Ricordato Nanni Loy al "Centro Sociale Culturale Sardo" di Milano

di Sergio Portas

Come lo sento vicino a me Nanni Loy quando odo raccontare che, adolescente, causa il trauma di aver dovuto lasciare la Sardegna per andare ad abitare a Roma al seguito della famiglia, padre e madre erano ambedue aristocratici: lui Loy- Donà  Delle Rose, lei Sanjust, aveva contratto una balbuzie che gli rimase per tutta la vita. Ce lo dice Patrizia Carrano, che è narratrice di parecchi libri e  giornalista cinematografica, e per tredici anni, dagli inizi del’70, fu la sua compagna di vita. Poi si lasciarono, con grande dolore di entrambi, anche se fu lei ad andarsene dopo quella che si può definire  una evoluzione sentimentale che doveva scontare i venti anni d’età che li separavano. E’ qui a Milano, all’Umanitaria, per introdurre il film-documentario: Nanni Loy, regista per caso, dei cagliaritani Stefano Porru e Carmen Giordano che sono presenti anch’essi ma vengono subissati dalla personalità e dalla verve narrativa della Carrano, che è dotata di un fascino indiscutibile e di una voce impostata dalle calde sonorità fascinatrici. Di lui, Nanni, lei dice che era un sardo alto e con gli occhi celesti, con una capigliatura a cespuglio, un vero "montanaro". Tenace, come spesso sono gli isolani nostri connazionali. Il padre avvocato se lo portava in studio, ancora bimbo, per insegnarli il latino, quando le spiagge del Poetto di Cagliari non erano state ancora incenerite dalla balordaggine di oscuri assessori: fatto sta che a nove anni il piccolo Loy sapeva parlare in latino, cosa che gli servì  da lasciapassare quando dovette affrontare le scuole romane. Così diversamente popolate da quelle della Cagliari del 1936, lui era nato undici anni prima. E avrebbe voluto studiare filosofia, ma sempre babbo suo ne voleva fare un avvocato, e così fu, magari mediando per una tesi in filosofia del diritto. E fu regista per caso, seppure appassionato di cinema da sempre. Anzi proprio questa passione gli fece dimenticare la sua timidezza  approcciando Luigi Zampa, durante la  proiezione della sua "Onorevole Angelina". Questi lo spedì letteralmente al Centro sperimentale di cinematografia e, dopo i due anni regolamentari, Nanni Loy tornò con Zampa a fargli da vice-regista nel film "Le mani sulla città" con Amedeo Nazzari. La Carrano lo incrocia nel’70 dopo che aveva girato "il padre di famiglia", che doveva fare Totò se non fosse deceduto e al suo posto venne Ugo Tognazzi. Il film era stato accolto molto male a Venezia anche se Antonio Cederna che allora scriveva pagine profetiche su quello che sarebbe stato chiamato "sacco di Roma" da parte dei palazzinari che imperversavano nell’agro romano, ne parlò come di un "C’eravamo tanto amati" ante litteram. Una satira molto puntuale dei mali che il nostro paese si porta dentro da sempre. Aveva schivato l’Oscar con "Le quattro giornate di Napoli" (non vinse per due miserabili voti) e aveva allora rifiutato uno di quei contratti alla "Warner" che ti sistemano per tutta la vita ( economica). Era il 1962. Allora, come a scusarsi di tanta iattanza ebbe a dire:" A me interessa fare film attraverso i quali si denunci la carenza di certi valori della società italiana, valori come la solidarietà, lo spirito di sacrificio, l’altruismo, quei valori che si possono definire  civici o anche nazionali nel senso di una mutua comprensione di una stretta unione spirituale fra i membri di una stessa società nazionale". Il film -documentario ripercorre attraverso spezzoni d’archivio e testimonianze di persone che hanno lavorato con lui, amici, parenti, sua figlia Caterina, il percorso umano e professionale  di una persona assolutamente speciale. Che paradossalmente era più fiero del successo televisivo ottenuto da "specchio segreto", la prima vera "candid camera" che