La morte di don Giovanni Dore, fautore del museo degli antichi strumenti musicali sardi

di Massimiliano Perlato

 

Don Giovanni Dore lanciò un appello: "Sinchè le forze mi assisteranno continuerò a occuparmi del mio museo degli antichi strumenti musicali. Ma sarà bene pensare al futuro. Questa collezione è patrimonio della comunità: vorrei restasse qui. Non è giusto che un domani sia penalizzata o, peggio, fatta a pezzi".  Il mondo della cultura sarda è in lutto per la morte dell’etnomusicologo di fama internazionale e creatore del museo degli strumenti musicali sardi a Tadasuni, comune sulle rive del Lago Omodeo, di cui era parroco. Gli oltre cinquecento pezzi raccolti all’interno della casa parrocchiale rappresentano sicuramente uno dei più importanti presidi per la conservazione della cultura sarda, una collezione che è ancora oggi passaggio obbligato per tutti gli studiosi stranieri che desiderano comprendere a pieno le tradizioni isolane. L’esposizione è meta anche di tanti tedeschi, francesi, spagnoli, svizzeri, norvegesi, svedesi. Danesi, anche: hanno apprezzato le launeddas grazie a un loro connazionale che ho conosciuto bene in anni lontani, Andreas Bentzon. Studioso serio: ha capito la sostanza delle nostre tradizioni e ricevuto fondi adeguati per valorizzarle. Ancora adesso parecchi gruppi arrivano da Copenaghen. Non a caso, il sacerdote del piccolo centro oristanese ha ricevuto per più di quarant’anni scolaresche provenienti da ogni angolo dell’Isola. Un’esperienza ricordata con piacere da tanti visitatori, era infatti il sacerdote a spiegare la storia di ogni singolo strumento musicale con una dovizia di particolari impressionante. La stessa cosa si è verificata anche in diversi circoli degli emigrati sardi in giro per il mondo. Don Dore, nato a Suni nel 1930 è diventato prete a 25 anni. Da allora ha esercitato la sua missione a Bosa, Santulussurgiu, Sedilo, Scano Montiferro. E nel frattempo continuava a mettere da parte doni: rari esemplari di organi e organetti, fisarmoniche, chitarre, tamburi, raganelle e matraccas. E da allora non ha mai smesso di aggiungere pezzi alla sua mostra senza fine. Collezione che riguarda anche testimonianze in qualche caso remotissime, come i fossili della foresta pietrificata da Zuri. La passione di don Dore ha preso avvio da bambino, quando ha cominciato ad interessarsi di musica. Poi, mentre continuava a suonare su pipiolu dell’infanzia, ha studiato le note, le composizioni, la storia dei giganti del passato come Bach, Beethoven e Mozart ma anche gli usi dei pastori anziani che portavano le greggi al pascolo e intanto si cimentavano con gli strumenti degli avi. In breve, è diventato un maestro. Ha insegnato educazione musicale a scuola, dato alle stampe decine di saggi specialistici. Don Dore è stato un autentico sostenitore delle tradizioni più autentiche. Il suo desiderio prima di morire? Che qualcuno si occupasse di Tadasuni e, con la sua approvazione, scriva una parola definitiva sul futuro del museo. Perché, almeno per lui, un fatto è certo: "se l’isola vuol vivere, deve conservare la sua anima: e la musica per i sardi, come per tutti, è pane". Ora, l’Amministrazione comunale si farà carico di continuare l’importantissima opera iniziata da don Dore, da circa un anno hanno preso il via i lavori per la realizzazione di un centro museale.

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