Tottus in Pari, 254: universo Berlino

Un decennio di vita, festeggia quest’anno il Centro Culturale Sardo di Berlino, un’associazione tedesca fondata nel 1999, riconosciuta dalla Regione Sardegna che la sostiene anche finanziariamente. E’ la più giovane delle 15 associazioni affiliate alla Federazione dei Circoli Sardi di Germania. Giovane, ma superattiva per la realizzazione di tantissime attività finalizzate alla conoscenza e promozione della cultura sarda nella capitale tedesca. Oltre ad esposizioni e manifestazioni musicali, anche conferenze, dibattiti, proiezioni, corsi di lingua e di cucina, e viaggi in Sardegna. Uno stimolo per le relazioni tra i sardi residenti all’estero e quelli in Sardegna. Questo è lo spirito che ha reso possibile una presenza della cultura sarda nella capitale tedesca che è uno dei cuori pulsanti della cultura europea. Berlino non è affatto cara, i voli low cost l’hanno scoperta da un pezzo. E chi non s’accontenta dei suoi spazi, può sempre spostarsi nelle campagne di Brandeburgo. In mezz’ora si è lontani dalla città, in un paesaggio solitario. Anche il mare è vicino, sul Baltico. Berlino ha molto da offrire ai giovani stanchi delle altre città tedesche, ma anche agli anziani, ai pensionati e ai diplomatici a riposo che vogliono avere tutto a portata di mano. Non ci si annoia mai a Berlino. Secondo lo storico tedesco Karl Schlogel, insegnante di Storia dell’Europa orientale all’Università di Francoforte, la capitale ha tutti i numeri per diventare un parco tematico del 21esimo secolo. La città non obbedisce ai progetti dei suoi amministratori che avrebbero voluto farne il fulcro dell’Europa, il luogo chiave dell’unificazione tedesca. Tutto fa pensare che Berlino diventerà presto il parco giochi degli europei: ha grandi spazi, le strade sono ampie. Parcheggiare è facile, ed anche spostarsi. C’è tutto: strade, parchi, laghetti, case, marciapiedi, osterie, terrazze e spazi vuoti. Ci sono tre teatri dell’opera, tre orchestre sinfoniche di grande livello, ottimi teatri di prosa, decine di musei. E la qualità dell’aria è migliorata da quando la città si è deindustrializzata e le fabbriche sono state chiuse. Berlino sta ancora riempiendo i vuoti lasciati da un regime, da una guerra e da un lungo periodo di divisione. Per questo nel bel mezzo di una città che è anche una capitale si trovano luoghi altrove impensabili. Una spiaggia di sabbia nel cuore del quartiere dei palazzi governativi, giardini e terreni incolti che in altre città sarebbero pieni zeppi di automobili, progetti per campi da golf dove un tempo passava la metropolitana. Ma soprattutto laghi a 20 minuti dal centro e sale da concerto raggiungibili in bicicletta. Berlino è una delle poche metropoli che d’estate può permettersi il lusso di trasformare il centro in un parco dei divertimenti. Quasi ogni settimana le zone centrali sono chiuse al traffico per qualche manifestazione: il Carnevale delle Culture, la Love Parade, il Christopher Street Day, la maratona di Berlino, il Kurfurstendamm trasformato in passerella d’alta moda, l’isola dei musei che diventa cinema all’aria aperta, i fuochi d’artificio a Pariser Platz. Tutto si svolge nel cuore della città, dove in altre capitali d’Europa di solito s’incontrano ospiti in visita ufficiale. Qui ci sono pub che non chiudono mai, barconi che scivolano lentamente tra fiumi e canali. Le pagine dedicate alla vita e ai divertimenti culturali occupano il grosso delle voluminose riviste locali. Nonostante la crisi finanziaria la Germania continua ad essere uno dei maggiori paesi esportatori al mondo ed il cuore economico dell’Unione Europea, di cui è la maggiore contribuente. Le relazioni economiche tra Germania e Italia sono da tempo particolarmente strette. La Germania è alla lunga il maggior partner commerciale dell’Italia. Alberto Musa è il presidente del circolo sardo di Berlino, a lui rivolgiamo alcune domande:

Quanti giovani sardi frequentano il circolo? Berlino è una metropoli che richiama sempre più visite di giovani dalla Sardegna. Non è difficile quindi che poi scelgano di rimanere a viverci. Sono diversi coloro che frequentano e organizzano le iniziative dell’associazione e che entrano a fare parte degli organi dirigenti. Si tratta di giovani tra i 25-35 anni che rappresentano la maggioranza dei soci attivi: una grande risorsa di nuove energie e saperi. I giovani sardi nati in Germania, con un titolo di studio ed una qualificazione, riescono ad integrarsi bene nel mondo del lavoro. Si può dire che negli ultimi anni la loro presenza è aumentata costantemente con un elevato livello di istruzione. Oggi nel consiglio direttivo del circolo il numero dei giovani laureati è molto elevato, come mai era accaduto. Voglio inoltre ricordare che attualmente i ruoli della vicepresidenza, della segreteria e della tesoreria sono ricoperti da donne.

Quali sono i settori di maggiore occupazione dei giovani sardi a Berlino ed in Germania? Per ragioni storiche, legate alla divisione del Paese, a Berlino non è sviluppata la grande industria come invece nella parte ovest. La comunità italiana e sarda presente lavora principalmente nei servizi e nella ristorazione. Molti gastronomi sardi sono proprietari di alcuni dei ristoranti italiani più rinomati in città. Comunque cresce anche il numero di giovani che vengono a Berlino per motivi di studio, di specializzazione e ricerca. Di recente si sono aggiunti coloro che svolgono corsi di perfezionamento nell’ambito del programma "Master and Back" della Regione Sardegna. I giovani sardi nati in Germania, con un titolo di studio ed una qualifica, riescono ad integrarsi bene nel mondo del lavoro. Per dare un’idea, lo scorso anno alla fiera della tecnologia di Hannover è stato presentato uno studio dell’Associazione degli Ingegneri Tedeschi e l’Istituto per l’Economia, secondo i quali nell’industria mancherebbero qualcosa come 95mila ingegneri. Le conseguenze della crisi per le aziende si facevano sentire già allora, costringendo le stesse a rifiutare commesse o a rallentare la produzione. Per quanto riguarda la nostra isola, uno dei settori economici più importanti è il turismo: proprio dalla Germania, arriva la maggior parte dei visitatori stranieri in Sardegna. Nel 2007 secondo i dati, diffusi dall’ufficio statistico federale della Germania in occasione dell’apertura della fiera internazionale del turismo di Berlino, in Sardegna ci sarebbero stati circa 550mila visitatori, con un incremento del 20% rispetto all’anno precedente. Alla luce del volume di flusso turistico dalla Germania, trovo incomprensibile che all’aeroporto di Olbia non si trovi una guida dell’isola in tedesco. Questo nonostante siano presenti, nell’area servizi, un centro promozionale ed una grande e rinomata libreria nazionale, dove troverete di certo l’ultimo romanzo, dell’ultimo autore che scrive in italiano. Nonostante questa rilevanza del mercato turistico tedesco per la nostra economia e la sua potenzialità, ci si potrebbe aspettare una maggiore considerazione in Sardegna per lo studio di questa lingua. Non solo nell’ambito turistico, ma anche in quello dell’esportazione di prodotti agroalimentari registriamo gravi carenze. Molti giovani arrivano in Germania con un titolo di studio in tasca ma alla fine devono adattarsi a lavori
poco qualificati per via della mancanza di competenza nella lingua del luogo.

In che misura la crisi economica coinvolge la Germania e la vita dei sardi emigrati? L’economia tedesca è fortemente improntata all’esportazione, essendo uno dei primi paesi esportatori al mondo, per cui la crisi finanziaria mondiale sta interessando la Germania per il fatto che si riducono i consumi negli altri paesi e soprattutto con i grandi partner commerciali. Aziende di fama internazionale vedono ridursi o dimezzarsi i loro affari, costringendole a reagire prontamente ed un mercato con regole spietate. I risparmiatori che hanno investito in Germania e in prodotti finanziari tedeschi non hanno perso un soldo, visto che esiste un sistema bancario e risorse per far fronte a queste emergenze. Il problema è la grande mole di capitali investiti globalmente. La gente comune, consigliata alla leggera, che ha perso anche ingenti somme investendo in prodotti finanziari favolosi ma per niente trasparenti e gestiti in altri continenti o in paradisi fiscali dei Caraibi, si riunisce ora in associazioni per chiedere risarcimenti. Agli inizi dell’anno si è iniziato a parlare di depressione e a prendere misure contro di essa, ma rimarrà il tema fondamentale fino al 2010. Sorprendentemente, nonostante questi scenari, gli indici dei consumi interni in Germania rimangono stabili, La crisi coinvolge comunque tutta la società e quindi anche i sardi.

