Gli ottant'anni del professor Manlio Brigaglia

di Paolo Pulina

 

Ho letto da qualche parte che un importante personaggio, quando seppe che i colleghi volevano festeggiare i suoi ottant’anni con una giornata di studi in suo onore, disse: «Bene, mi fa molto piacere: ma non voglio assolutamente che celebrino il mio ottantesimo compleanno. Sono ancora piuttosto giovane».

Il prof. Manlio Brigaglia ha compiuto 80 anni il 12 gennaio 2009  e anche lui, sentendosi (sono sicuro) ancora piuttosto giovane, avrebbe potuto uscirsene con la stessa battuta nei confronti di chi avesse voluto celebrare questo suo notevole traguardo di vita. La giovinezza mentale di Brigaglia traspare dal ritmo della sua produzione pubblicistica e dalla vastità dei suoi interessi e delle sue curiosità. Chi collabora strettamente con lui confessa che è effettivamente difficile tenere il suo passo in tutti i lavori collegati alla espressione scritta (scrittura saggistica, comunicazione giornalistica, revisione redazionale di testi) e alla performance orale (introduzione o relazione a un convegno su temi di storia e di cultura, lezione accademica o per l’università della terza età).

Tutto questo è possibile perché Brigaglia vuol dire Memoria. Dico questo basandomi su una testimonianza diretta di un mio parente: il giovane Brigaglia era capace di leggere un libro e di riuscire a ripeterlo integralmente. Ma Brigaglia significa memoria soprattutto per il gusto che lo ha sempre contraddistinto di rievocare brillantemente per iscritto e di raccontare a voce con verve la grande storia della Sardegna ma anche i piccoli fatti dei sardi geniali e comuni (non esclusi quelli emigrati).

Uno stile piacevolmente affabulatorio accomuna, in felice interscambio, scrittura e parola: la sbobinatura della registrazione del "parlato" rilascia un testo che è già pronto per essere stampato; solo la prosa saggistica più "alta" non rinuncia ai richiami di un periodare classicamente ciceroniano, quindi non precisamente adatto ad avvincere un pubblico di ascoltatori, ma in generale la scrittura di Brigaglia è pensata per un uditorio, quindi è ricca di tutte le agudezas che inchiodano l’attenzione di chi ascolta, laureato o non laureato che sia.

Se Brigaglia cura con particolare attenzione l’ordito dei suoi discorsi, con maggiore concentrazione (se possibile) cura tutte le parti dei prodotti di scrittura che nascono direttamente dalle sue mani, cioè i libri (gli articoli, una volta inviati al giornale, escono dal controllo finale dell’autore). Quindi copertina, titolo, frontespizio, colophon, didascalie delle immagini, risvolti, oltre naturalmente il testo base: tutto deve essere vagliato dai suoi occhi critici.

In questi sessanta anni di scrittura (1950-2008) Brigaglia significa  anche Enciclopedia, cioè vocazione a sistematizzare tutto il sapere relativo a tutto quello che è Sardegna. La cultura può essere democratizzata, è l’assunto da cui parte  Brigaglia, e la predisposizione di opere di divulgazione e di consultazione alla portata della massa dei lettori (secondo l’esempio dell’editore-scrittore Livio Garzanti) è un obbligo morale per chi ha avuto la fortuna di poter studiare e non ha gettato al vento questa opportunità.

Ha scritto nel 1968 il poeta e critico letterario Franco Fortini: «Si vuole che la comunicazione esca dalla passività e dal linguaggio ricevuto, quindi dalla ideologia che lo sostiene e vi si esprime? Questo vuol dire trasformare i rapporti di comunicazione orale e scritta, agire sugli schemi generali e i veicoli loro. Lo studio di questa materia la vanno compiendo linguisti e sociologi, lo scrittore rimane estraneo perché continua a porsi i problemi del linguaggio soprattutto in funzione espressiva o creativa, tradizionalmente. Da qui l’attenzione critica scarsissima alla scrittura comunicativa – saggistica, storiografica, politica – nel nostro secolo, fuor di omaggi a mezza bocca. Di qui  anche lo stato quasi generale di abbandono e di irresponsabilità in cui sono tenuti i testi destinati alla scuola. Mai la critica letteraria delle riviste o dei giornali si occuperà di un manuale scolastico di storia».

