Tottus in Pari, 245: concerto per due Continenti

Nel pomeriggio di sabato 18 aprile, presso l’Aula del ‘400 dell’Università, il Circolo culturale sardo "Logudoro" di Pavia, presieduto da Gesuino Piga, ha proposto l’esibizione, nel "Concerto per due Continenti" (Europa e America latina), della cantante  mezzosoprano Eliana Sanna e del pianista Alessandro Binazzini. Sono stati eseguiti brani di opere di Schubert, Gluck, Mozart, Rossini, Albeniz, Guastavino, Ginastera, Piazzolla, Silesu, Ramirez, Gardel e Barbieri. La manifestazione, che ha riscosso un notevole successo di pubblico, è stata organizzata in collaborazione con l’Ateneo pavese (in prima fila ha presenziato il rettore Angiolino Stella), l’Istituto superiore "Franco Vittadini" del Comune di Pavia (era presente il direttore Walter Casali), la Regione Sardegna-Assessorato del Lavoro e la FASI, la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (rappresentata dal presidente onorario Filippo Soggiu). Eliana Sanna è nata nel 1976 in Argentina (a San Miguel de Tucumán) da padre sardo (originario di Ozieri) e da madre libanese. La sua esperienza di cantante comincia in diversi cori della città natìa, a cui partecipa come corista e solista. Successivamente inizia a studiare canto e a realizzare concerti di musica popolare con importanti musicisti argentini. Contemporaneamente si dedica alla musica religiosa moderna, organizza corsi a Buenos Aires e partecipa a vari concorsi che le consentono di emergere e di vincere diversi premi. Nel 1999 prende parte al "Coro Estable de la Provincia", l’unico organismo professionale di Tucumán. Partecipa a numerosi concerti e spettacoli lirici e popolari in varie città dell’Argentina. In patria inoltre, come solista, canta musiche pubblicitarie e in spettacoli per l’infanzia. Nel 2003, nell’ambito del progetto "Emergenza Argentina", la Regione Sardegna e la FASI  le assegnano una borsa di studio per perfezionarsi nel canto lirico presso l’Accademia Internazionale della Musica a Milano. Nel 2004-2005 vince una borsa di studio per prender parte al Coro da Cámara dependiente presso lo stesso istituto. Attualmente studia canto con la maestra Ilia Aramayo Sandivari, e musica vocale con pianoforte con il maestro Ilario Nicotra e musica vocale da camera con il maestro Maurizio Carnelli. Dal 2006, convocata dall’associazione "Nuovi orizzonti latini", canta in diverse città d’Italia in importanti manifestazioni come la Notte Bianca a Roma, omaggio a poeti latinoamericani al Campidoglio. Nel 2007 canta la Petite Messe Solennelle di Rossini in Austria e Ungheria invitata dal Coro dell’Università Bicocca. Nel 2008, riconvocata dallo stesso coro, canta Rossini insieme al prestigioso gruppo comico "Banda Osiris". Nell’anno accademico 2007-2008 l’Accademia Internazionale della Musica le assegna una borsa di studio per merito. Da novembre 2008, con l’appoggio della Regione Sardegna e della FASI, organizza il ciclo di "Concerti per due Continenti" e si esibisce anche in Belgio, Olanda, Firenze, Roma; ha in programma esibizioni  a Parma, Milano, Brescia, Torino, e anche  in Svizzera, Francia, Germania, Spagna e Argentina. Eliana Sanna era già stata ospite, per la festa dell’otto marzo del 2008, del Circolo "Logudoro" di Pavia  proponendo, presso la sede sociale, una serie di celebri canzoni latino americane e tradizionali sarde accompagnata dal pianista Marco d’Amico. In quell’occasione Filippo Soggiu aveva ricordato con commozione le circostanze in cui i rappresentanti della FASI (lui, allora presidente, e Tonino Mulas, allora vicepresidente), insieme a quelli dell’Assessorato del Lavoro della Regione Sardegna, avevano preso in Argentina l’impegno di aiutare Eliana Sanna a studiare in Italia. Eliana ha dimostrato di meritare abbondantemente la fiducia riposta  nelle sue qualità vocali e nella sua forza di volontà.

Paolo Pulina

 

I PROGRAMMI CULTURALE DEL "CSCS" DI MILANO NEL MESE DI MAGGIO

ELIANA PROTAGONISTA ANCHE NEL CAPOLUOGO LOMBARDO

Mercoledì 6 maggio, in via Silvio Pellico: Concerto del duo: Eliana Sanna, mezzosoprano. Isabella Inzaghi, pianoforte. In collaborazione con l’Associazione Amici del Loggione del Teatro alla Scala. Musiche di Rossini, Lao Silesu, De Falla, Guastavino, Gardel, Piazzolla, ed altri…

Sabato 16, al "CSCS", "La Sardegna delle feste e tradizioni". Video documentario. Un viaggio tra la storia ed il presente attraverso alcune delle più importanti feste e manifestazioni della tradizione sarda. Sarà un’occasione per apprezzare una parte del grande patrimonio culturale e rappresentativo della nostra Isola. La Festa di S. Efisio, la Faradda dei Candelieri, la Festa del Redentore, l’Ardia, la Cavalcata Sarda, la Sartiglia, i riti di Pasqua, le feste di carnevale.

Mercoledì 20, sempre al "CSCS", Presentazione del Libro: " Arde il Mare" di Ignazio Delogu – edit. Ellis Ediz.

Partecipa l’autore Ignazio Delogu e Veronica Torres di Ellis Edizioni. Ignazio Delogu, nasce ad Alghero nel 1928. Scrittore e Poeta. Collaboratore di numerosi giornali ha lavorato sia in Italia che all’estero. Docente di Letteratura Spagnola e Catalana presso la facoltà di Lettere dell’Università di Sassari. Impegnato nella costruzione di una drammaturgia in lingua sarda, è autore di "Feminas de Orgosolo" e di "Condaghes". "Contos sardos de s’annu milli". Ha pubblicato alcune raccolte di poesia in lingua italiana: "Specchio vegetale" (1980); "Bestiario urbano" (1985); "Elegia corporale" (1985); "Oscura notizia" (1992), Premio nazionale di poesia "G. Dessì"; "Metropolis" (1993); "Improbabile viola" (1995). Traduttore dei più importanti narratori e poeti spagnoli, latinoamericani, catalani e galeghi. Numerosi i premi vinti, tra i quali tre edizioni dei Premi di poesia in lingua sarda Città di Ozieri, del Premio Marmilla e del Premio Romangia. Inoltre ha vinto due volte il Città di Ozieri per la narrativa in lingua sarda. Autore di numerosi saggi di Storia, in particolare della Sardegna. della quale ha studiato le fasi di passaggio dall’antico al nuovo regime: "L’opposizione sarda. Alle origini di una questione" (1986) e "Carbonia. Utopia e prog
etto"
.

Pierangela Abis

 

 