Il settore auto sembra il più colpito dalla crisi, anche in Germania si è avuto un calo delle vendite? Ci sono sardi che lavorano in questo settore? Cosa sta facendo il governo tedesco per far fronte a questo momento? La coalizione di governo guidata dalla cancelliera Angela Merkel sta affrontando la crisi economica e finanziaria con un pacchetto di misure che investe l’intera società. Uno dei settori colpiti dalla crisi riguarda quello dell’industria automobilistica. Considerando l’indotto, ad esso sono collegati un’ingente quantità di posti di lavoro, di bilanci familiari e di entrate fiscali per lo Stato. A Wolfsburg la capitale della Volkswagen, lavorano molti sardi nell’industria dell’automobile. Non a caso esiste un circolo sardo in quella città. Il governo ha affrontato il calo delle vendite nel mercato interno varando delle misure atte al rinnovo del parco auto del valore di 1,5 miliardi di euro. Chi ha l’auto registrata almeno da 9 anni e dimostra di averla demolita può ottenere 2.500euro dallo Stato per l’acquisto di un’auto nuova. Queste sovvenzioni non hanno carattere protezionistico, come altrove, per cui non sono vincolate all’acquisto di sole auto tedesche. Tra le misure adottate per affrontare la crisi dell’industria dell’automobile vi è quella di impulso alla ricerca. La direttrice del ministero federale per la ricerca Annette Schavan ha dato il via allo sviluppo delle più moderne batterie litio-ione con l’obiettivo che nel 2015 in Germania ci siano un milione di auto elettriche in circolazione.  

Barbara Calanca

"DESTINU, ARGENTINA" PER IL CONCORSO INTERNAZIONALE "STORIE DI EMIGRATI SARDI"

DAL CIRCOLO "RADICI SARDE" DI BUENOS AIRES, PROGETTO DI FICTION

Il soggetto proposto é il matrimonio per procura, una tematica molto frequente nell’emigrazione italiana e sarda in particolare. Negli anni della grande ondata migratoria, nel periodo tra il 1955 e 1960, invalse in Italia e in particolare in Sardegna, l’uso dei fidanzamenti in cui i due promessi sposi non si erano mai visti, almeno in età adulta, e dei matrimoni per procura. Il matrimonio avveniva dopo che i due giovani si erano conosciuti e fidanzati talvolta solo per lettera e per fotografia, e per il lontano ricordo di essersi visti nelle vie del paese, anni prima. Un elevato numero di donne partì già sposata, per raggiungere un marito che aveva sposato per procura, in modo che il suo onore fosse salvo perché la famiglia l’affidava all’emigrante da sposata, e non da nubile, dunque con la certezza che la loro relazione fosse accettata dalla comunità d’origine. Questo era anche il risvolto dell’usanza, da parte degli uomini emigrati, di mantenere i legami con la comunità d’origine sposando una ragazza del paese, la quale veniva scelta in occasione del ritorno oppure da un intermediario fidati a cui si era legati da vincoli parentali o di comparatico: il compare si recava a casa della ragazza e trattava le nozze con la famiglia di lei; veniva quindi steso un regolare contratto tramite un notaio. Le nozze erano celebrate con solennità: la ragazza veniva accompagnata all’altare da un rappresentante dello sposo (il padre, il fratello, il compare), e dopo di ciò si imbarcava per raggiungere il legittimo consorte. Questo progetto cinematografico racconta la storia di Lucia, una ragazza sarda che si sposa per procura in paese. Le immagini partono in chiesa: la cerimonia di sposalizio con il fratello di Salvatore, il promesso sposo. Subito dopo, i festeggiamenti e l’addio con gli amici e i vicini. Nei preparativi della partenza vengono ricreati i sogni e le speranze di Lucia, che trova nel matrimonio per procura una via d’uscita ad una triste realtà nell’Isola, e i desideri di affrontare con successo una nuova vita in Argentina, lontana della terra natia, della sua famiglia, delle sue abitudini. La storia racconta inoltre il viaggio in nave, l’arrivo in Argentina, l’incontro iniziale tra i due recenti sposi, la nuova vita di coppia a San Isidro, tra gli amici sardi, i vicini argentini e il futuro, pieno di sacrifici, di lavoro e di sogni… Si tratterà di una fiction realizzata con grande cura, che vuole sottolineare i sentimenti di nostalgia e le speranze di futuro in questa nuova terra americana. É stata scritta con le testimonianze dei ns. genitori emigrati sardi. La fiction verrá girata integralmente in Argentina, nella provincia di Buenos Aires. Avrá una durata totale di 15 minuti. Avrá sottotitoli in italiano nei brani della sceneggiatura che sono in lingua sarda, ed eventualmente per le traduzioni di alcune parole che sono tipicamente argentine.

Obiettivi:

  • Ricreare una tipica storia di emigrazione, cercando di condividere le emozioni, le paure, la tristezza e la gioia, sia dei protagonisti che delle loro famiglie e amici;
  • Realizzare un omaggio ai ns. genitori, nonni e bisnonni che sono arrivati in ques
    ta benedetta terra argentina, con i loro sogni e le loro speranze di trovare un mondo nuovo;
  • Mantenere intatte le nostre Radici Sarde, così amate e rispettate da noi discendenti, che abbiamo accolto l’esempio di vita e di amore alla terra natia, e che abbiamo sviluppato le ns. famiglie in Argentina, ma senza mai dimenticare il ns. origine sardo.

L’interpretazione della fiction sará integramente realizzata da sardi, figli e nipoti di sardi, tutti associati al Circolo Radici Sarde di San Isidro, e integranti del Gruppo di teatro del Circolo, del quale si informa nella lettera allegata alla presente relazione descrittiva.

Pablo Fernandez Pira

IL GRUPPO DI TEATRO DEL CIRCOLO "RADICI SARDE" DI BUENOS AIRES

GRIS DE AUSENCIA

"L’assenza é di colore grigio…quando uno é costretto ad andarsene lascia dietro di sé il suo negativo, la sua ombra, ma gli rimane sotto la pelle, ovunque vada, il colore grigio. Ognuno di noi porta con sé questo colore, costretto nella propria vita ad esiliarsi da un tempo, da un luogo, da un’altro essere…"

Il gruppo di teatro del Circolo "Radici Sarde" di San Isidro – Buenos Aires, che é stato costituito nel 2006, ha rappresentato quest’anno "Gris de ausencia" di Roberto Cossa; adattamento e regia di Griselda Lound e Juan Merello. L’idea é stata quella di realizzare questa bella opera teatrale argentina in chiave sarda. "Gris de ausencia" (Grigio d’assenza) data del 1981. Nella stessa, Cossa propone il tradizionale problema dell’emigrazione mostrando gli emigrati di rientro al proprio Paese d’origine, al quale non possono sentire come proprio. Allora si produce la ricerca dell’identitá persa in questo doppio processo di sradicamento. Dopo di vivere 40 anni in Argentina, la famiglia ritorna in Sardegna: il sogno di emigrare é finito. Allora, cosí come le trattorie di genovesi e napoletani marcarono l’inizio di Buenos Aires, questa famiglia decide di installare a Cagliari una trattoria: L’Argentina. Alla trattoria fanno piatti tipici argentini, vestiti di "gauchos", e il nonno tenta di interpretare alcuni "tangos" con il suo bandoneone. La lingua come fattore di "incomunicazione" é presente durante tutta l’opera. Chilo ha bisogno di afferrarsi ai riti giornalieri per non perdere la sua identitá di "porteño – argentino" di Buenos Aires. Sua sorella Diana, la sua cognata Lucia e la nonna conservano il dialetto "sardo-argentino" che non fa altro che "incomunicare" con i nipoti Frida e Martin, installati a sua volta a Madrid e a Londra. In questo clima di isolamento e solitudine in cui il "mate" (la tradizionale bevanda argentina) sembra di essere l’unico elemento d’unione; non solo la lingua genera incomunicazione, ma anche la mancanza di un passato comune: i ricordi cominciano a perdersi per il tempo e la distanza fino a che ad un tratto, si confondono i posti e le situazioni. Frida prepara il suo rientro a Madrid, generando tristezza in sua madre Lucia, che vorrebbe che rimanesse a Cagliari con la famiglia. Diana lotta per sostener la trattoria, rispondendo al telefono ed ha sempre un sorriso per i numerosi clienti che vogliono assaggiare i "piatti tipici argentini". Ricordando il quartiere della Boca, Chilo dimentica il nome del "Riachuelo" (la foce del fiume de La Plata). I ricordi si perdono e si confondono: cade allore la maschera di una identitá que ha sempre sentito valida e sicura. A questo punto, indosserá il "poncho" e comincerá a parlare con i clienti della trattoria in perfetto italiano, mentre il nonno sintetizzerá nel monologo finale la profonda problematica dell’emigrante, i sogni e le perdite. La opera é movilizzante, é una costante sfida ai ricordi, alle presenze e alle assenze. Siamo ad un tratto a San Isidro, a Sardegna e a "Piazza di Maggio", evocando dati storici confusi dei due Paesi.

I personaggi:

Il nonno é stato portato avanti da Pietro Pintus, un "nonno" con maiuscola: nella sua seconda interpretazione presso la Compagnia Radici Sarde, ha generato calde emozioni ed applausi portandoci dal ridere alla emozione e la felicitá in una perfetta interpretazione.

