Osservare la natura sarda in tutte le stagioni: l'entroterra come acre poesia

di Domenico Ruju

 

La prima impressione è di un’armoniosa dolcezza di curve, tanto che, vista dall’alto, la costa fa mostra di una pendenza uniforme, comoda e poco inclinata. Così non è, e sarà sufficiente scendere di quota perché la complessità di questo straordinario anfiteatro naturale appaia nella sua interezza. Il progressivo declinare prende avvio dal lontano Supramonte, la mitica montagna della Sardegna centro orientale, di cui conserva la stessa copertura calcarea giurassica e con cui ha evidenti analogie paesaggistiche, tanto da essere considerata la naturale propaggine marina. Il paesaggio è aspro, spesso interrotto da dirupi bruschi, forre ampie che celano minuscole vallette, ampi terrazzamenti impietosamente frastagliati, arcate sontuosamente orlate di vegetazione, che forano pareti affilate. Acque e vento hanno lavorato senza risparmio, curando sia i particolari minimi, sia gli scenari più grandiosi. Così i campi carreggiati, mirabile sintesi dell’opera di scavo operata dal ruscellamento tra pendenze di infima diversità, rievocano, in minuscole porzioni di roccia, singolari paesaggi montani in miniatura, impreziositi a volte da incredibili ginepri "bonsai" che spuntano in fessure da niente. Per contro, scorrendo impetuosa tra le varie linee di faglia, l’acqua ha inciso violentemente la roccia, aprendosi varchi stretti e tortuosi. Sono le "codule", vistose cicatrici che intagliano profondamente la montagna e che palcano il tormentoso percorso in quiete calette. Cale di stupefacente bellezza, sospese tra sogno e realtà. Alcune ciottolose, altre di sabbia finissima, scevre da impurità. "Ispuligi de nie", si chiama una di loro, e vuol dire "pulci di neve" con indovinato rimando all’abbacinante candore della neve. Oppure "Cala Ilune", oggi Cala Luna, felice gemellaggio con la forma e la suggestione della luna. Ma anche, e allora la suggestione si fa estrema, Cala Mariolu, dove la foca monca "mariuola", rubava i pesci ai ponzesi, antichi pionieri della pesca in queste acque. Cale indifese, premurosamente protette però da una falesia imponente, brusca e precipite, frontiera ultima tra la montagna e il mare. E’ interrata anche, la falesia, da lingue di firodi sinuosi, dove l’acqua è cheta anche quando fuori è burrasca. Perché in questo mare, d’inverno accade spesso che il grecale e lo scirocco ed anche la tramontana gonfino le acque scatenando tempeste furiose che scaraventano onde altissime, ribollenti di schiuma lattiginosa, a frustare selvaggiamente la roccia. Nell’entroterra costiero, inaccessibili spianate rocciose, chiuse dalle fratture del calcare più imponenti, hanno consentito la sopravvivenza di microcosmi forestali, atavici di aspetto e di età. Anche qui, infatti, nonostante le asperità dell’ambiente, la scure del boscaiolo e dei carbonari ha inferto ferite letali all’uniformità boschiva che ammantava la costa. In quelle vallette nascoste, però, lecci altissimi si stringono l’un l’altro, compattando le fronde e consentendo l’accesso solo a singoli, furtivi raggi di sole. E’ faticoso accedere a quest’ombra perpetua; poi si avanza stupiti sul soffice e pastoso cumolo uniforme di foglie mutanti in humus, accompagnati dalla "razionale illusione" di pensarsi i primi officianti in quel tempio estraneo alla dimensione temporale. Altrove sulla costa è il regno del ginepro fenicio, che spesso si sporge dalla roccia per stagliarsi vanitoso sul mare, di rosmarini aromatici, di ruvidi olivastri, anche di dimensioni considerevoli, dei verdeggianti macchioni di lentischio e di giganteschi corbezzoli arborei. Angoli reconditi ospitano vetusti tassi. E poi annosi carrubi, delicati ornielli, drappelli di terebinti, e le ginestre dell’Etna, anonime tutto l’anno salvo poi prorompere nel giallo esuberante della fioritura estiva. Appena inizia la primavera, quale tripudio di verdi, gialli, arancio, ruggine, rossi allo sbocciare dell’euforbia che infiocca per intero la costa. Cui fa riscontro, nei mesi estivi, l’ordinato rosa degli oleandri che misto al viola degli agnocasti drappeggia il percorso delle codule sinanco alle anse più anguste. Ancora