GIOVANNA CERINA, UNA VITA IN VIAGGIO TRA LETTERATURA E POLITICA

COMMOSSO ADDIO ALL’ONOREVOLE PROFESSORESSA

Se è vero, com’è vero, che il desiderio e la curiosità rappresentano la metà della nostra vita, e l’indifferenza la metà della morte,come insegna il poeta libanese Kahlil Gibran, allora l’ultimo commiato a Giovanna Cerina sarà edulcorato dalla consapevolezza, seppure struggente, che abbia realmente vissuto un’esistenza piena, intensa, a tutto tondo. Nuorese di nascita, classe 1932, docente di Semiotica del Testo all’Università di Lettere di Cagliari, è scomparsa nella giornata di ieri a causa di una malattia. Amante della cultura e del sapere, della sua terra natia, Nuoro, e della sua Isola madre, la Sardegna, Giovanna Cerina ha dedicato la sua vita agli studi scientifico-letterari, e alla narrativa di molti scrittori dell’Ottocento, come Pirandello e Calvino. Particolarmente affascinata dalla figura della scrittrice Grazia Deledda, anch’essa nuorese, ha curato l’edizione in sei volumi del suo corpus di novelle per l’editore Ilisso. La cultura, per la "professoressa" Cerina – come amava essere chiamata anche durante la carica istituzionale di "onorevole", tra i banchi dell’aula del Consiglio Regionale, eletta nella XIII Legislatura con il listino del Presidente Renato Soru- la cultura intesa nel senso più ampio e aulico del termine, rappresentava per lei il punto unificante e di appartenenza di un popolo. Il cardine che tiene unite, e intorno al quale allo stesso tempo ruotano, con regolare geometria, tutte le varie sfaccettature diamantine di una comunità regionale o nazionale. Ovvero: la storia, la musica, la cucina, le leggende, le fiabe, il folklore, votate a favorire la rinascita e gli scambi trasversali, nel meraviglioso universo della comunicazione, che ha il potere di abbattere le barriere di spazio e tempo. Vittima lei stessa, come ha più volte dichiarato, di un «dramma linguistico», figlia di genitori originari di Jerzu, naturalizzata nuorese, moglie di Giovanni Pirodda, gallurese d’origine e anch’egli colonna portante dell’Università di Lettere cagliaritana, residente infine a Cagliari. «Il cielo notturno visto dagli ogliastrini è un grandioso, luminoso, ottimistico "libro aperto", lo stesso cielo visto dai barbaricini è "neru comenti turmentu"». Insomma, l’insolubile problema della standardizzazione e unificazione della "lingua", intesa come espressione verbale e non, a cui nessuno, e neppure lei, ha mai trovato una soluzione, se non quella della salvaguardia della memoria comune, della battaglia contro l’ignoranza più spiccia e gretta che abbruttisce e divide gli animi nel timore cieco e fiero di ciò che non si conosce. E ancora, nella politica, nella ricerca scientifica, nella profusione del suo personale impegno per la tutela dei minori e la strenua battaglia contro la violenza sulle donne. Il nome di Giovanna Cerina si annovera tra i componenti del Consiglio d’amministrazione dell’Università di Cagliari e del Consiglio d’amministrazione dell’Ersu, del Comitato scientifico dell’Istituto regionale etnografico di Nuoro e del Comitato scientifico della collana "Bibliotheca sarda" della casa editrice Ilisso. Un chiaro esempio del fatto che l’età sia solo uno stato d’animo. La sua scomparsa per i parenti, gli amici, i colleghi di cattedra universitaria o di militanza tra i banchi della politica, è un dolore forte, fulgente come una stella nera. E di nero, ben impresso su fogli bianchi, restano ora i suoi scritti, i suoi studi, le sue fatiche letterarie, date in pasto avidamente a migliaia di studenti oggi come ieri. E domani, nella presenza vuota e assordante del ricordo della sua incolmabile dipartita. Resteranno le firme sui libretti universitari di coloro che hanno saputo coglierne l’ingegno, partecipando alle sue lezioni, mai banali, sostenendo i suoi esami, mai semplici, e carpendone gli insegnamenti, sempre preziosi e saggi: didattici e di vita. La ricorderanno per il suo fare materno, per la sua generosità, per il suo occhio sempre attento e benevolo nei confronti delle debolezze e del male di vivere che rende irrequieti gli animi negli anni della seconda adolescenza, della gioventù più accesa: quella che le barricate universitarie, le manifestazioni in piazza con striscioni e bandiere, che a volte vengono prima dei manuali e delle dissertazioni accademiche. Ma che lei non ha mai disprezzato o condannato se sostenute da una motivata e solida base ideologica e politica. Tipico, insomma, di chi non ha dimenticato di essere stato studente prima che docente e che, in fondo, sotto lo spessore etico, morale, culturale, conserva bene accesa e ardente quella scintilla d’animo fanciullesco e pascoliano, che ne fa nella memoria comune un’incantevole "goccia di splendore"- per citare Alvaro Mutis e il da lei amato De Andrè- "di umanità e di verità da consegnare alla morte". Scrive Giovanna Cerina nell’introduzione di una perla letteraria come Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni, che: «La felicità di vivere è riflessa nella libertà espressiva che esplode nel ritmo gioioso, scintillante di una danza o in immagini leggere di volo. La forma plurale dell’imperfetto passavamo evoca la dimensione del tempo continuo e condiviso; mentre il ritmo modulato sulla scansione di un anomalo endecasillabo passavamo sulla terra leggeri, inaugura una cifra stilistica seducente con quel più di leggerezza (nel senso di qualità letteraria indicata da Italo Calvino)». Ovvero, L’insostenibile leggerezza dell’essere di cui parla Kundera e che Calvino riprende in Lezioni Americane, la caducità della vita cantata da tanti poeti e letterati, un "topos letterario" quello della morte che Giovanna Cerina non poteva non conoscere e sul quale ha più volte sapientemente disquisito incantando le platee di studenti e, forse, contemplato come tutti nella sua intimità. Ma questo non ci è dato sapere. Ci basta ricordare il suo passaggio calvinianamente leggero in questa vita, che ha saputo lasciare il segno in tutti coloro che hanno avuto modo e fortuna anche solo di scambiarci qualche parola, come una di quelle ombre che, volente o nolente, quando ti c’imbatti corri il rischio d’inciamparci sopra, tanto sono palpabili. La loro presenza è magnetica e ingombrante: lascia sempre e comunque un segno. E mai d’indifferenza. Lei stessa sull’argomento era solita citare Pietro Catte, personaggio del romanzo Il Giorno del Giudizio di Salvatore Satta, (altro scrittore da lei amato, ndc): «Il nostro passaggio sulla terra è sancito, e si riduce nel tempo (senza il sostegno della memoria collettiva a tenerci vivi), a due certificati: quello di nascita e quello di morte, che sanciscono la nostra esistenza, il nostro viaggio terreno. Perché la nascita e la morte sono di per sé i due momenti in cui l’infinito diventa finito». Ma per chi ha condiviso anche solo qualche momento della propria vita con la professoressa Cerina, converr
à sul fatto, tanto banale quanto vero, che non mancherà facilmente un aneddoto per ricordarla, un ricordo per parlarne, una parola per sorriderne con allegrezza, un sorriso per mantenere viva la coscienza dell’esistenza e per concepirne il senso che tende per tutti a quel certificato di morte, che ci congeda da questo passaggio leggero, ma che non sia mai, come non potrà esserlo per lei, tra l’indifferenza generale, ma tra la curiosità e il desiderio di chi vorrà ancora conoscerla.

Claudia Mameli

 

L’ULTIMO SALUTO DELL’ALTRA SARDEGNA NELLE PAROLE DEL PRESIDENTE DELLA F.A.S.I

ADDIO GIOVANNA, SEMPRE VICINA AGLI EMIGRATI SARDI

Giovanna Cerina è mancata. Sono molto triste anch’io per questo tragico evento. Giovanna oltre che essere una cara amica di lunga data, era anche l’amica più sincera del movimento degli emigrati sardi. Sempre disponibile, sempre presente nei circoli quando è stata chiamata. Generosa, intelligente, ironica, aveva una comunicativa popolare. Giovanna sapeva districarsi bene in ogni situazione: in Università, in un salotto, in un ovile se necessario. Affabulatrice divertente, diveniva colta e saggia anche in limba. Ci mancherà molto.

Tonino Mulas

 

PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO AL CIRCOLO SARDO DI MILANO

