A due passi dalla Svizzera, il circolo sardo di Marchirolo e la statua di San Francesco

ci riferisce Gianfranca Canu

Marchirolo, a pochi chilometri dal confine con il Ticino, ha una vera e propria enclave formata da sardi nati e cresciuti nell’isola e poi trasferitisi qui per lavoro. Qui nasce, circa 30 anni fa, il circolo culturale ricreativo Giommaria Angioy, associazione che conta oggi circa 360 soci con oltre 200 sardi in loco, persone che affluiscono al centro marchirolese da molte parti della provincia di Varese fino a raggiungere, nei giorni delle "feste comandate sarde", presenze per oltre un migliaio di persone. Ma i numeri rendono poco lo spirito che queste persone hanno saputo creare, a partire dalla creazione "fisica" del circolo, una bella palazzina di tre piani nel centro di Marchirolo e di proprietà comunale, di cui i sardi hanno la piena gestione. Una palazzina abbellita nel corso del tempo con murales esterni che rappresentano la partenza dei migranti dall’Isola per mettere piede nel continente. Il senso di appartenenza a quella terra è vivo e lo si ritrova nelle parole delle nuove generazioni di giovani cresciuti in Lombardia, nei momenti conviviali aperti a tutti, anche ai non sardi, come le feste che tanto replicano usi e costumi impossibili da sradicare o annacquare con le acque del Lago Maggiore. La festa più importante è quella di San Francesco, festa che cade ad ottobre culminando in una domenica di canti e poesie cantate secondo la tradizione sarda e, non poteva mancare, con la varia e straordinaria tradizione culinaria tipica della Sardegna, rappresentata qui, è importante sottolinearlo, da Sassari a Cagliari, da Nord a Sud. Una festa, quella di San Francesco, che affonda le radici in un racconto che pare uscito da una sceneggiatura del nostro miglior cinema. "Molti anni fa, ci dice Gianfranca Canu, presidente del circolo Giommaria Angioy, alcuni sardi locali erano impegnati a lavorare in un paese vicino per degli scavi. In quell’occasione, scavando, venne rinvenuta una statua del Cristo in croce mentre viene abbracciato da San Francesco. Qualcuno voleva buttarla via per come era conciata mentre i sardi locali decisero di prendersi cura di lei, pulendola e restaurandola e riportandola ad antico splendore. Quella, oggi, è la nostra statua, un pezzo della nostra storia da festeggiare qui a Marchirolo ed è allocata in uno dei nostri saloni". Gesso e legno, Francesco che avvolge in un abbraccio il Cristo e lo guarda. Una statua di circa due metri riportata dalla terra dura prealpina alla luce. Forse è anche questo il segreto di questa comunità operosa, la capacità di mantenere e far recuperare a chi lo desidera l’attaccamento per la terra e per ciò che essa sa dare, per le cose di cui l’uomo è fatto. La direttrice del centro racconta a noi la "sua" Sardegna e scandisce odori, colori e sapori di una terra così lontana eppure così vicina. Impossibile dimenticare  zenzero, mirto, rosmarino, l’odore del sale al mattino, il blu dell’acqua del mare che contrasta con il rosso ruggine di qualche impianto minerario in disuso, l’odore delle piante amplificato da "su lentore", una rugiada particolare in grado di esaltare profumi unici. C’è anche il tempo di pensare al sociale, nel pieno spirito dell’eroe sardo, Giommaria Angioy, cui il circolo si è ispirato nel nome. Esiste, per esempio, la possibilità di ottenere agevolazioni di prezzo per i vettori marittimi o aerei diretti in Sardegna tramite una piccola iscrizione alla Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI) tramite una semplice iscrizione al circolo, con notevoli vantaggi di spesa anche per i non sardi e con la possibilità di ottenere biglietti per la sola isola direttamente dal circolo che funge da "piccola agenzia di viaggio". "Le attività culturali e artistiche svolte nel circolo Angioy sono ricercate e non comuni, continua Gianfranca Canu. Si fa festa per stare insieme, per raccontarsi dell’ultima volta che si è scesi "nell’isola", per sognare la prossima volta che ci si tornerà. Ascoltare le loro malinconie e il loro attaccamento per quella terra fa pensare a posti lontani… alla "saudade" o al "mal d’Africa" italiano: quello che prova chi porta dentro un po’ di Sardegna.

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