Lia Palomba, l'oncologa sassarese che ha stupito gli Stati Uniti d'America

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Una delle telefonate più inattese è giunta dall’ambasciata italiana di Washington, quella al centro del Rock Creek Park. A complimentarsi con Lia Palomba, oncologa sassarese da vent’anni negli States, era l’addetto scientifico Alberto Devoto, un fisico cagliaritano trasferito con successo da tempo nella capitale della politica americana. Letto un articolo a più pagine apparso sul magazine del New York Times, il diplomatico ha elogiato la professionista sarda per aver salvato la vita di un paziente di Pittsburgh colpito prima da un linfoma e poi da un’altra malattia aggressiva, la linfoistiocitosi emofagocitica (Hlh). È bene che a parlare sia la professionista, anche col suo linguaggio scientifico: "Quando ho incontrato il paziente per la prima volta, era estremamente grave e praticamente in fin di vita a causa di una malfunzione del sistema immunitario che aveva provocato, durante i due mesi prima del nostro incontro, una insufficienza di tutti gli organi vitali, dal midollo osseo, al fegato, al rene, al polmone, con conseguenze catastrofiche. Era ricoverato in un altro reparto da quattro settimane ed era stato sottoposto a una serie infinita di esami risultati tutti insufficienti a definire una diagnosi". Avviene il trasferimento nel reparto della dottoressa Palomba: "Mi sono rifiutata di non capire la causa di quella malattia devastante, ho cominciato dal riesaminare la biopsia del midollo e quella epatica e tutti gli esami del sangue e radiologici fatti fino allora. Ho avuto l’intuizione che questa poteva essere Hlh ma per confermarlo dovevo trovare, in almeno una delle biopsie, delle cellule particolari chiamate istiociti che hanno la capacità di divorare le altre cellule, quelle normali, e prendere il sopravvento. Dopo vari tentativi io e il patologo siamo riusciti a trovare nel midollo osseo un paio di istiociti che avevano fagocitato dei globuli rossi: diagnosi confermata. Ho iniziato immediatamente una terapia immunosoppressiva molto potente, e nel giro di pochi giorni tutti i valori di laboratorio sono rientrati nella norma, il paziente ha cominciato a riprendersi e dopo due settimane lo abbiamo potuto dimettere". E oggi? "Dopo un trapianto del midollo effettuato dai miei colleghi, sta bene, è potuto tornare a Pittsburgh da sua moglie e dalla figlia di quattro anni. È stato lui a informare il New York Times, il quale ha inserito l’articolo nella rubrica ‘Medical detectives’ dedicata ai mistery cases, casi complicati. La cosa mi ha ovviamente fatto molto piacere ma mi fa anche sorridere, perché alla diagnosi ci sono arrivata per intuizione, curiosità e perseveranza, non per genialità". Dal giorno dell’articolo giungono molte telefonate da tutti gli Stati Uniti. Lia Palomba è tra quei "sardi di fuori" che ricordano e amano i nuraghi ma vivono felici senza patire l’ossessione-Sardegna. Mamma felice di due figli, Alessandro di 13 e Lucas di 7 anni. Ha sposato un medico, oncologo come lei, Marcel van den Brink, conosciuto vent’anni fa a Pittsburgh, in Pennsylvania dove era arrivata con le prime borse di studio istituite dalla Regione sarda. Master senza neanche la programmazione del back. "Al mio ritorno in Italia (Pavia) il massimo che mi è stato offerto è stato di fare le guardie mediche, il che mi ha ricatapultato di gran corsa negli Stati Uniti". Ed eccola ancora qui, decisa a restare tra Hudson, Brooklyn e Manhattan. "Non tornerò a Sassari. La mia scelta di vita ormai è fatta. Spero di tornare in Sardegna per sei mesi all’anno quando andrò in pensione. Ma sempre che non la deturpino troppo". È una storia tanto comune quanto esemplare quella di Lia Palomba. Perché le vicende di questi sardi di successo cominciano a non essere solo ed esclusivamente l’eccezione. La Sardegna è piccola, l’Italia pure. È meglio viaggiare, conoscere. Dal 1988 al 1990 Lia è borsista a Pittsburgh. Torna a Pavia per ultimare la specializzazione in Ematologia. La tappa successiva – certo patita e sofferta perché Lia è comunque innamorata della Sardegna e di Sassari – si chiama North Carolina, la città è Durham, un tempo ricca di storia mercantile, oggi di ricerca scientifica, è al centro del Research Triangle Park. Frequenta la Duke University come post doctoral fellow. Non basta una laurea, non basta una specializzazione, è necessario consolidare ancora le competenze, cambiare luoghi. Ed eccola nel Massachusetts, a Boston, la città del Mit e della Public Library del 1852. Qui frequenta per tre anni il New England Medical Center, completa una specializzazione in Medicina interna ed infine la specializzazione in Oncologia allo Sloan-Kettering di New York.

 

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