La Sardegna che brucia, in mano all'industria del fuoco di piromani senza scrupoli

di Massimiliano Perlato

 

La Sardegna purtroppo, bella e paradisiaca finché si vuole, con l’avvento dei mesi caldi, tra luglio e agosto in particolar modo, diventa un tizzone ardente incontrollabile. Migliaia di ettari di bosco e macchia mediterranea in fiamme nelle quattro province. Con piromani abbietti e scatenati, in mezzo alla noncuranza della gente, gli incendi dolosi con il gran caldo si moltiplicano a dismisura. Gli incendi si scatenano sempre in punti diversi e sempre nel momento peggiore. Sperare nella pioggia è troppo limitativo. Il levante soffia inesorabile, è vana la speranza che nessuno lasci accesa la brace. Macchie nere e sterpaglie sono lo sconsolato panorama del dopo, laddove un tempo c’erano boschi e foreste, faggeti e uliveti, ginepri e mirtilli. Sono tutti danni incalcolabili che rimangono indelebili nel terreno e nelle coscienze di ognuno di noi. Il valore delle perdite, considerando però solo i beni stimabili, quindi ad esempio la produzione legnosa, il servizio ricreativo ed idrogeologico e la stabilizzazione del clima, a volte è incalcolabile. I dati danno le risposte che tutti sospettano: è l’uomo la causa dell’incendio. Il Corpo Forestale Sardo si è si rinforzato, anche con una struttura investigativa sul territorio, coinvolgendo direttamente la gente comune, ma non è bastato. Il Ministro dell’Ambiente aveva dato il via ad un piano che prevedeva il coinvolgimento anche degli obiettori di coscienza nelle attività di supporto ai centri antincendio, avvistamento, sorveglianza e rimboschimento. Le sigarette, le scintille incontrollate nelle giornate ventose hanno fatto il resto, e i boschi di macchia sono soppiantati da cespugli radi, con una desertificazione che avanza inesorabile. Questa storia degli incendi, appiccati nelle zone ad alta densità turistica che ha flagellato la Sardegna nel periodo estivo, deve davvero terminare. L’esperienza drammatica di ogni anno e questo in particolare, in tutta l’isola, consiglia vivamente di riflettere su come trovare le normative adatte e soprattutto efficaci per contrastare quella che potrebbe diventare una vera e propria "industria del fuoco". Disegni strategici mirano a deturpare il volto roseo del turismo sardo per incenerire per sempre la vetrina delle vacanze da sogno. Interessi speculativi dell’ecomafia e dell’ecocriminalità sono costantemente al vaglio di specifici approfondimenti investigativi. Quelli del fuoco sono colpi mortali alla macchina del turismo, oltre alle decine di ettari di bosco e macchia mediterranea che vanno inesorabilmente in fiamme. Un dazio davvero pesante che l’isola paga suo malgrado. Si richiedono pene molto severe per chi commette un vero e proprio attentato contro la natura, l’ambiente e il creato. Fino a quando durerà questo clima, ogni fiammifero acceso è un pericolo devastante. Incendiari e piromani: sarebbe ora che venissero considerati come criminali di massima pericolosità sociale. È evidente la volontà di terrorizzare. I roghi sono pianificati, esplodono in una stessa zona in più punti. Incendiano le coste, impauriscono i turisti, bloccano lo sviluppo economico. Questi non sono semplici piromani, psicopatici, ma liberi professionisti che hanno una posizione e appiccano incendi per altri interessi occulti. Succede che se prima gli incendiari si muovevano per fare qualcosa (bruciare uguale costruire), ora, ed è un’ipotesi delle tante, agiscono anche per non fare qualcosa. I roghi colpiscono non solo boschi nell’entroterra, ma in particolare aree vicine alle coste, al mare, al turismo. In Sardegna, il fuoco, che prende di mira le località di villeggiatura più "in" come la Costa Smeralda, cercando di far perdere la fiducia nella serenità di questi luoghi, ha provocato e provocherà in futuro ancora danni economici. Fiamme sempre partite nello stesso momento in diversi punti: incendi dolosi quindi. Metodi per disorientare la macchina antincendio, per sfinirla. Soccorsi posti in condizioni di grave difficoltà. Una scelta terroristica, se per terrore s’intende creare un senso intenso di paura e sgomento. Quali interessi allora? Criminalità organizzata che si spinge verso la speculazione edilizia o addirittura la creazione di luoghi per la collocazione di rifiuti più o meno pericolosi e un altro ancora può essere la fornitura di posti di lavoro. E poi l’ipotetico interesse a disincentivare attività come il turismo. Un po’ di tutto, insomma, con condimenti di vendette, invidie locali per consegnare i terreni all’improduttività. Appiccare un incendio