NANNI LOY, REGISTA PER CASO

Come lo sento vicino a me Nanni Loy quando odo raccontare che, adolescente, causa il trauma di aver dovuto lasciare la Sardegna per andare ad abitare a Roma al seguito della famiglia, padre e madre erano ambedue aristocratici: lui Loy- Donà  Delle Rose, lei Sanjust, aveva contratto una balbuzie che gli rimase per tutta la vita. Ce lo dice Patrizia Carrano, che è narratrice di parecchi libri e  giornalista cinematografica, e per tredici anni, dagli inizi del’70, fu la sua compagna di vita. Poi si lasciarono, con grande dolore di entrambi, anche se fu lei ad andarsene dopo quella che si può definire  una evoluzione sentimentale che doveva scontare i venti anni d’età che li separavano. E’ qui a Milano, all’Umanitaria, per introdurre il film-documentario: Nanni Loy, regista per caso, dei cagliaritani Stefano Porru e Carmen Giordano che sono presenti anch’essi ma vengono subissati dalla personalità e dalla verve narrativa della Carrano, che è dotata di un fascino indiscutibile e di una voce impostata dalle calde sonorità fascinatrici. Di lui, Nanni, lei dice che era un sardo alto e con gli occhi celesti, con una capigliatura a cespuglio, un vero "montanaro". Tenace, come spesso sono gli isolani nostri connazionali. Il padre avvocato se lo portava in studio, ancora bimbo, per insegnarli il latino, quando le spiagge del Poetto di Cagliari non erano state ancora incenerite dalla balordaggine di oscuri assessori: fatto sta che a nove anni il piccolo Loy sapeva parlare in latino, cosa che gli servì  da lasciapassare quando dovette affrontare le scuole romane. Così diversamente popolate da quelle della Cagliari del 1936, lui era nato undici anni prima. E avrebbe voluto studiare filosofia, ma sempre babbo suo ne voleva fare un avvocato, e così fu, magari mediando per una tesi in filosofia del diritto. E fu regista per caso, seppure appassionato di cinema da sempre. Anzi proprio questa passione gli fece dimenticare la sua timidezza  approcciando Luigi Zampa, durante la  proiezione della sua "Onorevole Angelina". Questi lo spedì letteralmente al Centro sperimentale di cinematografia e, dopo i due anni regolamentari, Nanni Loy tornò con Zampa a fargli da vice-regista nel film "Le mani sulla città" con Amedeo Nazzari. La Carrano lo incrocia nel’70 dopo che aveva girato "il padre di famiglia", che doveva fare Totò se non fosse deceduto e al suo posto venne Ugo Tognazzi. Il film era stato accolto molto male a Venezia anche se Antonio Cederna che allora scriveva pagine profetiche su quello che sarebbe stato chiamato "sacco di Roma" da parte dei palazzinari che imperversavano nell’agro romano, ne parlò come di un "C’eravamo tanto amati" ante litteram. Una satira molto puntuale dei mali che il nostro paese si porta dentro da sempre. Aveva schivato l’Oscar con "Le quattro giornate di Napoli" (non vinse per due miserabili voti) e aveva allora rifiutato uno di quei contratti alla "Warner" che ti sistemano per tutta la vita ( economica). Era il 1962. Allora, come a scusarsi di tanta iattanza ebbe a dire:" A me interessa fare film attraverso i quali si denunci la carenza di certi valori della società italiana, valori come la solidarietà, lo spirito di sacrificio, l’altruismo, quei valori che si possono definire  civici o anche nazionali nel senso di una mutua comprensione di una stretta unione spirituale fra i membri di una stessa società nazionale". Il film -documentario ripercorre attraverso spezzoni d’archivio e testimonianze di persone che hanno lavorato con lui, amici, parenti, sua figlia Caterina, il percorso umano e professionale  di una persona assolutamente speciale. Che paradossalmente era più fiero del successo televisivo ottenuto da "specchio segreto", la prima vera "candid camera" che si fosse vista alla televisione italiana, piuttosto che dalla sua filmografia, incredibilmente di qualità, a scorrere titolo per titolo. Quasi che la famosa battuta :"Scusi posso fare la zuppetta?" che fece scompisciare dalle risate milioni di italiani potesse assurgere a culmine della sua poetica. Ma Nanni Loy è regista capace di dirigere il meglio degli attori italiani del periodo, si può dire che ebbe un sodalizio speciale con Nino Manfredi, indimenticabile personaggio  edoardiano (De Filippo)in quel piccolo capolavoro che è "Caffè express". E poi Sordi, Tognazzi, Gian Maria Volontè. Con Giancarlo Giannini lavorò a Napoli, che fu la sua vera città d’adozione, nell’indimenticabile "Mi manda Picone", che a rivederlo oggi, in tempi di Gomorra, ci dà uno spaccato fedele di quanto si sia imbarbarita la società napoletana tutta, e a seguito quella nazionale. Si sentiva un meridionale, Nanni Loy, quando ritornava in Sardegna, presto ne aveva la voglia di fuggirne. Si era autoeletto cittadino onorario di Napoli. Città alla quale dedicò gli ultimi lungometraggi: "Scugnizzi" e "Pacco, doppio pacco e contropaccotto".  E’ stato per vocazione uno
sperimentale, dice sempre la Carrano, bravo a fare film con vocazioni corali, bravo a fare "muovere le masse". Nella costruzione di essere regista difettava di cinismo. Era troppo buono. Anche questo lo rendeva persona meravigliosa. In "sistemo l’America e torno", che né Giannini né Manfredi vollero fare, prese a protagonista un allora sconosciuto Paolo Villaggio. Tutto il film è girato negli Stati Uniti, con scene di massa tra le più belle che Loy abbia mai girato. Vi figura il personaggio di Villaggio che anticipa il ragionier Fantozzi che ebbe megagalattico successo più tardi. Lo offrirono  di dirigere anche a Loy, la sua fidanzata gli consigliò di rifiutare. Ma non credo che abbia avuto dei ripensamenti, i film "facili" tipo "L’audace colpo dei soliti ignoti" o "Amici miei anno III", che pure ebbero un successo di pubblico notevolissimo gli fece sempre quasi costretto, perché, in cambio, i produttori gliene permisero altri. Tipo "Detenuto in attesa di giudizio" in cui uno stralunato Alberto Sordi ci ha lasciato una delle sue opere più intense, nella poetica dell’italiano medio stritolato tra le pieghe di una burocrazia usa a essere forte coi deboli e vigliacca coi potenti.  Patrizia Carrano mi esula dal fare domande agli autori, con cui chiacchiero di "Gazzetta" e di editoria sarda più tardi,ci pensa lei a fare l’intervista: per Carmen Giordano si tratta di un film semplice, in cui si è utilizzato il suo sguardo ironico, il suo essere didattico. Pur essendo arrivato per caso a fare il cineasta ha poi approcciato il mestiere con una determinazione assoluta. Non voleva nessuno attorno alla macchina da presa, era puntigliosamente  impegnato a che nulla gli sfuggisse nel set cinematografico. Stefano Porru confessa che, finito il lavoro nel 2005, per un bel po’ se lo sognava di notte. Definisce il film come leggero e pesante nello stesso tempo, calviniano, visto che come attore Loy aveva fatto "Marcovaldo in città". In questo periodo in cui i registi sardi vanno alla grande, ricordarsi che ne abbiamo avuti di quelli che hanno fatto grande la commedia all’italiana è proprio il minimo che si possa fare. Certo Nanni Loy è un sardo di ritorno, come pure io lo sono, a cui sono state tagliate le radici da piccolo, uno che ha tradito la sua casta (eletto consigliere per il Lazio nel PCI nel 1980), bravissimo giocatore di bridge in grazia del cognome materno poté essere ammesso nei circoli più prestigiosi della capitale, dove si giocavano somme considerevoli, e dove, regolarmente, svuotava le tasche dei nobili romani: classico esempio di  antesignano esproprio proletario.

Sergio Portas

 

VINCE CORTOMETRAGGIO SARDO AL "TIMELINE FILM FEST" DI CARATE BRIANZA

PROTAGONISTI I RAGAZZI DEL LICEO BROTZU DI QUARTU SANT’ELENA

Si è svolto a Carate Brianza (Milano) la prima edizione del "Timeline Festival Internazionale" di produzioni cinematografiche realizzate in collaborazione con le scuole. Il formato richiesto era un cortometraggio o uno spot che raccontasse alcune tematiche etico-sociali importanti, come i diritti umani o l’integrazione interculturale, ma c’era la possibilità di creare anche un breve film a "tema libero". L’organizzazione ha ricevuto più di 180 corti provenienti da istituti della penisola e pure da paesi europei come la Finlandia, la Spagna, la Svizzera, l’Austria. Una giuria, che comprendeva personaggi autorevoli ha selezionato 51 opere, mostrate nelle giornate della manifestazione, al pubblico degli studenti delle scuole di Carate e della provincia. Il primo premio per le scuole superiori è stato assegnato al cortometraggio "Una mela al giorno" prodotto dall’associazione Abaco con la regia di Emanuela Cau. Il film, completamente girato a Quartu Sant’Elena, ha come protagonisti un gruppo di adolescenti di un istituto sardo, il Liceo Classico-Scientifico e delle Scienze Sociali Brotzu di Quartu S. Elena. Il lavoro ritrae una banda di ragazzi che irrompono furtivi nelle case, e dopo aver rovistato dappertutto fuggono al segnale del loro palo, disperdendosi poi velocemente per le strade della città, appena in tempo prima che arrivino i proprietari. In ogni casa la banda lascerà una mela che è il segno del loro passaggio. Alcuni dei ragazzi protagonisti erano presenti a Carate Brianza ospiti dell’organizzazione del Festival (Enrico Cinus, Federica Onnis, Francesca Delunas, Giorgia Vacca) e hanno raccolto gli applausi sentiti della giuria e dei loro coetanei che hanno assai apprezzato il lavoro. Li accompagnava la referente per le attività cinematografiche del Liceo, Elisabetta Randaccio. L’associazione Abaco, ha creato e sostenuto con passione il progetto soprattutto attraverso Rosalba Piras che nel film è anche attrice e assistente alla regia nonché direttrice di produzione. Fondamentale è stato il coinvolgimento del Comune di Quartu S. Elena Assessorato alle politiche dello spettacolo tradizione e lingua sarda, che ha creduto nel progetto e lo ha finanziato. Forte della importanza della comunicazione di messaggi sociali rilevanti rivolti soprattutto a un pubblico di giovani attraverso i nuovi media, il corto ha un linguaggio efficace e accattivante. La regia di "Una mela al giorno" è di Emanuela Cau, già autrice di altre opere (tra le altre "Bregungia", "Cuore di mamma", "Mani di note"), che ha adattato con abilità un suo soggetto alla realtà dei ragazzi partecipanti al progetto. Forse in questa empatia regista-ragazzi sta la freschezza e la forza del cortometraggio. Nel gennaio scorso "Una mela al giorno" aveva ottenuto il Premio del Pubblico al concorso Circolanti-Differenze e si era classificato ottavo al concorso nazionale Trust nel nome della donna con proiezione e votazione  in 15 capoluoghi di provincia italiani.

Massimiliano Perlato

 

