Intervista a Filippo Soggiu, da diversi anni ai vertici dell'emigrazione sarda organizzata in Italia

di Massimiliano Perlato

Filippo Soggiu, originario di Buddusò, è uno dei personaggi di spicco dell’emigrazione sarda in Italia. Ha lasciato l’isola da più di 50 anni e da allora si è sempre impegnato per la migrazione organizzata. E’ stato per diverso anni presidente della FASI. Le lotte per ottenere agevolazioni nei trasporti da e per l’isola, rimangono anche oggi che ha superato gli 80 anni di età, il suo cavallo di battaglia

Carissimo Filippo.. ogni volta tornare in Sardegna è come se fosse la prima volta.. Le stesse sensazioni, le stesse emozioni …

Ogni volta che torniamo aspettiamo con ansia il momento dello sbarco, ogni volta ci coglie questo sentimento, che si scioglie poi nel sollievo, sentendo sotto i piedi la nostra terra. Nel momento della partenza, invece, il magone ci assale. Figuriamoci com’era un tempo, quando "zumpare su mare!" era un fatto eccezionale, un salto verso l’ignoto. E’ un timore antico, da isolani, che ci portiamo dentro. Un timore che è diventato paura e dolore per centinaia di migliaia di persone in questo dopoguerra, quando hanno preso la strada dell’emigrazione. Migliaia di storie: ognuno ha i suoi ricordi, la sua personale esperienza. La maggior parte per un drammatico bisogno di lavoro, altri per spirito di cambiamento e di avventura; molti per l’una e per l’altra cosa insieme. Allora partiamo dalla memoria, dal ricordo e dal dolore. Rendiamo giustizia prima di tutto a quanti si sono sacrificati; giudichiamo anche la nostra storia con spirito critico, ma positivo. Dobbiamo fare un bilancio di questa stagione, durata 60 anni, che è ormai alle nostre spalle, vedendo aspetti positivi e negativi; i cambiamenti sopravvenuti e le conseguenze; come sono cambiati quelli che sono rimasti e quelli che sono partiti. Oggi, ritorniamo alla nostra terra con stato d’animo sereno. In passato, molti emigrati hanno mischiato sentimenti di amore e sentimenti di rancore. Non era facile, spesso non si avevano neanche l’esperienza, la saggezza o gli strumenti culturali per capire la durezza dei processi storici. Quando si partiva sembrava di essere scacciati, si vedeva una discriminazione rispetto a chi, fortunato, poteva rimanere; ci si sentiva figliastri più che figli, si viveva con terrore lo sradicamento di sentimenti, di abitudini e di affetti. Era dura per chiunque passare da una società agropastorale a modi di vita, costumi cittadini, lavori, ritmi, da civiltà industriale. Quanto era duro emigrare!

Immagino i tanti sardi che lasciavano l’isola soprattutto per varcare l’oceano o disperdersi nei paesi del nord Europa …

Si, soprattutto per chi andava all’estero, perché in più doveva affrontare il problema della lingua. Quante volte abbiamo ricordato quegli emigrati che la domenica andavano nelle piazze della stazione di Francoforte, di Stoccarda, di Liegi, ma anche di Torino per vedere se arrivavano compaesani, se si sentiva l’eco della parlata in sardo. Tutto questo lo conosciamo bene, è nella nostra memoria e anche in quella dei nostri figli, che, pur vivendo altri tempi e altri problemi, hanno sentito riflesse su di loro anche le nostre difficoltà e i nostri sentimenti. Ma è anche con orgoglio che possiamo guardare a questo passato. Possiamo guardare indietro come a una battaglia che è stata vinta. Come tutte le battaglie ha lasciato ferite e ricordi dolorosi. Ma anche una consapevolezza nuova. Noi non vogliamo fermarci alla nostalgia. Non vogliamo mitizzare un periodo che ricordiamo come bello e lontano, perché corrisponde alla nostra giovinezza passata. Noi sappiamo che non tutto era buono e non tutto era bello; soprattutto, molto più dure di oggi erano le condizioni di lavoro e di esistenza.

