pagato il costo ,salato, dello spazio occupato, 400 metri quadri,l’allestimento dello "stand", la messa delle luci ecc. Albergo (costoso) e mangiare a carico degli artigiani. Ci guadagnano tutti, in primis la Fiera, poi l’architetto che organizza lo stand, buoni ultimi gli artigiani. Che sono contenti di esserci naturalmente, un po’ meno di come sono stati trattati, insomma di come sono state valorizzate le loro opere, come il tutto si sia svolto secondo una regia che gli ha visti subire più che essere i veri protagonisti dell’evento. Che meno di 200.000 euro non è costato di certo. Ora visto che un singolo espositore, se intraprendente di suo, poteva organizzarsi autonomamente la propria esposizione, con ben altri risultati di visibilità, spendendo 2500-3000 euro, fate voi il conto di quanti artigiani avrebbero potuto presenziare se quella cifra fosse stata garantita a ognuno di essi. Ecco, la "classe dirigente" sarda deve darsi una regolata e, a mio avviso, la società civile sarda pure essa. Se non riuscirà a trovare mezzi opportuni per esigere un rendiconto puntuto dei soldi che vanno nel calderone del bilancio regionale e come sono spesi( dilapidati), sarà sempre peggio. Lo stesso discorso vale per la società civile italiana tutta.  E ora veniamo ai sardi che esponevano nella capitale lombarda in una manifestazione di assoluto valore internazionale (1600 espositori venuti da tutto il mondo). L’eccellenza della bigiotteria, dei gioielli, articoli per la casa, tessuti, lavori in legno, pietra, oro, argento e quanto la fantasia umana si è inventata per rendere la casa più abitabile, più accogliente, più preziosa in senso lato. A Galdino Saba è andata benissimo: ha venduto tutto il suo catalogo, più volte. I suoi gioielli in filigrana sarda, fenici ed etruschi li definisce lui, sono andati a ruba. Nonostante non  fossero supportati da una sistema di luci adeguato. Non ce ne erano proprio di faretti, che avrebbero potuto sprizzare lamine di bagliori atti a colpire le pupille dei compratori. Vicino a lui le sorelle Piredda, anche loro cagliaritane, altrettanto maltrattate dall’assenza di luci appropriate: un loro scialle "di seta pesante, lunghe frange intrecciate a mano,ricami in oro che annodano simboli d’Oriente e d’Occidente:i fiori e il sole. Quando l’eleganza moderna ha sapore d’antico" (rubo dal loro sito internet).E dire che hanno esposto i loro capi a palazzo Pitti in Firenze!  Per ovviare all’insipienza dell’architetto "milanese" che ha malgestito l’allestimento dello stand, i nostri artigiani hanno spostato una cassapanca di Giovanni Dessì, di Assemini, mettendola in mostra vicino alle filigrane dorate,che gli altri arredamenti in legno massiccio sono stati relegati, è il caso di sottolinearlo, dietro una parete non trasparente, dove davvero non li vede nessuno. Il Dessì mi dice di non aver dormito dalla rabbia e di aver avuto pensieri non proprio amichevoli verso la categoria degli architetti in generale e di quelli milanesi in particolare, mistero assoluto del perché non sia stato dato mandato a un sardo di occuparsi della cosa, dato che il compenso era di quelli che fanno felici per l’intera stagione. Ci sono anche quelli di Mogoro: "Su maistu de linna" di Pier Paolo Mandis, è la prima volta che partecipano a un evento così eclatante, non tanti affari ma occorre pensare che il mercato sardo sia troppo piccolo per chiunque. E quindi bisogna buttarsi. Anche per Vanessa Gagliera, che gestisce un laboratorio nuovo di ceramica artistica a Cagliari è la prima volta in una manifestazione internazionale, mi dice comunque di aver raggiunto lo scopo che si era prefissata, farsi conoscere. Per farle una foto debbo pregarla in ginocchio. E poi dicono che le ragazze vogliono tutte fare le veline, ed apparire ad ogni costo! Rimango colpito dalle casette in trachite e argento che fanno quelli della "Loewe" di Narbolia. I colori sono quelli di Fordongianus, peccato che la trachite gialla di Asuni e quella azzurra di Santu Lussurgiu non abbiano più mercato se non  per le porte di Seneghe. Sembra comunque che il "marchio Sardegna" attiri gente di per sé, quasi tutti mi dicono invece che è ora di smetterla di sprecare malloreddus e cannonau per riempire lo stomaco a fortunati compratori che passano per caso vicino allo stand. E’ ora di inventarsi altri eventi a rappresentare la sarda ospitalità. Comunque pare che un gruppo di tedeschi abbia particolarmente apprezzato. Galdino Saba, che tra parentesi mi dice essere stato scelto a rappresentare la Sardegna per l’anniversario dell’unità d’Italia; mi manda poi in un altro padiglione, da Massimo Boi, di Quartu S.Elena, che fa ceramica raku. E’ a lui che devo gran parte delle considerazioni che facevo all’inizio. Sarà che tratta questa materia da trent’anni e ha visto nel suo cammino l’opera , spesso nefanda, di giunte destrose e sinistrose appaiate nella scarsa professionalità nel gestire i grandi eventi, lui comunque ha parole di critica dura verso chi ha politicamente firmato questo Macef sardo. I soldi, stanziati dalla giunta Soru, potevano, dovevano essere meglio spesi. Lui, autonomamente, ha gestito il suo spazio espositivo, ha detto lui all’elettricista che quel vaso con quel galletto policromo andava illuminato in un certo modo.  Qui ci sono il meglio dei professi
onisti del mondo. Chi si comporta da dilettante scompare, è come non esistesse. Massimo Boi è di Carbonia, si è diplomato giovanissimo  all’istituto d’arte di Oristano, dove la ceramica è di casa da sempre. Come scrive  Aldo Brigaglia in D’A ( la prima rivista italiana d’artigianato e di arti applicate e decorative,n.2 apr.2009) nei suoi lavori traspare anche un ritorno freudiano alla sua città natale:"…le sue opere odierne, con quelli opachi fondi nerofumo sui quali spicca la variegata colorazione dei disegni e delle pennellate di smalto, paiono riecheggiare le oscure viscere della terra e i volti anneriti dei minatori così come le ritraggono le foto icona che hanno consegnato alla storia le immagini dell’esaltante epopea mineraria della sua città…". Della sua Sardegna.