a due passi dal mare, dai villaggi turistici, tra un camping e l’altro, è anche un modo per scoraggiare investimenti: per creare depressione economica. Gli organici per contrastare il fenomeno del fuoco sono comunque esigui. La Sardegna da questo punto di vista deve raggiungere delle certezze: come il progetto del telerilevamento che, attraverso il costante monitoraggio del territorio, farebbe scattare gli interventi non appena un focolaio viene avvistato. Uno strumento di controllo sicuramente costoso, ma ottimo. L’intero patrimonio verde italiano è minacciato, ogni estate, dagli incendi. Oltre il 60% dei quali ha un’origine dolosa. In 30 anni, dal 1972 al 2002, il 12% del territorio è stato distrutto dai roghi, con la perdita del 19% delle foreste. Nel Mediterraneo ogni anno, secondo il WWF, sono più di 50mila gli incendi che bruciano dai 600mila agli 800mila ettari dei Paesi del bacino. In Italia, a distruggere boschi, foreste e pascoli, sono quasi esclusivamente roghi di origine dolosa. E i dati delle indagini conoscitive annuali del Corpo Forestale dello Stato mettono in evidenza come il fenomeno sia in preoccupante aumento. Colpa della legge che non viene applicata, accusano le associazioni ambientaliste e il Corpo Forestale. Perché, dietro alle fiamme che straziano i nostri boschi, non ci sono i balordi dal fiammifero facile, ma si nasconde quasi sempre l’ombra della criminalità organizzata, che ha trasformato gli incendi in un business redditizio. La legge quadro sugli incendi boschivi, la migliore a livello europeo, se venisse applicata, decreterebbe la fine degli incendi a scopo speculativo. La legge obbliga i Comuni a realizzare ogni anno una mappatura aggiornata delle zone incendiate da riportare a catasto. In questo modo si avrebbe un monitoraggio puntuale delle aree che hanno subìto un incendio e quindi si potrebbero applicare i vincoli strettissimi della legge. Ma i Comuni sono molto indietro e pochissimi hanno presentato la mappa. In che modo la legge potrebbe fermare i piromani? Le zone boscate e adibite a pascolo segnate dalle fiamme non possono mutare la natura del loro territorio per almeno 15 anni. Ciò significa tagliare le gambe a coloro che appiccano il fuoco proprio per accrescere i pascoli o i territori coltivabili. Per 10 anni, poi, è vietato realizzare su queste zone edifici, sia abitazioni che industrie (sono consentite solo opere pubbliche indispensabili, come fognature, linee elettriche o telefoniche). Questo renderebbe innocua quella parte di criminalità organizzata che accende i roghi per procurarsi aree edificabili a un buon prezzo. Infine per 5 anni è impossibile il rimboschimento tramite fondi pubblici. Questa norma neutralizza un’altra fetta di incendiari: i vivaisti che cercano di beneficiare dei fondi statali. Ultimamente si è notata l’esistenza di un ulteriore tipologia di appiccatori di incendio: quelli che grazie alle fiamme nascondono lo smaltimento illegale di rifiuti. Una piccola percentuale degli incendi dolosi &egr
ave; imputabile a coloro che invece il fuoco dovrebbero spegnerlo. Operatori degli enti locali, guardie forestali, per esempio. L’illusione è quella di creare più lavoro. In realtà oggi la maggior parte del personale è impiegata nella prevenzione, più che nello spegnimento delle fiamme. Incendiari per caso sono gli agricoltori. A loro sono imputabili la maggior parte degli incendi colposi, risultato di un incidente, spesso di una scorretta procedura nel bruciare le stoppie o i residui vegetali per ripulire i terreni incolti. Il classico mozzicone di sigaretta, invece è responsabile per il 15% degli incendi. Prevenzione è la parola d’ordine per chi protegge i boschi. Avvistare il fuoco in tempo significa domarlo presto. Da millenni, la Sardegna è stata chiamata dai suoi stessi abitanti "terra brujada". Segno evidente che la piaga affonda le radici nella preistoria. Ma l’epiteto, in quei tempi lontani, non faceva paura. Erano soprattutto pastori e contadini ad appiccare il fuoco, generalmente a fine estate: per avere pulita l’erba che insaporiva il latte e i suoi prodotti o per liberare dalle erbacce e dalle radici cespugliose la terra destinata alle semine. Si sapeva che gli uomini di campagna, pure senza grandi cognizioni scientifiche, cercavano di salvaguardare i virgulti più giovani e sani sacrificando gli alberi ormai malati per la provvista della legna invernale. Ora è tutto cambiato. Soprattutto è mutata la mentalità della gente: proprio durante il millennio che avrebbe dovuto, nelle aspettative comuni, possedere mezzi miracolistici per salvare e valorizzare il