Tottus in Pari, 251: pastori, studenti e fantini

C’è qualcosa di epico, oltre che di doloroso, talvolta drammatico, nell’emigrazione dei pastori sardi in Toscana. Qualcosa che ha rivelato tutta la forza di un popolo non più disposto ad accettare passivamente isolamento, miseria, arretratezza. Un popolo perciò capace di affrontare l’ignoto, fatiche e disagi e prospettive incerte, pur di non rimanere passivo e docile di fronte a una situazione di permanente insopportabilità. Singoli pastori, nuclei familiari, gruppi legati da amicizie e parentele si sono mossi, prima cautamente poi sempre più numerosi, a partire dagli anni ’60, alla ricerca di una vita accettabile e di una situazione sostenibile. Con le loro pecore hanno attraversato il Tirreno e, sovente a piedi, da Civitavecchia hanno raggiunto, lungo strade secondarie, tratturi e campagne, le terre delle colline della Toscana. Un qualcosa di epico in tutto ciò, ormai conosciuto e studiato, che ha prodotto mutamenti sociali ed economici, e che attende forse soltanto di diventare letteratura. Un fenomeno conosciuto e studiato, sempre più e sempre meglio. Nuovi e importanti contributi continuano a giungere. Anche dal Circolo degli emigrati sardi a Siena "Peppino Mereu". La ricerca, "Migrazione di sardi nei poderi mezzadrili della Toscana", un volume dalla elegante veste grafica, arricchito da numerose fotografie di Domenico Selis. I sardi nel Senese, hanno determinato importanti modificazioni sociali e, addirittura, col loro lavoro hanno modificato il paesaggio. Giunti silenziosamente hanno compiuto grandi passi avanti e influito sull’economia del territorio. Ma quella generazione di sardi giunti dall’isola negli anni ’60 e ’70, e che tanti risultati ha ottenuto, è naturalmente destinata a estinguersi, per motivi anagrafici. Su loro pesava il vecchio pregiudizio che voleva essi non lavorassero ma si limitassero a sfruttare i pascoli. Il pregiudizio di chi non sa quanto pesante sia fare il pastore. Dopo quei primi difficili anni dell’emigrazione nel senese, è avvenuto il grande salto: quei pastori sono diventati anche coltivatori e la loro situazione è notevolmente migliorata economicamente e umanamente. Questo salto è stato favorito dal fatto che le colline toscane in quegli anni, a causa del crollo della mezzadria precipitata in una gravissima crisi economica, si sono quasi totalmente spopolate. La conseguente caduta verticale del prezzo delle terre ne ha consentito l’acquisto da parte dei pastori sardi. Essi le hanno messo a coltura e rese nuovamente produttive, salvandole dal loro destino di marginalizzazione. I pastori, provenienti soprattutto dal Orune e Austis, hanno iniziato a produrre il loro pecorino, che ha progressivamente conquistato il mercato. In più l’attività dell’Associazione dei pastori sardi, e la presenza tra i pastori sardi di alcune figure carismatiche, hanno spinto la modernizzazione nella gestione delle aziende pastorali. Ma tanti altri ostacoli hanno dovuto superare i pastori giunti dall’ isola. Quelli più gravi sono giunte però dalla stagione dei sequestri di persona, e dai tanti episodi di enorme gravità che la hanno caratterizzata. La società toscana, che non conosce "l’omicidio endemico", ha reagito duramente, odiava i delinquenti autori di gravissimi delitti, e non faceva troppe distinzioni. Gli stessi carabinieri facevano irruzione di notte negli ovili e nelle abitazioni, anche laddove vivevano oneste e pacifiche persone. È stato molto duro superare quella situazione. La società toscana ha saputo fortunatamente operare le opportune distinzioni e la seconda generazione dei pastori sardi ha saputo resistere alla tentazione di rinchiudersi nella propria etnia. Oggi, occorre affrontare la seconda fase del rilancio dell’attività pastorale nelle colline del senese, attraverso la realizzazione anche di altre attività connesse, non ultima quella dell’agriturismo, capaci di dare un reddito sufficiente e quindi convincere i giovani a rimanere nelle loro aziende. Occorre, che ai giovani che si trasferiscono in Toscana venga offerta comunque anche l’opportunità di rientrare nell’isola. E’ importante che i giovani possano uscire dalla Sardegna per acquisire nuove esperienze, ma è importantissimo che possano poi rientrare e mettere a frutto nell’isola le capacità e le esperienze acquisite.

 

SETTE UNIVERSITARI SU 100 VANNO A STUDIARE FUORI DALLA SARDEGNA. PERCHE’?

LA PAROLA AI 124 SARDI DI SIENA

Secondo il sito del Miur, nell’anno accademico 2007/2008 gli studenti iscritti all’università di Siena provenienti dalla Sardegna risultano 124, ovvero il 3% delle 3699 iscrizioni totali. Di questi, meno della metà provengono dalla Toscana: si tratta soprattutto di ragazzi e ragazze meridionali. E se si calcola la percentuale di studenti partiti dalla nostra regione sul totale dei fuorisede, ci si accorge che raggiungono il 7%. Dall’Isola si scappa, si parte a malincuore, si va via in base a un calcolo delle opportunità offerte dal "continente". Così è stato per alcuni ragazzi e ragazze che si trovano nella città di Duccio. In molti guardano con nostalgia a "Stock 84", leggendario personaggio che transitava all’Università di Cagliari, così soprannominato perché iscritto a Lettere dall’anno in cui Maradona entrò nel Napoli. A Siena le cose sono diverse, o almeno così parrebbe se si guardano i numeri degli studenti fuorisede. Nel 2004, venne indicata dalle classifiche stilate da "Repubblica" come la città con un Ateneo di medie dimensioni migliore d’Italia. Nella città del Palio c’è anche uno dei policlinici universitari più all’avanguardia d’Italia: è recente la notizia di un gruppo di ricercatori che hanno individuato e stanno portando avanti le sperimentazioni su una possibile cura contro l’Aids. L’economia cittadina si regge fondamentalmente su due realtà: il Monte dei Paschi e gli studenti venuti da altre parti d’Italia e del mondo. Parlare con gli isolani che hanno iniziato l’Università a Siena può dare la misura delle loro aspettative. Al di là della volontà di studiare in uno dei "poli d’eccellenza" italiani, chi è andato via di casa a 18 anni era spinto soprattutto da mitizzanti visioni sulla vita dell’universitario indipendente: finalmente lontano dalla potestas familiare, finalmente sulla terraferma; a un’ora di pullman da Firenze e due ore di treno dalla Babilonia italiana, Bologna. Tutte aspirazioni da manuale per un adolescente, ma con l’incentivo, per un sardo, di fare per la prima volta esperienza della libertà di movimento: basta prendere un treno. Paola è nata e cresciuta a Porto Cervo, la cui popolazione residente è inferiore ai 200 abitanti. Finito il liceo a Olbia, la sua priorità è stata partire, non importava realmente il dove. E tuttavia i suoi interessi l’hanno portata a valutare la fama dei tanti dipartimenti di archeologia italiani. Dalla ricerca è emerso che il migliore centro per gli studi di archeologia medievale si trova a Siena: lì insegnava il più importante luminare italiano in materia, Riccardo Francovich, poi
