Una ricerca all'Università di Amstersam analizza il capitalismo dei pastori in Sardegna

di Giacomo Mameli

 

Pastori capitalisti? Certo. Il capitale del gregge. Il capitale della terra. Il capitale, nei paesi d’origine, delle abitazioni, quasi sempre imponenti, minimo quattro piani. E può essere una prima lettura. E poi? Sì, siamo stati una terra di pastori ma non sappiamo tutto, non abbiamo una Treccani né dei pastori né del pastoralismo. O, almeno, non ne conosciamo tutti gli aspetti, in tutte le discipline. Perché se è vero che esistono "ricerche ottime sotto la lente sociologia, antropologica o anche economica" sono per esempio "quasi del tutto assenti gli studi archeologici". Com’era l’ovile nell’antichità? Che cosa ci resta? Poco a nulla. C’è una ragione precisa: "È facile indagare sull’oggi, è difficile studiare la pastorizia del passato". Un esempio concreto, calato nella realtà di una dei villaggi pastorali per eccellenza: "Sebbene esistano meritevoli ricerche etnografiche e storiche sia su Fonni che su altre comunità rurali, studi archeologici dei paesaggi di età tardo-moderna e contemporanea mancano in Sardegna. Al contrario di quanto avviene nel mondo anglosassone e nelle sue ex colonie, si può affermare che non solo in Sardegna, ma in genere nel Mediterraneo, non esiste una vera tradizione di analisi archeologiche sui paesaggi di periodo grosso modo posteriori al XV secolo con poche recenti eccezioni particolarmente in Grecia". Ma emergono "stimolanti modelli materiali di varia durata" riconducibili alle classificazioni che erano state proposte dall’eminente storico francese Fernand Braudel, quello di "Les Annales" per il quale "l’apparenza arcaica e la storia quasi immutabile della Sardegna" era legata "alla funzione del carattere montagnoso di quest’isola, privilegiando in tal modo i fattori fisici rispetto a quelli sociali". E ancora "l’economia transumante" dal Gennargentu all’Oristanese, l’uso delle terre pubbliche e delle strade, i diritti comunitari e la proprietà terriera privata, l’uso del tempo ("cronologia archeologica"), le società contadine e i modi di produzione durante il fascismo, studi approfonditi (Giulio Angioni, Giannetta Murru Corriga, Franco Lai, Carlo Maxia, Gian Giacomo Ortu) o la "scarsa letteratura e informazione sulle erbe come nutrimento delle greggi". Una mancanza in parte colmata col volume "Paesaggi pastorali" di Antoon Cornelis Mientjes, etnoarcheologo olandese che ha pubblicato – ampliandola – la sua tesi di laurea all’università di Leiden, 70 chilometri da Amsterdam, 258 pagine patinate, copertina cartonata nera, 88 tra immagini e cartine, euro 40, editore Cuec. Tesi scritta in inglese e tradotta da una studiosa sarda, Maria Beatrice Annis, oristanese. Sottotitolo: "Studio etnoantropologico sul pastoralismo in Sardegna". Volume stampato con il contributo della Fondazione Banco di Sardegna, della Nwo (l’organizzazione olandese per la Ricerca scientifica) e della Vrije Universiteit (l’Università di Amsterdam. Un volume ricco di spunti, rivelatore di aspetti talvolta sconosciuti. Fonni paese? "Fonni – si legge – può essere classificata come agro-città, come del resto la maggior parte dei villaggi della Sardegna rurale". Perché? Per la struttura abitativa, urbanistica, per la "ricchezza e l’imponenza"delle sue abitazioni che "non sono come quelle più modeste dei contadini". Succede a Fonni, così come a Gavoi, a Orgosolo, a Desulo, ad Arzana, a Villagrande, a Siliqua, a Oschiri e Pattada, dovunque operano importanti comunità pastorali. Palazzi minimo a quattro-cinque piani, case costose, marmi e basalti, caminetti rivestiti di rame, scantinati-residence, lusso spesso ostentato e frequentemente in contrasto con lo squallore degli esterni.