La nonna: Iris Madau, con eccellenti doti per la commedia.

Chilo: Pablo Fernández Pira ha presentato una caratterizzazione di grande rilievo.

Frida: Magalí Misses Serra:un personaggio di lusso con giovanile grazia spagnola.

Lucia: Claudia Chirra:ci ha fatto sentire il dolore della lite con i figli che scappano via.

Diana: Pina Carzedda é chissa il personaggio piú grazioso ed il "trade union".

La scenografia a carico di María José Altamiranda Madau ha evocato una vera trattoria a Cagliari con ovviamente le bandiere davanti a tutto. Enrique Bonzón ha avuto il lavoro di registrare i tangos "Gris de Ausencia" e "La cumparsita" e di essere in cabina di regia a carico delle luci e dei suoni.

La regia di Griselda Lound e Juan Merello Coga, é stata realizzata con professionalismo e con l’amicizia che si é generata in questa vera famiglia sardo-argentina nella quale é diventato il Circolo "Radici Sarde".

Un gruppo ormai di seconda e terza generazione di sardi che sentono intatta la sarditá e che continuano a portare in alto la cultura e l’identitá della nostra isola in questa bella zona del Nord della provincia di Buenos Aires: il Com
une di San Isidro.

Pablo Fernandez Pira

CURIOSITA’ SULLO STEMMA DEI SARDI       

PERCHE’ I MORI? PERCHE’ QUATTRO?

Due giovani e simpatici emigrati in Belgio (Marc Satta e Luca Truddaiu) mi hanno manifestato l’interesse a saperne di più sul simbolo dei Quattro Mori; e cioè su quello che oggi è il logo della Regione Sardegna. La questione mi è stata prospettata nel corso di una serata gradevole, trascorsa nel circolo sardo di Hornu qualche settimana fa. Non la si poteva affrontare in quella sede. Eravamo oltre 150 e di certo non faceva difetto la confusione. Lo faccio ora, con un po’ di calma e dopo avere consultato qualche testo. Per rinfrescarmi la memoria e per fornire ai cortesi interlocutori una risposta corretta e, se possibile, esaustiva. Il che non è facile. La vicenda dello stemma dei Quattro Mori è alquanto ingarbugliata. Le versioni fornite dagli studiosi non sono sempre concordi. Anzi!  Ma vediamo di ripercorrere brevemente il cammino tortuoso e impervio che ha portato a riconoscere in quello stemma il simbolo ufficiale della nostra Regione.
Perché quattro e perché mori? Qui ci affidiamo alle leggende, di marca sia spagnola che sarda. L’invenzione del logo sarebbe da attribuire alla Spagna. Il re Pietro I d’Aragona avrebbe adottato tale stemma per celebrare la sua vittoria sui mori ad Alcoraz, nel 1096. Vittoria che sarebbe stata favorita dall’intervento di un cavaliere vestito di bianco e con una croce rossa sul petto. Stando alla leggenda, si sarebbe trattato addirittura di San Giorgio! Da qui la creazione dello scudo bianco solcato da una croce rossa; negli angoli, le teste di quattro re arabi sconfitti, ritrovate sul campo di battaglia cinte da turbanti tempestati di gemme. Gonfalone con stemma della Regione Sarda. Altra versione, invece, ne attribuirebbe il merito a Berengario IV, conte di Barcellona e marito di Petronilla d’Aragona; pertanto primo re catalano-aragonese. Egli avrebbe creato l’emblema a seguito di una sua vittoria sui mori che dominavano quattro province della Catalogna. Altri studiosi, questa volta di marca sarda, fanno risalire la comparsa dei mori su un vessillo con la croce rossa, consegnato da papa Benedetto VIII nel 1017 ai Pisani, incitandoli ad aiutare i sardi per battere il terribile re saraceno Museto. Sarebbero stati i sardi, dunque, a collocarvi le quattro teste dei mori, perché tante ne sarebbero state trovate sul campo di battaglia. Anche in questo caso, cinte da turbanti e tempestate di gemme. Leggende a parte, è un fatto che, già nel 1281, i quattro mori comparivano nel sigillo di Pietro II il Grande, re d’Aaragona. E ciò accadeva ben prima del 1297, quando papa Bonifacio VIII infeudò del Regno di Sardegna e Corsica un altro re aragonese: Giacomo II il Giusto. Successivamente, e dopo un lungo periodo di guerre che videro contrapposti aragonesi e pisani, si giunse alla pace del 1388, stipulata fra Eleonora d’Arborea e il re d’Aragona Giovanni I il Cacciatore. Quel trattato annullava di fatto le conquiste e le vittorie già conseguite da Mariano IV e dai suoi successori, che vagheggiavano, già da allora, di riunire l’intera Sardegna sotto un unico regno. Da qui il permanere nell’isola della supremazia catalana. Ed è proprio in un codice di quel periodo che, per la prima volta, l’emblema dei Quattro Mori viene associato al regno di Sardegna. Il documento, contenuto nel cosiddetto "stemmario del Gerle" alla carta n. 62v e databile fra il 1370 e il 1386, è conservato proprio in Belgio, presso la Bibliothèque Royale di Bruxelles. Ma nei documenti ufficiali del regno di Sardegna, l’emblema dei Quattro Mori compare come simbolo dell’isola soltanto nel 1571. In genere coi volti che guardano a sinistra; e cioè alla Spagna. Ma, in taluni casi, anche affrontati (due rivolti a sinistra e due a destra). Nel 1713 (trattato di Utrecht) la Sardegna passa dal dominio spagnolo a quello austriaco. Restano però i quattro mori, rivolti a sinistra e con la benda sulla fronte. Salvo poi, sotto il regno di Vittorio Amedeo III, a comparire con la benda calata sugli occhi. E non se ne sa bene il perché. Imperizia dei litografi o malizia dei governanti? Mah! Sotto Carlo Alberto, la bandiera del regno è il tricolore; ma i quattro mori restano come stemma dei corpi militari. Tant’è che le cartoline celebrative dei carabinieri nel 1906 lo riportano, come pure quelle riguardanti la Brigata Sassari. Soltanto nel 1952, un decreto del Presidente della Repubblica concede alla Regione Sardegna lo stemma e il gonfalone coi Quattro Mori. Sempre rivolti a sinistra. In tempi più recenti, sotto la presidenza Soru ci pare, fa capolino uno stemma coi Quattro Mori rivolti a destra; che guardano verso la Penisola. Portano la benda non più sugli occhi; ma sulla fronte. Ora il sito ufficiale della Regione riporta la versione primitiva: i mori guardano a sinistra (verso la Spagna); ma non vedono: la benda è stata calata di nuovo sui loro occhi. Questo è quanto. Mi rendo conto di avere proceduto con molta approssimazione. La storia del nostro stemma è piuttosto ingarbugliata e non ancora chiarita a sufficienza. Credo, comunque, di avere soddisfatto, almeno in parte, la curiosità di Marc Satta e di Luca Truddaiu. Lasciando ad altri, più bravi e competenti di me, il compito d’intervenire con chiarimenti aggiuntivi. O correggendomi, se ho sbagliato.

Carlo Patatu

  PROTAGONISTA NEL 1987 AL CIRCOLO "LOGUDORO" DI PAVIA

MEMORIALE PAVESE PER MIMMA PAULESU QUERCIOLI

Da tempo malata, se n’è andata agli inizi di luglio, a 81 anni, Mimma Paulesu Quercioli, vedova del parlamentare comunista Elio Quercioli, nipote di Gramsci in quanto figlia della di lui prediletta sorella Teresina. La notizia  è passata quasi sotto silenzio (due necrologi sull’ "Unione Sarda", un breve ricordo sull’ "Unità"). < strong>A Pavia Mimma Paulesu venne a presentare,  nel dicembre 1987, in Aula Foscolo, per iniziativa del Circolo culturale sardo Logudoro", il suo volume "Forse rimarrai lontana…" che contiene le lettere scritte da Gramsci a Iulca, prima "carissima compagna" e poi carissima compagna di vita, dal 1922 al 1937. La sua attenzione femminile-femminista al ruolo che alcune donne hanno svolto nella vita di Gramsci la portò a raccogliere in un altro libro, "Le donne di casa Gramsci" (1991), una serie di ritratti delle donne sarde che hanno accompagnato la crescita di Gramsci bambino-ragazzo-adolescente. Nel 1994 la Paulesu pubblicò presso le edizioni Mursia "L’erba non cresceva ad Auschwitz" (presentazione di Gianfranco Maris; prefazione di Silvia Vegetti Finzi), che riporta quattro testimonianze di donne che hanno vissuto l’esperienza tragica dell’imprigionamento nei lager nazisti. In mezzo a tanti nomi di paesi e città italiani che hanno visto la persecuzione razziale e l’allineamento gregario dell’esercito italiano alle mire espansive di Hitler, un cenno a Pavia ingentilisce per poche righe il quadro raccapricciante delle condizioni di sopravvivenza in cui erano costretti i deportati. Quando Zita (appartenente a una famiglia di ebrei ungheresi trapiantata in Italia, ma arrestata in Ungheria a 25 anni con la madre, la sorella e il suo bambino di otto anni) fu trasferita nella fabbrica metallurgica di Lippstadt (dove era obbligata a fare il tornitore, "in piedi tutto il giorno, con le mani sempre a bagno nell’acqua e soda"), vi trovò un gruppo di ragazzi italiani, internati militari, con i quali familiarizzò subito.  Leggiamo ciò che scrive la Paulesu: "Uno di loro, un certo Luigi Fossati di Pavia, avendo individuato il suo reparto, invece di andare direttamente a prendere servizio quando entravano per il loro turno, faceva una deviazione e passava da lei. Le portava una calderina con le patate cotte, la posava in un angolo, le strizzava l’occhio e andava. I ragazzi si rifornivano di patate e di altri viveri andando a rubare; infatti gli internati militari avevano maggiori possibilità di movimento dei politici. Nascondevano le patate rubate sotto le assi del pavimento della loro baracca; ma un giorno i tedeschi scoprirono i loro traffici e proprio il Fossati fu portato al campo di punizione. Quando tornò era magro e pallido. Chissà quante botte gli avevano dato! Comunque, al suo rientro in Italia, Zita seppe che anche lui era tra i sopravvissuti". So che Maria Antonietta Arrigoni e Marco Savini, autori del fondamentale "Dizionario biografico della deportazione pavese" (2005), hanno cercato notizie su questo Luigi Fossati ma le loro ricerche non hanno prodotto alcun risultato. Sarebbe bello se la segnalazione del nome di questo ex deportato pavese da parte di Mimma Paulesu, oltre che a tenere viva la memoria sul suo volume, servisse a far riemergere qualche brandello di testimonianza su Luigi Fossati di Pavia.