Sergio Portas

 

PREGIEVOLE INIZIATIVA DEL CIRCOLO "GRAZIA DELEDDA" DI PISA

BORSE DI STUDIO PER GIOVANI LAUREATI

L’associazione culturale sarda "Grazia Deledda" con sede in Pisa, piazza San Francesco 3, ha bandito per l’anno 2009, un concorso per l’assegnazione di n. 2 borse di studio una tantum da destinarsi a giovani laureati. Sono ammessi al concorso i candidati in possesso di una laurea conseguita secondo il vecchio ordinamento o con laurea di secondo livello, dotati delle seguenti caratteristiche:

•-       essere iscritti all’Associazione da almeno tre anni

•-       avere conseguito la laurea secondo il vecchio ordinamento o con laurea di secondo livello nel periodo 01.01.2008 – 31.12.2008, con la votazione minima di 100/110

Ai vincitori verrà consegnato l’assegno di studio nel corso della manifestazione "Premio Speciale di Poesia Tinuccio Manca 2009" che si terrà a Pisa nel mese di Ottobre 2009 La borsa di studio per l’anno 2009, è stabilita in € 1000,00 cadauna.  

Giovanni Deias

DALL’UNIVERSITA’ DI CAGLIARI A NEW YORK (PASSANDO DALL’ASIA)

LA STORIA DI LUCA ARMAS, OTORINO CHIRURGO

Quando Gian Luca Armas è arrivato per la prima volta all’aeroporto John F. Kennedy di New York, nel 2004, e, in fila per il controllo passaporti, aspettava il suo turno, all’invito, sempre più imperioso della guardia ad avanzare, "Next!", lui invece rimaneva bloccato perché non capiva bene cosa dicesse. Tanto da far innervosire le guardie, note già per la proverbiale scarsa pazienza. Ora, a sentire il suo racconto, vengono le lacrime dalle risate e lui stesso ne è divertito, ma lì per lì dire che si è sentito un po’ spaesato è quasi un eufemismo. Nella Grande Mela, Gian Luca, medico chirurgo otorino, laureato a Cagliari, a seguito di un permesso della facoltà, nel corso della specializzazione, era arrivato per un tirocinio di ricerca presso la New York University con il suo inglese ancora piuttosto incerto; il tempo per i preparativi era stato pochissimo, si doveva iniziare subito. Ma nel giro di poche settimane aveva cominciato a lavorare intensamente, e s’era poi ben inserito e aveva stretto diverse amicizie con colleghi di varie parti del mondo: Yan, giovane biologa di Pechino, Abdel, ricercatore nato a Casablanca, e Nitin, il suo caro amico originario di Nuova Delhi. La sua brillantezza intellettuale ed un talento scientifico non comune colpiscono il professor Lalwani, direttore del reparto e luminare della chirurgia otologica infantile. «Quel di cui mi sono accorto fin da subito, dice Gian Luca, è quanto i professori, ma anche i colleghi, valutassero positivamente la tua formazione universitaria italiana». Si può decidere, come ha fatto Armas, di approfondire la propria preparazione e di fare un’esperienza all’estero in cui ci si confronta e ci si arricchisce notevolmente, ma è bene avere presente che, da italiano e forse europeo, si acquista anche consapevolezza del fatto che si parte da una base solida ed eccellente. Solo il fatto del conoscere il latino e il greco non è cosa da tutti. Poi, il confronto con colleghi ed insegnanti di ogni parte del mondo costituisce indubbiamente un’occasione preziosa che contribuisce alla crescita professionale e individuale. Anche se curiosamente, Gian Luca a New York ha allacciato anche forti amicizie con diversi isolani «che hanno fatto sì che si attenuasse la mia nostalgia per la Sardegna e sono rimasti amici per la vita». Prosegue poi la sua formazione ed il training di tecnica chirurgica per due anni e mezzo presso il Chang Gung Memorial Hospital di Taiwan altamente specializzato nell’asportazione dei tumori della testa e del collo. Prima a Kahosiung e poi a Taipei. Il cinese non ha certo il tempo di impararlo, ma con il suo inglese ormai se la può cavare. A Kahosiung l’impatto iniziale è piuttosto duro; sono soltanto tre i "fellow" stranieri, per il resto non sentono parlare che cinese dalla mattina alla sera e non è cosa da poco. Per Gian Luca è la prima esperienza asiatica. E si tratta di un’immersione in una realtà completamente diversa dalla nostra, in ogni settore. Quando si esce per la strada, non si vede pressoché traccia del proprio alfabeto, le scritte sono tutte in cinese e, specie inizialmente, ci si sente piuttosto in difficoltà. Ma con la tenacia e la concentrazione che non gli difettano, in sei mesi impara il cinese tecnico. «Grazie alla disponibilità e pazienza dei colleghi. Per uno come me, che non sa né leggere né scrivere il cinese, l’unica via era imparare direttamente i suoni e loro avevano la bontà di ripetermeli moltissime volte. A volte, in sala operatoria, mi ripetevano i termini in cinese e ho imparato tutto da loro».  Anche l’impatto con il cibo, inizialmente non deve essere stato facile. «Nei primi tempi mi mancava il pane, lo confesso», anche se poi,
specie a Taipei, ha imparato ad apprezzare anche la varietà del cibo locale. «E ho scoperto che i frutti di mare sono molto simili a quelli che cuciniamo noi, e, dopo un po’, ti sembra abbiano quasi lo stesso sapore».  Taipei è una grande città internazionale, ci sono persone di ogni parte del mondo; nel reparto, i fellow stranieri sono una trentina e l’ospedale è affiliato all’Università. I suoi tutor, il dottor Chien e il professor Sheng-Po Hao sono autorevoli professionisti, di grandi capacità e lavorano senza un attimo di pausa. Come nei telefilm, tutti i giovani praticanti fanno a gara per avere ogni opportunità di stargli a fianco in sala operatoria, ed ogni momento è prezioso.  Nell’ufficio che svolgeva attività consolare a Taipei, Gian Luca, una mattina, mentre cerca di sbrigare alcune pratiche, scopre che l’impiegato è di San Teodoro, è inevitabile che si trattengano qualche minuto a fare due chiacchiere e pensa che il mondo in realtà sia molto più piccolo di quanto possa sembrare a momenti. Intanto può approfondire la sua formazione professionale ed ogni giorno entra in sala operatoria e, con i suoi professori, mette mano sui pazienti. Operano sui tumori della bocca, della lingua, della laringe. Qui in questa zona del paese, l’incidenza è molto alta perché i locali masticano un’erba, il betel, che si è rivelata altamente cancerogena. In questo momento Gian Luca sta studiando il francese. C’è la possibilità che possa proseguire, a breve, il suo lavoro presso un importante centro oncologico europeo. Potrebbe dover iniziare a lavorare a pieno ritmo da un momento all’altro e avere una base solida della lingua, gli farà comodo. Perché, anche se è vero che all’aeroporto non ci saranno i controlli degli Stati Uniti, stavolta, forse è meglio non fare innervosire la guarda aeroportuale.