morto nel 2006. Da una necessità di fuga si è dunque giunti ad una valutazione delle opportunità, e tuttavia lo slancio è stato dato da un solo imperativo: partire. Ma per comprendere meglio le differenze effettive tra gli atenei sardi, in particolare quello di Cagliari, e quello Senese, differenze che non siano solo sulla carta, è bene parlare con studenti che abbiano avuto esperienza di entrambe le realtà. Giovanni ha 27 anni, e ha iniziato la triennale nel momento in cui l’Ateneo cagliaritano istituiva per la prima volta il corso di studi in "Discipline etno-antropologiche". Il problema che si trovò ad affrontare era che di antropologico in realtà c’era poco. Il neonato corso era prevalentemente filosofico, gli esami che riguardavano la sua materia solo cinque. Ad oggi è stato addirittura abolito. A Siena invece, se si guarda anche solo al piano di studi della laurea di primo livello, ci sono circa undici esami strettamente antropologici. Ci sono solo professori che hanno fatto ricerca sul campo, biblioteche ben fornite, e soprattutto molti seminari e attività extracurricolari. Sono questi gli elementi che più fortemente emergono dalle conversazioni con i ragazzi interpellati in merito alle differenze tra l’università nostrana e quella senese. Alessandro si è laureato in filosofia a Cagliari, e per la specialistica si è iscritto in antropologia a Siena. Ha notato soprattutto come l’ambiente universitario sia molto più vivace e attivo nella città toscana. Ci sono decine di iniziative che stimolano il fermento culturale tra studenti. È di questi giorni l’incontro promosso da un suo professore che ha portato gli alunni a Follonica, in un centro per immigrati che hanno fatto richiesta di asilo politico. Di Cagliari viene invece evidenziata la disorganizzazione: è impossibile avere uno scambio con i professori al di fuori dell’aula dove si tiene lezione, mancano le strutture, i piani di studio cambiano in continuazione. L’apprendimento poi è troppo di tipo liceale, troppo passivo, mancano gli stimoli e i confronti su quell’attività pratica che è alla base del buon lavoro di ogni ricercatore. Un altro Alessandro, dottorando di antropologia culturale, ha svolto tutti i suoi studi presso l’università cagliaritana, e ha poi scelto Siena per scrivere la tesi. Questo perché Siena e Perugia sono consorziate al dipartimento di antropologia di Cagliari; ma soprattutto per le strutture messe a disposizione degli studenti. "Basti pensare alla presenza a Siena di strutture come il Santa Chiara e il Refugio, e il loro essere crocevia di scambi culturali e scientifici internazionali". Queste strutture, in cui gli studenti hanno alloggi, cucine, biblioteche fornitissime, dove si tengono conferenze, non hanno un equivalente da nessuna parte in Sardegna. Ci sono altri semplici dati che possono ben evidenziare le differenti possibilità offerte dagli atenei presi in considerazione; ad esempio l’entità delle borse di studio. Le borse Erasmus stanziate a Siena nell’anno accademico 2007/2008 sono state ben 1.100, su un totale di 18.000 studenti. A Cagliari, nello stesso anno, sono state solo 441, per 35.000 iscritti totali. Anche le mete consentono qualche riflessione. Considerando la sola facoltà di Lettere e Filosofia, il ventaglio di destinazioni per chi parte dal capoluogo sardo comprende circa sei borse verso le più importanti capitali europee (Londra, Parigi, Bruxelles ecc.), laddove l’ateneo toscano ne offre 27. Detto così sembrerebbe che l’università degli studi di Siena sia un sogno realizzato. In realtà, da questo sogno la città è stata svegliata quest’estate, dalle cifre di bilancio dell’ateneo, aggiornate intorno ai 250 milioni di debito. E questo debito nasce da quella che è stata la fortuna e contemporaneamente la maledizione dell’ateneo senese; il fatto di essere uno dei primi d’Italia ad essere trasformato in azienda, altamente efficiente, ma capace di contrarre un debito insolvibile. Il tracollo dell’università lascia ormai ben poco spazio alle speranze serbate da tutti quegli studenti giunti fino a qui, mossi dal miraggio di uno dei luoghi di studio più facoltosi del nostro Paese. Ed inoltre, tornando agli "immigrati" isolani, ci sono molti altri elementi che hanno infranto il sogno iniziale. Basta essere nella città del Palio da poco per rendersi conto che qui non c’è nulla dello sregolato divertimento paventato prima di attraversare il Mediterraneo. Siena è una piccola città, di appena 60 mila abitanti, particolarmente intollerante verso qualsiasi forma di vivacità che non sia il Palio. I locali, i luoghi di ritrovo, i concerti sono pochi e deprecati da gran parte della cittadinanza "indigena". Confrontata con la maggioranza delle province sarde resta comunque molto più movimentata, ma rispetto a Cagliari offre assai meno possibilità di svago. E’ come un grande paese, in cui tutti gli studenti si conoscono, perlomeno di vista. Veronica è della provincia di Cagliari, è qui da cinque anni e ciò che più la infastidisce è di non poter uscire di casa senza avere l’obbligo costante di adempire agli obblighi mondani dovuti a tutti quelli che conosce, per regola di buona creanza. E nota inoltre come per molti aspetti Siena sia solo una "città bomboniera per turisti", tirata a lucido ma in realtà profondamente chiusa, incapace di vedere i nuovi arrivati come cittadini, senza catalogarli col generico termine di "studenti fuorisede". Lagnarsi della noia è poi in questo angolo d’Italia un fatto consolidato, quasi un metodo di aggregazione sociale. Alberto, un altro cagliaritano, ha addirittura fatto la sua tesi di Scienze della Comunicazione sullo status symbol dato dallo "spleen" senese. Una sorta di indagine sociologica sulla consuetudine dei giovani che vivono in questa città di dirsi orribilmente stufi della vita che conducono. Per poi scoprire, nelle conclusioni, che in realtà la maggior parte si diverte tantissimo, e non "tira a campare" come si ripete a mo’ di litania con tutti quelli che si incrociano per strada. Arrivando a Siena, i sardi scoprono soprattutto un’altra cosa. Che per la Sardegna si prova una fortissima nostalgia. Dopo aver passato gli anni del liceo a lanciare invettive un po’ naif contro un’ Isola provinciale e ripiegata su se stessa, si trovano, lontani da casa, a rimpiangere il mare, a cercare di capire quell’aura indefinibile che lega la terra sarda a tutti coloro che vi sono nati. Lentamente, con un po’ di imbarazzo, si scopre che non si ha nostalgia solo della pazza movida di Castello, che a Siena proprio non si trova. Dopo aver millantato per anni di essere cittadini del mondo, a cui la Sardegna andava stretta, alcuni decidono addirittura di tornare, mentre alla maggior parte si rizzano le orecchie ogni qualvolta sentano un accento riconducibile a posti che vanno da Santa Teresa di Gallura a Teulada. In effetti, la caratteristica più peculiare dei sardi a Siena, così come presumibilmente di quelli a New York, è di stare insieme. Molti ragazzi interpellati annoverano un gran numero di sardi tra le nuove amicizie fatte nella città del Palio. Non che si conoscano tutti, ma se si trova un isolano se ne trovano almeno altri dieci. Fino a qualche anno fa esisteva perfino un "Circolo dei Sardi", che si riuniva nel locale senese dove la birra è meno cara, a due passi da Piazza del Campo. Nel corso principale della città c’è un bar che vende quasi più Ichnusa che Moretti; curioso se si pensa che qui il prezzo della birra nostrana è abbastanza proibitivo, e non si ha più la giustificazione di comprarla perché è la più economica in circolazione. A cicli regolari c’è qualche cena nostalgica
sarda in grande stile, con orate, spigole, fregola e obbligatoriamente mirto. E mentre si mangia i discorsi sono tutti tesi a decantare i fasti di "Lilliccu", il rinomato ristorante di pesce di Cagliari. I sardi sono anche campioni nel far nascere incredibili leggende metropolitane. Qualche anno fa ci fu un periodo in cui a Siena si aggirava un curioso punkabbestia, un bohemien, per usare un francesismo, sempre accompagnato da un’affezionata pantegana. Ed in breve prese piede nella comunità sarda la voce incontrollata che si trattasse del figlio dei rapitori di Farouk Kassam, nomade per scelta, in cerca di redenzione dal peccato dei genitori. Digitando su Google "Sardi in Toscana" appaiono centinaia di pagine sugli immigrati dell’Isola nella terra di Dante. Più di altri, i sardi hanno portato con sé il proprio bagaglio culturale: si sono stabiliti soprattutto laddove era possibile una continuità con il lavoro che svolgevano in patria. Per questo nella sola provincia di Siena si contano migliaia di pastori, o ex pastori oggi proprietari terrieri, di origini sarde. Tanto che negli anni del sequestro Soffiantini ad essere indagata fu anche la nutrita comunità residente nel senese. Oggi siamo nel 2009, e la Sardegna, mutatis mutandis, continua a subire un inarrestabile flusso migratorio. I dati però parlano soprattutto di un diverso tipo di migrazione, quella dettata dalle necessità degli studi: le percentuali di dispersione scolastica nell’Isola sono le più alte d’Italia. Eppure, nonostante quest’intramontabile maledizione, uno sguardo il più possibile d’insieme sulla comunità di sardi "immigrati" a Siena da’ l’impressione che niente vada distrutto, perduto: "Basta un nonnulla per commuoverci, e far parlare in noi la voce del sangue (Emilio Lussu).