nostro prezioso patrimonio terriero. Adesso, alle speranze è subentrata la paura, per non dire il terrore, se è vero che oltre alla flora stanno soccombendo alle fiamme gli animali selvatici e da allevamento; senza contare le vite umane, sacrificate sull’altare di una mafia avida e senza scrupoli, in cerca di facili arricchimenti. Dopo le ultime stagioni, nessuno, infatti, crede più al piromane isolato, all’allevatore invidioso del collega. I roghi che hanno divorato, grazie anche alle estati torride, i nostri beni ambientali sanno di progetto mafioso. I continui assalti delle fiamme soprattutto a nord dell’isola, dove lo sviluppo turistico costiero e dell’immediato entroterra sta attirando l’alta borghesia italiana ed estera, non sono certo opera di pochi pazzi o di meschine gelosie individuali. Ormai, e credo sia difficile negarlo, siamo di fronte a squadre attrezzate, alla cui guida sta presumibilmente una regia unica. La Sardegna settentrionale in particolare, ma ormai anche quella meridionale e centrale, fanno gola a grandi imprese del settore, che in pochi anni si sono visti portare via clienti di lusso, capaci di lasciare nei posti di villeggiatura milioni e milioni di euro. Il fuoco, che induce nei turisti terrori apocalittici, è un elemento efficacissimo per costringere verso lidi più sicuri il popolo vacanziero, soprattutto quello con le tasche ben fornite. Non è però escluso che dietro le squadre assassine agisca un preciso terrorismo politico deviato. In altre parole: via dai mari, dai boschi, dagli agriturismi affermati gli attuali padroni per lasciare spazio ad altri di natura "diversa". Il piatto è ghiotto: montagne di soldi con i quali si possono costruire fortune economiche e di potere. Naturalmente fuori dalle regole democratiche. In ogni caso, l’isola rischia di soccombere in pochi anni, mentre sono sempre dilaganti l’emigrazione e la disoccupazione. Se questa è la situazione, aerei ed elicotteri non serviranno pressoché a niente. Infatti, l’area che si salva quest’anno è destinata ad andare in cenere il prossimo. E allora? Rafforzare le flotte del cielo e le squadre di terra? Servirebbe, probabilmente, a spendere un altro mare di soldi, oltre a quelli che già si spendono, solo per rinviare ad altra data il disastro totale. Forse, invece, bisogna fare qualche passo indietro, tornare in parte alle origini, se vogliamo realmente evitare la desertificazione generale della nostra terra. Il fiume di denaro che sgorga dalla Costa Smeralda e da altri siti turistici all’avanguardia in Sardegna, non vanno ad innaffiare le nostre città, i paesi e le campagne. Perché il formaggio, il vino, il pane, il prosciutto, gli insaccati, i dolci e gli altri prodotti che servono al turismo non provengono certo da colture isolane. Forse è davvero tempo di cambiare politica. E qui entra in ballo la Regione Sardegna. Bisogna studiare un piano in grande stile, utilizzando tecnici che facciano in modo che i contadini tornino a lavorare la terra, con aiuti sostanziosi: così gli allevatori, i coltivatori di ortofrutta, i pescatori, i vignaioli e così via. Ma con la garanzia che i prodotti saranno indirizzati ai grandi alberghi e alle ville delle coste e dell’interno dell’isola. Naturalmente un’operazione simile ha un costo; perché chi sta a contatto con la terra dovrà provvedere anche a salvaguardarla dal fuoco; non facendo la guardia estiva ma rendendosi responsabile di ampi spazi di terreno per tutto l’anno, aiutato magari dai soldi che oggi si spendono, spesso male, nei mezzi aerei. Ognuno, però, dovrà rispondere del proprio operato. L’incendio si doma con interventi tempestivi. Perciò ogni responsabile o proprietario coltivatore e allevatore dovrà disporre di una squadra a terra e di vedette, con il coordinamento dei rispettivi comuni e l’intervento dei mezzi aerei solo se strettamente necessario. È ovvio che le squadre, quando non saranno impegnate in opere di spegnimento, dovranno creare, nel corso dell’anno, fasce parafuoco attorno alle zone coltivate, ai boschi, alla macchia mediterranea e ripulire i sottoboschi. Esattamente come accadeva, gratis, da parte dei proprietari molti anni fa. Oggi si potrebbero ripetere tutte queste operazioni, pagando le squadre forestali, incentivando agricoltori e allevatori, ove necessario. Può sembrare utopia. Ma basterebbe sedersi attorno ad un tavolo per discuterne. Chissà che il millennio della tecnologia avanzata non riesca a salvare l’isola servendosi di mezzi e metodi antichi, che però erano illuminati dall’intelligenza e dall’onestà.

 

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