Viviana Bucarelli

LA CAMERA DI COMMERCIO DI SASSARI PER GLI IMPRENDITORI SARDI ALL’ESTERO

IL NORD SARDEGNA CHIAMA, L’ARGENTINA RISPONDE

In Sardegna ci sono tante istituzioni valide che mi piacerebbe far perno sul lavoro che sta svolgendo la Camera di Commercio di Sassari, anche con un programma per i sardi all’estero. Ha preso il via lo scorso anno il Progetto: "Gli imprenditori sardi all’estero: un veicolo per il marketing territoriale" (vedi http://www.ss.camcom.it/); tramite il quale hanno realizzato un database e un CD con informazioni sull’economia del Nord Sardegna e le possibilità di cooperazione con l’estero. Questo CD é stato spedito in tutti i Circoli Sardi del mondo. Devo dire che noi come Circolo é la prima volta che riceviamo un CD di questo genere, con informazioni così dettagliate sulle attività economiche delle province di Sassari e Olbia-Tempio e le loro potenzialità. Nel ns. caso in particolare, mi sono interessato molto nel progetto "Nautic Italy", coordinato da ICE – UNIONCAMERE. Infatti, il Nord Sardegna possiede il Distretto della Nautica, di alto potenziale. Dato il mio interesse, per cercare la collaborazione San Isidro – San Fernando (Nord di Buenos Aires) con il Nord Sardegna nel settore della nautica da diporto, sono andato sul website della Camera per aggiornarmi, e ho scoperto che stanno lavorando tantissimo su questo settore. Innanzitutto, a luglio é stato realizzato a Castelsardo il Forum Internazionale "Potenzialità e Sviluppo del settore della Nautica nell’Europa Mediterranea", con delegazioni estere della Francia, la Spagna, la Croazia, la Grecia, la Malta, la Tunisia ed il Marocco. Sempre nella cornice dell’intesa ICE – UNIONCAMERE. Ma non solo: ho scoperto il web dell’ASSONAUTICA SASSARI (http://www.assonauticass.it/) con tutte le info sul Forum suddetto. Consiglio pure di visitare "Progetti". Lì è visibile la proposta Eumarex Sassari (borsa nautica locale). Sassari insieme ad altri 4 o 5 località in Italia fanno parte di questa borsa (progetto dell’Unione Europea), e si stanno presentando nel prossimo Salone Internazionale della Nautica di Genova (dal 3 al 11 ottobre a Genova). C’é la presentazione di Power Point che faranno nella Fiera. Noi nel Ufficio ICE Buenos Aires dove lavoro partecipiamo a delle iniziative del settore della nautica, dato che qui ci sono alcuni cantieri di nautica da diporto che comprano prodotti italiani e vendono inoltre alcune barche in Italia e in Europa.

Pablo Fernández Pira

DAL SITO DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI SASSARI

UN VEICOLO PER IL MARKETING TERRITORIALE

La Camera di Commercio ha avviato un progetto finalizzato ad integrare e valorizzare la rete di relazioni tra le pubbliche amministrazioni, gli attori socio-economici locali e le comunità degli italiani all’estero, al fine di supportare l’internazionalizzazione dell’economia sarda. L’obiettivo è quello di creare una comunità d’interessi on line attraverso la quale mettere in rete le competenze dei diversi attori locali dello sviluppo e valorizzare i rapporti maturati dalle comunità di sardi e italiani all’estero, utilizzando uno strumento che faciliti lo scambio di esperienze e conoscenze. La creazione di un sistema efficiente e stabile di relazioni potrà consentire di rilevare ed analizzare le caratteristiche della domanda e dell’offerta nei vari settori, individuando quelli maggiormente interessanti per un incremento delle esportazioni e rafforzando, nel contempo, i contatti e le relazioni dei sardi all’estero con la loro terra d’origine. Uno dei punti di forza del progetto potrebbe essere costituito dalla possibile collaborazione con le Camere di Commercio italiane all’estero e con i Centri Servizi del Sardinia Trade Network, localizzati in diversi paesi europei ed extra europei, operanti in stretto contatto con le federazioni e i circoli dei sardi all’estero. Tali relazioni consentono di rivolgersi efficacemente agli imprenditori sardi che operano all’estero e che intendono investire nello sviluppo di attività economiche e imprenditoriali nei diversi settori dell’economia isolana, in relazione con il tessuto sociale ed amministrativo della regione Sarda. E’ importante sottolineare che i sardi presenti all’estero sono depositari di competenze ed esperienze imprenditoriali che consentono una più chiara comprensione delle dinamiche e delle esigenze dei mercati nei settori economicamente più interessanti per lo sviluppo regionale. Gli stessi emigrati, e le associazioni dei sardi presso le quali si appoggiano, rappresentano di per sé un veicolo privilegiato di informazione e
promozione dell’intero sistema Sardegna. Le azioni previste dal progetto sono schematizzabili come di seguito: analisi del contesto, sensibilizzazione degli operatori, identificazione dei Paesi da coinvolgere, formazione degli agenti per l’internazionalizzazione, identificazione del modello di comunità on line, realizzazione della piattaforma telematica, sperimentazione del lavoro in rete, studi per l’internazionalizzazione dell’economia sarda, diffusione degli strumenti e allargamento della comunità.

 METODOLOGIA OPERATIVA

Il lavoro di seguito presentato, finalizzato alla realizzazione delle azioni iniziali del progetto in questione (analisi del contesto e identificazione dei Paesi da coinvolgere), è costituito da tre parti fondamentali:  Un database costituito da una serie di riferimenti strategici per ogni Paese analizzato, che rappresentano la presenza italiana e sarda nel settore agro-alimentare delle seguenti figure economiche: importatori di prodotti alimentari, titolari di negozi specializzati, ristoratori e chef operanti all’estero. Il database comprende anche tutti i riferimenti dei Circoli sardi all’estero e delle Federazioni dei Circoli: la presenza delle comunità sarde dà infatti la possibilità di individuare punti d’intervento strategici e possibili canali di collaborazione tra i sardi residenti all’estero e quelli che vivono nell’isola. Gli operatori individuati rappresentano importanti potenziali veicoli di marketing territoriale per la promozione dei prodotti agro-alimentari sardi e per l’avvio di rapporti di scambio duraturi nel settore economico e culturale. Una scheda tecnica per ogni Paese censito, volta ad individuare alcune caratteristiche della sua economia, in particolare nel settore dell’ agro-alimentare, come ad esempio: i principali prodotti alimentari importati ed esportati, i rapporti con l’Italia, i vari canali di distribuzione (Grande e piccola distribuzione), il settore della ristorazione e le abitudini alimentari del Paese in esame. Quest’analisi ha anche l’obiettivo di individuare quali Paesi possano essere favorevoli a futuri rapporti di collaborazione con l’Italia e, in particolare, con la Sardegna. Un database che comprende i riferimenti di alcune importanti Istituzioni Italiane all’estero, come le Camere di Commercio Italiane e le rappresentanze degli uffici dell’ ICE (Istituto Nazionale per il Commercio Estero), Enti che hanno il compito di sviluppare, agevolare e promuovere i rapporti economici e commerciali italiani con l’estero e di favorire fondamentali processi di internazionalizzazione delle nostre aziende.