Giovanna Branca

 

I FANTINI SARDI CHE HANNO NOBILITATO IL PALIO DI SIENA

ACETO COME MITO

La storia del palio di Siena è strettamente legata alla Sardegna e ai suoi fantini. L’ultimo, quello dell’Assunta, lo ha vinto Giuseppe Zedde, detto Gingillo. È un figlio d’arte: Antonio Zedde, detto "Valente", nato a Noragugume nel 1942, padre di Giuseppe e di Virginio (altro fantino), ha messo il suo sigillo nel palio, vincendo due edizioni, nell’agosto del 1972 e nel luglio del 1976.  L’isola ha da sempre un rapporto speciale con il quadrupede più elegante del mondo animale: il cavallo. Binomio inscindibile per tradizioni, cultura, lavoro e affetto. È molto probabilmente questa la ragione principale del successo dei nostri fantini, amati e coccolati, in terra di Toscana, dove vive una folta comunità di sardi.  È già tempo di palio e le contrade si preparano all’evento estivo che mobilita una grande folla. Sono stati diversi i fantini sardi o di origine isolana, che hanno partecipato in tempi passati e anche più recenti, alla manifestazione senese. Il leader indiscusso resta Andrea De Gortes, soprannominato "Aceto". Ha vinto ben 14 edizioni del palio su 58 partecipazioni. Risultati che gli sono valsi il riconoscimento di "Re della Piazza". Il primo successo, dell’allora 22enne fantino, nativo di Olbia, risale al 2 luglio del 1965. Chiamato dalla contrada dell’Aquila a montare "Topolone", Aceto si impose in un palio straordinario. De Gortes era stato notato, per coraggio e determinazione, l’anno precedente. La fama e la fortuna di Aceto nascono così. Il fantino olbiese è stato legato per 19 anni alla contrada dell’Oca, con la quale ha vinto cinque edizioni della corsa. La carriera di Aceto sembrava terminata a metà degli anni 80, ma nessuno immaginava ancora di dover fare i conti con la sua testardaggine. L’ultima vittoria centrata da Aceto risale al 3 luglio del 1992. Il "re della piazza" tornò in sella, chiamato ancora dall’Aquila, che ambiva al successo, avendo ricevuto in sorte un forte cavallo, denominato "Galleggiante". Aceto diede vita ad un duello acceso con un altro fantino isolano, Sebastiano Deledda, noto "Legno" che correva per la contrada Pantera. Una rivalità che si dimostrò evidente durante la gara. Aceto approfittò della clamorosa caduta dell’avversario prendendo il comando della corsa e cogliendo un strepitoso trionfo. Dopo alcuni palii andati male, decise di ritirarsi definitivamente nel 1996. Ora Andrea De Gortes vive ad Asciano, vicino Siena, dove gestisce un allevamento di cavalli. E restiamo ad Asciano, dove è nato il 17 giugno del 1963, per parlare di un altro assoluto protagonista delle vicende del palio: Giuseppe Pes. detto il Pesse. È stato allievo di De Gortes. Ha esordito con il botto, nella rassegna, il 2 luglio del 1982, ad appena 19 anni. Una vittoria insperata per il fantino di chiare origini sarde, che in quell’occasione indossava il giubbetto della contrada del Montone. Giuseppe Pes entra nella storia del Palio nel 1997. Il 3 luglio viene chiamato dalla contrada della Giraffa per "guidare" un cavallo formidabile Lobi’s Andrea, ribattezzato Penna Bianca, a causa di una macchia sulla fronte. Pes non si smentisce e domina la corsa. È il settimo trionfo personale. Ma non basta. Ad agosto il Pesse, sempre con indosso il giubbetto della Giraffa, monta Quarnero. Parte in ritardo, ma è capace di una clamorosa rimonta. Arriva primo al traguardo e per la contrada è cappotto. Anno indimenticabile per Giuseppe Pes da Asciano, ma sangue tutto sardo. Ultimo successo nel 2000, il nono personale, con la maglia della contrada della Selva. Ultima gara finora quella del 2006. Bilancio comunque esaltante per il Pesse. 45 partecipazioni e ben 9 vittorie oltre ad una correttezza esemplare. Rare le squalifiche. Tra gli altri principali protagonisti della rassegna senese, è doveroso menzionare Salvatore Ladu, soprannominato "Cianchino". Il fantino nativo di Bono, ha compiuto nel 2008, 50 anni. Eccellente il suo palmares: 46 partecipazioni e ben otto vittorie. Due volte primo con il giubbetto della contrada "Pantera"e altrettanto con quella di "Onda". Un successo ciascuno con Nicchio, Montone, Tartuca e Bruco. Il primo trionfo, a vent’anni, risale al 16 agosto del 1978. Cianchino vince indossando il giubbetto della Pantera, montando il cavallo "Urbino". Si lega alla contrada del Bruco, per cinque carriere consecutive tra il 79 e l’81, ma non riesce a vincere. Ma la grande impresa, con il Bruco, la centra nel 1996, montando Bella Speranza. Si aggiudica la gara nel
la quale balza al comando dopo il secondo giro. Il suo ultimo palio è datato 2 luglio 2005. Poi lo stop alle corse. Altro fantino, altre corse. Tre quelle vincenti per Massimo Coghe, detto "Massimino", nativo di Norbello, in provincia di Oristano. L’oggi 44enne Coghe, si è aggiudicato il palio nel luglio del 1994, sempre a luglio, ma nel 1998 e ultimo trionfo nell’agosto del 1999. Coghe ha corso ben 33 edizioni del palio. Ma ci sono altri fantini, forse meno conosciuti ai più, che hanno primeggiato nell’ambita corsa senese. Due primi posti anche per Giovanni Antonio Casula, nativo di Oschiri, classe 1957. Soprannominato "Moretto". Casula ha tagliato il traguardo da vincitore nell’agosto del 1983 e nello stesso mese, sei anni dopo. Tredici le sue partecipazioni al torneo. Sul podio più alto è salito nell’edizione di luglio 1979, Francesco Congiu, detto "Tremoto". Il fantino nato a Serri, classe 1956, ha gareggiato 13 volte, tra il 1978 e luglio 1996. C’è tutto un elenco di altri sardi che hanno presenziato al palio, ma senza fortuna. Iniziamo, per rispetto, da chi non c’è più. Costantino Giuggia, detto "Morino", nuorese, scomparso nel 1977, a soli 33 anni a Siena. Dodici le sue partecipazioni. Ha chiuso il conto con la vita anche Efisio Bulla, nativo di Bultei, deceduto tre anni fa, all’età di 72 anni. Gareggiò sei volte tra il 1962 e il 1969. Per dieci volte è sceso in Piazza a cercare gloria, Boris Pinna, detto Pinturicchio, classe 1971. Il fantino oristanese ha gareggiato tra il 1997 e il 2002. Stesso numero di corse per Antonio Cossu, classe 62, altro nuorese, denominato "Cattivo II". Sette partecipazioni per un fantino che abbiamo già citato. Si tratta di Sebastiano Deledda, detto "Legno", nativo di Lula, classe 1958. In gara tra il 1979 e il 1995. Resterà nella storia il suo duello con Aceto. Franco Casu, detto "Spirito", classe 69, oristanese ha cercato di fare del suo meglio, in sei occasioni, tra il 1989 e il 1996.  Tra le altre presenze, segnaliamo quelle di Pietro Migheli, detto Capretto, del fratello Luigi, detto Musino, Arturo Deiana, detto Pel di carota, Manolo Deiana, detto Ciclone e Renato Porcu. Nei primi anni 2000, è balzato agli onori della cronaca senese e non solo, nel bene e nel male come risultati, un altro fantino, originario di Silanus. Stiamo parlando di Dino Pes, soprannominato "Velluto", nipote del più celebre Giuseppe, detto "il Pesse". Il giovane Dino, classe 1980, ha partecipato otto volte al palio di Siena, senza mai vincere. Ci è andato vicino nel 2001 montando il cavallo Attilax. Negli ultimi metri di corsa ha ceduto lasciando campo libero a "Ugo Sancez". Velluto si è distinto nel 2002 vincendo il palio di Fucecchio, montando il cavallo Mowgli. Si è ripetuto nel 2004, imponendosi al palio di Legnano per la contrada Sant’Ambrogio. Ancora a Siena, con la contrada il Bruco, Pes sfiora la vittoria nell’edizione del 2 luglio 2004. Una gara sofferta, con caduta, ma al traguardo viene preceduto dall’avversario Salasso della Giraffa. Seguono anni non fortunati. Dino Pes è rimasto nell’ambiente delle corse e oggi lavora e allena per preparare molti cavalli barberi di levatura (Berio, Delizia de Ozieri, ecc.). Lo scorso anno ha partecipato al palio di Asti, giungendo sorprendentemente quarto al traguardo.  Infine la speranza di oggi. Si chiama Gianluca Fais, è nato a Siamanna, in provincia di Oristano nel 1981. Nel 2005, gareggia nel Palio di Asti. Corsa impeccabile su un terreno reso pesante dalla pioggia. Giunge in finale e mette in riga fantini del calibro di Trecciolino e del Pesse. L’anno successivo i primi importanti risultati. Vince il palio di Monticano, ottiene buoni piazzamenti in altre manifestazioni, vince due batterie, su quattro al palio di Siena. Diventa il fantino ufficiale della contrada della Lupa. È soprannominato "Vittorio". Nel luglio 2007 ha primeggiato nel palio di Valdarno e nel 2008 la vittoria al palio di Buti, per la contrada san Nicolao. Ora vediamo che succederà al palio di Siena 2009. In bocca al lupo e forza Sardegna.

 

 

 

A PADOVA UN CONVEGNO SUI RISULTATI DEI CORSI DI FORMAZIONE DEL PROGETTO P.A.N.

PERCORSI ARCHEOLOGICI NATURALISTICI REALIZZATI IN SARDEGNA

Alla fine del 2008, a conclusione dei corsi del Progetto P.A.N. (Percorsi Archeologico Naturalistici), realizzato nell’ambito del programma europeo Parnaso (che ha coinvolto oltre 1000 corsisti residenti in  tutte le otto province della Sardegna e, in qualità di docenti, esperti nel campo della promozione e gestione dei beni culturali provenienti da tutt’Italia), la direzione regionale dell’I.FO.L.D. (Istituto Formazione Lavoro Donne, dal 1986 attivo in Sardegna nell’ambito della formazione professionale, della ricerca e dell’orientamento al lavoro), come ente capofila,   organizzò un seminario regionale di presentazione dei risultati che si tenne a Barumini,  presso il Centro di comunicazione e di programmazione del patrimonio culturale "Giovanni Lilliu". Nella giornata del 15 giugno 2009 a Padova, presso la splendida Sala del Romanino dei Musei Civici agli Eremitani, un convegno ha ripercorso la genesi del Progetto P.A.N. (Percorsi Archeologico Naturalistici) e ha offerto occasione di conoscenza e di approfondimento, in particolare,  dell’esperienza formativa dello stage  ai fini della formazione personale e professionale degli operatori museali attraverso l’illustrazione di quello che possiamo definire "il caso Sardegna". La direttrice I.FO.L.D. Anna Maria Fusco  ha esposto le caratteristiche del Programma Parnaso, finanziato nell’ambito della Misura 2.4 del P.O.R. Sardegna 2000-2006 dall’Assessorato del Lavoro e dal Fondo Sociale Europeo. Esso  ha voluto rispondere alle esigenze di qualificazione e riqualificazione del personale operante nel settore dei beni culturali, archeologici e naturalistici della Sardegna. Il progetto P.A.N., gestito dall’ATS  (Associazione Temporanea di Scopo) avente come capofila l’I.FO.L.D. di Cagliari, ha preso le mosse dal disegno di legge "Norme in materia di beni culturali, istituti e luoghi di cultura"  (poi L.R. n. 14 del 20 settembre 2006) volto alla creazione di un sistema museale e di un sistema bibliotecario regionali, all’adozione di una procedura di riconoscimento regionale dei musei sulla base di requisiti minimi di qualità  e alla valorizzazione  di nuove tipologie museali quali i parchi archeologici e gli ecomusei. I corsi di formazione professionale attivati dall’I.FO.L.D. in diverse sedi della Sardegna  hanno riguardato diverse figure professionali:  tecnico dei servizi educativi operante in musei e/o siti archeologici, storici, monumentali e simili;  tecnico dei servizi educativi con funzioni di promozione esterna, operante in siti culturali-ambientali valorizzati; tecnico dei servizi educativi operante presso musei o siti scientifici, paleontologici, naturalistici, aree culturali ambientali valorizzate;  operatore per i servizi di custodia e manutenzione presso siti archeologici, mu
sei, aree culturali e ambientali valorizzate. Come ha precisato Angela Roncaccioli, del comitato scientifico I.FO.L.D,  tutti gli allievi dei corsi di formazione (della durata di 600 ore) hanno svolto attività teoriche, tirocini e laboratori pratici presso strutture museali e uno stage formativo in un’altra regione italiana (Veneto o Umbria ) al fine di acquisire la conoscenza di altre esperienze, nonché l’apprendimento delle diverse tecniche e modalità di realizzazione di laboratori didattici ed educativi o attività di promozione del patrimonio culturale o museale di una città, un territorio o di una provincia veneta o umbra. A Padova sono state presentate le esperienze della Associazione "Le Gioconde"  di Sassari; della Fondazione Barumini Sistema Cultura; della Cooperativa Mediterranea di Carbonia; della Cooperativa "Archeotour" di Sant’Antioco. I rappresentanti di  questi organismi hanno sottolineato la fecondità  dello stage fuori dell’isola. Il progetto ha potuto contare sull’importante supporto di numerosi partner: Sistema Museo (società cooperativa) che ha coordinato gli stages in Umbria; il Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico-artistiche dell’Università degli Studi di Cagliari  (referente il prof. Roberto Coroneo) che ha elaborato i materiali didattici, utilizzati nelle discipline di base; l’I.S.R.E. (Istituto Superiore Regionale Etnografico: referente il dott. Paolo Piquereddu ) che ha coordinato i corsi e le attività didattiche a Nuoro; il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Cagliari e la Facoltà di Scienze dell’Università di Sassari; l’Istituto Tecnico Commerciale "S. Satta" di Nuoro; l’Istituto Tecnico Commerciale di Iglesias; l’IstitutoTecnico Commerciale "A. Gramsci" di Tortolì; l’Istituto Tecnico Commerciale "Padre Francesco Colli Vignarelli" di Sanluri; l’Istituto Tecnico Commerciale Geometri "Don Gavino Pes" di Tempio. Pregevole, inoltre, il contributo dell’A.N.M.L.I.  (Associazione Nazionale dei Musei Locali e Istituzionali)  e della F.A.S.I. (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia)  per la collaborazione fattiva che ha permesso la realizzazione degli stages in Veneto (la  F.A.S.I.  ha programmato e gestito la realizzazione della mostra "Francesco Ciusa. Gli anni delle Biennali 1907-1928", presso la quale gli allievi hanno potuto esercitare con successo la partecipazione al catalogo e le azioni di promozione e di didattica). L’incontro di Padova nella mattinata ha visto alternarsi al microfono, oltre le persone citate: Davide Banzato, direttore Musei e  Biblioteche del Comune di Padova; Andreina Siddu, presidente  I.FO.L.D Cagliari; Anna Maria Montaldo, presidente A.N.M.L.I.; Francesca Ghedini, Consiglio Superiore dei Beni Culturali; Massimo Canella, Direzione Beni Culturali della Regione Veneto; Luca Baldin (della Sezione italiana dell’ICOM, International Council of Museums) con un importante  contributo su "La Carta delle professioni museali"; Jacopo Bonetto, dell’Università di Padova, con una relazione  su "Nora, dallo scavo alla valorizzazione". Nel pomeriggio, Serafina Mascia, del Comitato scientifico dell’I.FO.L.D, ha coordinato una tavola rotonda sul tema "Lo stage del Programma Parnaso: occasione di conoscenza e confronto professionale" (si consideri che dall’aprile 2007 al giugno 2009  oltre 450 allievi provenienti dalla Sardegna hanno effettuato gli stages nel Veneto). Nel corso di essa  sono intervenuti rappresentanti dei Musei dei Comuni di Padova, Verona, Vicenza e Montebelluna nonché della Fondazione  Querini Stampalia di Venezia (parte degli istituti culturali della regione Veneto che hanno aperto le porte agli stagisti  sardi).