TENER VIVI TRA GENERAZIONI, I CONTATTI CON LA TERRA DI ORIGINE

SARDEGNA, NEL CUORE DEL MEDITERRANEO

Nel cuore del Mediterraneo esiste un’Isola la cui storia aleggia nel fascino del mito e nell’alone del mistero. In essa i  legami ed il connubio tra la natura, l’uomo e le sue opere, nel corso del tempo, ha riempito tanto di fascino dell’ignoto gli occhi dell’osservatore esterno quanto di amore e di nostalgia il cuore di chi, in quella Terra è nato, cresciuto o avuto origine. Nell’osservazione di questo ecosistema singolare, chiamato
Sardegna, il regista cagliaritano Davide Mocci, attraverso il suo documentario, guida lo spettatore lungo un percorso volto alla scoperta di ricchezze culturali e naturalistiche uniche, custodite nel cuore del Mar Mediterraneo. Due sono gli itinerari di studio: da una parte il fascino evocato dalla contemplazione delle vestigia della civiltà nuragica, dall’altro l’esclusività e l’originalità delle realtà linguistiche presenti sull’Isola. Nella prima "panoramica di studio" si evidenzia come  i nuraghi e gli altri manufatti umani di tale periodo costituiscano, ormai, la  perfetta manifestazione dell’integrazione della realtà umana nella realtà naturale e selvaggia del paesaggio sardo, tesoro, complessivamente, ancora non del tutto disvelato e fonte di controversi dibattiti e nuovi interessi negli ultimi anni, secondo un’ottica di studio e di analisi che si delinea avulsa dagli schemi tradizionali ricollegabili all’importantissima attività di studio dell’archeologo Giovanni Lilliu (scopritore della reggia "Su Nuraxi" di Barumini). Il tutto risulta tanto più interessante se si considera che attualmente sussistono nuovi filoni di ricerca storico – archeologica che sono spinti a reperire nel presente le tracce di un percorso storico che hanno portato ad una lettura deformata del passato e, conseguentemente, del presente di quella Terra chiamata dal mondo greco classico "Ichnusa", nonché delle verità sottese al Mito di Atlantide, narrato dal filosofo greco Platone nei dialoghi Timeo e Crizia, e del mistero attinente ai cosiddetti popoli del mare denominati "Shardana" o "Tirreni" (termine che, secondo taluni studiosi, indicherebbe i "popoli delle torri", da cui il nome del Mare Tirreno), come evidenziato dalla proposizione delle recenti teorie da parte di autori tra i quali si rammentano Sergio Frau e da Michele Zoroddu. Nel secondo itinerario, invece, il regista affronta il tema della cosiddetta "Limba" parlata in Sardegna, idioma neolatino che racchiude in sé gli archetipi della lingua classica latina e le tracce della storia travagliata dell’Isola e del Mediterraneo Occidentale nel corso degli ultimi due millenni. In particolare tali caratteri hanno elevato la lingua sarda, nella realtà dei suoi dialetti e delle sue cadenze, a Minoranza Linguistica tutelata dall’ordinamento giuridico italiano, sulla base dell’articolo 6 della Costituzione, dalla Legge della Regione Sardegna 15 ottobre 1997, n. 26, e, a livello nazionale, attraverso Legge 15 dicembre 1999, n. 482, che riconosce la stessa Lingua Sarda come oggetto di tutela in quanto espressione di quella realtà che gli studiosi e gli intellettuali di matrice storico – sociologica chiamano "minoranza linguistica storica". E, si scusi il gioco di parole, peculiarità nella peculiarità, la Sardegna si rivela, a sua volta, culla e custodia di due minoranze linguistiche storiche ancora più circoscritte originali nel panorama europeo, ossia l’idioma tabarkino di matrice ligure parlato sull’Isola di San Pietro, a Carloforte, e il Catalano della Comunità di Alghero, il quale ha conservato in sé espressioni e forme proprie della lingua parlata a Barcellona quattro secoli or sono.

Gianni Cilocco

 

L’INIZIATIVA DELL’ACSIT DI FIRENZE PER PROMUOVERE LA POESIA DI DIEGO MANCA

    HAIKU -5 7 5-        

Questo e’ un appuntamento con un libro a suo modo originale e tutto da scoprire. Il Libro "HAIKU -5 7 5-" di Kuniko Uemura e Diego Manca. Libro di poesie  scritto dal Poeta Diego Manca e tradotto  in giapponese. Un interessante interscambio tra cultura sarda e giapponese presso il Palagio di Parte Guelfa a Firenze. Gli haiku sono definiti come le poesie più corte del mondo. Sono una forma letteraria giapponese, composta solo da diciassette sillabe, divise in tre versi di cinque – sette – cinque sillabe. L’Haiku è nato trecento anni fa, concepito da Basho Matsuo, poeta oggi amato da tante persone in tutto il mondo. Ci sono delle regole da rispettare per scrivere un haiku: la prima è che si deve includere sempre un "kigo" (riferimento ad una delle quattro stagioni). Ad esempio, per la primavera "acqua tiepida" (in primavera, il freddo viene finalmente attenuandosi e l’acqua di un stagno o una palude diventa tiepida grazie alla calda luce del sole), per l’autunno "notte profonda" (in autunno, la notte sembra diventare molto lunga e ci si può impegnare a lavorare o a leggere un libro fino a tardi), ecc. In questo modo, l’aggiunta di un kigo che è legato alla vita, al clima ed all’ambiente giapponese, fa immaginare ai lettori scene visive di una stagione. Anche il "kire" (parola-cesura) è un elemento altrettanto importante. Questo è una tecnica che consiste nel tagliare volutamente il flusso di un’espressione in un haiku, per far sentire l’estensione di uno scenario o di un paesaggio e il sentimento degli autori. Questo libro è una raccolta di haiku scritti da una poetessa giapponese, Ikuko Uemura, e da un poeta italiano, Diego Manca. Per ogni opera, ci sono le traduzioni sia in giapponese che in italiano. Inoltre, Uemura ha aggiunto i suoi haiku a quelli originali di Diego, inserendo alcuni kigo elaborati. Attraverso i cinque commenti scritti da ogni autore per le opere dell’altro possiamo scoprire una comprensione comune che va oltre la differenza culturale. Queste due persone che amano gli haiku descrivono le bellezze delle quattro stagioni trovate in Giappone e in Italia.

Elio Turis

 

AL "SU NURAGHE" DI BIELLA, SI APRE LO SCRIGNO DEGLI AFFETTI E DEI RICORDI

LA MOSTRA DI PITTURA DI SEBASTIANA NURRA

Sull’orizzonte delle attività del Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe si presentano nuove proposte per rendere più ricca e condivisa la vita associativa della numerosa comunità dei Sardi di Biella. Con piacere presentiamo il primo degli appuntamenti semestrali di "Su Nuraghe Arte", in cui nelle sale del "Punto Cagliari", verranno esposte alcune opere di artisti sardi residenti fuori dall’Isola. La disponibilità ad esporre in rassegna opere frutto dell’ingegno, della tecnica e della fantasia testimonia il senso di condivisione e la grande maturità sociale dei Soci, e conferma la volontà di porsi, di offrirsi all’altro, di aprire lo scrigno degli affetti e dei ricor
di, di esporsi all’occhio critico – anche se a volte troppo severo – per osservare e svelare alcuni aspetti intimi della mente e del cuore. Le opere di Sebastiana Nurra originaria di Pozzomaggiore nascono proprio dal cuore, raffigurano fiori, paesaggi e volti. Partono dalla natura, si ispirano alle opere degli Impressionisti di cui adotta alcune tecniche per riprodurre le trasparenze che rimandano agli scenari di Claude Monet o alla morbidezza dei corpi di Eduard Manet o, ancora, ai ritratti della maturità artistica di Van Gogh. La finezza naturale presente sia in alcune miniature sia nelle opere più grandi, riflette la precisione con cui, da assistente di sala, era solita passare i ferri ai chirurghi che assisteva in importanti o semplici interventi. Il mondo agropastorale di provenienza di Sebastiana Nurra viene elaborato attingendo ai modelli delle raffigurazioni "colte" della pittura classica promossa dall’Accademia delle Belle Arti di Parigi, Una traccia della terra di origine si può cogliere negli "scomposti" fiori di Lillà che, costretti in vaso, mal si adattano alle simmetrie imposte dalla rappresentazione pittorica oppure negli elementi botanici "addomesticati", raccolti in eleganti bouquet di rose e in minuscoli nontiscordardime. I fiori di Lillà di Sebastiana Nurra con cui porgiamo gli auguri di "Bonas Pascas 2009", parrebbero una rivincita della natura sulla cultura, come l’abbigliamento di alcuni personaggi, un lontano rimandare al sistema vestimentario della sua Pozzomaggiore, il paese in cui l’artista è nata. Alcune tra le tele di Sebastiana Nurra sono vere e proprie rivisitazioni personalissime dei lavori dei grandi artisti vissuti a cavaliere tra Otto e Novecento. Alla corrente pittorica che si è sviluppata in Francia nella seconda metà dell’Ottocento si potrebbe ascrivere la tendenza a rappresentare la delicatezza e la sensibilità d’animo della nostra artista che, al pari di grandi nomi, quali  Edgard Degas, Berthe Morisot, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley, preferisce utilizzare i colori puri, giustapposti ai colori primari (rosso, giallo e blu). Con semplicità, il colore fluisce sulla tela di Sebastiana – non affinato dalle rare lezioni di pittura frequentate in Svizzera durante la sua permanenza lavorativa – non graduato, proprio come quello dei maestri da cui le sue opere traggono ispirazione. Cuore e spontaneità, dunque: e non sono, forse, proprio le caratteristiche dell’anima sarda?
Battista Saiu

 

 

 

 

 