Paolo Pulina

 

IN AUTUNNO A CAGLIARI, LA MOSTRA FOTOGRAFICHE "FABBRICHE DI TORINO"

LE ATTIVITA’ DEL "SANT’EFISIO DI TORINO"

Intensa l’attività sociale del Circolo Sant’Efisio di Torino che ha organizzato dal gennaio di quest’anno diverse manifestazioni ricreative e culturali. In particolare il 21 febbraio vi è stata la festa di Carnevale con zeppole, dolci sardi e vermentino. Mentre il 28 febbraio si è suggellato un gemellaggio fra le Scuole Medie Statali Tola di Sassari e Bobbio di Torino. I ragazzi di Sassari sono stati ospitati nel Circolo mentre l’1 marzo si sono recati nel Santuario di San Giovanni Bosco a Castelnuovo dove hanno anche visitato varie aziende agrituristiche vinicole. Sempre gli studenti sardi, nella loro permanenza in Piemonte, il 3 marzo sono stati ospitati nella sala rossa dal Sindaco di Torino ed hanno visitato i musei della città. Il giorno successivo i ragazzi hanno avuto l’incontro con i coetanei delle Medie Bobbio riscuotendo un significativo successo culturale fra gli alunni e ripetendo il concerto già eseguito per il Circolo. In occasione della festa della Donna, 8 marzo, i componenti del Circolo Sant’Efisio hanno organizzato un pranzo sociale al cui termine si è svolta la consegna delle mimose e una serata danzante. Alla fine di marzo, il 28, nel Teatro dell’Istituto Rebaudengo, in occasione della giornata della Cultura sarda organizzata dal Circolo Sant’Efisio si sono esibiti in lingua sarda i poeti Celestino Mureddu di Aidomaggiore, Salvatore Scanu di Ozieri, Mariobruno Agus di Irgoli. Nell’intermezzo dell’incontro il Circolo ha organizzato anche una propria gara di poesie fra i soci premiando le tre migliori poesie giudicate dagli stessi tre poeti. Nei primi tre posti Locandro, Sardu e Ricci. Il Circolo, infine, dall’ultima settimana di settembre alla fine di ottobre in collaborazione con il Comune di Cagliari e I’Assessorato della Cultura esporrà al Castello di San Michele a Cagliari una mostra fotografica delle fabbriche di Torino dove tanti Sardi hanno lavorato e lavorano tuttora. La manifestazione è patrocinata dalla Regione Piemonte.

Angelo Loddo

HA LA "PATRIA POTESTA’" ISOLANA, LA MOSTRA VISITATA DA 40MILA PERSONE

ELIO DESSI’ A MILANO PER I "SUOI" SAMURAI

Iliade Pusceddu (in Dessì) è seduta in prima fila qui a palazzo Reale, sala delle conferenze, col Duomo di marmo rosa che fa da cornice alla piazza antistante, un poco incerta nell’incedere, con i suoi 87 anni che le attribuiscono quell’aria di austera fragilità come fosse nobiltà acquisita, in forza di un tempo che scolpisce i visi e rimpicciolisce le persone. Ma, mi dice mamma mia che è anche lei del’22 e altrettanto guspinese di nascita, già allora la chiamavano Iliedda, Iliedda Pu
sceddu,per distinguerla da un’altra Iliade più in carne di lei che poi si è fatta suora…e via coi ricordi di una vita che fu. Coi nomi che si rincorrono i più strani, tantissimi: solo la famiglia Pusceddu contava 14 figli. E Iliade pure ne avrebbe avuti sette. Oggi è qui per Elio, uno dei due maschi, che è ospite principale di un evento collaterale alla mostra "Samurai"che dal 25 febbraio al 2 giugno ha visto 40.000 milanesi imbambolarsi di fronte alle splendide armature dei famosi guerrieri giapponesi. Lui Elio Dessì dei samurai si era innamorato da bambino fin da gli anni cinquanta, da quando babbo Antonio, che portava a casa da mangiare per tutti lavorando alla miniera di Montevecchio, gli aveva prospettato un futuro che prevedeva solo due alternative: la scuola o la miniera. Ed Elio con l’istituzione scuola ha avuto da subito idiosincrasia congenita, almeno con quella sarda, che poi ne ha frequentate di prestigiose in continente e nel mondo. In quegli anni del primo dopoguerra Guspini era un paese di strade senza asfalto, zeppo di bimbi che scorrazzavano scalzi per i vicoli, correndo dietro a vecchi copertoni di bicicletta che bisognava colpire forte con una bacchetta di legno perché rimanessero in equilibrio, aggregati in bande che si facevano la guerra l’un l’altra. Occorreva saper tirare di fionda e, quando si riusciva a trovare un ombrello vecchio che offriva le frecce, gli archi in mano di quei bimbi potevano diventare molto più pericolosi di una qualsiasi katana (leggi spada) di samurai. Deve essere lì che Elio Dessì, che di struttura fisica era magrolino e "pitticcheddu", ha cominciato a sognare una tecnica di combattimento a mani nude che potesse dare una "chance" anche a chi non misurasse due metri per cento chilogrammi di peso. Fatto sta che , partendo da una scassatissima palestra messa su nel Montegranatico, il nostro guspinese è passato per prestigiose scuole di judo nazionali, è diventato campione d’arti marziali, ha vinto campionati europei e medaglie olimpiche, ha girato il mondo con le squadre nazionali, è stato in Giappone per anni e anche lì ha stupito i suoi maestri per la facilità con cui si è appropriato delle tecniche più caratteristiche della cultura marziale nipponica: l’arte della spada e del tiro con l’arco a cavallo. Dice giustamente la Lycia Bacchi Castiglia che deve oggi presentare il libro( Un minatore alla corte dei samurai, ed.Nemapress) che Elio ha scritto e molto altro raccontando: la biografia è talmente preponderante che lascia il contenuto in penombra. Per essere del tutto sinceri non è che il libro si faccia apprezzare granché per quella che i critici definiscono "la scrittura", ma la storia che si dipana quella sì è avvincente e talmente ricca da rasentare l’incredulità. Il solito guspinese invidioso, dirà lui! Ma sentite almeno un riassunto di brevissimo periodo: negli anni ’60 è a Milano a litigare con un capomastro che osa apostrofarlo da "sardegnolo", poi se va a Roma a Cinecittà ma il mondo dorato del cinema non lo attira per nulla, entra invece all’accademia nazionale italiana di judo, di cui diventa dopo istruttore (era già in grado di fare trecento flessioni sulle braccia), ad Amburgo per i campionati europei di Kendo infiamma i cuori dei nostri corregionali ("Bravu, scudi…scudi senza de piedadi…arroppa, arroppa fetti!") e ha il tempo per un’avventura notturna in cui alcune "professioniste" tedesche si illudono di poter impunemente rubare il portafogli agli amici dei sardi. In California riesce a diventare amico di un capotribù apache dei  Chirikawa (dopo l’ennesima vittoriosa rissa con dei razzisti texani ), la cui figlia Raggio di Luna gli offre della tequila messicana da una fiasca. A Città del Messico continua ad azzuffarsi con tale Romero della Fuentes, se ne va con la Transiberiana fino a Vladivostok (e qui, davvero, ha tutta la mia invidia), litigando nel frattempo con dei francesi arroganti, e da qui, con una giunca! Passa il mar del Giappone e approda finalmente nella terra dei samurai. Dove diventa più giapponese dei giapponesi, direte voi. No, rimane sempre quel sardo di Guspini , con in tasca una "pattadese" che spunta fuori ogni due per tre. Perché Elio Dessì, a quanto ci fa sapere scrivendolo, è uno che i guai gli attira come la calamita la limatura di ferro. Sarà la statura che rimane sempre al di sotto dell’uno e sessanta e che fa credere spesso agli ignari gradassi avversari di trovarsi dinanzi a un "sardegnolo" di poco conto, fatto sta che Elio la sua bandiera di combattimento, i quattro mori della Brigata Sassari con cui il nonno aveva combattuto sul Carso, ha sempre dovuto difenderla con la grinta che usava per "s’istrumpa" nei vicoli di paese. Ha provato anche la miniera Elio, non c’è bisogno che qualche professorino gli spieghi il concetto di "lotta di classe" che sembra così stemperarsi in questi nostri tempi berlusconiani. Quando, qui a Milano, vengono lette alcune pagine che si riferiscono a quel periodo della sua vita, al vecchio combattente (mi permetto di chiamarlo vecchio solo perché ha due anni più di me, è del ‘44) spuntano lacrime che non vogliono farsi riassorbire. Eppure ne ha passate di traversie nel paese del sol levante, ha dovuto patire fame, freddo, massacranti allenamenti. Immerso totalmente in una cultura che fa dell’esercizio fisico estremo mezzo precipuo per una ricerca di equilibrio spirituale che rasenta l’ascesi, la rinuncia a qualsiasi gioia vitale. Quando la katana si muove quasi indipendente dalla mano che la impugna, in grazia di un vuoto mentale che le conferisce un’anima autonoma, quando dopo quattro ore di tiri l’arco che scocca l’ennesima freccia diventa pesante come fosse di piombo e il bersaglio sembra muoversi in una nebbia di sudore, eppure non si desiste dal colpirlo, vuol dire che si sta percorrendo la strada del guerriero: il bushido. E poi c’è da domare cavalli che sgroppano, imparare la tecnica dell’arco asimmetrico, guidando il destriero con la forza delle gambe, badando a cavalcare in gruppo di quattro senza infastidire i compagni che anche tendono gli archi. C’è molto di questo nel libro e soprattutto l’orgoglio di una sardità costantemente rivendicata. Fino ad appropriarsi del termine di "shardana", i mitici guerrieri che guidarono "i popoli del mare" in imprese piratesche che misero in ambasce imperi e regni potenti quali quelli dei faraoni egizi. E Shardana erano i componenti la guardia reale di Ramesse il grande che di loro si servì per contrastare gli Ittiti a Kartes, rendendoli eterni con le iscrizioni del tempio di Luxor, coi loro elmi con le corna,uguali identici a quelli dei bronzetti sardi. Samurai di tremila anni fa, dice Elio, uno di loro poteva combattere contro dieci nemici. Una cosa chiederò a Elio quando lo rivedrò a Guspini, perché mai nel libro pubblicato il suo cognome appaia scritto senza accento:Dessi. Non può trattarsi di un errore, e se fosse che freudianamente Elio vuole darsi un accento di "modernità italiana"? Mi pare già di sentirlo se non smentisco questa ipotesi:"accabbàdda chinnò ti unfru is ogusu"! (pag.15).
Sergio Portas