Paolo Pulina

 

LA SPLENDIDA INIZIATIVA DEL CIRCOLO "CUCCA" DELL’ISOLA D’ELBA

LE GIORNATE DELLA SARDEGNA

Oltre 10mila persone, fra sardi, elbani e turisti, hanno partecipato alle "Giornate della Sardegna" organizzate dall’Associazione Culturale Sarda "Bruno Cucca" a Portoferraio, capoluogo dell’Isola d’Elba, il 13 e 14 giugno scorso. La due giorni di iniziative ha potuto contare sulla collaborazione e il sostegno del Comune di Portoferraio e della Provincia e del Comune di Oristano. A rappresentare le istituzioni sarde in terra elbana sono stati gli assessori provinciali Serafino Corrias e Mario Matta, al fianco dell’imponente macchina organizzativa messa in piedi dall’Associazione. Alla fine le due "Giornate della Sardegna" sono state un successo oltre ogni aspettativa. Il primo assaggio dell’iniziativa patrocinata dalla Regione Sardegna, si è avuto il sabato con l’apertura degli stand enogastronomici e il coinvolgente concerto di Maria Giovanna Cherchi. Poco dopo le 20, Piazza della Repubblica, nel centro storico della cinquecentesca città di Cosimo de’ Medici, è stata "presa d’assalto" da migliaia di persone. Secondo la stima dell’organizzazione sono accorsi in 5mila a gustare i prodotti tipici e le specialità della cucina tradizionale sarda. Un pubblico da grandi occasioni ha accolto con partecipazione e applaudito fin oltre la mezzanotte Maria Giovanna Cherchi. La cantante etno-folk, a ragione considerata l’erede di Maria Carta, ha incantato la folta platea con la potenza della sua voce e la poesia delle sue canzoni. La Cherchi ha fatto palpitare il cuore di ogni sardo presente in piazza con "Mediterranea" e "Nanneddu meu", ha evocato ricordi d’infanzia con "A su duru duru", ha commosso con l’Ave Maria in limba cantata tra il pubblico. Una professionista che ha saputo trasferire le emozioni di un’isola che tiene sempre "per mano" i propri contarranei, anche se sradicati dalla propria terra. Come è per gli oltre 1500 emigrati sardi che vivono da anni all’Elba. «Come Provincia», ha spiegato l’assessore oristanese Corrias nel corso della serata, «abbiamo contribuito con gioia a far sì che questo evento potesse svolgersi. Lo abbiamo fatto perché vogliamo costruire quel ponte ideale con voi che siete qui all’Elba ma che non avete mai rotto il cordone che vi lega alla Sardegna». Dalla dolcezza della musica di Maria Giovanna Cherchi, accompagnata da Tore Nieddu e Paolo Poddighe, all’irruenza dei cavallini della Giara di Gesturi e alle pariglie dei cavalieri del Giara Club Is Pariglias. Il 14 giugno, infatti, è stato il giorno della Sartigliedda di Oristano. La spettacolare giostra equestre si è svolta ai piedi delle monumentali Fortezze Medicee lungo una pista di 200 metri, realizzata in meno di quattro ore per accogliere le acrobazie dei 14 cavalieri sbarcati a Portoferraio. Preceduti, come tradizione vuole, da uno stuolo di tamburini. In 6mila hanno assistito alla corsa alla stella, preceduta dalla cerimonia della vestizione de su componidoreddu, nella lussureggiante cornice dei giardini delle Ghiaie, a meno di 50 metri dal mare. Il torneo ha ripagato il pubblico con uno spettac
olo indimenticabile, sei stelle centrate e acrobatiche evoluzioni fino all’inbrunire. Una gioia immensa per l’Associazione Bruno Cucca. Il presidente Claudio Monni e il vice Patrizia Cucca hanno avuto parole di gratitudine per il Giara Club Is Pariglia e per il suo presidente Antonio Casu e per la Provincia di Oristano, che hanno «risposto senza esitare» alla richiesta dell’Associazione, costituita nel 2007 per «rinsaldare» il ponte tra i "sardi dell’Elba" e la Sardegna, terra di origine di Bruno Cucca, il giovane imprenditore sardo a cui è intitolata l’Associazione. «Bruno amava moltissimo la sua terra, ma amava moltissimo anche l’Elba», ha commentato Patrizia Cucca. Grato dello spettacolo offerto anche il sindaco di Portoferraio Roberto Peria. Al suo fianco, sul palco che ospitava Enrico Fiori, commentatore ufficiale della Sartiglia, anche gli assessori provinciali di Oristano, Corrias e Matta. Proprio Corrias e Matta la mattina del 14 giugno hanno visitato il sito archeologico della Villa Romana delle Grotte, a Portoferraio, e ammirato le bellezze paesaggistiche e naturalistiche dell’Elba occidentale. Nel pomeriggio del giorno precedente, i due assessori della Provincia di Oristano sono stati accompagnati dall’assessore Paolo Andreoli e dal vice presidente Patrizia Cucca in visita al Forte Falcone, eretto nel 1500 da Cosimo de’ Medici Granduca di Toscana.

Cristina Cucca

 

ALL’ACSIT DI FIRENZE LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI ANTONIA OCCHILUPO  

OGGI E’ IL MIO DOMANI

Antonia Occhilupo ha presentato il suo libro "Oggi è il mio domani" alla libreria "La Citè" nell’ambito della rassegna "Tutti figli di Grazia Deledda" organizzata dall’ACSIT Firenze. Perchè Firenze? Antonia è legata a doppio filo alla città del giglio, come lei stessa dice. Qui si è laureata in medicina dopo aver conseguito la prima laurea in psicologia a Padova, qui si è specializzata in psichiatria ed ha iniziato la sua attività lavorativa, qui sono nati i suoi due figli. Perchè l’ACSIT? Oltre alla rassegna: "Tutti figli di Grazia Deledda" che abbraccia i giovani scrittori, credo che ci siano dei motivi forti che ci accomunano. La sua terra del Salento, quel mondo contadino duro e forte non è molto lontano dalla nostra Sardegna e il racconto di suo nonno che la porta in campagna e la guida alla scoperta della natura, ricorda da vicino il nostro mondo sardo, soprattutto quello che noi, non più giovani, abbiamo conosciuto nella nostra infanzia. Antonia è una persona davvero speciale. Giorgio Ivancevich, lo psicoterapeuta che ha presentato il suo libro, ha colto in pieno i lati predominanti della sua personalità forte e, allo stesso tempo, della sua anima sensibile. L’immagine della trottola che, prima gira vorticosamente per gustare tutto ciò che è possibile dalla vita e poi piano piano rallenta fino a spezzarsi, quasi, e poi ricomincia a girare, la mostra piena di energia inesauribile, che insieme al suo amore per la vita e per la famiglia, la spinge a girare contro tutte le avversità che il destino le ha riservato: il coma, la miastenia, il timoma.  Il libro di Antonia è un messaggio stupendo per tutti e scorre veloce sotto i nostri occhi, non solo per il contenuto, ma per il registro linguistico alto.

Elio Turis 

 

INCONTRO AL CIRCOLO "SU NURAGHE" DI BIELLA CON LO SCRITTORE BRUNO TOGNOLINI

QUEL GHIACCIO DIVENTO’ FIUME D’ARGENTO

Nelle sale del "Punto Cagliari" presso il circolo "Su Nuraghe" di Biella, lo scrittore Bruno Tognolini ha presentato la sua ultima opera: "Lunamoonda". Nella sua ultima opera, l’autore introduce alcuni termini tratti dalla lingua sarda. Utilizza termini carichi di significati, preceduti dal suono ancor prima che significanti. Per Tognolini, è come ritrovarsi sulla soglia di una caverna dove una parola suona per coglierla nel rimbombo della sua eco. "Lunamoonda" è un romanzo di fantascienza, ambientato a Cagliari, in cui sono presenti molti vocaboli sardi che identificano personaggi, luoghi, situazioni. Oggi, la fantascienza, che non è più tanto più di moda, viene definita dallo stesso scrittore "fantamediterranea", per via dei termini che rimandano alla grande Isola che sta al centro di quel mare. L’introduzione di forme vernacolari sarde sarebbero per l’autore una forma di rivalsa, propria del sardo emigrato che non ha mai accettato di essere considerato un "sirbone", "oggetto" di interesse antropologico, piuttosto che soggetto. Lui, Tognolini, si considera – ed è – uno scrittore italiano che scrive in lingua italiana.  La rivalsa di Tognolini, un Sardo domiciliato a Bologna, vuole che la sua opera venga apprezzata come storia e non come storia sarda, proprio perché non ha mai accettato di essere considerato "sirbone": oggetto piuttosto che soggetto di studio. In dieci anni di lavoro per la RAI, ha redatto più di millecinquecento copioni per "Melevisione", componendo oltre cinquecento filastrocche per bambini. Solo dopo trent’anni di vita vissuta in "Continente", ha deciso di introdurre nei suoi testi alcune parole sarde. Termini appresi non dalla madre, insegnate elementare che gli ha fornito gli strumenti per amare la lingua di Ariosto, ma di vocaboli imparati dai ragazzi di strada nella Cagliari di quarant’anni fa, dai diretti discendenti dei quartieri poveri della città, i "picciocus de crobi".  "Nella società contemporanea, la Sardegna – sostiene – ha tutte le capacità per accedere all’eccellenza anche nei campi nuovissimi della comunicazione digitale come dimostrano Niki Grauso e Renato Soru. Nel suo romanzo di nuova "fantascienza", è affascinato dal suono di parole; nel toponimo Siliqua, ad esempio, coglie l’assonanza col silicio, lo studio e la ricerca dei metamateriali. Anche i nomi di personaggi, come Barbaiotti, Barbaiola, Mariposa, Pibitziri, Coccumeo, sono tratti dal lessico sardo. Rinnova lo schema classico del racconto fantascientifico, ma sostituisce i consueti termini tratti dall’immaginario celtico per introdurre parole della sua terra. Sostituisce pugnali, baci, vampiri con suoni e personaggi mutuati dall’immaginario fantasioso e fantastico sardo, a
ccolto e ben compreso dal suo pubblico e dai suoi lettori. "Certo è che i Sardi – ammette – leggendo quei nomi, colgono nel suono delle parole un qualcosa in più, una sorta di quint’essenza, grazie al loro essere Sardi".