PER INDRO MONTANELLI, A CENT’ANNI DALLA NASCITA

UN RICORDO SARDO E UNO PAVESE

Il recentissimo volume "I conti con me stesso", curato per Rizzoli da Sergio Romano, nel quale sono riprodotti i diari di Indro Montanelli relativi agli anni 1957-1978 facenti parte dell’epistolario depositato dall’autore presso il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia creato da Maria Corti, mi ha suscitato la curiosità di verificare se nel libro ci fossero note riferite a due iniziative pubbliche in cui mi era capitato di incontrare il grande giornalista e di stringergli la mano. La prima occasione fu a Sassari nel lontano dicembre 1965, ai tempi in cui frequentavo il secondo anno del Liceo classico "Azuni". Il nostro prof. di italiano, Manlio Brigaglia, ci aveva invitato a partecipare nell’Aula Magna dell’Università alla presentazione del libro divulgativo su "Dante e il suo secolo" che Montanelli aveva da non molto pubblicato, che era già un bestseller (come peraltro la sua biografia non accademica su Garibaldi, scritta qualche anno prima a quattro mani con Marco Nozza). Il successo delle due biografie gettò le basi della fortunatissima, per l’autore e per l’editore, ma anche impegnativa costruzione editoriale denominata "Storia d’Italia", per la quale Montanelli si avvalse della collaborazione prima di Roberto Gervaso e poi di Mario Cervi. Ha scritto Brigaglia di quella presentazione sassarese: "Si è detto che Montanelli era un narciso, nulla gli piaceva più che incantare i suoi interlocutori, magari fingendo un’aria corrucciata. Anche quella volta parlò come avesse Alighieri in gran dispetto, tanto che qualcuno osservò che la sua biografia sembrava più che altro un bisticcio fra due ‘maledetti toscani’ ". E veniamo all’episodio pavese. Anche l’undici luglio 1988, in occasione della premiazione (da parte di Giovanni Spadolini, presidente del Senato ma anche della giuria) dei vincitori del Premio "Cesare Angelini", istituito dal Lions Club "Le Torri" di Pavia, ebbi modo di incontrare Montanelli. A ricevere un riconoscimento furono, infatti, quell’anno, l’illustre giornalista, il prof. Emilio Gabba, Manuela Colombo e chi scrive. Nella circostanza non ebbi l’ardire di disturbare l’eminente scrittore su un tema che sicuramente non l’avrebbe lasciato indifferente: cioè, la mia Sardegna; isola nella quale, proveniente dalla nativa Toscana (era nato a Fucecchio, in provincia di Firenze, il 22 aprile 1909, quindi esattamente cento anni fa) trascorse un periodo della fanciullezza, al seguito del padre Sestilio, preside di liceo a Nuoro; isola a cui rimase sempre affettivamente legato. Ricordò qualche anno fa, rispondendo a una domanda sul banditismo sardo: "Mio padre e mia madre mi lasciavano vivere – a Nuoro, cioè nell’epicentro del banditismo – in piena libertà scavallando alla ricerca di nidi di merli sulle falde dell’Orthobene. (…) Coi banditi, che allora si chiamavano ‘latitanti’, convivevamo pacificamente. Quando la domenica andavo a caccia con mio padre, ne incontravamo spesso qualcuno (gambali, giacca di velluto, coppola e doppietta a tracolla), accanto al pastore presso cui facevamo sosta". Nel settembre del 1998, festeggiato a Santa Margherita Ligure, Montanelli raccontò del suo incontro con Enrico Berlinguer (Sassari, 1922-Padova, 1984), da lui definito "un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede". L’uno stimava l’altro ma la diffidenza reciproca, che li aveva tenuti lontani da sempre, fu stemperata grazie a un argomento che  appassionava entrambi: "Si parlò solo della Sardegna, non di politica", sottolineò. Motivazioni di carattere  personale  e di simpatia "etnica" mi hanno spinto a cercare anche in questo  libro postumo di Montanelli (come è noto, morto il 22 luglio 2001) riferimenti  alla Sar
degna e a Pavia. In questo volume, curato da Romano, non ne compaiono ma  resta, anche dopo questa lettura, l’ammirazione per lo stile ineguagliabile di scrittura del sommo giornalista, anche nelle annotazioni in cui esprime giudizi lontani dalle mie personali vedute  (su Gramsci, per esempio).

Paolo Pulina

 

VINI DI QUALITA’ "NURAGHE CRABIONI" AL VINITALY DI VERONA

L’INIZIATIVA PARTE DAI SARDI EMIGRATI DI TRIESTE

E’ emerso alla conferenza sull’emigrazione  tenutasi a  Cagliari nel 2008 che i sardi fuori dalla Sardegna, dovrebbero ritornare e partecipare alla ripresa dell’economia Sarda, quindi chi è andato via dalla Sardegna ed ha maturato esperienze nei vari settori economici, dovrebbe mettere l’ esperienza acquisita a disposizione della sua terra e dei suoi abitanti. Detto, fatto, il Presidente del Circolo dei Sardi di Trieste Dottor Augusto Seghene, nativo di Sorso, mosso dal desiderio di fare impresa sul territorio Sardo, ha voluto investire e creare una società vitivinicola denominata  "Tresmontes" Nuraghe Crabioni  che si occupa della produzione di vini di qualità, destinati ad un pubblico attento ed esigente. La peculiarita’ dei suoi terreni particolarmente adatti alla coltivazione della vite e la complicità del clima, sono i punti di forza sui quali l’azienda innesta l’alta professionalità di tecnici e collaboratori esperti del settore e la  dotazione delle più moderne tecnologie di vinificazione. La Tresmontes si è presentata così, come un’azienda moderna ma radicata nel territorio, erede di una tradizione viticola che gli storici collocano intorno al secolo xv e che fa ancora oggi del territorio di Sorso (SS) una delle località della Sardegna a più alta vocazione vitivinicola. I 35 ettari, sui quali sorgono la cantina e le altre infrastrutture, si affacciano sull’incantevole golfo dell’Asinara e ospitano i vigneti selezionatissimi che hanno consentito per adesso la produzione: di due tipi di vermentino d.o.c.; due di  cannonau; un passito ed un Cagnulari. A breve termine nuovi impianti permetteranno a quest’azienda giovane, ma determinata a fare investimenti, di accrescere la produzione con una gamma piu’ ampia di prodotti, tesi  a privilegiare quei criteri di qualità e tipicità che sono i valori aggiunti di un mercato accorto ed esigente come quello Sardo ma che vuole esportare anche  verso i mercati del continente e dell’estero. In quest’ottica  l’azienda  ha partecipato con notevole successo  al Vinitaly 2009 di Verona, prima manifestazione espositiva mondiale del settore e, come affermato dal ministro delle Politiche agricole, Luca Zaia" occasione ideale per fare il punto su uno dei settori di maggior successo dell’agroalimentare italiano di qualità." Il Presidente Seghene ha affermato che la  Regione Sardegna nonostante l’impegno profuso,  deve ancora fare molto per le aziende sarde poiché si deve superare l’handicap che hanno le nostre aziende rispetto a quelle del resto d’Italia per la  posizione geografica in cui si trovano.  Infatti sostiene  che la qualità del vino di Sardegna non ha nulla da invidiare agli altri vini italiani ed esteri dai nomi altisonanti. La Tresmontes con i suo vini denominati "Nuraghe Crabioni" intende infatti continuare sulla strada della qualità e della promozione  del territorio in modo da  poter raggiungere traguardi  importanti per l’azienda ma anche per il buon nome della Sardegna.

Angelo Curreli

 

I FUCILIERI DI "SU NURAGHE" CON I "THATARINOS BIELLOSOS" A TORINO

I 350 ANNI DEI GRANATIERI DI SARDEGNA: PAGINE DI STORIA

Sotto la fitta pioggia, ed alla presenza di numerose autorità locali e nazionali, militari e civili, si è celebrato a Torino il 350° Anniversario della Costituzione dei Granatieri di Sardegna. Lo schieramento militare ha spiegato in Piazza Vittorio Veneto il reparto d’onore dei granatieri in uniforme storica, con Bandiera di Guerra e Colonnella, i picchetti d’onore costituiti da rappresentanze dell’Accademia, delle Scuole, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, una rappresentanza di British Grenadiers in alta uniforne, ed un folto reparto delle nostre fierissime e carissime Crocerossine. L’Associazione Nazionale dei Granatieri di Sardegna ha portato da tutte le regioni italiane – ivi compreso il nostro martoriato Abruzzo – oltre un migliaio di testimoni. La Città di Torino ha schierato il suo Labaro ed i Gruppi Storici, incluso un reparto nella uniforme della fondazione (18 Aprile 1659). Su invito della Associazione Nazionale dei Granatieri di Sardegna, il Circolo "Su Nuraghe" di Biella ha schierato i suoi Fucilieri, lo Stendardo dei Quattro Mori ed i "Thatharinos Biellesos" con tanto di madrina. Le numerose allocuzioni hanno spesso ricordato allo schieramento grondante d’acqua il motto dei "Bugiuma nen" e glielo hanno anche fatto applicare per oltre un’ora sotto la pioggia battente, mentre le Crocerossine, impeccabili in camicia a maniche corte, hanno dato prova ed esempio della loro stoicità, riuscendo addirittura a non rovinarsi neppure il trucco. I Reparti e tutte le Rappresentanze hanno quindi sfilato lungo Via Po, ove hanno reso gli onori alle Autorità, ed in Piazza Castello, ove hanno reso gli onori al monumento ai Caduti della Grande Guerra. I Sardi Biellesi – fucilieri, stendardo, madrina e thatharinos – hanno avuto l’onore di chiudere la sfilata, mentre i numerosi spettatori presenti, oltre alle mogli ed ai figli dei partecipanti, non hanno mai fatto mancare gli "Ajò", "Sassari" e i "Forza Paris". Antichi commilitoni si sono ritrovati, ed abbracciati, con grande commozione, e quanti vecchi reduci granatieri hanno voluto farsi fotografare coi loro "carissimi" Sardi! Come d’uso, la Cerimonia è proseguita con un pranzo d’onore per oltre 1200 persone, nelle fastose e storiche sale del Palazzo dell’Arsenale, e si è conclusa con l’immancabile foto davanti allo Stemma originario dei Granatieri di Sardegna, l’antica Arma di S.M il Re di Sardegna.

