Forum mondiale dell'acqua: perchè sia garantito il diritto a un bene primario

di Riccardo Moro

 

È passata mestamente sotto silenzio il World Water Forum che si è svolto a Istanbul. All’iniziativa, riconosciuta dall’Onu, hanno partecipato migliaia di delegati di governi, municipalità, società civile e imprese di tutto il mondo. Per parlare di acqua. Sì, perché mentre si discute, peraltro comprensibilmente, di come conservare il potere d’acquisto del miliardo di persone che vive con oltre 37.000 dollari l’anno – cioè noi – altrettanti vivono con un dollaro al giorno e senza accesso all’acqua potabile. Il numero di chi non ha sevizi igienici né fognature, poi, raggiunge la spaventosa cifra di 2 miliardi e 600 mila. Senza acqua non si vive. Non solo perché l’acqua nel processo nutritivo non è sostituibile, ma anche perché ci è essenziale per l’igiene personale e le coltivazioni. La mancanza d’acqua ha numerose conseguenze sulla qualità della vita.  Si calcola che siano circa 5.000 i bambini che muoiono ogni giorno per diarrea, una cifra superiore alle morti per tbc, malaria e aids, e nel 90% dei casi è la mancanza di accesso ad acque sicure a determinare l’insorgere dell’infezione. L’assenza di servizi igienici e fognature inoltre amplifica gravemente i rischi d’inquinamento delle acque e la diffusione di malattie. Ma l’assenza di acqua potabile e servizi non impatta solo sulla salute. Esistono diversi altri effetti perversi. In questi anni le risorse destinate a migliorare questa situazione si sono contratte. L’acqua non ha avuto una lobby che sostenesse la necessità d’interventi per migliorare la situazione. Anzi, diversi gruppi economici hanno spinto perché si avviassero privatizzazioni per consentire lo sfruttamento commerciale della risorsa acqua. Il rischio di un peso gravoso sui più poveri è evidente. A queste pressioni si è opposto chi considera l’acqua un bene pubblico appartenente alla comunità, dunque, allo Stato, che ha il dovere di renderlo disponibile a tutti. Ma la privatizzazione non è tutto. La questione reale si gioca su tre ambiti. Il primo è come si fa concretamente ad estendere l’accesso ad acqua potabile e servizi dove oggi questo è negato. Questo significa affrontare la questione dal punto di vista degli utenti, o meglio delle persone: identificare chi ha necessità e costruire percorsi efficaci (e controllabili democraticamente) per gestire l’utenza. Il secondo è la gestione integrata dei bacini idrici che consenta volumi d’acqua proporzionati ai diversi fabbisogni: l’uso alimentare e igienico, quello agricolo, quello industriale dove esiste, e quello idroelettrico. Si tratta di porsi il problema dal punto di vista tecnico delle risorse. Il terzo riguarda la sostenibilità delle soluzioni nel tempo, sia dal punto di vista economico sia da quello ambientale. La costruzione di dighe immense negli ultimi decenni ha avuto in diversi casi impatti assai preoccupanti in termini di cambiamento climatico locale e sub regionale: le dighe realizzate in zone molto calde suscitano evaporazioni intense tutto l’anno, che hanno cambiato i ritmi della piovosità stagionale. Significa affrontare il problema dal punto di vista della comunità che vuole amministrare nel tempo una risorsa scarsa in armonia con l’ambiente. A Istanbul migliaia di persone ne hanno parlato insieme e la loro voce può essere preziosa per orientare i decisori internazionali. Mancano infatti sedi internazionali efficaci per coordinare gli interventi. Da qualche tempo è stata formulata la richiesta di creare un Piano globale di azione sull’acqua per coordinare in modo integrato i tanti spazi d’intervento che si aprono quando si affronta la questione acqua, creando un livello mondiale e uno nazionale per discutere di priorità, interventi e finanziamenti.  La proposta ha già molti consensi nel Sud e nel Nord, ma necessita di una spinta decisiva. Il prossimo G8, presieduto dall’Italia, avrebbe la possibilità di darla. Avviare un Global Framework non esaurisce le nostre responsabilità, ma è un passo avanti fortemente chiesto dalla società civile. Speriamo che non si perda l’occasione.

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