 

MANIFESTAZIONE NEL CIRCOLO SARDO DI TUCUMAN IN ARGENTINA

OMAGGIO AI PREMI NOBEL ITALIANI

Nella serata del 29 settembre si è svolto nella sede del Circolo Sardo del Nord ovest argentino un’importante attività culturale. In adesione ai 131 anni della Società Italiana di Tucumán si è inaugurato il Ciclo "I Premi Nobel Italiani" con una presentazione multimediale su i 20 italiani premiati dall’accademia svedese nelle diverse discipline, attraverso gli anni. Particolare riferimento si è fatto a Grazia Deledda, scrittrice sarda premiata in Letteratura nel 1926. In riunioni successive si continuerà con il ciclo sviluppando, in cooperazione con le associazioni corrispondenti alla regione di origine di ognuno, la biografia e opera di ogni premiato.  Hanno partecipato della mostra persone interessate nella tematica, allievi dei corsi d’italiano, rappresentanti delle diverse associazioni regionali italiane e delle altre collettività straniere della città, nonché i soci del circolo.

 

GRAZIE AMICI! STO MIGLIORANDO… MA HO ANCORA BISOGNO DEL VOSTRO AIUTO     

LETTERA DEL PICCOLO FABIO MURONI AGLI EMIGRATI SARDI

Siamo i genitori di Fabio Muroni, siamo qui per ringraziarVi TUTTI di vero cuore per il vostro interessamento e per aver contribuito alle terapie di Fabio. Fabio ha fatto il primo ciclo di terapie sia a Caserta dal dott Garozzo che in America (5 mesi a Caserta e 6 mesi in Florida). Come tutti sapete Fabio non parla, non cammina, non afferra oggetti e non regge la testa e per mangiare ha dovuto mettere il sondino nello stomaco. Il risultato delle terapie che ha svolto in Italia e negli USA, ha portato questi risultati: mangia dai 100/130 cc per bocca e la rimanenza ancora per tubo. Regge la testa e vocalizza molto aiutato quando vuole dice "Mamma". Le relazioni dei terapisti in America dicono che è migliorato con la logopedia del 200% e per la fisioterapia del 450%, e cosa ancora più bella non prende alcun farmaco per l’epilessia. Vi ricordiamo che il percorso di Fabio è ancora lungo ad ottobre parte per il secondo ciclo e vi chiediamo nel vostro piccolo di aiutarlo ancora in base alle vostre possibilità. Chi volesse vedere le terapie e i miglioramenti ci sono alcuni filmati su internet youtube basta digitare Fabio Muroni e ne troverete tanti. Ancora delle grosse grazie  Vi salutiamo calorosamente.

Mail fabiomuroni.o.n.l.u.s@alice.it DONA IL 5* MILLE Ecco il codice fiscale: CF 92553170157

Vittorio e Michelina Muroni

STIRPE, IL NUOVO ROMANZO DI MARCELLO FOIS

ECCO IL PERCHE’ DI UNA SAGA FAMILIARE

STIRPE racconta quello che dice: la nascita di una famiglia e il suo rapporto con lo spazio fisico che occupa. La famiglia in questione è quella dei Chironi e il posto è Nuoro. STIRPE è nato sulle spoglie di un romanzo precedente. Le storie non sono tutte uguali, nella testa dello scrittore qualche volta fanno a gara per uscire. La vicenda della famiglia Chironi è stata a lungo dormiente dentro di me, aspettava il momento giusto, le parole giuste per scaturir
e. Così mentre ragionavo su un’altra storia ecco che Michele Angelo Chironi, fabbro in Nuoro, in carne ed ossa mi appare poco fuori dalla mia vecchia casa natia. Ero a Nuoro per caso e per caso l’ho incontrato, tutt’oggi non so se si chiamasse Michele Angelo, né se veramente facesse il fabbro, né lui saprà mai di essere diventato la carne del mio romanzo. Qualche tempo dopo, durante una manifestazione, ho incontrato due giovani fratelli che lavoravano il ferro, figli di fabbro, avevano studiato design a Milano e continuato, rinnovandola completamente, la tradizione familiare. Erano i miei Luigi Ippolito e Gavino. Tutto questo accadeva quando ancora pensavo di poter scrivere un romanzo che non era questo. Non troppo tempo dopo venni invitato a una cena in campagna da un vecchio amico, si festeggiava il 70° compleanno della madre. È inutile dire che lì incontrai, bellissima e anziana, Mercede. STIRPE si stava destando dal letargo: la famiglia Chironi si costruiva davanti a me… Per fatalità, per magia, per necessità quando si apre una voragine di questo tipo, quando cioè si instaura nei tuoi progetti una crisi perfetta, allora tanto vale essere coraggiosi: si abbandona la vecchia storia e si intraprende quella nuova. Ma incontrare i tuoi personaggi viventi non è sempre e solo un privilegio, qualche volta, al contrario è un problema. Il nucleo ferreo della famiglia Quiròn, poi Kirone, poi Chironi era tutt’altro che docile. Avevano pazientato a lungo e ora sentivano insieme a me che era arrivato il momento di venire al mondo. Per questo STIRPE non può essere in alcun modo definito un romanzo storico: la Storia in senso stretto partecipa solo quando può essere evocata o percepita o raccontata. Nel corso della scrittura, come un’imboscata, mi si è palesato qualcosa che avevo temuto succedesse prima o poi: dentro alla vicenda fittizia dei Chironi si stava insinuando la storia vera della mia famiglia. Vera come può esserlo una storia romanzata all’interno di un libro che romanzo vuole essere e non saggio o cronaca. Romanzo nel senso primario del termine, di faccenda di uomini che entrano nell’arena dell’esistenza. Così sono partito dal punto zero, una STIRPE che comincia, due orfani che producono una genìa. E che soprattutto vivono un presente, organizzano un futuro e programmano un passato. Dentro alla parabola dei Chironi c’è, in fondo, il segreto della genesi di ogni storia. Michele Angelo il padre si incarica di generare il patrimonio, Mercede, la madre di amministrarlo – quando parlo di patrimonio non intendo solo quello economico – , Luigi Ippolito di costruire un’epica e Gavino di generare la crisi. È una forma autoriflessiva che scarnifica e spolpa, una partita senza risparmio di colpi. Come autore qui mi sono scoperto impudico, si capisce che non è facile mettere in campo la propria segreta epica, il racconto di se stessi, seppur mediato dalla condizione del romanzesco. Qui mi sono scoperto dolorosamente impotente rispetto alla forza di quanto assolutamente questa vicenda mi rivelava. Costruire un universo altro, generare un mondo autonomo partendo dalla propria piccola, insulsa esperienza è la scommessa a cui, io credo, siamo chiamati come scrittori, o presunti tali. Ecco dunque STIRPE che è insieme saga familiare e autodafé, dentro il quale spero si possa riconoscere l’immensamente privato e l’immensamente pubblico; la Storia e la storia; l’umano e l’uomo. Non ho trovato altra via per concepire e concepirmi. Ecco, c’è anche la Sardegna e come sempre Nuoro in questo racconto, perché dentro a quello spazio trovo le "parole per dirlo"; e trovo la pena , ma anche lo stimolo, della contraddizione costante; e percepisco il rumore della turbolenza trattenuta. Questo è un micromondo, una piattaforma concreta, perfetta, dove possono essere costruite storie. Uno spazio dell’anima che però ha ancora un corpo fisico. Una condizione di alterità che non è estraneità. Un nucleo vero, terribile e amabile. Qui l’amore si esprime con una punta di testardaggine che perennemente si rivolge contro i ripetuti, costanti, palesi, quotidiani, tentativi di demotivazione. Eppure lo scrittore ha il dovere di aggrapparsi alla propria labile certezza, e poi innamorarsi dell’incertezza. Amore si diceva, non ultimo per la scrittura che resta il medium dello scrittore, contro l’idea che si possa esserlo pur non possedendone alcuna. Questa saga familiare intessuta di un riverbero di Storia è tutto quanto andava raccontato. Spero di averci messo tutto l’amore necessario.