Battista Saiu

 

LA TRASMISSIONE RADIOFONICA DIRETTA DA TERESA FANTASIA 

L’ARGENTINA CHIAMA E LA SARDEGNA RISPONDE 

Ogni domenica mattina, dalle undici alle dodici, è possibile stabilire, e mentalmente percorrere, un ponte ideale che dall’ Argentina arriva, dritto dritto, qui, in Sardegna. La trasmissione radiofonica-televisiva che mette in contatto l’Argentina con la  Sardegna (e che è possibile seguire in diretta collegandosi, via Internet, al sito www.am890radiosoberanìa.com.ar), ha per titolo "Sardegna nel cuore". E già, questo, racconta varie cose… E’ presentata da una splendida signora sarda, Teresa Fantasia  che, da  circa sessant’anni vive nel sud-America. Ne aveva solo sette quando, il 31 dicembre del 1948, partì da Pattada e salì, con i suoi sei fratelli e i genitori, nella nave Santa Cruz. Nave che li avrebbe condotti lontano dalla loro terra natìa.  Cercare altre terre con la speranza di un futuro migliore … Era il sogno di tanti allora. Ed è stato, sessant’anni addietro, anche il sogno-speranza dei genitori di Teresa, Nanneddu Fantasia – un calzolaio molto apprezzato e che ancora, in tanti, a Pattada ricordano – e Toiedda Zazzu. Dovremmo ricordarlo più spesso, oggi, quando si affronta, in Italia, il discorso dell’immigrazione. Chi abbandona la propria terra – soprattutto se si è responsabili del presente e del futuro dei figli – non lo fa mai a cuore leggero,  per spirito di avventura, per un bisogno di esplorare nuovi lidi. E’ spesso la necessità a dare un senso al passo, a dare forza ad una decisione sofferta. Oggi Teresa, sposata felicemente con Eduardo, madre orgogliosa  di Juan Pablo e nonna di Melina Sofia, abita nella città di Buenos Aires e  trascorre serenamente la sua vita da pensionata. Una serenità che quotidianamente si conquista con un fare e un dare che sorprende. I suoi interessi sono molteplici ma quello che maggiormente la gratifica è, appunto, il contatto domenicale  con la sua terra natìa e con i Sardi sparsi nel pianeta. "Sardegna nel cuore" è una trasmissione bella da ascoltare. Ben costruita, concede spazio a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e … da dare, se è vero – come è vero – che il condividere con altri i propri pensieri, la propria musica, la propria poesia, la propria arte insomma, crea una situazione sinergica che fa crescere, perché invita alla riflessione , allo scambio di idee, alla crescita culturale. Teresa parla, racconta, comunica – di volta in volta – ai suoi radio-ascoltatori  la storia e le novità che riguardano soprattutto la sua-nostra terra. E lo fa …con la Sardegna nel cuore! Emerge, infatti, dal suo dire, l’amore senza confini che ancora oggi la lega all’isola dei nuraghi. E’ un cordone ombelicale mai spezzato, perché farlo avrebbe potuto creare, forse, problemi di identità o mancanza di memoria.  Il "taglio" – se si fosse verificato – non avrebbe, forse, tolto nulla al suo innato desiderio di "fare per costruire", di dare agli altri per un bisogno, sincero, di condivisione, ma l’avrebbe molto probabilmente resa meno sicura, meno forte dal punto di vista cognitivo-relazionale. Questo suo continuo "dissetarsi" alle fonti sarde è un doveroso e piacevole viaggio a ritroso che, contemporaneamente, le consente il volo…perché, in tal modo, nulla viene tralasciato, nulla viene dimenticato o cancellato. Ma tutto contribuisce a costruire e, all’occorrenza, a  rafforzare, l’intelaiatura dei suoi nervi, dei suoi muscoli, del suo sangue e, perché no?, delle sue emozioni. Emozioni che diventano inevitabilmente nostre quando, la domenica mattina, apre la sua trasmissione con la voce di Andrea Parodi o Tonino Puddu, di Alessandro Catte o Piero Marras, di Andrea Poddighe o Quintomoro… Con la lettura di alcuni articoli tratti dai vari quotidiani e settimanali sardi …Con le interviste a Gino Marielli, a Marisa Sannia, a Giovanna Mulas, a Maria Giovanna Cherchi … Per, poi, parlare del nostro mare e del rischio della cementificazione selvaggia, della Madonna di Bonaria, del nuraghe Orolio – che va salvato -, del Coro Polifonico Oschirese … Perfino del profumo e del sapore del torrone di Tonara e di Pattada!  Teresa fa tutto questo con l’entusiasmo di sempre, e non dimentica mai – fra le altre cose – di far "sentire" i silenzi di pietra dei bambini del Chaco, del Darfour, dell’Uganda… e, all’occorrenza, le vocine di bambini più fortunati che, da vari paesi della  Sardegna , parlano con lei , tramite telefono, per raccontare i loro progetti di solidarietà e di  pace.

Rosalba Satta

 

LA SALVAGUARDIA DEL PATRIMONIO LINGUISTICO

IL CANTO A TENORES

In un periodo di cambiamento politico nella Regione Sardegna, la difesa e la riscoperta delle tradizioni culturali sono punti fermi dell’azione dei governanti, senza differenza d’orientamento. Un aiuto è giunto dall’Unesco, che ha confermato la decisione presa nel novembre 2005 di inserire il "canto a tenores" dei pastori del centro della Sardegna tra i capolavori che andranno a far parte del patrimonio orale e intangibile dell’umanità. La Regione Sardegna ha avviato da anni un percorso di riscoperta e valorizzazione del patrimonio linguistico e culturale dell’Isola. Vari provvedimenti economici tendono a stimolare lo studio e la diffusione della lingua: borse di studio per giovani laureati per ricerche su metodologie dell’insegnamento del sardo nelle scuole nelle varie aree didattiche o l’orientamento della Conferenza Regione-Enti locali che ha approvato i contenuti del Piano triennale della lingua sarda ed ha spronato la Giunta regionale a effettuare politiche di difesa del patrimonio linguistico della Sardegna sempre più efficaci, come la realizzazione dell’Atlante linguistico.

Parlare il sardo "Il sardo era, con lo spagnolo, la lingua ufficiale dei testi amministrativi e religiosi sin quasi alla fine del diciottesimo secolo, perché era la lingua parlata – dice don Francesco Mariani, direttore di Radio Barbagia (Nuoro) -, la lingua della liturgia nella quale si tenevano (ed ancora in certi paesi avvien
e) le omelie era il sardo. L’importanza dell’uso della lingua nativa porta a privilegiare il confronto, e favorire occasione di utilizzo del sardo, facendolo uscire dal silenzio culturale". Ciò porta la Regione a fare "notevoli sforzi per valorizzare l’uso del sardo nell’attività pubblica e amministrativa", continua don Mariani, per il quale "bisogna uscire da una concezione museale della lingua, cioè di una tutela fatta per esperti, con tutta la discussione sulla creazione di una lingua che sia una sorta di sintesi, una koiné del sardo. Io penserei a finanziare e sostenere quei luoghi, quelle occasioni, quelle strutture in cui il sardo viene effettivamente usato. Vale a dire, una cosa è che nelle scuole s’insegni il latino, altra cosa che la gente parli in latino. Io punterei a sostenere la gente che parla il sardo, non solo a potenziarne l’insegnamento, in quanto nei paesi dell’interno la lingua ufficiale è il sardo: la popolazione pensa, parla, si esprime in sardo".

Tornare alla gente Secondo Omar Bandinu, dei Tenores "Mialinu Pira" di Bitti (Nuoro), "il riconoscimento dell’Unesco ha dato il via all’approfondimento degli aspetti non solo musicali, ma anche antropologici e culturali della tradizione del canto a tenores. Oggi dovrebbe esserci un rilancio maggiore da parte delle istituzioni. Il rilancio passa per le scuole, per la diffusione del canto, perché le modalità con cui questo canto si è trasmesso nei secoli sono cambiate. Dal tramandare oralmente si passa per nuove possibilità, i cambiamenti sono evidenti". Per Bandinu, "bisogna fare un’integrazione come supporto della tradizione del canto che andrebbe presentato già nelle scuole elementari, creare occasioni per cantare e per condividere il canto: quindi scuole di canto per condividere la cultura, siti web, conferenze locali. Ciò per fare in modo che il canto a tenores non sia solo un fenomeno di world music, un fenomeno di nicchia, ma confermi invece il suo ruolo storico di motivo aggregante sociale, contestualizzato in ogni comunità, in ogni paese".

Dalle Istituzioni alla Chiesa Per Maria Antonietta Piga, responsabile dell’"Uffitziu de sa limba sarda" della Provincia di Nuoro, "il canto a tenores è espressione della Sardegna ed ha importanza per la lingua sarda, è un fattore determinante per l’identità dei sardi. Il sardo pur essendo una lingua romanza ha seguito una sua strada propria, che ha generato una lingua che ci contraddistingue. Il canto a tenores è strettamente in lingua sarda, è un fattore che può aiutare la lingua nella sua diffusione". Secondo Piga, anche le istituzioni fanno il loro dovere: "Un recente bando per figli di emigrati sardi e per studenti dell’Ue per approfondire lo studio della lingua sarda ha avuto un grande successo. Sembra che chi è fuori dalla Sardegna abbia maggior considerazione per ciò che è lingua e cultura sarda, in tutti i campi. C’è grande interesse nelle pubbliche amministrazioni locali, c’è bisogno di coinvolgere molto di più la popolazione". In questo senso "credo che la Chiesa possa svolgere un ruolo importante coinvolgendo la gente, leggendo la Bibbia nella traduzione in sardo, eseguendo i canti religiosi della tradizione, sia nella versione a tenores che polifonica. Bisogna giungere all’utilizzo del sardo nella liturgia, perché da sempre la Chiesa veicola, oltre i contenuti religiosi, quelli sociali e culturali. La Chiesa entra nelle case, nelle famiglie, incontra i giovani, i bambini, la Chiesa è la seconda casa. Oltre all’approccio scolastico e familiare, la Chiesa potrebbe veicolare dei messaggi positivi per la lingua. C’è una richiesta della gente a confrontarsi nella propria lingua madre, anche nel sacro".