GIANFRANCA CANU E’ PRESIDENTE ALL’ASSOCIAZIONE "ANGIOY" DI MARCHIROLO

IL SIMBOLO DELLA RINASCITA DEL CIRCOLO AI CONFINI DELLA SVIZZERA

Quest’angolo di Lombardia al confine con la Svizzera è terra di frontiera anche per i nostri emigrati. Nella comunità di Marchirolo vive una bella rappresentanza di Sardegna, 350 lavoratori. Siamo venuti qui per un convegno sulla lingua sarda promosso dal circolo "Giovanni Maria Angioy" con l’antropologo Bachisio Bandinu e il filologo Simone Pisano, vice presidente della FASI emigrato in Toscana e grande promessa della filologia romanza. Occasioni come questa servono ai nostri emigrati per rinsaldare il legame con Marchirolo che da tempo partecipa alle iniziative del circolo sardo. Nel giro di alcuni decenni i sardi hanno contribuito alla rinascita del paesino che tra la fine degli anni 60 e l’inizio dei 70 si era ridotto a 500 abitanti, mentre oggi conta 3500 residenti. I primi arrivati dalla Sardegna provenivano dal Goceano. Di Bono è anche l’attuale responsabile dell’associazione, Gianfranca Canu, tra i più giovani presidenti dei circoli sardi d’Italia. Il presidente della FASI Tonino Mulas dice di lei: "E’ una nostra bella speranza, speriamo diventi un modello per i giovani".

Quando hai iniziato a pensare di venir via dalla Sardegna? Fin da ragazzina. La mia famiglia era economicamente solida, anche numerosa: sei figli. Mio babbo aveva una azienda ben avviata nel campo dei materiali per l’edilizia, inoltre era esclusivista di una birra famosa. Una famiglia all’antica, per i valori che ci trasmetteva e il culto del lavoro.

Come si conciliava tutto questo con l’idea di emigrare? Si lavorava troppo, non c’era tempo per altro. Era come se tutti noi fossimo legati con una fune. Poi mio padre morì all’improvviso a soli 49 anni. Noi eravamo tutti piccoli. Io, la penultima, avevo 10 anni: andavo a scuola ma già davo anche una mano in casa e nei lavori della vigna.

Che cosa successe dopo la tragedia? Mia madre cercò di mantenerci uniti, ma non eravamo in grado di far fronte e tutto a lavoro che c’era. Mamma aveva una sorella emigrata qui a Marchirolo, e mia sorella Rosaria venne da lei. Poi abbiamo fatto catena: io sono venuta nel 1983 per aiutare Rosaria che aveva avuto un bambino. Ma non era mia intenzione fermarmi qui.

Invece? Mi sono messa a studiare e sono diventata infermiera professionale. Ho trovato lavoro: dapprima a Barasso, luogo bellissimo del varesotto, poi in Svizzera, ospedale San Giovanni di Bellinzona. E per qualche anno ho avuto una sorta di rifiuto per tutto ciò che era sardo. Un rifiuto totale, assoluto: dal cibo alle tradizioni, perfino alla lingua. Forse era una reazione alla vita da segregata in Sardegna. Qui c’erano grandi spazi, mi pareva di toccare il cielo con un dito. Ma dopo un paio d’anni mi sono accorta di quanto mi mancasse la mia terra.

Che cosa ti mancava di più? La mia lingua, la mia cultura, i profumi dell’isola lontana, la solidarietà, il senso di appartenenza alla terra: sentivo un grande vuoto interiore. A poco a poco mi sono avvicinata al circolo. La mia prima elezione a presidente risale a 4 anni fa, la riconferma è dell’anno scorso. Il mio primo pensiero è stato di rinnovare l’ambiente. Ma era pura teoria o quasi: ho impiegato più di un anno a capire il funzionamento del meccanismo e  guadagnarmi la fiducia degli anziani. A me non piace tanto fare il presidente. La carica la vedo come un mezzo per fare le cose nel modo migliore, nella massima correttezza e trasparenza.

La difficoltà maggiore? Individuare la priorità d’azione e intensificare la presenza dei soci alle attività del circolo.

I rapporti con gli amministratori di Marchirolo? Sempre molto buoni, anche prima che io diventassi presidente. La nostra sede era una scuola professionale, chiusa da tempo. Andava in rovina, il sindaco Dino Busti ce l’ha data e noi l’abbiamo restaurata: ora è la nostra centrale operativa.

In quale direzione? Faccio un esempio. La festa di San Francesco, in ottobre, ormai tutti la chiamano la festa dei sardi. Noi mettiamo le tende in piazza e accogliamo i visitatori. Il tutto senza scopo di lucro, l’anno scorso siamo andati sotto di qualche migliaio di euro. La festa ci serve a far conoscere meglio la Sardegna. Le occasioni di autofinanziamento sono altre: le cene sociali allargate all’esterno.

In che cosa consiste l’intervento della Regione? In contributi che coprono appena il 30 – 40 % delle spese, il resto grava sulle nostre spalle. L’intervento regionale si sta riducendo sempre più e non migliorerà sicuramente. Temo che presto arriveremo all’autofinanziamento totale.

Cosa rappresentano i circoli per l’economia della Sardegna? Un grande aiuto. Non solo per far conoscere i nostri prodotti, ma perché noi dalla vendita non abbiamo nessun guadagno. Le vendite sono un servizio ai soci.

Ma vi sentite ancora ambasciatori della Sardegna? Si, fortemente. Più fortemente di prima. Siamo ambasciatori di cultura. Vorremmo maggiore riconoscenza da parte della Regione per ciò che facciamo.

Tu ritorni tutti gli anni in Sardegna? Sempre, tutte le volte che posso, anche due o tre volte l’anno.

Bono, il tuo paese, è ancora una assenza?  Senza dubbio. Mi mancano le stradine in cui giocavo correndo scalza, i balli sardi notturni all’insaputa dei genitori. Mi manca quel tempo, quella musica in
sostituibile.