Marcello Fois

 

LA MIA ESISTENZA TRASCORSA FUORI DALLA SARDEGNA PENSANDO AI LUOGHI CHE AMO

LE CAMPANE DI BARUMINI

Ricordo con profonda nostalgia gli anni passati a Barumini, paese di mia  mamma. Se Villa Verde, la Bannari di una volta, è incancellabile nella mia  vita e nella mia anima, perché vi sono nato e vi ho passato gli anni della prima gioventù, Barumini rappresenta per me il luogo di profondi cambiamenti, ma anche di  tante ore belle trascorse con gli amici e i ragazzi. Il luogo dove si  ritorna per caricarsi di affetti, di nostalgie e di memorie: la Filodrammatica con  le commedie sarde, i carnevali, i campeggi con i giovani al monte Arci… M’è sempre piaciuta Barumini, con quella sua aura di impalpabile distinzione,  per cui viene chiamata "Casteddeddu", forse derivante dalla lunga dimestichezza con la nobiltà iberica dei baroni Çapata. Soprattutto porto impressa indelebile l’armonia delle sue campane, di cui mi resta sempre nelle orecchie una  sorta di soave retrosuono. Io non so cos’abbiano di misterioso queste campane.  Mi danno l’idea della festa che si fa melodia e di una melodia che diventa festa.  Ho girato mezza Europa e di campane ne ho sentite. Poco o tanto si assomigliano.  Ma quelle di Barumini sono diverse, sono speciali. Le ho perfino registrate e  le ho portate con me in Portogallo e in Svizzera; spesso me le riascoltavo, come l’emigrato dei Ricchi e Poveri: "… con me porto le… ‘campane’ e se la  notte piangerò, una nenia del paese suonerò". E penso che, come me, la stessa armonia l’hanno sentita, commovendosi, la mia mamma, i miei avi e i miei antenati… Allora mi carica davvero una grande, profonda nostalgia e mi accorgo che gli occhi si inumidiscono. Nella biografia di molti sardi c’è scritta la parola emigrazione. Ed è stato  così anche per me. Da Barumini sono andato direttamente in Svizzera, dove ho fatto per un periodo l’infermiere nell’ospedale Santa Croce di Faìdo, in  Valle Leventina, che è una vallata alpina proprio ai piedi della montagna  del San Gottardo (m 3.192). Là l’inverno non scherza: la neve arriva alla cintola. Con mia moglie Maria Rita, la quale frattanto lavorava in un pan
talonificio, abitavamo un appartamentino tanto vicino alla famosa ferrovia transalpina che, quando  passavano i treni, tremava tutto. E questo si verificava più di cento volte al giorno! Era come nella casa di Mary Poppins quando l’ammiraglio spara la cannonata per segnare il mezzogiorno. Adesso sotto quella montagna è in corso lo scavo della nuova galleria più lunga del mondo: il tunnel di base del San Gottardo, di 57 km, che andrà a sostituire la primitiva galleria, realizzata da Louis Favre negli anni ’70-80 dell’Ottocento. La paga in ospedale, in confronto alle ore di lavoro, era molto bassa e  quindi mi sono guardato intorno per trovare un’altra occupazione. Gira e rigira, a Lugano ho trovato occupazione presso un quotidiano, il Giornale del Popolo. Però, da Faìdo abbiamo dovuto traslocare, per essere più vicini al lavoro, e da residenti in Svizzera siamo diventati "frontalieri". Il "frontaliero" è un operaio italiano che si reca a lavorare in Svizzera tutti i giorni e alla sera deve ripassare la frontiera per tornare a casa. Nel nostro caso a Porlezza, sul lago di Lugano. Mia moglie faceva la  propagandista editoriale per telefono. A Porlezza sono nati i nostri tre  figli, Flavia, Francesco ed Erica. Il giornalismo era un’occupazione molto più confacente per me. Al Giornale del Popolo son cominciati a scorrere gli anni e i decenni: quasi tre decenni di lavoro in redazione dove, in realtà, si faceva di tutto, dallo scrivere articoli, al prendere le telefonate, al correggere le bozze, al fare  abbonamenti. Ancora non c’era il computer e si doveva comporre tutto con la macchina per scrivere. Così era per il direttore (un direttore eccezionale, che era stato anche fondatore del quotidiano nel 1926, Alfredo Leber), così era per tutti gli impiegati della redazione. Mi sentivo, e mi sento ancora, molto legato e molto onorato per aver lavorato in questo quotidiano svizzero, perché a questo giornale hanno collaborato in diversi periodi personaggi come Piero Chiara, Giovanni Guareschi, don Carlo Gnocchi, Gianni Brera, Giuseppe Prezzolini, Francesco Casnati, Gian Carlo Vigorelli, il  nostro Giuseppe Dessì, Luigi Santucci, Indro Montanelli, Giovanni Papini… per nominare solo quelli italiani più noti. Proprio di fronte al Giornale del Popolo, fino agli anni ’60 del secolo scorso, passava una mini ferrovia a scartamento ridotto. Alla posa dei binari, lì davanti all’entrata, aveva lavorato anche Benito Mussolini nel periodo del suo esilio in Ticino. Contemporaneamente trovai un posto come collaboratore nell’archivio diocesano, impiego durato per circa dieci anni, fino alla pensione. Lì ho imparato da un illustre archivista svizzero, Giuseppe Gallizia, il valore della storia, delle cose antiche, dei documenti e l’interesse per la genealogia. In quell’archivio, con commozione, ho potuto passare le dita sulla scrittura e la firma di san Carlo Borromeo. E’ da queste grandi lezioni del lavoro giornalistico e dell’attività  in archivio che ho imparato e mi è venuto il desiderio e il gusto di scrivere, cosa che il computer mi ha facilitato moltissimo: senza di esso non sarei riuscito a portare a termine i miei tre libri di narrativa: "Mi ritorni in mente" (una mini storia di Villa Verde, fatta di ricordi,  avvenimenti della piccola cronaca di quel villaggetto dei tempi passati, persone care o compaesani e qualche fatto storico di contorno), "Tharsis" (descrizione della vita quotidiana nuragica nella zona del monte Arci ai tempi dell’ossidiana) e infine, il romanzo "Bachis Frau emigrato" (le vicende di un giovane emigrato di Bannari che emigra in un’acciaieria del Ticino per lavorare), che commuove e inumidisce gli occhi di tanti "disterraus", nel quale si possono riconoscere tutti gli emigrati con le loro storie. Questi tre libri sono come una trilogia sull’antico paesello di Villa Verde: il passato remoto (Tharsis), il passato prossimo (Mi ritorni in mente), il presente e il futuro (Bachis Frau emigrato). Quasi allo scadere dei miei anni di lavoro, due anni prima della pensione, il cuore ha cominciato a fare le bizze e mi sono dovuto licenziare. Un infarto mi ha spedito… all’altra sponda. Ma era solo uno scherzetto, una prova generale insomma… perché i medici del famoso Cardiologico di Lugano (dove hanno riaggiustato anche Bossi), vicino al quale grazie a Dio mi trovavo quando il cuore ha fatto stop, mi hanno riportato in vita. Morale della favola. Mi pare di poter dire che, a conti fatti, è meglio guardare l’emigrazione con animo positivo, come un’esperienza arricchente. Sempre però restando attaccati alla propria identità sarda. Se uno sopporta l’emigrazione come un semplice allontanamento dal paese, porta solo qualche soldo in più a casa, ma non si arricchisce di nuove esperienze, di nuove idee, di altri modi di vivere e di vedere le cose. Il tutto però, sempre nella fiducia che Dio ti assista e la sua pazienza ti sopporti.