I tempi, comunque, sono cambiati per tutti. Anche per quelli che sono rimasti nell’isola …

Anche la Sardegna ha fatto, in questi decenni, molti passi avanti, in particolare nelle condizioni materiali di vita della gente. Oggi è cambiato, insieme alle cose, anche il modo di pensare. E’ cambiato persino il modo di andare via dalla Sardegna: i collegamenti, le comunicazioni, il progresso tecnologico cambiano il termine stesso di emigrazione. Noi stessi, vecchia generazione, ci sentiamo sì emigrati, ma anche cittadini delle città dove viviamo, dove rivendichiamo i nostri diritti, dove facciamo il nostro dovere. Ciò è ancora più vero per i giovani. Io sono fiero come sardo, mi onoro di far parte della FASI, con i suoi 70 circoli dei sardi del continente, sono fiero ripeto, per me e per la Sardegna, di avere avuto la massima onorificenza della città di Pavia. Conosciamo i problemi della nostra isola: della disoccupazione, di nuove emarginazioni, del disagio giovanile, della droga, dei cambiamenti troppo rapidi, dei valori che cambiano o che cadono. Se qualcuno ritorna, non è per diritto naturale, ma eventualmente perché ha spirito di iniziativa, professionalità e risparmi per iniziare lì una attività. Così è, e non potrebbe essere diversamente. Solo con questa reciproca consapevolezza dei cambiamenti avvenuti di qua e di là dal mare possiamo iniziare un confronto per capire che cosa vogliamo e cosa possiamo fare insieme.

Che futuro per i circoli dei sardi emigrati, Filippo?

Molti dei pionieri dei circoli hanno poco più o poco meno della mia età. A loro va un ringraziamento grande per tutto ciò che hanno saputo creare; senza i vecchi pionieri oggi noi non saremmo potuti essere qui. A quelli che hanno lavorato con me, in maniera unitaria, agli amici dell’esecutivo nazionale, e a tutti i dirigenti dei circoli, il merito più grande che voglio riconoscere è proprio quello di aver fatto un grande sforzo per guardare avanti, al futuro. Questo gruppo dirigente si è chiesto: ha senso il mantenimento della nostra identità di sardi? Hanno senso i nostri circoli? Continueranno
ad averlo in futuro? Ci siamo detti che un futuro ci sarà, se ci crederà anche la Sardegna, se avremo degli interlocutori. Bisogna verificare se esistono le condizioni necessarie per costruire un nuovo rapporto con le istituzioni sarde, con la società sarda nel suo complesso. Bisogna darci compiti nuovi. Bisogna verificare la rispondenza dei nostri obiettivi ai bisogni, alle priorità che vi date in Sardegna.

Alla domanda sul perché i giovani dovrebbero frequentare i nostri circoli non è facile rispondere, anche perché il salto generazionale oggi non è solo un fatto anagrafico. E’ che questi giovani sono cresciuti in un mondo che è cambiato troppo rapidamente. Mentre i primi emigrati andavano in fabbrica o in ufficio, le nuove generazioni vanno a scuola diplomandosi e laureandosi. Di conseguenza on individuano nel circolo sardo un luogo dove impegnare il proprio tempo. Il loro è un approccio diverso con quello che può essere l’attività di un circolo …

