Al circolo sardo di Milano, si è parlato di Eleonora d'Arborea con Pupa Tarantini

di Sergio Portas

 

 

Giuseppe Dessì soleva dire che la storia sarda ha avuto due uomini a grandi protagonisti: Grazia Deledda e Eleonora D’Arborea. Personaggi che sono conosciutissimi in Sardegna anche se del primo quasi nessuno ha letto nulla, del secondo nessuno conosce minimamente il periodo storico in cui operò né saprebbe minimamente parlarne per più di cinque minuti. Ci pensa Pupa Tarantini, presidente "Pari opportunità" al comune di Oristano a presentare Eleonora qui al circolo sardo di Milano, come "antesignana di pari opportunità", e a guarnirne la figura storica. Sgombriamo da subito i dubbi evocati dal cognome non proprio sardissimo: il nonno Tarantini finì nell’isola, proveniente da Roma, in un periodo in cui l’"io ti mando in Sardegna" stava a significare un trasferimento che avveniva per una qualche mancanza politico-amministrativa. E  venir catapultato a fare il federale a Guspini (e poi a Cabras) venendo dalla capitale, era uno di quei salti all’indietro che avrebbero schiantato un toro. Pupa Tarantini ha un accento che neanche mia zia paterna che mai ha lasciato Guspini in tutta la sua vita! Parla di Eleonora D’Arborea come se fosse la sua terza figlia, le due ancora viventi ce le fa vedere in diapositive mentre, a Oristano, si vestono nei sontuosi abiti trecenteschi, pronte a sfilare il giorno della Sartiglia. E come tutte le mamme, specie le sarde, sono solo virtù quelle che lei va enumerando di questa figura storica che, sono parole sue, vorrebbe liberare dal mito in cui "gli uomini l’hanno messa". Ora non voglio, elevare la pur minima polemica sugli studiosi, storici in particolare, che in quanto maschi, sottacciono più o meno inconsciamente le gesta delle donne che incontrano nel loro spulciare antichi testi e reliquie. Mai nei tomi con cui preparavo l’esame di "metodologia della ricerca storica", quando ancora sognavo che quella sarebbe stata la mia strada, questo problema di genere mai si era appalesato, ma è pur vero che anche quei libri erano stati scritti da maschietti. La Tarantini promette, l’uscita di un suo scritto sulla Giudichessa oristanese, frutto di un interesse che dura davvero da una vita. E per intanto ce ne racconta, compendiandolo in tre ore filate che scorrono invero senza che il numeroso uditorio (largamente femminile) quasi se ne accorga, stralci significativi. Par di comprendere che nella diatriba storica che divide in due campi gli specialisti, uno che attribuisce a Mariano quarto il merito dell’istituzione della "Carta de Logu", l’altro (esiguo ahimè) che sposta l’accento sulla figlia Eleonora che ebbe il merito di rivederla e promulgarla, lei si ponga decisamente a capo del secondo schieramento: Eleonora huber halles. Gli è che della storia del periodo giudicale sardo, quella che più o meno va dall’anno mille al millequattrocentocinquanta, i documenti che ce ne permettono una rilettura, non sono moltissimi. E i più significativi sono in Spagna, che in tutto quel periodo la storia sarda incrocia strade e spade con quella della corona d’Aragona, vera grande potenza europea dell’epoca. I quattro giudicati sardi, e giudice sta ad indicare un tipo di potere sovrano, feudale, Torres, Cagliari, Gallura e Arborea, videro vita dalle spoglie della potenza di Bisanzio che, dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, per buoni seicento anni e più aveva sopperito alla mancanza di una potenza globale, continentale. Ma ora, con l’avvento delle schiere islamiche ai confini, aveva il problema di sopravvivere e non già di mandare eserciti in giro per l’Italia. Come sempre aveva fatto. La Sardegna divenne quindi terra di conquista da parte dei Genovesi e Pisani prima e degli spagnoli d’Aragona dopo, che