Vitale Scanu    

DON GIAN MARCO LAI, MISSIONARIO DAL 1985, UN PRETE SARDO IN MADAGASCAR

L’ACQUA PER NON MORIRE

Ha rischiato due volte l’arresto per difendere la sua radio, Radio Masàva, voce libera del Madagascar nella regione di Ankililoaka, parte sud della quarta più grande isola del mondo, Oceano Indiano, canale del Mozambico. "La cronaca da fastidio anche laggiù. I notiziari sono d’informazione pura. Viviamo in mezzo alla povertà e raccontiamo i disagi dei senza casa e dei senza acqua, trasmettiamo i necrologi radiofonici. News che danno fastidio al potere e la polizia è arrivata per chiudere la radio. Gli abitanti del villaggio si sono schierati in massa evitando il mio arresto". Don Gian Marco Lai, 62 anni, di Perdasdefogu, è da più di un quarto di secolo superiore del Distretto dei Salesiani in una delle zone più povere del mondo. Pochi dati fanno capire che cos’è questo Paese lontano dove un sardo porta luce e cultura: "diciotto gruppi etnici, mortalità infantile all’88%, vita media sui 54 anni, reddito pro capite di 930 dollari all’anno, quasi il 60% della popolazione analfabeta". Gian Marco è di quei sacerdoti-coraggio che vivono nelle paludi, non sui palcoscenici della politica. Non veste la porpora ma il saio. Dal 1985 dirige una missione di 120mila abitanti. L’impegno principale? "La lotta alla povertà, alla fame, alla sete. Predichiamo il vangelo, certo. Portiamo il messaggio educativo di don Bosco. Abbiamo messo al centro della nostra attività l’istruzione. Gestiamo 17 scuole elementari, una media, una superiore per 4mila studenti. Alcuni nostri alunni sono diventati docenti". Istruzione. Voglia di libertà. E lotta contro la sete. Che si combatte con la costruzione di pozzi. La realtà è fatta di miseria estrema, con ragazzi che muoiono di malattie come la lebbra, la tubercolosi, il tifo e l’epatite. "Gli ospedali non esistono. Avere cure è impossibile. Si muore di stenti. La disoccupazione è alle stelle, chi lavora nelle risaie incassa un euro al giorno". Tante pa
role che raggelano di don Gian Marco. "La corruzione è molto diffusa. L’ex Presidente è stato arrestato per tanti imbrogli. Le tangenti sono elevatissime". Rimbalza prepotente il problema della sete. Don Lai: "Ci stiamo rendendo conto che è sempre più difficile trovare l’acqua. Si devono costruire pesanti collari in cemento da calare ad uno a uno. I pozzi di Ankipola e Matsà raggiungono 36 metri di profondità". Qualcuno chiede se i disperati fuggono dal Madagascar. "Non è possibile, l’Oceano non è il Mediterraneo, sarebbe una grande bara. Se non aiutiamo la gente a migliorare le loro condizioni di vita, li costringiamo ad emigrare verso un mondo spesso molto più ostile di quello che si abbandona. Tutto sarebbe risolto se ci fossero le trivelle, ma in tutta la provincia di Tùlear, grande quanto la metà dell’Italia, non si trova una trivella per scavare un pozzo, siamo all’assurdo. C’è qualcuno che mi può inviare una trivella? Dio lo santificherebbe". Cronache dalla preistoria. Mamme con nidiate di figli nei villaggi di capanne di paglia e fango, anziani che muoiono per strada. I salesiani in Africa li aveva voluti don Bosco. Oggi sono migliaia dal Marocco a Città del Capo. La prima missione in Madagascar comincia in una foresta nella tribù Sakalava. I salesiani si fanno apprezzare, creano scuole professionali. E gli aiuti dell’Occidente? "Arrivano con le offerte sul conto corrente postale 36885028 intestato a Fondazione don Bosco nel mondo Onlus, causale per don Lai – Madagascar. Riceviamo molti aiuti anche dalla Sardegna. Ma i problemi sono giganteschi". E i rapporti con il potere locale? "Difficili. Ma capiscono che siamo un aiuto per le popolazioni".