la primavera ingentilisce e colora i precipizi con l’ambra dorato della ferula e del ginestrone spinoso, il candore del pancrazio e dell’asfodelo, il rosa dei cisti e della lovatera. E le orchidee. Tante, e deliziose e nascoste! Per chi le sa cercare, il campionario è vario. Che superba esibizione di voli, planate placide, vigorose battute d’ala, catture cruente, attese pigre, farcita da roche grida e imperiosi richiami doveva tenersi, dall’alba al tramonto, lungo la costa. Nella traboccante fiera dei rapaci l’iraconda aquila di mare aveva il nido in vista di quello del falco pescatore, e tutt’intorno incrociavano il falco pellegrino con quello della regina, il gheppio e la poiana. E poi lo sparviero e l’astore, l’aquila reale e quella del Bonelli, l’avvoltoio grifone insieme al monaco cui spesso si univa, in armoniosa danza aerea, l’inimitabile gipeto. L’incanto verrà spezzato dalle ragioni solite che hanno sterminato i predatori nel resto d’Europa, aggravate dall’uso metodico delle esche avvelenate e dall’abbattimento per fini commerciali, anche su ordinazione, delle specie più preziose. Sono scomparsi così tutti e tre gli avvoltoi, le aquile di mare e del Bonelli e il falco pescatore. I superstiti abitano numerosi ancora qui e, soprattutto durante la sagra annuale della riproduzione del falco della regina, confermano che questa è davvero la costa dei rapaci. Fan da cortigiane a tanta noblesse, altre e numerose specie. La pescosità delle acque attira e trattiene, oltre il gabbiano reale, il gabbiano corso ed entrambe le berte, cormorani e marangoni, cui d’inverno si uniscono affusolate sule. Dal mare arrivano un’infinità di uccelli in migrazione, tra cui spiccano, per moltitudini i tordi e i colombacci. L’inospitalità tranquilla dei contrafforti e delle codule cela scontrosi cinghiali, volpi e gatti selvatici, inattese pernici, donnole e topi quercini, martore e ghiri. Il torrente che d’inverno percorre la Codula Luna è impreziosito dalla trota sarda; all’arrivo dell’estate però un’enorme quantità di trote finirà per morire nelle pozze, sempre più piccole, dove le avrà sorprese la puntuale siccità. Il piccolo stagno terminale della codula è frequentato da garzette e dagli aironi cenerini a caccia delle grosse anguille che si nascondono nel meandro di radici degli oleandri e degli ontani. Infine il muflone. Scampato al baratro dell’estinzione, in cui pareva ineludibile dovesse sprofondare, si propone per incontri d’alta emozione  là dove le codule si frammentano in diramazioni strette e anguste, in perfetto agio su terrazzine e cenge solo a lui note. E tuttavia, fra tanto ribollire di vita, è l’illusione di un incontro a turbare l’animo del visitatore. Che scruterà trepidamente l’acqua e le cale, speranzoso di scorgervi un profilo scuro, vagamente canino e baffuto. E’ la rivincita della foca monaca, che popola ogni cantuccio del golfo col fantasma e col rimpianto di un’antica presenza. Definire la costa incantevole, dunque, è solo un dovuto riconoscimento. Prevedibile, quindi, che essa sia meta obbligata per una sempre crescente quantità di visitatori. Tutti vorrebbero conoscerla "così com’è". Ma è proprio questa montante marea d’interesse che rischia di compromettere gli equilibri più delicati. Soprattutto a causa dell’altissima concentrazione
delle presenze in un tempo ristrettissimo: qualche settimana di luglio ed il mese di agosto conoscono vere e proprie situazioni d’ingorgo di persone e di natanti. Cala Luna, "riminizzata" con punte di 10mila presenze giornaliere è un assurdo che banalizza, tra l’altro, il piacere della scoperta. La costa tutta merita ben altra sorte. A questo punto, due paiono le assulute priorità. La prima è che a nessuno può essere impedita la visita del golfo e delle sue cale. La seconda è una logica conseguenza della prima, e impone un’organizzazione disciplinata delle visite, prevedendo, nel caso, anche il numero chiuso. L’apparente antinomia è risolvibile incrementando e incentivando le occasioni "fuori stagione", che, oltre tutto, consentirebbero di godere lo splendore della costa in primavera o durante la languida quiete autunnale.

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