Battista Saiu

 

 

RICORDATO SANT’IGNAZIO DI LACONI AL CIRCOLO "SU NURAGHE" DI ALESSANDRIA

E’ IL VIRTUOSO VENERATO IN TUTTA LA SARDEGNA

Si sono svolti il 27 e 28 giugno i festeggiamenti in onore di Sant’Ignazio da Làconi al circolo culturale  sardo "SU NURAGHE" di Alessandria. Lui, il Santo, è venerato in tutta la Sardegna, dove esistono diverse chiese a lui dedicate. Per quasi quaranta anni, dal 1741, fu frate questuante; la sua figura di umile fraticello, un po’ curvo e sempre assorto nella preghiera del Rosario, diventa presto cara ai cagliaritani, che si abituano a vederlo percorrere le strette e ripide strade della città, mentre non nega aiuto e consiglio a chi glielo chiede. Intanto cresce la fama della sua santità, si estende a tutta l’Isola e da ogni sua parte giungono a Cagliari pellegrini per incontrare il frate, spesso sperando di ricevere da lui uno di quei miracoli, che si narrava avesse compiuto. Il circolo SU NURAGHE l’ha voluto ricordare e presentare in questo modo, come si venerano i numerosi Santi in una festa tipica celebrata in terra sarda. Con riti religiosi e profani. Cercando di non cadere nella banalità della festa e nella superficialità del religioso. Grazie alla collaborazione dei soci del circolo e a quanti hanno potuto dare un’offerta per la realizzazione di questi festeggiamenti e, soprattutto, al benestare del presidente Efisio Ghiani, sensibile a queste tipo di manifestazioni, si è potuta organizzare una vera festa di Sant’Ignazio da Laconi che è durata due giorni. I festeggiamenti civili si son svolti sabato 27, alla sera, con FOZZAS, spettacolo musicale interamente in lingua sarda. Sono stati poi celebrati i festeggiamenti religiosi, con la messa presieduta da don Angelo e  accompagnata in tutte le parti dai Tenores di Abbasanta (OR) che hanno reso onore al Santo povero della Sardegna, e ai soci.

Massimo Cossu

 

IMPEGNO AD APPRFONDIRE I RAPPORTI CHE UNISCONO LA CITTA’ DI BIELLA E LA SARDEGNA

LE PIETRE, IL CUORE E LA CONDIVISIONE NEL TEMPO

L’incontro tra Comunità di origine territoriale e culturale differente può essere occasione di arricchimento e condivisione reciproca, nonché opportunità per riscoprire le radici ed i valori che permeano la vita del presente. In questa ottica di pensiero si colloca il filone di intenti che anima le attività del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella nella terra di Piemonte, caratteristica che si delinea tanto più evidente in circostanze come le Celebrazioni di Giugno di Sa Die de sa Sardigna. Ogni anno, in prossimità del Solstizio di Estate, tempo simbolico che da sempre racchiude in sé i significati del passaggio ad una nuova stagione esistenziale e della propiziazione della fecondità, i Sardi di Biella, patria di adozione, si fanno promotori dell’organizzazione, nei luoghi del lavoro e della propria vita quotidiana, di una serie di manifestazioni incentrate sull’incontro tra la realtà del Continente, che li ha accolti ed ospitati, e le tradizioni della propria Isola di origine. Eventi che segnano una volontà di continuità delle ottime relazioni storicamente esistenti tra il Biellese e la Sardegna, radicate sin dal IV secolo d.C. con l’arrivo di S.Eusebio da Cagliari ad Oropa nel corso della sua missione di cristianizzazione delle popolazioni locali, continuando in epoche più recenti con figure emblematiche come quelle della famiglie La Marmora e Sella ed ai loro rapporti con la gente sarda. Queste perduranti dinamiche relazionali hanno finito col segnare nel profondo, nel corso del tempo, tanto le persone quanto il territorio di Biella. Testimonianza di ciò è stato possibile riscontrare in vari momenti delle Celebrazioni di Sabato 20 e Domenica 21 Giugno 2009. Il Circolo Su Nuraghe, infatti, dopo aver dato ospitalità presso i propri locali ad un "aperitivo illuminato" con lo scrittore cagliaritano Carlo Tognolini, all’interno della manifestazione letteraria della Biblioteca Civica di Biella "I Libri Illuminano", ha voluto collocare lo spettacolo serale prefestivo di danze, balli, musiche e canti sardi nella suggestiva cornice del borgo del "Piazzo", in Piazza Cisterna. Il gruppo folk di Villamar (CA), Traccas e Sonus, ed il cantante Massimo Zaccheddu si sono così esibiti in uno dei principali cuori storici della città, mentre è stato contemporaneamente possibile, nei locali prospicienti la piazza, la consumazione di alcune specialità sarde con l’omaggio di fiches da collezione, all’uopo stampate, riproducenti alcuni incantevoli angoli del borgo medievale di Biella, quale nuovo contributo della Comunità dei Sardi per la conoscenza e la valorizzazione della loro "patria di adozione". Idee e spiriti animatori che, nel corso della serata, sono stati ribaditi dal saluto di benvenuto agli ospiti ed ai presenti da parte dei neoeletti membri della Giunta Comunale Andrea Delmastro, Assessore ai Lavori Pubblici ed Edilizia Pubblica – Arredo Urbano – Cultura, e Massimiliano Gaggino, Assessore all’Innovazione Tecnologica – Manifestazioni ed Eventi. Questo leitmotiv, per mezzo dei fatti e delle parole, ha, poi, ulteriormente accompagnato il corso degli appuntamenti dell’intera giornata della Domenica. Difatti, di proseguio alla Missa Majore, celebrata nella Basilica di San Sebastiano, altro "cuore" storico della città di Biella, cui hanno partecipato per il Comune il neo – Vice Sindaco, Livia Caldesi, ed il consigliere di minoranza, Nicoletta Favero, la Manifestazione si è spostata presso l’Area Monumentale di Nuraghe Chervu. Ivi è stato reso omaggio al contributo di sangue dei Caduti Sardi e Biellesi della Grande Guerra, e nel proprio intervento Don Ferdinando Gallu, Cappellano di Su Nuraghe, prendendo spunto dalla scelta di massi delle cave biellesi per la costruzione del sito, ha sottolineato come le pietre, da sempre simbolo di eternit&agrave
; e del rapporto tra l’uomo ed il sacro, siano l’espressione ed il segno indelebile di una volontà di condivisione e riconoscimento comune e reciproco. In ragione di tale ottica di pensiero, nonché alla luce delle attività progettuali dell’ANFFAS Biellese ONLUS che fanno riferimento "alle pietre ed al cuore" e che vengono sviluppate in Sardegna, il pranzo sociale conclusivo delle Celebrazioni è stato ospitato nei locali dell’associazione di Gaglianico, cui la Comunità Sarda di Biella fornisce il proprio sostegno e contributo, e nel corso del quale è intervenuto il neoeletto Sindaco Donato Gentile il quale ha ribadito, in un contesto di convivialità e fraternità, sulla base del proprio legame personale e professionale con l’Isola, la volontà di perseverare ed approfondire i rapporti che storicamente uniscono la città di Biella e la Sardegna.

Gianni Cilloco

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

IL PREMIO LETTERARIO "GIUSEPPE BERTO" A MOGLIANO VENETO (TV)

CYNTHIA COLLU VINCE CON "UNA BAMBINA SBAGLIATA"

È stato assegnato a Cynthia Collu il premio letterario Giuseppe Berto del 2009. La XXI edizione del concorso, la cui premiazione si è svolta a Mogliano Veneto (Treviso), è stata vinta dal romanzo "Una bambina sbagliata" scritto dall’autrice di origine sarda, edito da Mondadori, e ambientato tra Milano e la Sardegna. Nella motivazione del riconoscimento, la giuria – presieduta da Giuseppe Lupo e composta da Mario Baudino, Goffredo Buccini, Andrea Cortelessa, Paolo Fallai, Laura Lepri, Giorgio Pullini, Marcello Staglieno e Gaetano Tumiati – ha commentato: "Romanzo scritto con intensità emotiva, ma con buona misura stilistica, si segnala per la sua leggibilità e per la maturità, il controllo dello stile". L’autrice ha ricevuto il premio (dell’ammontare di 7500 euro) durante la cerimonia ufficiale e l’ha dedicato al figlio quindicenne.

La recensione: "Una bambina sbagliata" tra la Sardegna degli avi e la Milano conformista (Pubblicata su L’Unione Sarda del 3 maggio 2009). Spiegare cosa sia una bambina sbagliata non è facile per Cynthia Collu, autrice di un romanzo – edito da Mondadori – che parla di famiglie di ieri, di oggi, di rapporti tra genitori e figli in eterno contrasto. La protagonista forse lo è stata, Una bambina sbagliata, almeno agli occhi di un padre e una madre che non hanno saputo capirla, amarla, accettarla. E che, una volta grande, si trova a dover dimenticare, per guardare un genitore sul letto di morte e perdonarlo per le violenze subite. È la storia di Galathea, detta Thea, cresciuta tra una Milano anni Sessanta e una Sardegna ancorata alla tradizione agropastorale, obbligata a mangiare la carne, ad andare bene a scuola e a sopportare un padre attaccato più alla bottiglia che alla propria casa. A dividere il carico di difficoltà ci sono altri tre fratelli, tutti maschi, forse per questo salvati dalle botte, ma non dal destino, che si accanisce proprio su di loro. Si parla di sesso, delle prime esperienze, di povertà, droga, di viaggi in quell’Isola che rappresenta la tregua dai dolori famigliari, a casa dei nonni Cosma e Gavino, con il loro cane Frida. E così una bambina si divide in due: «Non mangiare in fretta, diceva nonna Cosma alla mia metà in Sardegna»; «Sbrigati, diceva mia madre all’altra metà quando soggiornava a Milano»; «mettiti il cerchietto», la prima; «no, il cerchietto proprio non te lo metti che poi lo perdi e mi ritorni a casa che sembri una zingara», la seconda. Ma ci sono anche le amiche, ognuna con le sue particolarità. Elisa, la compagna di giochi con cui andare alla ricerca di cani randagi da sfamare, la bella Viridiana, osservata con sguardi languidi anche dagli uomini e invidiatissima da Thea («Quando siamo insieme mi sento il brutto anatroccolo»), e poi Irene, complice di una fuga in Svizzera per scappare dalle angherie domestiche e rincorrere il sogno di incontrare i Beatles. Dimenticare, non pensare, è questo l’importante per la protagonista adolescente del libro scritto con pochi particolari sui luoghi geografici sardi. Ma si intuisce che l’autrice conosce certi rituali che appartengono a quel mondo e li inserisce come tasselli in un puzzle che compone al contrario, dalla fine all’inizio della storia. La fine è la morte del padre, quello che quando tornava a casa sbronzo veniva trascinato da moglie e figlia in camera; una lo teneva per le braccia, l’altra per i piedi e al tre lo lanciavano sul letto. Ci sono i ricordi dell’infanzia e della gioventù in Sardegna, scritti come pensieri rivolti ai nipoti, per lasciare una traccia della propria esistenza. Bella, brutt
a, o sbagliata.