Giacomo Mameli

SONO PARTITI PER LA PERICOLOSA MISSIONE I PRIMI 70 MILITARI SARDI

LA BRIGATA SASSARI AD HERAT IN AFGHANISTAN

Nuovo ricambio per il contingente italiano in Afghanistan. Dopo i paracadutisti della Folgore è la volta dei fanti della Brigata Sassari. Dall’aeroporto di Elmas oltre 70 militari sardi che fanno parte del 151º reggimento di stanza nella caserma Monfenera e del 5º reggimento genio guastatori di Macomer sono partiti per Herat con un volo diretto. Una missione di pace non semplice. In tutto i dimonios staranno in Afghanistan sei mesi e opereranno in una regione vasta quasi 55mila chilometri quadrati irta di insidie e difficile da controllare. Nello scalo cagliaritano molti sono arrivati con le famiglie. Tanti si sono attardati a salutare mogli, fidanzate e parenti e a fare una foto con loro prima della partenza. Qualcuno ha baciato più volte il figlio di pochi mesi. Nei volti dei soldati si leggeva orgoglio, fierezza, emozione. «Mi sento pronto e preparato per questa difficile missione – ha detto un sassarino alla sua prima esperienza all’estero – ma non posso negare di essere molto emozionato». Ci sono anche alcune donne. Sono dodici in tutto quelle in partenza per Herat (dieci del 151º reggimento e due del 5º reggimento genio guastatori). «È la prima volta che partecipo a una missione all’estero», ha affermato Francesca Frau, di Monserrato. «Per me andare in Afghanistan rappresenta un grande risultato dopo tanti e faticosi addestramenti – ha aggiunto – e in questo momento sento dentro di me un mix di emozioni che faccio fatica a spiegare». Il cappellano militare don Gianmario si occuperà della salute spirituale dei soldati: «L’Afghanistan – ha detto – è un’occasione per stare vicino ai ragazzi. Più che come un prete i soldati mi vedono come un amico. È in queste situazioni di difficoltà che molti si avvicinano a Dio e lo pregano per i genitori e la propria famiglia». «Una volta a Herat – ha detto il colonnello Scalas, che diventerà capo del distaccamento alla base sarda – i sassarini affiancheranno inizialmente i commilitoni della Folgore. A fine ottobre avverrà il passaggio del comando. La Brigata Sassari assumerà la guida delle operazioni militari e il generale Alessandro Veltri sarà nominato comandante delle forze italiane in Afghanistan».

 

IL GIOCO DALLE ORIGINI ANTICHISSIME

MORRA, PASSIONE SENZA TEMPO

Ritmo, intuito, prontezza di riflessi. Requisiti essenziali della morra, gioco di origini antichissime. Le prime tracce sono state ritrovate dagli archeologi in Egitto. Nella pittura di una tomba di un alto dignitario della XXV dinastia, gli esperti hanno riconosciuto due giocatori che incrociano le dita. Una pratica diffusa anche nell’Antica Grecia e a Roma. I romani la chiamavano micatio, da micare digitis (segnare con le dita). Del gioco, si trovano testimonianze anche negli scrittori medievali e nei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni (nel capitolo VII si racconta di "due bravacci, che seduti a un deschetto, giuocavano alla mora, gritando tutti e due ad un fiato"). In Italia ha avuto alterne vicende. Considerata pratica d’azzardo dal fascismo, fu messa al bando e inserita nella tabella dei giochi proibiti (art. 110 del Testo Unico per le Leggi in materia di Pubblica Sicurezza). La norma, ancora in vigore, vieta il gioco nei luoghi pubblici. Disposizione, però, quasi mai rispettata. La pratica è tollerata dalle forze dell’ordine: troppo forte la passione della gente per poter essere repressa. Oggi esiste in Italia una Federazione del Gioco della Morra. Dal 1998 è riconosciuta dal Coni come disciplina sportiva. La morra è, da sempre, uno dei passatempi preferiti dei sardi. Le voci dei giocatori facevano e fanno da colonna sonora alle feste per tosature, matrimoni, sagre paesane. Il gioco, secondo gli studiosi, sarebbe sbarcato in Sardegna con la dominazione spagnola e si sarebbe diffuso in tutta l’isola trovando terreno particolarmente fertile nelle zone dell’interno. Nel corso dei secoli è stato corretto, rivisto, adattato: in una parola, sardizzato. Come è accaduto per il canto polifonico: i cori sardi, a Nuoro, hanno un timbro e una melodia differenti dalle formazioni canore dell’Alta Italia. Quella per la morra è una passione forte, mai sopita in Sardegna. Centinaia di persone partecipano con entusiasmo ai vari tornei che si svolgono, ogni estate, in tutti i territori dell’isola. A Urzulei, da dodici anni, si tiene il Campionato Sardo di Morra, un evento che richiama nel paese ogliastrino centinaia di turisti. Un’intuizione dell’associazione culturale "Roberto Mulas", da anni impegnata nella difesa dell’identità e della cultura sarda. "Abbiamo organizzato il primo torneo nel 1998 – dice il presidente dell’associazione Fabrizio Vella – con l’obiettivo dichiarato di restituire dignità ad un gioco che appartiene al dna dei sardi. Per troppo tempo, a causa dei divieti di epoca fascista, è stato praticato quasi di nascosto. Oggi diventa, invece, occasione di confronto e di fratellanza tra i popoli
". A Urzulei, oltre al campionato sardo, si svolge anche "S’Atobiu de sos murradores de su Mediterraneu", l’incontro tra i migliori giocatori dei paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, giunto quest’anno alla settima edizione. Oltre ai sardi, erano presenti i rappresentanti di Catalogna, Aragona, Basilicata, Corsica, Friuli, Marche, Molise, Piemonte, Provenza e Trentino. Nello splendido scenario di piazza Funtana Becia, i giocatori hanno incantato il pubblico con il loro ritmo cadenzato, la rapidità di esecuzione, la varietà di gioco. I sedilesi Antonello Pùtzulu e Giampietro Manca si sono aggiudicati, per il terzo anno consecutivo, il campionato sardo, battendo in finale la coppia di Seui formata da Raimondo Anedda e Claudio Lai. "In questi anni – afferma Vella – abbiamo cercato di organizzare una festa con l’unico scopo di divertirci e far divertire i giocatori. A Urzulei, a differenza di altri tornei spuntati come funghi dopo il nostro input, non ci sono soldi in palio". Una scelta precisa, quella degli organizzatori, per evitare possibili tensioni e malumori tra i partecipanti a causa dei montepremi in denaro. I vincitori vengono omaggiati con prodotti dell’enogastronomia e dell’artigianato locale. Ai ragazzi dell’associazione "Roberto Mulas" bisogna riconoscere un altro merito: contrariamente a quanto avviene in tante manifestazioni dedicate alle tradizioni e alla cultura sarda, hanno saputo evitare il rischio folclorizzazione. Quello di Urzulei è un evento organizzato dai sardi per i sardi, prima di tutto. In questo contesto rientra anche la decisione di utilizzare la lingua sarda durante tutte le fasi della gara, oltre che per la promozione dell’evento. I turisti possono così apprezzare l’autenticità e la genuinità del "prodotto". Le sfide a colpi di battorò e murra-bella incantano gli spettatori. La morra richiede abilità, destrezza e concentrazione, non basta la fortuna. In Sardegna si gioca prevalentemente in coppia, a differenza di altre realtà dove la contesa avviene tra due soli murradores. Gli sfidanti devono dichiarare un numero non superiore a dieci e stendere simultaneamente il braccio. Guadagna il punto chi indovina la somma dei numeri corrispondente a quella delle dita mostrate dai giocatori. L’incontro si svolge secondo il criterio partita, rivincita e bella. Vince chi arriva per primo a 16, aggiudicandosi due partite su tre, oppure chi tocca per primo quota 21 nella sfida decisiva (sa bella). La bravura dei giocatori sta nella capacità di studiare "la mano" dell’avversario e anticiparne le mosse. A Urzulei, l’incontro tra le migliori coppie del Mediterraneo ha permesso agli spettatori di conoscere modi diversi di interpretare il gioco. La morra sarda, rispetto a quella giocata in altre regioni italiane ed europee, è più veloce e ritmata. I più esperti riescono a cogliere la provenienza dei giocatori dal loro intercalare e da alcune espressioni colorite. Ogni paese, pur rispettando la stessa matrice, ha le sue caratteristiche peculiari, il suo segno di riconoscimento. Come succede per la lingua sarda e i suoi municipalismi. L’obiettivo dell’associazione "Roberto Mulas" è, adesso, quello di approfondire lo studio su questo gioco, sulla sua storia e sulla sua evoluzione nel corso dei secoli. Interessante anche l’aspetto sociale. Oggi, come ieri, la morra rappresenta un forte elemento di aggregazione: migliaia di giovani si muovono per partecipare ai vari tornei estivi, incapaci di resistere al suo fascino. Come accadeva ai loro padri e, ancora prima, ai loro nonni.