si fosse vista alla televisione italiana, piuttosto che dalla sua filmografia, incredibilmente di qualità, a scorrere titolo per titolo. Quasi che la famosa battuta :"Scusi posso fare la zuppetta?" che fece scompisciare dalle risate milioni di italiani potesse assurgere a culmine della sua poetica. Ma Nanni Loy è regista capace di dirigere il meglio degli attori italiani del periodo, si può dire che ebbe un sodalizio speciale con Nino Manfredi, indimenticabile personaggio  edoardiano (De Filippo)in quel piccolo capolavoro che è "Caffè express". E poi Sordi, Tognazzi, Gian Maria Volontè. Con Giancarlo Giannini lavorò a Napoli, che fu la sua vera città d’adozione, nell’indimenticabile "Mi manda Picone", che a rivederlo oggi, in tempi di Gomorra, ci dà uno spaccato fedele di quanto si sia imbarbarita la società napoletana tutta, e a seguito quella nazionale. Si sentiva un meridionale, Nanni Loy, quando ritornava in Sardegna, presto ne aveva la voglia di fuggirne. Si era autoeletto cittadino onorario di Napoli. Città alla quale dedicò gli ultimi lungometraggi: "Scugnizzi" e "Pacco, doppio pacco e contropaccotto".  E’ stato per vocazione uno sperimentale, dice sempre la Carrano, bravo a fare film con vocazioni corali, bravo a fare "muovere le masse". Nella costruzione di essere regista difettava di cinismo. Era troppo buono. Anche questo lo rendeva persona meravigliosa. In "sistemo l’America e torno", che né Giannini né Manfredi vollero fare, prese a protagonista un allora sconosciuto Paolo Villaggio. Tutto il film è girato negli Stati Uniti, con scene di massa tra le più belle che Loy abbia mai girato. Vi figura il personaggio di Villaggio che anticipa il ragionier Fantozzi che ebbe megagalattico successo più tardi. Lo offrirono  di dirigere anche a Loy, la sua fidanzata gli consigliò di rifiutare. Ma non credo che abbia avuto dei ripensamenti, i film "facili" tipo "L’audace colpo dei soliti ignoti" o "Amici miei anno III", che pure ebbero un successo di pubblico notevolissimo gli fece sempre quasi costretto, perché, in cambio, i produttori gliene permisero altri. Tipo "Detenuto in attesa di giudizio" in cui uno stralunato Alberto Sordi ci ha lasciato una delle sue opere più intense, nella poetica dell’italiano medio stritolato tra le pieghe di una burocrazia usa a essere forte coi deboli e vigliacca coi potenti.  Patrizia Carrano mi esula dal fare domande agli autori, con cui chiacchiero di "Gazzetta" e di editoria sarda più tardi,ci pensa lei a fare l’intervista: per Carmen Giordano si tratta di un film semplice, in cui si è utilizzato il suo sguardo ironico, il suo essere didattico. Pur essendo arrivato per caso a fare il cineasta ha poi approcciato il mestiere con una determinazione assoluta. Non voleva nessuno attorno alla macchina da presa, era puntigliosamente  impegnato a che nulla gli sfuggisse nel set cinematografico. Stefano Porru confessa che, finito il lavoro nel 2005, per un bel po’ se lo sognava di notte. Definisce il film come leggero e pesante nello stesso tempo, calviniano, visto che come attore Loy aveva fatto "Marcovaldo in città". In questo periodo in cui i registi sardi vanno alla grande, ricordarsi che ne abbiamo avuti di quelli che hanno fatto grande la commedia all’italiana è proprio il minimo che si possa
fare. Certo Nanni Loy è un sardo di ritorno, come pure io lo sono, a cui sono state tagliate le radici da piccolo, uno che ha tradito la sua casta (eletto consigliere per il Lazio nel PCI nel 1980), bravissimo giocatore di bridge in grazia del cognome materno poté essere ammesso nei circoli più prestigiosi della capitale, dove si giocavano somme considerevoli, e dove, regolarmente, svuotava le tasche dei nobili romani: classico esempio di  antesignano esproprio proletario.

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