"Save the children": bambini nelle guerre. No alle armi, si all'istruzione.

di Massimiliano Perlato

"Mai più un kalashnikov imbracciato da un bambino, o granate o mine che mietono giovani vittime, ma più scuola e istruzione a tutti i minori che vivono in Paesi in guerra". È con questo messaggio – sostenuto dai dati del rapporto "Bambini e armi. L’istruzione per combattere la guerra" – che Save the Children rilancia la campagna internazionale "Riscriviamo il futuro", avviata 2 anni fa in tutto il mondo con l’obiettivo di portare a scuola e dare un’educazione di qualità a 8 milioni di bambini e bambine che vivono in nazioni colpite o reduci da conflitti armati. L’organizzazione chiede ai governi di "esercitare la massima attenzione e responsabilità nelle esportazioni o acquisto di armi leggere affinché questo commercio non leda i diritti e coinvolga in alcun modo i bambini", nonché "accrescere i finanziamenti all’istruzione, l’unica "arma utile" ad assicurare un futuro di speranza e maggiore benessere a 37 milioni di minori che ancora non possono andare a scuola a causa delle guerre".

Vittime delle guerra

"Siamo orgogliosi di poter dire che stiamo mantenendo gli impegni presi: quasi 6 di questi 8 milioni di bambini oggi hanno un’istruzione grazie a "Riscriviamo il futuro", ha dichiarato Claudio Tesauro, presidente di Save the Children Italia. Ma, ha proseguito, "non possiamo fermarci qui. Bisogna lavorare per rimuovere tutti quei fattori che compromettono gravemente il diritto dei bambini alla protezione e all’istruzione". "Uno di questi – ha chiarito Tesauro – è l’ampia diffusione e disponibilità di armi leggere in Paesi in conflitto armato o reduci da guerre. Armi che finiscono con il danneggiare soprattutto i bambini, contribuendo a creare eserciti di bambini soldato, a ferirne, ucciderne, traumatizzarne migliaia di altri e a fomentare e accrescere le violenze". Si stima che siano almeno 250.000 i minori – di cui il 40% bambine – impiegati in 17 conflitti armati e arruolati in eserciti non governativi in almeno 24 nazioni e territori. Bambini costretti a commettere violenza, ma anche a subirla: negli anni scorsi, almeno 2 milioni sono morti uccisi dal fuoco delle armi leggere e 6 milioni sono stati feriti, resi disabili o hanno subito traumi psicologici, obbligati ad assistere a terribili atti ed episodi di abusi e violenze. Si calcola, poi, che ogni anno siano tra 8.000 e 10.000 le giovani vittime di ordigni esplosivi, in particolare delle mine rimaste sul terreno.

Senza istruzione

Sotto il fuoco delle armi e la violenza delle guerre collassa anche il sistema scolastico: insegnanti uccisi, scuole distrutte o trasformate in caserme, centinaia di migliaia di minori privati di un’istruzione. In Afghanistan, solo la metà dei bambini tra i 7 e i 13 anni frequenta la scuola; in Nepal, i maoisti hanno chiuso 1.000 scuole private e, tra gennaio e agosto 2005, circa 200 insegnanti e 11.800 studenti sono stati rapiti, per essere indottrinati o arruolati nell’esercito ribelle. In Sud Sudan, ci sarebbe bisogno di almeno altre 6.000 classi per accogliere gli alunni e ben l’82% delle bambine in età scolare è ancora escluso dall’istruzione. "La scuola è l’unica arma in grado di offrire a un bambino protezione, un senso di normalità e la prospettiva di un futuro migliore", ha spiegato Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. "È ormai dimostrato, per esempio, che a un aumento dell’1% dell’istruzione femminile corrisponde una crescita del Pil dello 0,37% e che una maggiore scolarizzazione femminile può contribuire a prevenire circa 700.000 contagi da Hiv all’anno. Purtroppo, però, solo un numero esiguo di bambini in nazioni in crisi ed emergenza ha accesso all’istruzione, mentre ha ampio e facile accesso alle armi leggere".

Impegni da prendere

Nel 2007 le nazioni Cafs (Conflict Affected Fragile States – Paesi fragili in stato di guerra) hanno speso 17,8 miliardi di dollari in armamenti, ovvero 3 volte quanto necessario per garantire a tutti i bambini che vivono in tali Paesi di iscriversi e frequentare la scuola primaria. Le importazioni militari, comprese quelle di armi leggere, costituiscono fette consistenti del budget di molti Paesi in conflitto o reduci da guerre. Ugualmente le armi leggere rappresentano una fonte notevole di guadagni per molte altre nazioni, primi fra tutti i Paesi del G8, inclusa l’Italia. "Quello che ci preoccupa molto – ha dichiarato Neri – è che gli otto grandi continuano a fornire armi leggere anche a gruppi e governi che commettono violazioni dei diritti umani, compreso il reclutamento di minori. Nel 2007 risulta che abbiano esportato armi leggere verso almeno 8 Paesi Cafs, contravvenendo ai principali impegni internazionali che vietano l’esportazione di armi verso nazioni che non rispettano i diritti umani". "È una questione di coerenza: i Paesi del G8 non possono dare aiuti in educazione impegnandosi solennemente a garantire questo diritto" e contemporaneamente "esportare armi leggere verso quei Paesi". "Se veramente abbiamo a cuore il futuro dei minori afflitti da guerre, comprese le migliaia di bambini-soldato – ha concluso Neri – bisogna incrementare gli investimenti in educazione e contemporaneamente affrontare il nodo rappresentato dal commercio indiscriminato di armi leggere".

Una risposta a “"Save the children": bambini nelle guerre. No alle armi, si all'istruzione.”

  1. Signor perlato buongiorno, mi auguro che vada tutto bene. Penso sarà molto occupato per il suo matrimonio. La ringrazio per tutto il suo ottimo lavoro che fa per noi sardi lontani. Mi tenga informato quando sarà a New York per il viaggio di nozze. Le auguro una serena santa Pasqua in famiglia

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