Se ti proponessero di lavorare in Sardegna nel campo della sanità? Tornerei senza pensarci un attimo, con entusiasmo.  

Paolo Pillonca

 

LA SARDEGNA SI UNISCE ALL’AUSTRIA GRAZIE AL CIRCOLO SARDO DI VIENNA

OLTRE IL MEDITERRANEO

Con il progetto "Oltre il Mediterraneo" si intende collegare la Sardegna e l’Austria, due realtà ancora lontane, attraverso la realizzazione di una collaborazione attiva e produttiva sia dal punto di vista della promozione turistica dell’Isola, sia per quanto concerne l’apertura di nuovi mercati per la commercializzazione dei prodotti locali. Attraverso la realizzazione di un evento di promozione della Sardegna in Austria, e precisamente a Vienna, si intende unire le energie delle due città "Cagliari e Vienna", in rappresentanza delle due realtà coinvolte, instaurando una rete di relazioni che conducano all’apertura di nuovi mercati. La manifestazione verrà realizzata il prossimo settembre nel Castello di Schönbrunn che, per tre giorni, ospiterà la Sardegna che, con una mostra, una sfilata di moda, convegni e workshop, presenterà le sue bellezze naturali, i suoi sapori, colori, profumi, musica, cultura e tradizioni. Il Progetto nasce dalla collaborazione con una significativa realtà dei sardi in Austria, l’Associazione Sardi Vienna Saint Remy che ha permesso di porre le basi per la realizzazione dell’iniziativa. Obiettivo primario del progetto, dunque, è quello di valorizzare e far conoscere la Sardegna agli austriaci. Promuovere, quindi, Cagliari e la Sardegna non solo come meta turistica ma anche, e soprattutto, come "cultura, ambiente, artigianato ed enogastronomia". I promotori del progetto Venanzio Corrias e Paola Piroddi, con la partecipazione del Presidente dell’Associazione Sardi Vienna Saint Remy Paolo Corrias, hanno dedicato la settimana dal 18 al 22 maggio 2009 ad una visita nella città di Vienna per la definizione degli accordi di collaborazione in vista dell’evento previsto per il settembre prossimo. Gli incontri hanno puntato a chiudere accordi istituzionali con l’E.N.I.T. (Ente Nazionale Turismo Italia), l’I.C.E. (Istituto nazionale per il Commercio Estero) sotto l’altro patrocinio dell’Ambasciata Italiana. Per quanto riguarda l’aspetto turistico, i rappresentanti della Sardegna hanno incontrato il direttore dott. Gaetano Manzo. L’ENIT ha una Sede Centrale a Roma e numerosi uffici all’estero, tra cui l’Austria, che lavorano per promuovere l’immagine turistica dell’Italia. Durante l’incontro si è appurato quanto nelle premesse del progetto; la Sardegna è praticamente "sconosciuta" nel territorio austriaco, a parte la realtà della Costa Smeralda vista, però, solo come meta per ricchi. Gli Austriaci vanno si in Italia ma non vanno in Sardegna. Le cause principali possono essere rintracciate nel fatto che non si sono mai attivati canali efficaci di promozione dell’immagine della Sardegna tra le due realtà che consentano agli Austriaci di conoscerla nei suoi molteplici aspetti, e cioè mare, sole, cultura, tradizioni, enogastronomia, ecc. e poi, altro aspetto fondamentale, il fatto che non esistano collegamenti aerei diretti. Il progetto è stato salutato con entusiasmo dal direttore Manzo che vede, in tale iniziativa, i presupposti per l’attivazione di un percorso promozionale che porterà all’apertura di un mercato nuovo di vacanze per gli austriaci: la Sardegna. Dal punto di vista della commercializzazione dei prodotti, il punto di riferimento è stato l’Istituto nazionale per il Commercio Estero. L’I.C.E. è l’ente che ha il compito di sviluppare, agevolare e promuovere i rapporti economici e commerciali italiani con l’estero, con particolare attenzione alle esigenze delle piccole e medie imprese, dei loro consorzi e raggruppamenti. A tal fine l’ICE, in stretta collaborazione con il Ministero dello Sviluppo Economico elabora il Programma delle Attività promozionali, assumendo le necessarie iniziative e curandone direttamente la realizzazione. L’ICE ha la propria sede centrale in Roma e dispone di una rete composta da 17 Uffici in Italia e da 117 Uffici in 87 Paesi del mondo. Con il direttore dott. Antonio Ventresca il discorso è stato praticamente analogo a quello in ambito turistico. L’Austria risulta ancora un mercato "vergine" per i prodotti sardi nonostante ci siano sicuramente ampi spazi per l’esportazione di prodotti non solo enogastronomici ma anche dell’artigianato. La delegazione sarda è stata ricevuta, infine, dall’Ambasciatore Spinetti che, con il dott. Andrea Vitolo, responsabile del settore commerciale, ha consentito la definizione del programma e delle collaborazioni. L’Ambasciatore, profondo conoscitore e amante della Sardegna e delle sua cultura, ha riconosciuto la validità e l’importanza del progetto e assicurato la disponibilità dell’Ambasciata a supportare l’iniziativa in tutte le sue fasi.

 

DA ANNI PER FARSI CONOSCERE, IN PIAZZA I SARDI DEL "SU NURAGHE" DI PARABIAGO

LA NONA FESTA POPOLARE SARDA

Alla fine del mese di giugno, presso la tensostruttura "R.Venegoni" di Via Carso in Parabiago, si è svolta la 9° Festa Popolare Sarda organizzata dal Circolo Su Nuraghe di Canegrate – Parabiago. Quattro giorni che sono stati caratterizzati da una grande affluenza di pubblico, che talvolta, ha sfidato anche il mal tempo, attirati dall’ottima cucina tipica e dagli spettacoli dei gruppi che si sono esibiti. Grande successo ha riscosso la cantante Giordana Dessì arrivata dalla Sardegna che, col suo gruppo musicale, ha intrattenuto il pubblico in diverse serate, con canti e balli sardi. La prima serata c’è stata l’esibizione degli Aironineri, giovane gruppo cover dei Nomadi, mentrela seconda c’è stata la serata rock con"The Projects e Eterogenea". Sono state nostre ospiti varie autorità, tra cui i Sindaci di Parabiago, di Canegrate e di Nerviano. Un ringraziamento particolare è dovuto  vivamente a tutti i collaboratori e a tutti gli sponsor, senza i quali non si potrebbe organizzare, ogni anno, all’insegna della semplicità e dell’armonia, una così bella festa popolare che risalta i sapori della Sardegna, la sua cultura e la sua musica. L’entusiasmo che ci ha accompagnato anche in questo nono anno è tutt’ora
integro anche grazie al positivo riscontro che abbiamo avuto da parte dei cittadini, sempre maggiore.

Francesca Pitzalis

LA GRANDE "FESTA SARDA" DEL CIRCOLO "RAIMONDO PIRAS" DI CARNATE

LA SARDEGNA PROTAGONISTA IN BRIANZA

Grande successo ha ottenuto la manifestazione promossa dal Circolo Culturale Sardo "Raimondo Piras" di Carnate e dall’Associazione per il Tempo Libero di Usmate Velate dal 25 giugno al 5 luglio 2009, all’interno del Centro Civico di Usmate Velate, di fronte al supermercato "IL GIGANTE". In particolare è stata apprezzata la cucina sarda: Malloreddus, porcetto cotto alla brace, sebadas, nonché il Vermentino ed il Cannonau. Anche lo stand turistico è stato preso d’assalto dai cittadini lombardi per potersi appropriare di depliants e di informazioni turistiche. Nell’occasione il Circolo Sardo ha presentato, per le vie di Usmate Velate e nel piazzale del supermercato "IL GIGANTE", la mostra "Immagini di Sardegna" con 36 banner di due metri di altezza e uno di lunghezza che rappresentavano costumi tipici, spiagge, paesaggi montani, feste, ecc. Questa mostra all’aria aperta è stata gradita dagli abitanti e dai clienti del supermercato.