Bonifacio ottavo l’aveva destinata in feudo a loro. Era il periodo in cui i papi di Roma , sempre in virtù di quel vuoto di potere che si era formato con la caduta dell’impero romano, si erano messi in testa di sopperirvi usando il loro sacro ufficio ad uso di meglio definire il potere temporale di regnanti e regine. Scatenando l’ira funesta dei coronati tutti fino a che i re francesi tanto brigarono che si proclamarono scismi nella Chiesa e la sede papale fu trasferita ad Avignone, dove, potere dello spirito santo, anche il papa eletto fu subito un  francese. In mezzo a codesti pasticci europei il giudicato d’Arborea si distinse per una politica di potenza che lo portò, intorno al 1345, quando nacque Eleonora, ad occupare quasi tre quarti di tutta la Sardegna. E lo stemma di Arborea, l’albero deradicato (con le radici fuori dalla terra) aveva dignità di interloquire con le corti spagnole e le città marinare italiane che avevano allora il completo dominio del mar mediterraneo. Insomma questi Arborea erano diventati potenti essi stessi, sposavano i loro figli ai Doria e li mandavano nelle corti d’Europa a imparare le lingue, maschi e femmine. Eleonora , figlia per madre di una grande di Spagna, Timbora De Roccaberti e sposa di Brancaleone Doria, promulgò la carta nel 1395 e morì di peste dieci anni dopo. Sono 198 articoli che trattano del diritto penale e del diritto amministrativo (quasi tutto rurale), fate conto che sia come la nostra Costituzione, ma scritta in sardo e rivolta a tutto il popolo. Leggendola ci appare la Sardegna di sempre, coi suoi pastori costretti alla montagna visto che preponderanti sono il valore delle terre destinate a grano e ortaggi. Ma ogni pelle d’animale doveva essere marchiata col sigillo d’Arborea. Guai a chi avesse osato bruciare messi o causato incendi boschivi, se colto in flagrante veniva arso esso stesso. In questo triste periodo in cui gli stupri etnici o meno occupano le pagine prime dei nostri quotidiani, facciamo menzione che agli stupratori sardi veniva concesse varie opportunità: intanto una pena pecuniaria, variabile se la vittima fosse sposata o ancora vergine (bagadia), essa vittima poteva ottenere di essere sposata dal bruto (ma solo se lo voleva lei), in sottordine scegliersi altro marito e farsi pagare la dote da lui. Se il violentatore non aveva da pagare gli si tagliava un piede. Borghezio e Calderoli nostri sono notoriamente per la castrazione (seppur chimica) ma in questo caso si può affermare che risolvono il problema alla radice. La differenza fra la Padania di oggi e la Sardegna del 1400 non è incommensurabile. Grande è l’onore per i giudici di Arborea che sono pervenuti al risultato di uniformare uno stato di diritto in cui gentiluomini e popolo comune fossero uguali di fronte alla legge. E grande doveva essere la forza politica di Eleonora, capace di farsi eleggere dalla corona de logu (mille maggiorenti riuniti in assemblea nel refettorio della chiesa di S. Francesco ad Oristano), una volta che il fratello Ugone venne ucciso in una congiura di palazzo. Grande la sua figura morale, che le permise di attendere per anni la scarcerazione del marito Brancaleone, nella torre di Cagliari, da sempre in mano aragonese. Grandi dovevano essere le ricchezze degli Arborea se Mariano IV si poté permettere di inviare mille cavalli alla ennesima Crociata. Se Eleonora potè permettersi di prestare 4.000 fiorini al Doge di Genova (che ne avrebbe restituito il doppio se non li avesse ripagati in dieci anni). Insomma se tutti i sardi hanno una venerazione per Eleonora d’Arborea una ragione ci deve pur essere. Lei si firmava così: "Nos Elionora pro issa gracia de Deus iuyghissa de Arbaree, contissa de Ghociani et biscontissa de Baso".

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