Mientjes non bada a questi aspetti. Il suo è uno studio approfondito sulle strutture abitative del passato anche per denunciare "la scarsa conoscenza delle caratteristiche materiali e sociali di questo tipo di economia", fatto che ha "concorso a causare l’insufficiente attenzione tributata dagli archeologi al fenomeno del pastoralismo nell’antichità". Lo studioso si interessa alla Sardegna frequentando, in Olanda, la professoressa Annis. Lei si occupava della ceramica soprattutto nell’area di Cornus, presso Cuglieri. Scatta un progetto di ricerca per il Campidano occidentale, il tema è quello dell’archeologia del paesaggio. Mientjes partecipa come studente. Lui viene dal liceo classico "San Martino" di Maastricht, sì la città del Trattato del 1992, quella sulla Mosa. Si laurea in Lettere, specializzazione in Archeologia. "Mi accorgo subito del peso del pastoralismo nell’economia della Sardegna, soprattutto sull’uso del territorio. Sono gli anni 95-96. Vengo in Sardegna, frequento Giulio Angioni, la Corriga, leggo "La Giara degli uomini" di Franco Lai. E mi accorgo che, a fronte di questi studiosi magistrali, manca uno studio archeologico del paesaggio pastorale". Ed eccolo in Sardegna. Prima tappa la Marmilla contadina e poi Fonni. "A Siddi, a Gesturi c’erano e ci sono gli spazi per gli strumenti di lavoro dei contadini, a Fonni non ci sono gli strumenti d’uso pastorale. Vedo due mondi diversi". Leggiamo sulle "pratiche rurali in un contesto storico", pagina 206: "I pastori sono diventati sempre più individualisti ed escogitano strategie per competere con altre famiglie nel possesso di terre e bestiame. Essi tendono a massimizzare la produzione e a minimizzare i costi con le conseguenze di una accumulazione capitalistica". Lo fanno con i recinti per la mungitura, con le case, i cancelli, le strutture rurali, l’uso di porte di tutti i tipi. Ancora: "Il fatto che oggi i servi pastori ricevano solo denaro per il loro lavoro precario e non come una volta un contratto annuale e piccole parti del gregge, indica uno sviluppo capitalistico del modo di produzione e anche che tutti i mezzi per produrre vengono tenuti strettamente entro la famiglia. Si è insomma interrotto il flusso di capitale animale, a Fonni la gerarchia socioeconomica è diventata più rigida". Perché questo avviene dopo la seconda guerra mondiale e non prima? Mientjes fa ricerca sul campo, dà risposte ragionate. Esamina il ruolo delle donne, studia l’editto delle chiudende, i mille tipi di recinzioni, "l’uso che fa il pastore delle culture materiali, sia che si trattai di una macchina arrugginita e della carcassa di un freezer". E il futuro della pastorizia? "Sono un archeologo, studio il passato, ho indagato sullo sviluppo dell’insediamento rurale dal Neolitico Antico all’Alto Medioevo. Certo è che la Sardegna ha un patrimonio zootecnico eccessivo, la terra non riesce a sostenerlo". Perché un’opera in inglese, voluta da un ateneo olandese viene pubblicata in Sardegna? "Per una scelta mia e della mia università. La Cuec è profondamente legata all’università di Cagliari, ci ha fornito ottimo materiale scientifico anche contemporaneo, aggiornatissimo, ha una collana University Press. L’intervento della Fondazione del Banco di Sardegna è stato importante, la traduttrice era felice di lavorare per la sua terra. Ho scritto in inglese anche perché facevo la tesi di dottorato in Galles, a Lampeter. Stamparlo con una casa editrice sarda è stato per noi naturale". Prossime tappe? "Adesso stiamo studiando la Sicilia, la zona di Enna. Poi in Puglia. Ma terremo base in Sardegna,
perché nel mondo pastorale c’è ancora tanto da scoprire".

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