Gianni Casu

 

LA REGIONE SARDEGNA PUNTA SU @ALL-IT IN TUTTI I PAESI DELLA SARDEGNA

LA CREAZIONE DI LUOGHI DI ACCESSO A INTERNET

Un computer contro l’isolamento e contro il rischio di esclusione sociale. Un pc in rete con il mondo al servizio di tutti. Comprese quelle categorie che oggi, per ragioni anagrafiche ed economiche, restano ai margini dei vantaggi legati all’utilizzo delle risorse informatiche. Questo e molto altro ancora si prefigge il progetto @all-in, "Creazione dei centri di accesso pubblico per il superamento del divario digitale". L’iniziativa è dell’assessorato regionale degli Affari generali che, mettendo a frutto le risorse del Por Fesr 2007-2013 (Asse I, Società dell’informazione), ha pubblicato un bando (linea di intervento 1.1.3.a) con un budget di 6 milioni di euro. «Il nostro obiettivo è avvicinare i cittadini a rischio di esclusione», ha spiegato in una conferenza stampa l’assessore Ketty Corona. «E non mi riferiscono solo agli anziani – dopo i 70 anni la percentuale di chi utilizza internet è appena dell’1,5% – ma anche le donne. Se per le nuove generazioni la percentuale è in linea, oltre i 30-40 anni c’è una distanza di 10 punti percentuali a vantaggio degli uomini. Ecco, con l’intervento @all-in vogliamo contribuire a colmare il digital divide ».  Esteso a tutto il territorio della Sardegna, il progetto punta all’apertura di nuovi punti di accesso pubblico alle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, sale multimediali da 10-15 postazioni pc all’interno di scuole, biblioteche, locali comunali. Come ha spiegato l’assessore Corona, i punti di accesso devono garantire «15 ore alla settimana per le nostre attività, altri 15 per altre iniziative pubbliche». Ma possono operare anche come internet point, aule didattiche per le scuole. Ma sono anche alleati preziosi per una capillare alfabetizzazione informatica, la formazione e il reinserimento lavorativo e l’accesso ai servizi on line della pubblica amministrazione. L’assessore Ketty Corona vede anche la possibilità di un coinvolgimento (per anziani, donne, disabili, disoccupati) nella digitalizzazione – è un esempio – degli archivi storici dei Comuni. Con il budget a disposizione, si stima l’apertura di 200-250 punti di accesso. Strumenti preziosi per i piccoli centri. Antonio Quartu, direttore generale dell’assessorato agli Affari generali, cita l’esempio degli emigrati che rientrano nel paese d’origine e che, grazie a internet, possono interagire con i figli rimasti in Germania. O leggere on line i quotidiani della nazione che li ha ospitati a lungo.  L’intervento – domande entro il 7 agosto – si rivolge agli enti locali, alle Asl, alle Università, alle associazioni no profit. «Ci auguriamo che ci sia un forte interesse», dice Ketty Corona, anche perché la buona riuscita della prima fase dell’intervento consentirà di investire altri 8 milioni di euro. Non c’è il rischio di paradossi. L’assessore ricorda che potranno accedere al bando anche le domande dei Comuni che non hanno ancora una connessione veloce a internet. Entro il mese di settembre del prossimo anno, assicura Ketty Corona, «la banda larga sarà estesa a tutti i Comuni sardi con più di 1.500 abitanti».

Emanuele Dessì

LA SARDEGNA APPRODA NEGLI STATI UNITI

A CHICAGO PER L’ITALIAN STYLE

La Sardegna in mostra negli States. Per quattro giorni, infatti, l’assessorato regionale al Turismo ha partecipato al salone espositivo di Chicago "Italian Style" per promuovere l’immagine dell’Isola. La Regione sta investendo molto sul mercato statunitense e il turismo dal Nord America ha assunto negli ultimi anni sempre maggiore importanza nei flussi verso l’Italia e la Sardegna. E la Sardegna resta una meta privilegiata dai turisti provenienti dagli Stati Uniti, particolarmente sensibili ad alcuni elementi storici come il patrimonio paesaggistico e culturale e altri contingenti come la sicurezza. Negli Usa cresce sempre più la richiesta di prodotti turistici sofisticati e di pacchetti integrati che privilegiano il mix fra mare, cultura ed enogastronomia. Quindi non solo località costiere ma anche luoghi incontaminati, storia, tradizioni. Uno dei programmi preferiti dallo statunitense è il cosiddetto "fly and drive", cioè sbarcare in aereo nella località turistica e visitare il territorio con l’automobile a noleggio Gli Usa, con circa 50mila presenze (dato 2008), rappresentano il principale mercato turistico intercontinentale della Sardeg
na. Nello stand che è stato allestito, erano disponibili materiale promozionale, guide turistiche, brochure, cartine e saranno esposti alcuni prodotti di eccellenza dell’artigianato tessile isolano e saranno proiettati video sull’Isola. Momento importante della manifestazione, quando in programma c’è stata una presentazione delle mete turistiche dedicata a operatori americani e a giornalisti. L’assessore Sebastiano Sannitu ha partecipato alla presentazione con il direttore dell’Enit Nord America, Riccardo Strano. L’Italian Style di Chicago è una importante vetrina dedicata all’eccellenza dello stile italiano nel Midwest Usa. L’esposizione è organizzata dalla Italian American Chamber of Commercio, ha una presenza stimata di 30mila visitatori, ospita marchi di prestigio del Made in Italy. Si svolge al Navy Pier di Chicago, destinazione turistica principale del Midwest con un flusso di 9 milioni di turisti ogni anno.  Chicago è altresì una delle città americane con il costo medio della vita più basso del Paese, con il record di crescita immobiliare e rappresenta un mercato ancora poco conosciuto e poco sfruttato dalle aziende italiane. È ad oggi una delle città Usa che garantisce un importante potenziale di ritorno sugli investimenti.

 

EMANUELE SECCI DAL CONSERVATORIO DI CAGLIARI, ALL’AMERICAN MUSICAL & DRAMATIC

A NEW YORK, FRA TEATRO, CINEMA, TELEVISIONE E PIANOFORTE

Della sua insegnante di pianoforte, con cui si è diplomato al Conservatorio di Cagliari, Emanuele Secci ricorda in particolare i discorsi sulla passione per la musica, su "quel fuoco particolare che ci anima e che deve venir fuori perché, quel che facciamo, si traduca in un’espressione d’arte vera". È sempre stato un bravo studente Emanuele, un ottimo musicista, avviato a una brillante carriera, anche dopo gli studi all’Accademia di Vienna e quelli con Gyorgy Sandor, allievo di Béla Bartok. Ma, quel che per molto tempo non ha mai detto a nessuno, è che, fin da bambino, fin da quando guardava i film americani, coltivava la passione per recitare. Ma pensava fosse un sogno impossibile, una chimera inimmaginabile. Poi, per seguire Gyorgy Sandor che insegnava alla Juillard School, ventenne, è approdato nel 1989 a New York, e in questa città, ha cominciato a pensare che il suo sogno si potesse forse realizzare. Dopo qualche anno infatti, nel ’93 supera l’audizione per l’American Musical & Dramatic Academy dove si diploma l’anno successivo. Contemporaneamente, recita in una produzione importante, il film "Love is All There", che ha, tra i protagonisti, Paul Sorvino e Angelina Jolie. A New York, nel ’96, mette su una compagnia teatrale di "sketch comedy", che cattura l’attenzione di James Signorelli, regista e produttore del leggendario programma televisivo "Saturday Night Live"; la maggior parte degli spettacoli si tengono al celebre teatro di cabaret di midtown "Don’t Tell Mama", dove la compagnia registra sempre il pienone. Lavora anche in televisione, e tra l’altro, nella popolarissima soap opera, "Quando si ama". Nel frattempo, non abbandona la musica e suona il pianoforte in occasione di un evento alla presenza dell’allora presidente Bill Clinton nel 1996. Qualche tempo dopo, si trasferisce temporaneamente in Italia, dove lavora, tra l’altro, in film di successo come "Uno bianca" con Kim Rossi Stuart che stima ed apprezza, sia da un punto di vista umano che professionale. E, per un periodo, fa un po’ la spola tra l’Europa e New York. Realizza, sia come regista che come interprete, sette cortometraggi, tra il quali "Point of View", nel 2002, che riceve il primo premio a Cinecittà, e "Evol", nel 2007, selezionato per il Sofia International Film Festival. A New York lavora come montatore e producer televisivo alla Cbs e alla Rai, per "Che tempo fa", "Linea Verde" ed i tg. Ha scritto per il cinema, recitato e lavorato come regista. Ma si considera soprattutto attore e regista, perché dice che stare davanti o dietro la macchina da presa è quel che gli si addice, che è nelle sue corde. L’aver seguito a Roma un seminario con il grande Arthur Penn, racconta, ha su di lui un grande impatto, «credo sia l’influenza più importante che abbia avuto come attore e, in particolare, come "method actor", (quello di Stanislavski). E ricordo sempre una sua espressione che m’ha colpito ed ho sempre in mente, "Don’t impress, express" (Non impressionare, esprimi). Perché, dice con trasporto, affinché l’espressione artistica sia di qualità, deve essere autentica. Ciascuno può avere il suo metodo nel prepararsi, ma al momento di recitare, i sentimenti che provi devono essere veri, profondamente sentiti, devono venire dalle viscere. Non si può mentire, non si può barare. Devi provare quelle sensazioni nel modo più forte possibile». Ora Emanuele vive a Los Angeles, dove si è trasferito da New York, all’inizio del 2008. Di questa città gli piace molto il clima, «c’è sempre il sole, dice, è come Cagliari, con una temperatura sempre sui 25°, con il vantaggio del tempo secco. Ed un clima così ti mette sempre di buon umore». Los Angeles lo ha portato a lavorare in "Angeli e Demoni" di Ron Howard, nel ruolo del carabiniere. Di questa esperienza racconta di essere rimasto colpito dall’efficienza, dalla professionalità e dalla rapidità nei tempi di lavorazione. «Ron Howard è una persona molto timida ma molto seria, dice, estremamente concentrato sul lavoro e molto gentile». Hanno avuto modo di discutere anche della sua parte e di effettuare poi lì, al momento, delle modifiche rispetto al copione originale. «Cosa che, racconta Emanuele, il protagonista del film Tom Hanks, come succede con tutte le grandi star, fa continuamente, anche in corso d’opera; ed è come se il film, ad un certo punto, lo facessero in due».  Negli ultimi anni, ha girato dei cortometraggi tra cui SciToFoRola, anche a Cagliari, dove ritorna, almeno una volta all’anno ed è sempre, insieme a New York, la sua città di riferimento. Alla domanda, "Per che cosa sei più grato a New York, dove, come hai detto tu, sei diventato adulto?" risponde, «Credo che il connubio tra l’esser sardo e newyorkese sia ottimo. Noi sardi siamo persone di particolare integrità, affidabili, seri, di parola, anche testardi e determinati; e New York mi ha insegnato la concretezza anglosassone. Io sono una persona intraprendente e qui, negli Stati Uniti, se ti dai da fare trovi alcune porte aperte. Quel che conta è ciò di cui sei capace, non da dove vieni o chi sei. Vieni messo alla prova, contano i rapporti tra le persone e le tue capacità. New York poi è una scuola di vita, mi ha insegnato a sopravvivere. La frase di Liza Minnelli in "New York, New York", "if you can make it there, you can make it anywhere", (se ce la fai qui, ce la fai dappertutto), è vera. Attraversi momenti duri, certamente, ma è un training che non ha pari. Anche se, la mia casa è la Sardegna, è Torre delle Stelle.