Sabrina Schiesaro (unionesarda.it)

 

UNA SPERANZA PER I MALATI DI LEUCEMIA E LINFOMI, DI TALASSEMIE E DI DIVERSE ANEMIE

MIDOLLO OSSEO, L’ISOLA E’ LA TERRA DEI DONATORI

Dal 1992 a oggi sono stati già 134 i volontari sardi che hanno donato il midollo osseo a favore di corregionali e di pazienti ricoverati in strutture della penisola o estere. Nel 2008 i donatori sono stati 10 e nei primi sei mesi del 2009 sono stati 5. Questi dati (lo spiega la Asl 8 in una nota) fanno sì che la Sardegna si sia collocata al primo posto tra le regioni d’Italia per numero di potenziali donatori di midollo osseo in rapporto alla popolazione residente. «In base al rapporto di attività del registro nazionale dei donatori di midollo osseo, su una popolazione di circa un milione e 650 mila abitanti, i donatori iscritti in Sardegna sono oltre 20 mila, con un indice di 1.271 donatori ogni 100 mila abitanti. Un eccellente risultato che testimonia ancora una volta la sensibilità e la generosità dei sardi (anche nel 2007 l’isola era sempre al primo posto), oltre che l’impegno profuso dalle associazioni e dalle istituzioni sul fronte dei trapianti e delle donazioni». Il centro di riferimento per i trapianti di organi, tessuti e cellule è diretto dal genetista Carlo Carcassi, ha sede all’ospedale Binaghi. I potenziali donatori sono le persone iscritte nel registro che, in presupposte condizioni di buona salute, non hanno superato il limite di età di 55 anni. Nella classifica nazionale, dopo la Sardegna seguono il Veneto, l’Emilia Romagna, la provincia di Bolzano e la provincia autonoma di Trento. Per molti pazienti affetti da malattie ematologiche neoplastiche (come leucemie e linfomi) e non neoplastiche (ad esempio talassemia, anemia aplastica), il trapianto di midollo osseo rappresenta una valida possibilità di trattamento e di guarigione. Con il trapianto di midollo viene effettuata la sostituzione del midollo osseo malato con cellule sane, capaci di rigenerare il sangue circolante. «Dichiarare la propria disponibilità a donare il midollo significa mettere a disposizione di un malato le cellule staminali di una persona sana. Le cellule da trapiantare devono ovviamente essere compatibili con il ricevente: per questo motivo sono nati circa 20 anni fa i registri dei donatori di midollo osseo che attualmente contano più di 13 milioni di donatori in tutto il mondo e circa 330 mila in Italia».

 

IL COSTO DEL CARBURANTE CALA MA I BIGLIETTI RESTANO SALATI

AEREI, TARIFFE INGIUSTE PER I SARDI

Posti esauriti, voli concentrati solo in alcuni orari e tariffe che non scendono nonostante il calo del costo del carburante. Questi i nuovi problemi che i sardi devono affrontare sulla continuità territoriale. Nuove nubi sulla continuità territoriale nei collegamenti aerei da e per la Sardegna. Questa volta i problemi riguardano la frequenza dei voli, che secondo il bando dovrebbero essere ben distribuiti per ogni fascia oraria. Il costo del biglietto, inoltre, avrebbe dovuto subire una riduzione consistente grazie al calo del prezzo del petrolio, cosa che però non si è mai realizzata. Il problema di fondo, però, rimane quello dei controlli sull’applicazione delle regole. «Partire da Cagliari per Roma la mattina è diventato impossibile », denunciano alcuni passeggeri che sottolineano come i primi voli della giornata siano sempre pieni perché appunto concentrati solo in alcune ore. Prendendo come riferimento la rotta più gettonata dai sardi, quella che collega Elmas a Fiumicino, ad esempio, l’ultimo decreto che disciplina la continuità territoriale prevede a giugno 12 collegamenti minimi giornalieri, ad eccezione del venerdì quando i voli garantiti devono essere almeno 13. Per rendere effettiva la continuità, però, le rotte devono essere distribuite nell’arco della giornata secondo lo schema stabilito dal decreto. In particolare nella prima fascia, quella utilizzata soprattutto per gli spostamenti di lavoro con rientro in giornata, dovrebbe essere previsto un volo alle 6.30, uno dalle 7 alle 7.30, un altro dalle 7.30 alle 8 e ancora uno dalle 8.15 alle 8.45 e dalle 9 alle 9.30. Il volo successivo dovrebbe poi essere previsto dopo le 12 e uno ogni ora sino alle 16. Gli ultimi due della giornata dalle 18 alle 18.30 e dalle 20.30 alle 21. Guardando il piano voli delle compagnie che gestiscono i collegamenti sottoposti agli oneri di servizio pubblico, ovvero Alitalia, Airone e Meridiana, i collegamenti garantiti sono effettivamente 12, ma concentrati in certi orari. Ed ecco che chi non riesce a prendere i soli due voli del mattino (Alitalia con partenza alle 6.30 e Meridiana alle 7.30) non riesce ad arrivare a Roma prima di metà giornata. Problema che si presenta anche sugli orari degli altri collegamenti con la Penisola. Ma chi dovrebbe controllare? Prendendo come base sempre il decreto sulla continuità territoriale, le compagnie dovrebbero presentare il piano operativo dei voli almeno 60 giorni prima dell’inizio della stagione estiva o invernale. Un lasso di tempo che dovrebbe consentire sia alla Regione che all’Enac di controllare e intervenire. Il bando prevede infatti che sia un apposito comitato presieduto dall’assessore regionale ai trasporti a vigilare sulla corretta applicazione delle regole imposte dagli oneri del servizio pubblico, comitato che è stato rinnovato solo qualche giorno fa e che prenderà piena attività nei prossimi giorni. «Stiamo predisponendo un richiamo alle compagnie affinché adeguino il piano voli», fanno sapere dall’assessorato regionale. Mentre l’ufficio stampa di Alitalia e AirOne, ora unite in Cai, ha assicurato che i voli rispetteranno gli orari previsti dal bando a partire dal prossimo primo luglio. Ma il problema degli orari non è l’unico a minare la continuità nei collegamenti con la Penisola dei viaggiatori sardi. Secondo una fonte bene informata, infatti, a febbraio il ministero dei Trasporti avrebbe stabilito, su richiesta della Regione Sardegna e dell’Enac, un taglio delle tariffe in continuità territoriale grazie al calo del prezzo del carburante. Riduzione anche consistente: previsti anche 8 euro in meno sulla tratta Cagliari-Roma. Nel trimestre da dicembre 2008 a febbraio 2009, infatti, il costo del greggio è oscillato tra i 34, i 41 e i 38 dollari al barile. La riduzione, però, non è mai diventata operativa e anzi la Regione puntualizza che il provvedimento non sia stato ancora adottato dal Governo. «Abbiamo avviato la procedura e dopo le necessarie verifiche adesso abbiamo sollecitato l’intervento del ministero affinché riduca effettivamente le tariffe». In questi giorni, però, il prezzo del petrolio è tornato a salire, superando anche la soglia dei 70 dollari. Il dubbio è quindi che i controlli non siano stati tempestivi e che la richiesta, arrivata troppo tardi, abbia messo a rischio, ancora una volta, i
l diritto dei sardi alla continuità territoriale.

Annalisa Bernardini

 

IL DISCO RACCOGLIE IL MEGLIO DEL REPERTORIO DI REGISTRAZIONI LIVE DEL 2008

TAZENDA, UN SUONO CHE E’ GIA’ LEGGENDA

"Il nostro canto" è il disco numero 14 dei Tazenda. Una rinascita importante, che dopo la gloriosa epopea vissuta da Marielli e Camedda fino al 1997 assieme al compianto e grande Andrea Parodi, ha ritrovato nuovo slancio con l’arrivo di Beppe Dettori, cantante di bella vocalità. E soprattutto con l’exploit di "Domo mia", il singolo inciso con Ramazzotti che ha dato ai Tazenda un airplay di grande rispetto (e l’album del 2007 "Vida" ha conquistato il disco d’oro). A "Vida" è seguito lo scorso anno "Madre Terra" che si è collocato su posizioni ragguardevoli. Quest’anno, dopo una rigogliosa attività concertistica, i Tazenda hanno costruito "Il nostro canto" che crea magia, forza ed energia con il live, assieme a una cura efficace negli arrangiamenti. La musica è soprattutto quella degli ultimi due album con versioni accattivanti anche di brani storici e di culto come "Spunta la luna dal monte", "Carrasecare", "Pitzinnos" e "Mamoiada", accanto ai brani dell’ultima fase creativa, scritti come sempre da Gino Marielli e improntati a una versione originale della musica sarda. Un pop cioè che non dimentica le radici popolari ma sa aprirsi con intelligenza e soluzioni interessanti al pop di segno internazionale. Sono brani ricchi di poesia e sogni, profumano naturalmente di Sardegna, ma quella della nostra contemporaneità. Dopo Ramazzotti e Renga è la volta del duetto con Gianluca Grignani con "Piove Luce" brano ammantato di malinconica melodia. Altra novità è il duetto emozionante e tutto sardo con Marco Carta in "Sa Forza Mea" eseguita sul palco dell’Ariston a Sanremo, lo scorso febbraio. Un momento ad alta intensità che riportava ad attimi vissuti anni prima e per magia riesplosi all’improvviso. L’aura di una leggenda che vive e continua.