Pier Sandro Pillonca

 

LE PROBLEMATICHE SARDE CON LA SALUTE E IL GRANO

SALUDE E TRIGU!

"Salude e trigu!" è un bell’augurio sardo. In fondo, quando c’è la salute e non manca il pane il più è fatto. Certo, a pensarci, quanto a salute e a grano non è che siamo messi tanto bene. La prima, dopo i sacrosanti tentativi della giunta Soru di mettere in carreggiata il carrozzone della sanità pubblica e convenzionata, è di nuovo caduta in balia di pratiche spartotorie che ben poco hanno a che fare con la sua tutela. La scoperta lottizzazione (con annessa moltiplicazione bulimica delle poltrone) da parte dell’attuale compagine di governo regionale non promette certo un miglioramento dei servizi resi ai cittadini e dell’efficienza complessiva di un settore così complesso e delicato. Ma in tempi di vacche magre, poter spremere un po’ la mammella sempre ben pasciuta (dalle imposte dei cittadini) delle aziende sanitarie e ospedaliere è quasi una scelta obbligata. Almeno, per chi abbia della politica una concezione esclusivamente strumentale e feudale, come i figuri di cui stiamo parlando. Quanto al grano, be’, considerata l’atavica vocazione agricola della Sardegna, l’attuale situazione del comparto agroalimetare rasenta il grottesco, oltre che apparire di una gravità senza precedenti. Un settore che per la nostra Isola dovrebbe essere vitale e trainante è stato demolito e destrutturato fino alla totale eradicazione. Le ragioni sono tante e diverse. Intanto bisogna segnalare le marachelle di un sistema bancario assurdo, (quello monopolistico prima statale, poi privato del Banco di Sardegna) nato male e sulle rovine di un sistema di credito praticamente opposto per concezione e vicinanza alle reali esigenze del territorio (quello tradizionale dei monti granatici e delle casse ademprivili, di matrice cooperativistica). Inoltre, a forza di sfruttare il mondo agropastorale come bacino di clientele e scambi di favori, se ne è persa la vocazione produttiva e quella di presidio del territorio: le campagne abbandonate sono oggi una triste caratteristica della Sardegna, ben più delle belle spiagge e del gossip smeraldino-cementifero (per citare Piero Marras). E poi ci sono anche le responsabilità degli attori principali della recita, gli agricoltori, i proprietari e i gestori delle aziende, troppo inclini ad intascare denari facili e poco ad onorare il proprio mestiere di produttori primari. Oggi in Sardegna non si produce più nulla, la quasi totalità degli alimenti che si consumano sulle tavole sarde sono di provenienza esterna. A poco vale la produzione a livello familiare, che ancora soddisfa una certa parte della domanda: si tratta di situazioni residuali che non fanno rete, non fanno sistema, esposte all’estinzione da una generazione all’altra. Insomma, benché forse ci piacerebbe distrarci per un po’, non possiamo chiudere gli occhi su quanto succede introno a noi. Abbiamo il dovere di provare a riprenderci la responsabilità collettiva sugli elementi fondamentali di una vita associata che non sia pura giustapposizione tra individui, tra interessi privati in competizione tra loro secondo la legge del più forte (o del più scaltro). Solo a queste condizioni avrà ancora un senso augurarci, di tutto cuore: "Salude e trigu!"        

Omar Onnis

IL PROGETTO MUSICALE DI SIMONA SALIS

JANAS E DIMONIUS

Il territorio sardo offre ai suoi abitanti e ai suoi visitatori un patrimonio naturalistico e paesaggistico di inestimabile valore; forse sono meno note le innumerevoli leggende che hanno fatto la storia e la cultura di quei luoghi. Dal desiderio di continuare a tramandare queste leggende attraverso musica, immagini e scrittura, e dal desiderio di vivere i luoghi del territorio sardo come veri e propri "palcoscenici naturali", prende corpo l’ispirazione di Simona Salis – giovane e brillante cantautrice sarda – per il progetto "JANAS E DIMONIUS".

IL PRODOTTO – CD: 10 brani musicali composti e cantati da Simona Salis, ispirati ad altrettante leggende ambientate nel territorio sardo. I brani, scritti da Simona Salis, sono cantati e suonati dalla cantautrice insieme a una sezione ritmica formata da Carmelo Isgrò e Ivan Ciccarelli, con Brando alle chitarre e Roberto Colombo alle tastiere e vocoder.

– I brani hanno per lo più un impatto ritmico deciso e le sonorità sono semplici, dirette e al tempo stesso ricche di fascino.

– Libro: scritto da Simona Salis e composto da 10 capitoli, uno per ciascuna leggenda. Ogni capitolo riporterà il testo in sardo campidanese della canzone, con traduzione in italiano, il racconto delle 10 leggende, con immagini dei luoghi in cui sono ambientate.

Massimiliano Perlato

Una risposta a “Tottus in Pari, 262: Sa Oghe”

  1. Vi ho già espresso i miei complimenti altre volte.

    Anche se ripetersi risulta spesso noioso, ribadire l’apprezzamento per il vostro giornale (che é ormai diventato il nostro nel senso di giornale dell’emigrazione sarda) vuole essere uno stimolo a continuare malgrado l’impegno che vi assorbe. Ne so qualcosa con l’esperienza del Peter Pan che stampavamo a Lugano. Bravi

    …e sempre tottus in pari!

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