Viviana Bucarelli

SETTECENTOMILA EMIGRATI IN DIECI ANNI

SI ALLARGA IL DIVARIO NORD – SUD

Il Sud Italia in recessione, con la conseguenza che l’emigrazione verso il Nord è ancora di drammatica attualità. Gli effetti della crisi infatti sono stati particolarmente pesanti nel settore industriale che ha visto un calo del pil del 3,8%, mentre le produzioni manifatturiere hanno segnato un calo di oltre il 6%. Il Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno è impietoso: la fotografia dice che il Meridione è "in recessione, colpito particolarmente dalla crisi nel settore industriale, che da sette anni consecutivi cresce meno del centro-nord, cosa mai avvenuta dal dopoguerra ad oggi". L’Italia, si legge nello studio, "continua a presentarsi come un paese spaccato in due sul fronte migratorio: a un centro-nord che attira e smista flussi al suo interno, corrisponde un sud che espelle giovani e manodopera senza rimpiazzarla con pensionati, stranieri o individui provenienti da altre regioni". Inoltre, i posti di lavoro del Mezzogiorno, in particolare, "sono in numero assai inferiore a quello degli occupati. Ed è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione". I numeri dicono che in poco più di dieci anni, tra il 1997 e il 2008, circa 700 mila persone hanno abbandonato il Mezzogiorno. Un’area, dunque, da cui si continua ad emigrare, dove non esiste domanda per professionalità medio-alte, dove crescono gli anziani ma non arrivano gli stranieri, dove esistono le realtà economiche eccellenti ma non si trasformano in sistema né si intercettano stabilmente investitori e turisti stranieri. Una situazione che ha preoccupa molto il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per il quale deve crescere nelle istituzioni, così come nella società, la coscienza che il divario tra nord e sud deve essere corretto e superato. In un messaggio inviato allo Svimez, Napolitano scrive che "la crisi economica rafforza il convincimento che una prospettiva di stabile ripresa del processo di sviluppo debba essere fondata sul superamento degli squilibri territoriali, necessario per utilizzare pienamente tutte le potenzialità del nostro Paese". Il lavoro della Svimez, prosegue il capo dello Stato, "offre un contributo importante allo sviluppo di un confronto nazionale". Entrando nei dati statistici, il rapporto 2009 rivela che complessivamente nel 2008 il pil al Sud ha registrato un calo dell’1,1%, con una minima percentuale di differenza rispetto al centro nord (-1%). Al sud dal 2004 al 2006 il 9,3% delle imprese ha lamentato difficoltà per l’accesso al credito contro il 3,8% del nord. Dal 2007 al 2008, inoltre, il tasso di crescita annua dei prestiti alle imprese è crollato al sud dal 14,9% al 7,9% contro un calo più contenuto a livello nazionale che va dal 12,4% al 10,2%. E’ quanto contenuto nel Rapporto Svimez, secondo il quale, inoltre, tra il 1990 e il 2001 il numero di banche presenti nell’area si è ridotto del 46% contro il 20% del centro-nord. Il numero di banche meridionali indipendenti è crollato da cento del 1990 a 16 del 2004 e negli stessi anni le banche di credito cooperativo si sono più che dimezzate passando da 213 a 111. Resta forte la dipendenza del sistema bancario meridionale dal centro nord.

Massimiliano Perlato

 

LOTTA ALLA POVERTA’ E DIRITTI DEI POVERI

G8 DEGLI INDIGENTI ALLA MADDALENA

Nell’Isola de La Maddalena presso l’Istituto Suore San Vincenzo de Paoli si è svolto il "G8 dei Poveri" con la manifestazione "Lotta alla povertà e diritti dei poveri" con il trattato della Carta di Zuri. Numerosi i partecipanti con i rappresentanti delle fabbriche in crisi dell’intera Sardegna, Associazioni del Volontariato Sociale, Acli, Pastorale del Lavoro, Caritas diocesana di Cagliari, Cisl, Uil, Coldiretti Sardegna, Pensionati, rappresentanze di 50 Nazionalità di immigrati, l’Ambasciatore del Senegal Cheikh Sadibu Fall, il Governatore della Regione Sardegna Ugo Cappellaci, il Sindaco di La Maddalena Angelo Comiti con i colleghi Sindaci di Zuri e Ghilarza, i Vescovi, mons. Luigi Bettazzi e Sebasiano Sanguinetti e Padre Luigi Borrozzu che ha chiuso i lavori. Dalla manifestazione è emerso chiaramente il diritto dell’uomo ad un lavoro e ad una vita dignitosa, che vada oltre le nazionalità e offra le medesime opportunità per chiunque. Ha aperto i lavori il segretario regionale della Cisl Mario Medde che tra le altre cose ha chiesto al Governo Nazionale e Regionale l’abbattimento dei costi dovuti all’insularità, per dare una scossa all’economia regionale contrastando anche da quel lato la crisi e la povertà. "Ho già assunto impegni concreti quali ad esempio l’istituzione dell’osservatorio sulle povertà, ha detto Ugo Cappellacci Governatore della Regione Sardegna, e altre che vanno sviluppate rapidamente. Ritengo che con maggiore unità si possano raggiungere gli obiettivi fissati". Civile e dignitoso il rappresentante delle fabbriche in crisi che ha chiesto maggiori attenzioni e azioni concrete per uscire dal tunnel della disoccupazione. L’ambasciatore del Senegal Cheikh Sadibu Fall si è mostrato "lieto e felice per l’iniziativa e per l’invito" estesogli, affermando che "la povertà non è una casualità, bensì frutto di mal governo". Ha espresso rammarico per il mancato G8 il Sindaco di La Maddalena Angelo Comiti, ma è ben felice di poter ospitare sulla propria isola il G8 del Poveri. "In patria sono un laureato, ma non ho alcuna possibilità di un impiego, ha affermato il rappresentante degli immigrati, qui faccio l’operaio e dunque lavoro, pago le tasse e vorrei avere gli stessi diritti dei cittadini locali". L’Assistente spirituale della Coldiretti ha sottolineato l’importanza del bene primario dell’acqua, visto come diritto e non come bene di lusso su cui ci si può lucrare. Sulla stessa linea Mons. Luigi Bettazzi che ha detto "contesto il G8 perché sono pochi grandi che fanno gli interessi solo dei pochi grandi, ma le loro iniziative le subiscono i tanti poveri del mondo". Altro passaggio è stato quello del rappresentante dei Pensionati che ha rimarcato il mancato potere d’acquisto delle pensioni rimaste ferme da anni mettendo così in difficoltà numerose famiglie. Attenzione e solidarietà concreta, ha affermato la rappresentante della Caritas, per l’integrazione, uguaglianza, assistenza medica, giuridica, mensa e soprattutto attenzione alla relazione sociale con il singolo. "Solitudine internazionale, ha raccontato il
rappresentante del popolo Palestinese, in cui più di 1,5 milioni di persone subiscono l’embargo internazionale privato di vivevi e medicine". Ha concluso i lavori Padre Luigi Borrozzu che ha etichettato questa manifestazione come il "P1000 dove P sta per popoli, per povertà e 1000 un numero volutamente alto per coinvolgere sempre più popoli diversi, ma con pari dignità umane". Ha fatto seguito, dopo gli interventi, il rito de Sa Bertula e su Pane, tipica di Sant’Ignazio di Laconi con il suo messaggio di attenzione ai poveri e agli "ultimi". Quindi c’è stata l’apposizione di una targa in ricordo della manifestazione.

 

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