Cos'è l'Uranio Impoverito? Scopriamo il mostro che se penetra nel corpo umano, diventa devastante

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Con il termine uranio impoverito s’intendono due composti abbastanza diversi tra loro. In natura troviamo raramente dell’uranio altamente radioattivo, detto U235, mentre è molto diffuso l’uranio U238, poco radioattivo. Normalmente solo lo 0,7% è U235, mentre il 99,3% è U238. Nelle centrali nucleari e per costruire ordigni bellici serve uranio altamente radioattivo, quindi l’uranio naturale viene artificialmente trattato per trasformarlo in U235; in questo modo si ottiene l’uranio arricchito. Questo uranio viene raffinato, estraendo tutto l’U235 possibile e quello che resta si chiama uranio impoverito. In questo caso, dalle industrie di produzione di combustibile d’uranio, si ottiene uno scarto quasi totalmente composto da U238; non è però questo l’uranio impoverito usato nei proiettili. Le centrali nucleari ricevono l’U235 e lo sfruttano, finché possono; quando la reazione a catena viene interrotta, si cambia l’uranio sfruttato, che è paragonabile ad un rifiuto come la cenere in una stufa a legna, e che viene detto ancora uranio impoverito. Quello usato nei proiettili. Però questo uranio contiene molte cose in più rispetto a prima: prevalentemente sarà sempre fatto da U238, ma si troverà ancora dell’U235, assieme a tracce di Plutonio e di altri composti formatisi durante la combustione nucleare.

Quanto costa l’uranio impoverito?

Essendo un materiale di risulta, e per giunta radioattivo, l’uranio impoverito rappresenta un problema per le centrali nucleari, che non sanno come fare a smaltirlo. Questo materiale quindi non vale nulla, anzi le aziende che lo producono come scarto sono disposte a pagare chiunque voglia andare a prenderselo.
Quanto uranio impoverito esiste oggi?

Da fonti autorevoli è stato calcolato che in questi pochi anni di funzionamento delle centrali nucleari abbiamo già accumulato oltre un chilo a testa di uranio impoverito, che nessuno sa come smaltire. Si tratta di 6 milioni di tonnellate di uranio, prevalentemente depositato nei paesi dell’Est, ma anche l’Unione Europea ha la sua parte, oltre 300.000 tonnellate. Questo uranio è conservato come esafloruro, gassoso, in bidoni spesso lasciati colpevolmente all’aria aperta.

Per quanto tempo dura la radioattività?

La vita di un materiale radioattivo cambia in funzione della sua composizione. In fisica si usa stabilire il tempo che un materiale radioattivo impiega per dimezzare la sua radioattività: per l’uranio impoverito questo tempo è circa 4,5 miliardi di anni.

Perché si usa l’uranio impoverito nei proiettili?

L’uranio impoverito è un metallo duttile e malleabile, che si ossida facilmente, e che presenta due caratteristiche molto interessanti per gli impieghi militari, oltre a non costare nulla: la sua densità è molto elevata, quindi a parità d’ingombro risulta molto più pesante di altre leghe. Quando si scontra con altri metalli, come l’acciaio delle corazze dei carri armati, si arroventa immediatamente, come la testa di uno zolfanello e si squama progressivamente, trasformando la parte superficiale in polvere finissima. Da quanto detto deriva che un proiettile la cui ogiva è in uranio impoverito, rispetto ad uno tradizionale avrà molta più capacità di penetrazione, perforando anche ampie lastre di acciaio ed inoltre, una volta entrato, provocherà un incendio che potrà far esplodere la carica stivata nel retro del proiettile. In questo modo si ottiene un ordigno anticarro o antibunker senza paragoni quanto ad efficacia.

Che danni all’uomo provoca l’uranio impoverito?

Essendo la radioattività molto bassa ed essendo le radiazioni principalmente di tipo alfa, sino a che l’uranio resta all’esterno del corpo umano non risulta particolarmente nocivo. Al contrario, se l’uranio riesce a penetrare nel corpo umano, la sua nocività è molto elevata: questa polverina, formata da particelle cento volte più piccole di un normale granello di sabbia, si fissa nelle ossa, in particolare lungo la colonna, e bombarda il midollo e le aree circostanti. Qualora la dose sia elevata, si può arrivare anche a tumori o leucemie, ma normalmente il danno più diffuso sono le continue mutazioni genetiche. L’esito di tali mutazioni non è detto che sia immediatamente riscontrabile in coloro che hanno assorbito l’uranio, almeno senza particolari analisi, ma è più facile che si renda visibile nelle generazioni successive.

Come ci si può proteggere?

Come già detto, il problema si risolve evitando che l’uranio entri nell’organismo. Questo può entrare in circolo o attraverso le vie respiratorie o attraverso la bocca, sotto forma di bevande, cibo o contatto con corpi contaminati, quali le stesse mani. Quindi bisognerebbe essere dotati di opportune tute e maschere protettive, non toccare i proiettili, loro frammenti o loro bersagli colpiti, bisognerebbe evitare di sollevare la polvere, di accendere fuochi, bisognerebbe lavarsi le mani spesso ed essere sempre certi della qualità delle bevande e dei cibi ingeriti. Tutte precauzioni difficili da osservare in zone di guerra.           

Quanto si può diffondere l’uranio impoverito?