Massimo Lavena

 

RIAPPROPRIAMOCI DELLA NOSTRA STORIA, DELLA NOSTRA LINGUA

BALLO CAPOVOLTA E MI RITROVO..

La prima cosa che i miei genitori mi hanno insegnato a fare, prima che a parlare, è stato ballare. Ballare su ballu. Avevo poco più di un anno. Ho ancora ferma questa immagine rarefatta di mia madre che sulla soglia della porta che dava sul cortile mi diceva -tà-tà–tàtàtà. Sillabe. Vaghe sillabe che incedono. Mi toccava con un gesto secco quei piccoli piedi per far si che li sollevassi. Ma non completamente. Giammai. La punta doveva stare ferma sul terreno! Dovevo muovere la gamba ma a partire dal ginocchio. I fianchi stanno saldi e fermi, si muovono solo verso su e verso giù. Non c’era musica in quel momento. Anche se mio padre, come ha ancora in uso, suonava la fisarmonica praticamente ogni sera quando rientrava dall’ufficio. Non lo sapevo. Ma in quel momento il mio corpo bambina viveva e faceva suo qualcosa che mi segnerà la vita. Imparavo a fare una cosa attraverso una sorta di regola. Una semplice regola sillaba. In punta di piedi, battevo il piede. Seguivo quel ritmo e magicamente mi muovevo. Quel ritmo lo avrei poi ritrovato e riscoperto, seppur celato dalle note musicali e dalla melodia, molto tempo dopo, facendolo tutto mio. Non sarebbe stata più una regola. Non era un piede che si sollevava ad un comando. Diventava abilità, sorriso, approccio, calore, divertimento, amore. Diventava festa o dolore insieme. Diventava confronto con chi era più brava o con chi ballava un ballo diverso. Diventava desiderio di essere accompagnata da quell’uomo e dopo da un altro ancora, e un altro ancora.. Scoprivo sempre "forme" diverse ma con quello stesso ritmo, con la stessa regola-essenza. La mia regola, così dal niente, si era fatto codice, si era fatto vita. Quel ritmo mi restituiva in forma inconsapevole un mondo di cui anche mia madre, a quel tempo ventenne, ne aveva lei stessa poca consapevolezza. Mi hanno insegnato l’italiano i miei genitori parlanti e pensanti in sardo, giovani e timorosi che la loro lingua non mi permettesse di avere un futuro dignitoso. Si son messi ad insegnarmi una lingua che loro stessi  non conoscevano: l’italiano. L’italiano era però ed è la lingua ufficiale dello Stato, era ed è lingua della scuola, era ed è lingua del lavoro, era ed è lingua della vita che mi attendeva. La imposero i Savoia nel ‘700 con un decreto, questa lingua. Nessuna fluidità, nessun sistema soft, un semplice decreto e bòh. Lo fecero per cancellarne, non una, ma due di lingue, il sardo e lo spagnolo. Come biasimarli quei due giovani ventenni degli anni ‘70? Con la loro fiat500, la loro casina da sposini, la loro bimba
tutta riccioli che giustamente a veder loro meritava una vita meno grama di quella che avevano conosciuto. Insegnarmi il sardo? Mi avrebbero escluso dal mondo. Il mondo. Quello vero. Della fabbrica, della politica, della televisione, della letteratura quella scritta nei libri che stavano a scuola.. Con quel decreto e con le politiche di quasi duecento anni la loro lingua, il sardo, che ancora veniva parlata negli spazi caldi ma privati del focolare, era stata ridotta a dialetto e giustamente la sentivano come subalterna e fuori dai canali di qualsiasi potere. Mi sono riappropriata del mio codice – non quello del focolare – ma quello delle genti di questa terra, e quindi della civiltà di questo popolo, studiando per conto mio e all’università (anche se questa a dirla tutta non mi ha dato tanto) ma anche leggendo di tutto, ascoltando i poeti improvvisatori, i tenores, parlando con tutti dai galluresi ai campidanesi sino a tutti quelli disposti a sentirmi parlare in sardo senza ridere…si senza ridere. Mi son messa a cantare nella mia lingua per anni e a giocare alla murra nei contesti più disparati. Ubriaca. Ubriaca di vita. Una grande sbronza, ma necessaria. Dovevo perdere le inibizioni create da un atto d’imperio. Dovevo trasgredire. Andare oltre. Rovesciarmi. Capovolgermi. Ho fatto l’appeso dei tarocchi, il guerriero nuragico capovolto dei menhir, il tanit di Carbonia, il ballerino capovolto della chiesa di San Michele di Siddi. Ho ballato, ma al contrario. Un’inversione assiologica necessaria. Consapevole di una verità, appari folle agli occhi degli altri. Volevo riappropriarmi di quel codice che sapeva di me e di quelle genti intorno, dai barbaricini ai cagliaritani. Quel codice che mi è stato tagliato. Censurato, perché minoritario, reputato degradante e universalmente inutile. Ho fatto tutto questo per tentare di riprendermi quel codice linguistico-antropologico, quella civiltà, quella essenza misteriosa, affinchè riprendesse la sua corretta collocazione. Nel corpo appunto. Così come nell’anima. Credo volessero fare questo i miei genitori insegnandomi a ballare su ballu. Volevano tentare di trasferirmi ciò che qualcuno aveva stabilito superfluo e fuorviante, mentre essi nella loro ingenuità quasi folle, ma soprattutto nella loro verace inclinazione verso il Bello volevano che il mio corpo come la mia anima ricordasse in maniera indelebile da dove provenivo. Ballando. Io questo lo chiamerei Amore.

Ornella Demuru

 

IL PERIODICO DIRETTO DA PAOLO PILLONCA HA GIA’ SEI ANNI DI VITA

 "LACANAS" : OLTRE I LUOGHI COMUNI

Una è nata in Sardegna, l’altra, in Sicilia. Sono due riviste. O meglio: la prima è una rivista, la seconda, un libro-almanacco. "Lacanas" – rivista bilingue delle identità – ha cadenza bimestrale; è nata da un’idea di Paolo Pillonca, che ne è anche il direttore responsabile. La seconda, "Pentelite", è legata alla mostra-mercato dell’Editoria siciliana ed è curata dallo scrittore Salvo Zappulla e dalla professoressa Teresa Gigliuto. Sono entrambe molto interessanti… oltre che belle da vedere. La veste tipografica è, infatti particolarmente curata. E non è qualcosa di secondario, considerato il fatto che lo sguardo, quando non sa dove posarsi, ha bisogno di un richiamo per … sostare. L’incontro con "Lacanas" è avvenuto così, per caso, in un’edicola qualunque di un qualunque giorno del 2006. Non sono stata io a scegliere la rivista – che non conoscevo – ma la rivista a scegliere me. In copertina una foto bellissima: due donne cariche d’anni e, in mezzo, il viso sorridente di una bambina dai capelli nerissimi. Il titolo, poi, stimolava la curiosità: "Lacanas"…Che vorrà dire?- mi chiesi. La risposta, rientrata a casa, la trovai nel vocabolario di Luigi Farina: "Lacana: confine, segno di confine". Qualche mese più tardi, digitando "Lacanas" su un motore di ricerca ed entrando, poi, nel sito www.domusdejanas.com , ne avrò la conferma. "Lacanas" significa "Confini", ed è una rivista – si legge nella prima pagina del sito – aperta ai contributi di tutti. A prima vista pare una contraddizione. Da un lato si fa riferimento, nel titolo, a qualcosa che pare separare, delimitare e/o distinguere, dall’altro si sollecita il contributo di chiunque abbia qualcosa da dire, da raccontare, da condividere. "Sembra" una contraddizione … In realtà sta a significare, a mio parere, che la rivista ha una sua specificità , che è quella di raccontare la Sardegna. Ma lo fa, e lo fa talmente bene da andare oltre "sas lacanas", oltre i confini …se è vero – come è vero – che la cultura rende liberi, più disposti a tendere l’orecchio per sentire voci "altre". Ri-scoprire la propria storia e, perciò, le proprie radici rende chiunque più forte, elimina – quando ci sono – quelle miopie culturali che, spesso, cedono spazio ai luoghi comuni, agli individualismi esasperati ed esasperanti che, a volte, generano … mostri. La rivista compie quest’anno sei anni di vita. "Eh si, caro lettore – si legge a pagina 90 del numero oggi in edicola – il tempo passa così in fretta che quasi nemmeno ci accorgevamo che son già passati sei anni dalla nascita di Lacanas. Era il marzo del 2003 quando la rivista è uscita per a prima volta in edicola, e da allora, piano piano ha conquistato il cuore di nostri conterranei, diventando una preziosa amica per tanti Sardi, sia per quelli che calcano il suolo della nostra sacra Isola, sia per quelli che da lontano pensano sempre alla loro terra madre. A tutti loro è dedicato il nostro impegno, con la passione per la cultura e tanta voglia di far bene …". E’ vero: l’impegno è evidente, le firme sono generalmente prestigiose, i contenuti degli articoli, di livello. Non poteva essere altrimenti, a pensarci bene. Il nome di Paolo Pillonca, da tempo, è sinonimo di qualità . Solo le persone colte e contemporaneamente modeste sono capaci, come lui, di circondarsi di collaboratori che sanno fare bene, mentre i mediocri – è storia di tutti i giorni – preferiscono avere accanto … chi non fa loro ombra, chi sa obbedire e, all’occorrenza, tacere. Rosalba Satta

LA CLASSIFICA DELLE SPIAGGE NELLA SUPER GUIDA "LONELY PLANET"