Massimiliano Perlato

ORGOSOLO FESTEGGIA I QUARANT’ANNI DALLA RIVOLTA DI PRATOBELLO

LA MOBILITAZIONE CONTRO I MILITARI

Orgosolo. All’alba del 23 giugno 1969, dopo due giorni di battaglia e due di tregua, il paese fu svegliato dalla musica del ballo tondo. Luigi Pilconi, la voce del bando pubblico, già diffidato dalla polizia che gli aveva intimato di non diffondere «annunci rivoluzionari», sistemò sul giradischi il duruduru che di solito chiamava le donne al mercato, e lo fece andare un paio di volte. Siccome in quei giorni a Orgosolo si viveva allerta come al fronte, tutti capirono il messaggio e in pochi minuti centinaia di uomini, donne e bambini si radunarono in piazza Su Muntil’hu per salire sui camion e i trattori diretti a Pratobello. Cominciava così la giornata di lotta che segnò la ritirata dei militari dalle terre di Orgosolo. Di lì a poco i 4 mila soldati della Brigata Trieste e della Compagnia di Fanteria Bologna, arrivati per inaugurare il poligono fisso per le esercitazioni di guerra, risalirono sulle camionette e in fila indiana sparirono oltre l’orizzonte. Sono passati quarant’anni e oggi il paese rievoca quel giugno epico con mostre, incontri, rappresentazioni teatrali e concerti. Non un appuntamento puramente celebrativo, ma un momento di riflessione. La gente reagì compatta perché il progetto di un poligono di tiro significava l’esclusione dei pastori, e quindi di tutta la comunità, dalle terre pubbliche. I salti che, impallinata e tumulata l’idea ministeriale del Parco del Gennargentu, oggi potrebbero essere finalmente utilizzati in maniera razionale grazie al Progetto Supramonte, un modo per valorizzare questi terreni. Il 27 maggio 1969 sui muri del paese e in tutti i bar vennero affissi i manifesti del Ministero della Difesa che comunicavano l’allestimento del poligono di tiro nelle terre comunali e l’obbligo per i pastori di abbandonare gli ovili nei mesi di giugno e luglio. A Orgosolo la nuova arrivò come una bomba. Già da qualche anno i militari giocavano alla guerra nei salti del comunale, ma questa volta non sembrava affare di qualche giorno. «Intanto perché avevamo avviato il dibattito contro il progetto, che ancora veniva tenuto segreto, del parco nazionale del Gennargentu e poi perché era stata avviata la ristrutturazione del vecchio villaggio militare di Pratobello. Furono i ragazzi del circolo (di cui faceva parte anche Francesco Del Casino, giovane insegnante con cattedra nella locale scuola media) a mobilitare la comunità: andarono a trovare i pastori negli ovili, le massaie nelle case, i muratori nei cantieri. Il ciclostile della sede del gruppo lavorava giorno e notte per stampare migliaia di volantini sul genere "I pastori non sono carne da cannone", "I crumiri di nuovo all’attacco", che annunciavano via via le assemblee in paese e le partenze per Pratobello. Dal 19 giugno fino alla fine del mese tutti a Orgosolo, compresi i bambini, si comportavano come soldati richiamati alla guerra. La linea di condotta era: niente violenza, solo resistenza passiva. Il muro di studenti, pastori, vecchi, ragazze, mamme coi piccini in braccio, bambini presi per mano dai fratellini maggiori – piegava il cordone dei posti di blocco, invadeva l’area off limits e impediva le esercitazioni. «"Non lo vedete che stiamo lottando per difendere la nostra terra, il nostro pane?" dicevo ai militari. Tra quei soldati cercavamo i sardi, e con loro abbiamo parlato, ci siamo spiegate». Pasqua Corraine aveva 29 anni, un marito muratore e tre figli. Era incinta di due gemelli, ma questo era un particolare che la rendeva solo più battagliera. Quel caldo giugno, quando arrivava la convocazione, prendeva i bambini e saliva, assieme alle altre donne, sul camion diretto a Pratobello. «I militari tentavano di chiudere le pecore in un recinto e di prendere anche i pastori; noi donne – racconta – ci mettevamo in mezzo coi nostri piccoli e aiutavamo gli uomini a fuggire». Molti furono arrestati, moltissimi denunciati. Nel centro di raccolta, così veniva chiamato lo spazio guardato a vista dai poliziotti in tenuta antisommossa, venivano tenuti a bada i manifestanti più recalcitranti, mentre gli elicotteri sorvolavano la zona. Scene di guerra nel cuore della Barbagia; intanto a Roma si discuteva del caso ed Emilio Lussu spediva in Regione un telegramma di solidarietà con gli orgolesi. Alle 6 del 26 giugno, ultimo giorno di battaglia, l’altoparlante del bando pubblico cantò il ballo tondo altre due volte. Le donne e i bambini partirono come al solito, sui cami
on e i trattori, mentre molti uomini erano già andati via nel cuore della notte, diretti nell’area delle esercitazioni, per preparare la sorpresa ai militari. Quando, infatti, arrivarono i soldati, il poligono era affollato come la piazza di chiesa nel giorno della festa patronale. La guerra finì lì, con l’arrivo di un dispaccio da Roma e la bandiera rossa che garriva gioiosa nella sede del circolo giovanile.

Piera Serusi 

 

CON IL MITO DELLA RIVOLUZIONE, I 40 ANNI DI PRATOBELLO

BUON ANNIVERSARIO

Come tutti i miti, anche quello di Pratobello taglia "i fronzoli" e va all’essenziale. Tra "i fronzoli" c’è il fatto che "sa revolutzione", come la chiamano ancora i più anziani, fu monolingue per gli orgolesi e in italiano per sos istranzos. Il Comune di Orgosolo, insieme a un bel gruppo di associazioni, ha ricordato il quarantesimo anniversario delle giornate di quel giugno del 1969, quando gli orgolesi impedirono l’istituzione di un poligono militare. Forse il primo tassello di una base militare permanente nel cuore della Sardegna. E, a quel che appare, sarà una celebrazione monolingue all’inverso, a partire dal programma che in sardo ha solo il nome di un paio di associazioni. Se la lingua sarda avrà cittadinanza in qualche intervento, sarà perché ospite della lingua italiana, da tempo diventata esclusiva lingua di comunicazione nelle occasioni pubbliche. Da tempo, non dagli ultimi anni dell’attuale amministrazione. Il processo di desardizzazione di Orgosolo è arrivato al punto che il cartello sulla porta de s’ufìtziu de sa limba sarda è qui in italiano. Naturalmente la popolazione continua nella sua grande maggioranza, anche dei bambini, a parlare in orgolese. Ma è una lingua spinta sempre di più agli ambiti domestici e di relazione fra le persone, non fra queste e l’esterno. Capita di sentire orgolesi assolutamente o prevalentemente monolingui tentare in italiano di dialogare al telefono con altri orgolesi, quasi che il medium non sopportasse una lingua naturale. Da tempo, il bando, una tempo dato due volte in sardo e una in italiano, è solo in italiano, accreditando la prevenzione secondo cui il computer da cui parte non sopporta la lingua naturale. In quel giugno 1969, il bando per chiamare a raccolta e dare appuntamenti era dato naturalmente in sardo, i comizi lo erano, i difficili rapporti fra orgolesi e soldati lo erano, con la sola concessione di un interprete per chi non capiva. Quaranta anni dopo, il Comune da un bando più moderno, attraverso il suo sito e Facebook, ed è in italiano. In questi quaranta anni, il sardo ha continuato ad essere la lingua propria della comunità, come recita lo Statuto comunale. Ma non c’è alcuno sforzo per farne lingua di tutta la comunità, di quella parte popolare che se ne serve abitualmente e di quella parte ufficiale che, al massimo, se ne serve quando non ne può fare a meno ricevendo i monoligui, o quando, al bar o negli spuntini, si sveste di ufficialità. Tutto questo ha, ovviamente, un perché che attiene al concetto che della lingua sarda ha questo o quell’amministratore, presente o passato e ha a che fare con la prevenzione secondo cui identità e turismo (ora in crescita) non sono compatibili. Anche Pratobello rischia di trasformarsi in quel che una volta, con ironia, "i rivoltosi" chiamavano "turismo rivoluzionario". Per riuscire pienamente, l’accoglimento del turismo, oggi non più (o non solo) rivoluzionario, sente il bisogno di parlare la lingua degli ospiti. Spero con tutto il cuore e per l’amore che porto ad Orgosolo che io sia stato colpito da una botta di pessimismo. Ma conosco troppi paesi in cui impazza la follia di spogliarsi della identità comunitaria per far "sentire a casa" i turisti a cui offrire, magari, improbabili spettacoli di altrettanto improbabili "ballerine brasiliane". Non vorrei che fosse vero quel che qui e là si legge e cioè, Pratobello sia fatto passare come un momento di ribellione del movimento democratico e progressista italiano contro la prepotenza del potere. Perché non fu affatto questo.

Gianfranco Pintore

 