Nel 1979 la National Lead Industries di Colonie (New York), costruttrice di pallottole ad uranio impoverito, che rilasciava nell’aria involontariamente della polvere di uranio durante il suo processo di fabbricazione, riempì 16 filtri d’aria del Knoll
s Atomic Power Lab. di Schenectady, che poi le fece causa per danni, a circa 45 Km di distanza. Tutto questo senza che vi fossero state esplosioni o incendi. Gli esperti calcolano che in pianura e in presenza di vento, a seguito di un incendio tipo quelli normalmente verificati quando viene colpito un carroarmato, la propagazione può estendersi sino a 1.000 Km dal luogo di origine.

Come si possono decontaminare le aree colpite?

La decontaminazione è impossibile, per ragioni di costo. Lo stabilimento della Starmet a Concord, nel Massachusetts, che faceva penetratori a uranio impoverito, per un incidente contaminò il suolo e le acque circostanti. Nell’ottobre 1997 iniziò un programma di decontaminazione di un territorio abbastanza limitato, con un preventivo di spesa di circa 6,5 milioni di dollari. Ben presto ci si rese conto che la spesa sarebbe stata molto più elevata, quindi il programma venne abbandonato.

I proiettili all’uranio impoverito possono far parte delle armi non convenzionali?

Gli spinosi aspetti legati alla nomenclatura sono di pertinenza del Legislatore, tuttavia, come spesso accade, anche le migliori intenzioni del legislatore possono essere facilmente eluse ed ignorate per decenni. Esiste, ad esempio, una convenzione internazionale che obbliga gli eserciti regolari ad utilizzare proiettili "incamiciati" con rame. Questo per evitare, ad esempio, che l’utilizzo di proiettili esplosivi possa generare gravi ed inutili mutilazioni. Come prevede tale convenzione internazionale, in genere gli eserciti regolari utilizzano munizioni blindate ma che, per la loro particolare conformazione, presentano il baricentro spostato verso la parte posteriore. Questo implica una corretta traiettoria nella linea di volo ma, il proiettile, raggiunto il bersaglio e penetratovi per uno o due centimetri, inizia i suoi cicli di ribaltamento su se stesso provocando lacerazioni larghe quanto la sua lunghezza, con conseguente morte per emorragia interna nella quasi totalità dei casi di ferimento anche in organi non vitali. Con tali proiettili non si viola alcuna convenzione internazionale. Tuttavia essi presentano effetti di balistica terminale analoghi a quelli di molti altri vietati dalle convenzioni internazionali.

Si parla di decessi, insorgenze violente di leucemie, dovuti ad armi chimiche che possono scatenare malattie mortali a breve o lunga scadenza. Se l’uranio non è direttamente colpevole, quali sono gli altri componenti a rischio?

Lo si può spiegare rivedendo la metodologia operativa bellica. La presenza fisica dell’esercito è anticipata da bombardamenti aerei, navali o da artiglieria. Questi normalmente colpiscono obiettivi bene o male calcolati. I bombardamenti a tappeto colpiscono ettari interi, facendo terra bruciata, mentre quelli chirurgici colpiscono pochi metri quadri. Questi servono come prima preparazione che tende a neutralizzare i sistemi di trasmissione, quelli di trasporto ed i rifornimenti, cioè le componenti nemiche che possano rispondere al fuoco. Poi subentra la seconda ondata di guerra classica con armi da fuoco. Si sviluppano così gli incendi di idrocarburi con nubi concentrate tossiche e cancerogene che ricadono sull’ambiente. Questo vale anche per i bombardamenti di fabbriche non solo di probabili armi chimiche, ma anche di semplici vernici e diluenti, che immettono nell’atmosfera nubi di sostanze pericolosissime e cancerogene. Sono dunque coinvolti tutti i prodotti fuoriusciti dai bombardamenti. A questi andranno poi ad aggiungersi gli stessi composti delle armi usate come l’Uranio ed i suoi successori come il plutonio e gli altri.

Esistono in Italia depositi di uranio impoverito o di scorie nucleari?

A Garigliano c’è un deposito di scorie nucleari, dove si registrano 10 Ram/ora, cioè 1000 volte superiori al livello naturale. A Casaccia ci sono montagne di bidoni radioattivi degli impianti ENEA. A Caorso c’è una "piscina" con parecchie tonnellate di Uranio, Rutenio, Stronzio… e migliaia di bidoni di rifiuti. A Trino c’è una piscina con alcune tonnellate di Uranio, Plutonio… e tonnellate di rifiuti che subiscono continue alluvioni. La Dora Baltea, nella pianura del Vercellese, periodicamente allaga gli impianti nucleari abbandonati con migliaia di metri cubi di scorie radioattive. Sulla zona vi è la "Sorin Biomedica" ed un reattore con materiale fissile. Vicino c’è la "Eurex" dell’ENEA, un magazzino con 600 metri cubi di scorie radioattive e sulla collina ci sono migliaia di tonnellate di rifiuti con Calcio, Stronzio, Uranio… sotterrati in serbatoi di acciaio. Dal Centro dell’ENEA e dalla Sorin, Cobalto, Cesio ed altro, passano nelle falde acquifere.  Il Ministero dell’Ambiente sembra ignorare il problema, e le procedure di rimozione di queste sostanze vengono scaricate dall’uno all’altro responsabile. Intanto le falde sotterranee radioattive facilmente raggiungono gli acquedotti da cui viene distribuita l’acqua potabile per i comuni.

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