Abbiamo fatto un grande sforzo per aprire ai giovani. Siamo consapevoli che, senza di loro, dopo un periodo più o meno breve, si andrebbe all’esaurimento di questa grande esperienza, di questo grande movimento. Lo stesso ragionamento stanno facendo già alcune Federazioni europee. Vogliamo parlare ai giovani di 20 e di 30 anni, senza il velo della nostalgia; ma anche senza dimenticare! conservando la memoria storica, mettendo a frutto l’esperienza, conservando i valori fondamentali della solidarietà e della fratellanza, dell’associazionismo democratico, della giustizia sociale, degli ideali di emancipazione dalla povertà e dai bisogni, per il miglioramento sociale e culturale. Partendo da ciò, però, bisogna dare delle prospettive. E la prospettiva non può che essere il riconoscimento che i sardi nel mondo sono una risorsa oggi e potranno esserlo in futuro, se questo movimento continuerà a lavorare e sarà rafforzato dai giovani di adesso, da quelli che verranno e dai figli, cioè dai sardi di seconda e di terza generazione, se saremo riusciti a mantenere vivo un sentimento di sardità, un legame culturale con la Sardegna. Questa è la scommessa sul futuro. La rilettura della storia va fatta anche in questo senso: l’emigrazione non è stata solo un dramma, ma anche un veicolo di modernizzazione e di progresso civile: per se stessi e per la Sardegna. Gli emigrati, da un punto di vista culturale, sono stati un importantissimo canale di scambio di esperienze, di collegamento col mondo; sono stati il primo strumento di conoscenza, prima ancora della Costa Smeralda e della televisione, il primo veicolo di informazione, di promozione della Sardegna. Sono stati fattore importante di sviluppo, prima con le loro rimesse, veicolando risparmi per miliardi e miliardi, poi attraverso il rientro di molti, che hanno portato nuove competenze, mestieri, professionalità. E quelli che sono rimasti fuori Sardegna, una grandissima parte, si sono inseriti nelle regioni d’Italia o d’Europa dove si sono insediati; hanno appreso la difficile arte del confronto, si sono integrati, hanno migliorato le loro condizioni di vita, hanno contribuito con il loro lavoro, la volontà, l’intelligenza allo sviluppo di quelle regioni, sono diventati protagonisti in piccolo o talvolta in grande, di quelle società; sono riconosciuti, possiamo dirlo con orgoglio, come protagonisti di quello sviluppo, spesso anche dai più malevoli e dai più diffidenti. Insieme a tutto ciò, straordinariamente, hanno saputo mantenere le loro radici, la loro cultura, i loro valori positivi. Questo senza idealizzazioni; sappiamo che non tutti sono riusciti nell’impresa di migliorare; esistono ancora nel mondo fasce di marginalità per i sardi emigrati. E la Regione deve pensare anche a quelli con una politica specifica di aiuto e di assistenza. Ma se facciamo un bilancio complessivo possiamo dire che i sardi fuori Sardegna, in questi 60 anni, sono una realtà positiva e importante. Una realtà forte, con una notevole organizzazione. Possiamo ben dire questo con 70 circoli in Italia. E’ un fatto che trova pochi altri esempi nel mondo, di comunità così coese e organizzate, pur essendo in generale ben inserite e integrate.

Che Sardegna si può osservare, con gli occhi di un emigrato, vivendo lontano dall’isola?

L’immagine della Sardegna oggi, vista da fuori, ha due facce: una quella del mare, della vacanza, dell’ospitalità, delle bellezze naturali. L’altra faccia è quella crisaiola della rissosità delle forze politiche, dei finanziamenti impegnati e non spesi, della scarsa capacità a usare i finanziamenti europei, dei ritardi o delle mancate risposte, positive o negative che siano, ai problemi posti dagli imprenditori. Ci colpisce negativamente una rassegnazione e un immobilismo soprattutto nei giovani, un’attesa passiva del posto di lavoro e dell’impiego. Noi pensiamo che questo problema di fondo deve essere risolto dallo sviluppo, dalle risorse finanziarie ben spese. Ma pensiamo anche, per l’esperienza che abbiamo visto, vissuto direttamente in questi decenni, che lo sviluppo dipende in primo luogo dalla gente, dal suo spirito di iniziativa, dalla sua creatività, dalla voglia di migliorare. Il problema della disoccupazione giovanile non è solo sardo, riguarda anche i nostri figli e nipoti, riguarda l’Italia e l’Europa. E tuttavia sentiamo come pericoloso il senso di rassegnazione, di passività e di attesa. Voglio qui azzardare una provocazione personale: noi eravamo poveri, disoccupati e abbiamo sofferto nell’andar via. Ma non siamo stati fermi, abbiamo osato. Ai giovani di Sardegna dico che per stare senza far niente è meglio andar via, magari temporaneamente, per imparare un mestiere, e poi tornare per intraprendere, per creare imprese e lavoro. Non c’è niente di peggio che stare in attesa del posto pubblico.

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