HANNO UN’INDENTITA’ I SOLDATI SARDI MORTI NELLA GRANDE GUERRA FUORI DALL’ITALIA

1846 PERSONE DI 280 PAESI DIVERSI

Sono 1.846, originari di 280 paesi diversi. Da Addis Pumpita Comita di Aglientu a Zuddas Francesco di Sarroch. Sono i sardi caduti durante la Prima Guerra Mondiale lontano dall’isola, per difendere la patria. Periti sui campi di battaglia in Libia, Francia, Albania e Macedonia, o nei campi di prigionia fuori dai confini italiani, per colpa delle ferite, delle malattie o della fame. Quasi il 13% del totale (13.800) dei sardi periti nella Grande Guerra. Adesso hanno tutti un nome: "la parte veramente immortale di me stesso" come Shakespeare fa dire a Cassio nell’Otello. E di quasi tutti si conosce il luogo della sepoltura. È un lavoro titanico per ricerca e dati quello compiuto dal medico Giuliano Chirra di Bitti. Sette anni spesi inizialmente tra gli archivi militari, i ruoli matricolari degli Archivi di Stato delle province sarde, l’ex Distretto Militare e gli uffici demografici e di Stato Civile dei vari comuni isolani. Poi in giro per l’Europa, nei vari sacrari militari che custodiscono i soldati italiani caduti durante la Grande Guerra. Quindi di nuovo sui dati raccolti per incrociarli e trovare corrispondenze e conferme. "Ho avuto la fortuna di avere due nonni sopravvissuti alla Prima Guerra Mondiale. La passione per la storia è praticamente nata con me, ma soprattutto ho sentito l’esigenza in questo lavoro di ridare una memoria individuale ai nostri conterranei morti nella Grande Guerra". Il risultato è confluito in tre libri intitolati "Mortos in terra anzena". Il primo volume, di 321 pagine, ricostruisce le vicende storiche che hanno portato i soldati sardi a combattere sui diversi teatri di battaglia europei e vengono descritti pure gli affondamenti di corazzate e piroscafi dove hanno trovato la morte quasi 180 corregionali. Soprattutto viene fornito un dettagliatissimo elenco dei caduti dove viene indicato nome, genitori, luogo di nascita, spesso il mestiere e quasi sempre il luogo di sepoltura. Nel secondo tomo, altrettanto voluminoso, si parla dei campi di concentramento dove vennero inviati i 300.000 soldati italiani (e sardi) catturati dopo la disfatta di Caporetto. Le condizioni terribili costarono la vita a quasi il venti per cento dei nostri militari perché, come rileva Chirra: "A di
fferenza di Francia e Inghilterra il Governo italiano non inviava i treni carichi di alimenti per i prigionieri degli Imperi centrali, che la Croce Rossa si incaricava di distribuire nei vari campi". Alla fine del volume si trova un utilissimo riepilogo di tutti i nomi ordinati per Comune di nascita: da Abbasanta a Zuri. Il terzo libro contiene invece una selezione delle duemila foto che Chirra (col nipote Ignazio) ha scattato nei cimiteri e sacrari italiani ed europei: bare, tombe e targhe con i nomi dei sardi sepolti. Un archivio indispensabile per chi voglia andare a rendere omaggio ai propri antenati. Alcuni hanno iniziato a farlo. È il caso dei nipoti di Antonio Mastino di Milis, che era sparito dalle fonti ufficiali perché sepolto in Francia a Bligny col nome Martini. Il medico bittese è riuscito a ritrovare diversi "dispersi" tra i morti nei campi di prigionia. Bastava un piccolo errore di trascrizione e il caduto diventava un fantasma. Era successo anche ad Antonio Mele, di Scano Montiferru, un altro "morto pro sa Vranza" di cui si erano perse le tracce perché era stato indicato come nativo di Viscaro Montifaro. Ogni nome una famiglia, una traccia ritrovata nella memoria del paese. Ci sono persino fatti mai citati dalla Storia. Otto sardi morirono in combattimento sul suolo francese come soldati americani. Erano emigrati all’inizio del secolo negli Usa e avevano deciso di cambiare cittadinanza. La "terra anzena" è vasta: i militari sardi sono sepolti in Francia, Macedonia, Albania, Grecia, Slovacchia, Montenegro, Repubblica Ceca, Germania, Ungheria, Bosnia, Croazia, Polonia, Slovenia, Serbia, Romania, Bulgaria, Belgio, Olanda. Ci sono poi quelli caduti nel Nord Africa: Algeria, Egitto, Eritrea.

Giampiero Marras

 

NIENTE BONUS PER I DISOCCUPATI, NEPPURE NEL COLLEGATO ALLA FINANZIARIA

GLI SLOGAN INGANNEVOLI DI CAPPELLACCI

È tempo di domande. Non si può pensare che sia legittimo farle solo in campagna elettorale. Si potrebbero comunque riproporre anche le domande poste proprio in campagna elettorale alle quali sono state date risposte apparentemente ferme e chiare. Intervistato da Maurizio Belpietro su Canale 5, Cappellacci aveva illustrato le priorità di intervento dei suoi primi 100 giorni di governo nel caso fosse stato eletto. Si possono leggere tuttora nel suo sito. Vediamole. «Nei primi cento giorni, se sarà eletto, cosa farà?», chiedeva Belpietro. «Nei primi cento giorni, prima di tutto il bonus per i disoccupati. Questo per consentire le assunzioni a condizioni agevolate. Poi un importante intervento sulla sanità: abbiamo previsto di dimezzare le liste di attesa, attualmente veramente insostenibili. Quindi subito l’avvio di un tavolo di confronto con il Governo per rilanciare le grandi opere in Sardegna: abbiamo necessità di infrastrutture sulla mobilità, siamo indietro con i cantieri. È necessario far ripartire la macchina in modo tale che anche l’economia possa ricominciare a girare.» Se qualcosa in Sardegna ha ricominciato a girare non credo sia l’economia… I risultati delle elezioni europee e dei referendum fanno pensare a qualche altro tipo di giramento. Comunque, le dichiarazioni rilasciate da Cappellacci devono essere state prese sul serio dagli elettori sardi, quindi è legittimo chiedergli di spiegare perché le ha già tradite. Allora, Presidente Cappellacci, dov’è finito il bonus di 5.000 euro per tutti i disoccupati? Lo ha spacciato per priorità assoluta, gemendo per la sorte dei 190 mila disoccupati della Sardegna che sembravano contati personalmente uno per uno, e adesso che fa, delude 190.000 persone tutte in una volta? «Le politiche del centrodestra e le proposte del nostro programma di governo, per contrastare la disoccupazione, hanno l’obiettivo di affrontare in modo deciso il problema.» Sono ancora parole sue, Presidente Cappellacci: i disoccupati stanno facendo la muffa, dove sono le politiche che affrontano in modo deciso il problema della disoccupazione? Non si sforzi, basta che mantenga le promesse: il bonus di 5.000 euro per tutti i disoccupati per 5 anni. In un’intervista di Stefano Filippi sul "Giornale", lei aveva assicurato che si trattava di una proposta assolutamente ragionevole e realizzabile. «Hanno contestato la sua idea di un bonus di 5.000 euro per ogni disoccupato», osservava Filippi. «In realtà sono 25mila, 5.000 per cinque anni», puntualizzava Cappellacci. «Da ex bocconiano la ritiene una promessa realizzabile?», domandava Filippi. «Le risorse ci sono, è come un assegno che il disoccupato potrà spendere presso il nuovo datore di lavoro che godrà di sgravi o crediti. È un modo per aumentare redditi e consumi, rimettere in moto l’economia e ridare fiducia alla gente. Prima di ridistribuire il reddito, come predica la sinistra, bisogna produrlo», concludeva sagacemente Cappellacci. Bene, visto che le risorse ci sono perché non c’è il bonus per i disoccupati? Nella finanziaria non c’è, e neppure nel disegno di legge di integrazione della finanziaria appena approvato. Finchè Cappellacci non dirà pubblicamente che cosa intende fare di questo bonus continueremo a fargli la stessa domanda. La promessa dei 5.000 euro per tutti i disoccupati è stata una mossa da imbonitore privo di scrupoli, da politicante disonesto, da sfida infima, e non faremo passare sotto silenzio l’inganno di uno slogan tanto miserabile. A tutti i disoccupati che ci capiterà di incontrare ricorderemo la promessa di Cappellacci ma anche il vuoto e il silenzio totale nel quale è stata fatta cadere. Perché la questione vera è una sola: non si può più accordare alla politica un diritto alla menzogna che non è concesso neanche ai bambini (l’ha scritto Erri De Luca diversi anni fa ed è ancora così.

Maria Letizia Pruna

 

PER CONTRASTARE IL POTERE DELLE NOBILI ETICHETTE EUROPEE

IL GUANTO DI SFIDA DEL CANNONAU

Noblesse di Cannonau. Talvolta superiore al patinato grenache Chateauneuf du pape o al seicentesco garnacha spagnolo del Priorat. Parenti stretti, anzi strettissimi, sia ben chiaro. Con l’unica differenza che loro, quelli col nome altisonante che evoca mense di corte stile Louis XIV o Filippo IV d’Asburgo, appartengono al ramo ricco e fortunato. Il nostro, vassoio in sughero con maialetto arrosto e mirto sopra, più umilmente, è rimasto il parente povero. Ma che a Oliena ha rivoltato le carte. Il guanto di sfida è stato lanciato alle pendici del maestoso monte Corrasi, tra il profumo di lentischi, cisti e i corbezzoli del Supramonte. Padrini d’eccezione per la sfida epocale tra i 36 tipi di Cannonau, centoventi giudici Onav, enologi e pr
oduttori, arrivati nell’accogliente struttura di Su Gologone da tutta l’Isola per il primo Meeting internazionale Gusti di Cannonau a confronto. A organizzare l’incontro l’Onav provinciale di Cagliari, in collaborazione col Comune, Provincia di Nuoro, consorzio di tutela del Cannonau e associazione Strade del Vino Cannonau. Insomma un duello all’ultimo naso tra ballon carichi di sentori di marasca e spezziate bacche di macchia mediterranea. E con possenti tocchi di Barbagia innestati dalle voci antiche del Coro di Nuoro. I vini sardi col punteggio più alto provengono da tutti i territori della Sardegna attraversando il Nuorese, l’Ogliastra, la Baronia e il Campidano di Cagliari. Dei 22 vini sardi in degustazione, il 73% circa ha dimostrato tutta la validità e personalità nel saper reggere il confronto con la nobiltà francese e spagnola. La restante quota percentuale dimostra di non sfigurare con i cugini francesi e spagnoli. Il verdetto è arrivato  dopo una meticolosa settimana di analisi delle oltre 3500 schede compilate dalla grande giuria raccolta per circa quattro ore nella sala convegni. Calici inebrianti di profumi avvolgenti. Ma soprattutto tanto naso e bocche allenate per affrontare una maratona interminabile di assaggi. «Un lavoro non facile e impegnativo», secondo il piemontese Bruno Rivella, presidente nazionale dell’Onav, «che ci ha permesso di assaggiare e conoscere vini di altissima qualità». Grande elogio all’organizzazione ma soprattutto ai vitigni autoctoni e all’eroico lavoro di valorizzazione messo in campo dei produttori sardi. «Il Cannonau, un vino che racconta al meglio il territorio, è la dimostrazione di come in Italia, e in Sardegna, non abbiamo bisogno di vitigni internazionali per rispondere alle esigenze del mercato». Rivella ha poi ricordato l’impegno e la capillare attività portata avanti dall’Onav di Cagliari in collaborazione con l’Onav nazionale per un consumo moderato del bere. La cultura del bere sano è stata anche quella testimoniata, ma soprattutto cantata, dalle splendide voci del Coro di Nuoro che a Oliena ha regalato emozioni da favola. "Non potho reposare", "Duru duru" e il rincorrersi delle voci di "Sa Crapola" hanno onorato in limba il vino sardo per eccellenza. E alla festa del Cannonau non potevano mancare neppure le numerose Confraternite, quella del Moscato di Gallura, del Nebiolo di Luras, del Vermentino di Berchidda e del Vermentino di Monti. E ancora le Confraternita del vino Cagnulari di Usini, la Confraternita enogastronomica Nord Ovest Sardegna di Alghero, del Moscato di Sorso-Sennori, del Nepente di Oliena e la Confraternita iglesiente dei produttori ed estimatori del vino fatto in casa. Davvero tutte.

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