Brigaglia, nelle sue lezioni al Liceo "Azuni" (forse è inutile dirlo, ma io sono stato uno dei suoi diecimila allievi) e nei suoi corsi universitari, nelle modalità di impostazione del discorso e della scrittura per la trasmissione delle nozioni, è come se avesse voluto provocare raffinati critici letterari come Fortini, desiderosi di misurarsi criticamente sul terreno della scrittura di comunicazione: «Provate a venire in Sardegna, precisamente a Sassari; troverete materiale di prim’ordine per l’avvio dei vostri pionieristici ‘saggi’».

3 risposte a “Gli ottant'anni del professor Manlio Brigaglia”

  1. Da umile ‘interlocutrice’ di questo Blog, ringrazio il Sign. Pulina per essersi accorto del mio quesito e per aver sottolineato l’errore involontario… Però io andavo riferendomi non a quell’articolo, ma a un commento firmato dal Sign. Giacomo Mameli che forse è un omonimo, non so… Leggendo i commenti, ho notato il nome, e subito ho ricordato i racconti e le memorie di alcuni abitanti di ‘Foghesu’; il libro è molto bello, e siccome mi è piaciuto volevo fargli i complimenti! Ho appena letto il suo articolo: ora capisco perché il Liceo ‘Azuni’ è considerato una scuola di eccellenza dai sassaresi! Avendo dei professori di tanto calibro! Da interlocutrice goceanina quale sono, (bah, sì, questo epiteto mi piace), mando i saluti a tutti. Adiosu!

  2. All’interlocutrice goceanina “QuintaMora” voglio dire che, se vuole far pervenire direttamente i suoi complimenti a Giacomo Mameli (che, tra l’altro, pubblica una pagina sulla “Nuova Sardegna” ogni lunedì), la strada più semplice è quella di visitare il suo sito http://www.sardinews.it (dal nome del mensile “Sardinews” da lui diretto, che ha anche una edizione cartacea), dove è indicato l’indirizzo di posta elettronica per i contatti.

    All’interlocutrice sarulese-bresciana Gesuina Cheri, poetessa in sardo (si veda il suo bel libro “Un’ischisorju in sas radichinas”, Un tesoro nelle radici, Larcher editore, Castel Mella, BS), voglio rivolgere un affettuoso saluto e regalare una citazione dalla sua poesia “Pensamentos de un’emigrà” (così la conoscono tutti): “Sas radichinas meas sun sardas,/ ma in su coro meu v’at locu/pro ambas impare sas culturas:/ eo soe una barbaricina bresciana”.

  3. Un grazie al Sign. Pulina per essersi interessato al mio commento e per evermi lasciato informazioni a proposito; ma grazie soprattutto per averci lasciato quei versi della poetessa Gesuina Cheri. Il tutto si riallaccia sempre col mio discorso precedente, circa l’importanza di siti come questo, che permettono un arricchimento sia di tipo culturale, ma in primo luogo, proprio a livello di maturità personale per i giovani residenti isolani. Parlo così perché, quei versi, mi hanno riportato alla mente l’esperienza brevissima, ma per me molto forte, della partecipazione a un Premio di Poesia Sarda, vissuta un anno fa a Pisa. Sono andata per una serie di circostanze, per caso, non avendovi mai preso parte fino ad allora – da spettatrice s’intende. Che dire… Meravigliosa l’accoglienza del Circolo ‘Grazia Deledda’, bellissimo l’ambiente: mi trovavo a Pisa, ma a pranzo mi sembrava d’essere a casa! La sera, la Premiazione. Seguita dalla lettura delle poesie. Che belle… Ma il momento più toccante è stato quando gli stessi autori hanno letto i propri capolavori, tanto emozionati. Davvero tutto molto bello… Son stata in Toscana due giorni, ma mi è rimasto un ricordo bellissimo. Abbiamo visitato Volterra, incantevole; ma per me la cosa bella era proprio il fatto di incontrare gli ‘emigrati’ fuori, e appunto di capire davvero il senso d’identità, di sentire questa vicinanza.

    Partita così, per vedere Pisa, insomma per passare un fine settimana diverso, sono rientrata davvero molto contenta e forse un po’ cambiata, e dal giorno sono più sensibile e attenta a questo tipo di iniziative e mi sono avvicinata alla Poesia sarda. So che per qualcuno potrà sembrare tutto molto retorico e banale, ma per me è stato così. Saluti dal Goceano.

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