  COSTA REI, E’ QUINTA AL MONDO PER BELLEZZA      

Quinta nel mondo per bellezza. La spiaggia di Costa Rei premiata da Lonely Planet, il sito dei viaggiatori che utilizzano le guide turistiche. Il premio è di quelli che fanno gola agli amministratori ma ancora di più ad albergatori, ristoratori, proprietari di campeggi e di bed and breakfast. Perché sono riconoscimenti che fanno piovere oro sul territorio. Oro sotto forma di turisti e visitatori spinti a scegliere la località incoronata da una pubblicità costo zero. Così Costa Rei, così Muravera, insigniti del prestigioso Travel blogger award 2009. Gli arenili di Costa Rei come Vilamendhoo beach, atollo di Ari delle Maldive. Come Tulum (Yucatan), in Messico. Come Flic en Flac delle isole Mauritius. Anzi, più su in classifica di questi paradisi tropicali visto che questa fetta di Sardegna sud-orientale si è piazzata al quinto posto nella top 10 delle spiagge al mondo. Qualche gradino sotto Whitehaven beach, a Hytsunday islad in Australia, Hat Tham Phra Nang, in Thailandia. La spiaggia del Naufrago di Zacinto in Grecia e Haena beach delle Hawaii. Solo una piccola delusione, davanti a tanta soddisfazione, per Muravera. Il suo nome è stato sostituito con Villasimius, l’altro centro turistico della costa sud-orientale affiancato erroneamente a Costa Rei. Per questo il sindaco Salvatore Piu ha scritto una lettera garbata per puntualizzare la "verità" geografica. «Una puntualizzazione necessaria, d’obbligo per un amministratore, ma credo anche che il premio di Lonely Planet vada diviso tra tutto il Sarrabus, da Villasimius a Castiadas. Perché è grazie all’impegno di tutte e tre i comuni se questa parte della Sardegna meridionale sia rimasto in gran parte intatto, con arenili bellissimi e oggi anche attrezzati, dotati di quei servizi che i turisti giustamente pretendono », dice Piu. «La motivazione del premio d’altra parte non è esclusivamente legata al valore ambientale, anche se questo, è evidente, gioca un ruolo di primo piano, come dimostrato da quel "vi attendono acque cristalline e uno dei mari più belli del mondo" inserito nel capitolo su Costa Rei di Lonely Planet Italia. Poi però si parla anche di strutture d’accoglienza e di un buon rapporto qualità-prezzo per chi decide di diventare nostro ospite». Insomma, una corona d’alloro che contribuirà a far crescere, già da quest’estate, presenze e arrivi nel Sarrabus. Di quei turisti che si muovono sfruttando appieno i consigli delle guide specializzate, proprio quelle a cui Lonely Planet fa riferimento grazie ai giudizi dei navigatori reali e di internet.

 

LA STRANA CAMPAGNA DI SENSIBILIZZAZIONE GOVERNATIVA DEL COMUNE DI NUORO

EDUCAZIONE CINICA

Recentemente il Comune di Nuoro ha deciso di aderire ad una campagna di sensibilizzazione governativa circa le elezioni europee. Si tratterebbe di convincere i giovani sardi tra i 17 e i 30 anni a non disertare le urne in occasione del prossimo rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Iniziativa di per sé meritoria e contemporaneamente velleitaria, come tutte quelle di tale stampo. Ma che in Sardegna assume i caratteri della beffa. Come quasi nessuno sa, la Sardegna è esclusa da qualsiasi rappresentanza nella più grande assemblea pluri-nazionale del mondo. La sua inclusione nello stesso collegio elettorale della Sicilia, che ha il triplo degli elettori, rende del tutto vano il voto dei sardi: nemmeno concentrando i nostri voti su un unico candidato potremmo essere certi di eleggerlo. Le promesse di scorporo della Sardegna dal collegio in questione, fatte in lungo e in largo prima e dopo le recenti elezioni sarde, ovviamente non hanno avuto alcuna realizzazione. Alla Sicilia fa comodo avere dalla propria parte 1’400’000 elettori in più (circostanza che conta parecchio nell’assegnazione dei "resti", ossia – in termini pratici – di uno o due seggi in soprannumero rispetto a quelli che altrimenti la Sicilia otterrebbe). Ricordiamo che la Sicilia, per varie ragioni, nel sistema politico italiano ha un peso notevolmente superiore a quello della Sardegna, checché ne pensino gli adoratori di Silvio, nostro caro leader (autoproclamatosi nostro concittadino). Niente di strano, perciò, in tutto questo.  In generale, poi, bisogna anche ricordare che la Sardegna è un’isola di 24’000 Km quadrati, abitata da 1’600’000 persone. Malta e Cipro, isole notevolmente minori e con un numero di abitanti equivalente a un quarto o un terzo di quelli sardi, hanno a loro disposizione 5 e 6 seggi a Strasburgo. Si dirà, ma quelle sono stati indipendenti. Al che io risponderei: appunto! Ma al di là di questo, è necessario tenere presente che in Europa sono rappresentate altre nazioni o minoranze linguistiche, pur prive di un ordinamento giuridico sovrano (catalani, scozzesi, ecc.). I sardi non hanno il diritto nemmeno a questa forma di riconoscimento, pur costituendo, secondo la legge italiana (L. 482/99), la maggiore minoranza linguistica dell’intero territorio statale. Alla luce di quanto precede, l’iniziativa del Comune di Nuoro diventa un mero pro forma per altro alquanto ridicolo. Sensibilizzare i giovani nuoresi perché vadano in massa ad eleggere un siciliano non ha molto senso. Altro significato e altra dignità politica avrebbe avuto sollevare la questione della mancata rappresentanza dei sardi in Europa presso quei medesimi giovani cui il progetto governativo è rivolto. Ma questo sarebbe fin troppo audace, e richiederebbe uno sforzo di pensiero troppo articolato, per i nostri cari amministratori. I quali, dopo tutto, sono afflitti dalla medesima sindrome dissociativa che colpisce molti tra i loro stessi amministrati. Di che stupirsi dunque? Non siamo i leader mondiali nella produzione di non-senso?

Omar Onnis

 

RAPPORTO ANNUALE DI "AMNESTY INTERNATIONAL" SULLA PENA DI MORTE

PUNIZIONE ESTREMA, CRUDELE, INUMANA E DEGRADANTE

Ogni anno, l’Organizzazione non governativa indipendente "Amnesty International" pubblica un rapporto che riporta i dati sulle condanne a morte ed esecuzioni nel mondo. Il documento del 2009 relativo al 2008, riporta dati che, pur rilevando un miglioramento generale rispetto agli anni precedenti, continuano a rimanere agghiaccianti.< span>  Secondo l’Associazione, nel 2008 sono state condannate alla pena capitale 8864 persone. Le esecuzioni sono state 2390. Il continente asiatico, ha fatto registrare il maggior numero di esecuzione negli 11 paesi che ancora ricorrono a questo strumento punitivo. I paesi sono, fra gli altri, l’Iran (346 esecuzioni), l’Arabia Saudita (102), Pakistan (36), Giappone (15) e Cina. Quest’ultima ha giustiziato circa 1718 detenuti nel braccio della morte. "Amnesty" a riguardo evidenzia il fatto che il numero potrebbe essere molto più alto a causa del segreto di Stato. Dato sconcertante ma prevedibile. La Cina è una dittatura ed è anche il paese con la densità di popolazione maggiore. Fra le vittime iraniane anche dei minorenni. I metodi utilizzati negli Stati variano e vanno dall’impiccagione, alla lapidazione, alla fucilazione, fino alla decapitazione pubblica e, a volte, alla crocifissione. In alcuni paesi asiatici, è stato rilevato quanto la pena sia spesso inflitta al termine di processi iniqui o come sia, spesso, sproporzionata nei confronti delle minoranze etniche e religiose. In questo spaventoso elenco, vengono inseriti anche gli Stati Uniti con 37 condanne, eseguite per la maggior parte in Texas. Negli USA il metodo più utilizzato dal 1977, oltre alla sedia elettrica, è l’iniezione letale. Il documento di "Amnesty" evidenzia anche alcuni dati positivi. Solo 25 dei 59 paesi che ancora non hanno abolito la pena di morte, hanno effettivamente eseguito delle condanne. L’Europa, che il 18 dicembre 2007 ha ratificato la moratoria universale della pena di morte, è libera dalle esecuzioni capitali, fatta eccezione per la Bielorussia. L’ex Repubblica Socialista Sovietica è rimasta l’unico Stato che possiede ancora detenuti nel braccio della morte. Sempre nel rapporto, si legge che dal 1991 sono state uccise circa 400 persone, con un procedimento, anche in questo caso, avvolto dal segreto di Stato. I prigionieri vengono giustiziati con un proiettile nella nuca e non vengono fornite informazioni ai familiari, né sul giorno né dell’esecuzione, né sul luogo della sepoltura. Anche in Giappone – dice "Amnesty" – l’ordine d’impiccagione viene annunciato il giorno stesso al condannato e i familiari solo a cose avvenute. Una situazione intollerabile, in aperta violazione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. "Amnesty" ha promosso una petizione online per fermare le esecuzioni in Bielorussia (http://www.amnesty.it/). E’ certo che la pena capitale non abbia alcun potere deterrente sul crimine. Più di uno studio e svariate ricerche statistiche lo hanno dimostrato. La pena capitale soddisfa un desiderio di vendetta, rendendo, l’istinto umano, legge.

Chiara Masia

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