Ho una figlia in Ghana…

di Ornella Demuru

 

Ho una figlioletta in Ghana. Una bambina adottiva. Si chiama Ruth. Ruth Akua. L’ho adottata a distanza sette anni fa. Adesso ha ben 11 anni. Parla il twi e un po’ d’inglese. Non è una cosa che ho mai sbandierato in giro. Non mi è mai importato dirlo a che scopo poi? Non provengo da una famiglia ricca. Non ho necessità di riscattare la mia coscienza da condizioni di particolare privilegio. Non ho mai avuto velleità di essere considerata "buona" a tutti i costi. Tanto meno ho mai gradito essere definita "comunista" intendendo per esso quel concetto politico recente che vede i comunisti sempre protesi verso i più deboli and bla bla.. Vengo da dei piccoli paesi dove nessuno è mai stato lasciato morire di fame. Paesi modesti, di montagna, poco di tutto, solo molti boschi. Che d’estate spesso bruciano. Quando decisi questa cosa avevo 30 anni e lavoravo regolarmente oramai da diversi anni. Non mi lamentavo della mia vita, nè del mio lavoro. Era molto faticoso ciò che facevo. Entravo a scuola alle nove e non sapevo mai a che ora uscivo. A volte le otto, a volte le nove di sera. Mi guadagnavo da vivere per il quotidiano e mi restava qualcosa ogni mese. Avevo veramente poco. Vivevo in un monovano, avevo una panda vecchia di 12anni, alcuni abiti risalenti ai primi anni universitari, e molta molta speranza nel futuro. Pensare di mettere da parte una cifra modesta per aiutare una bambina a studiare mi sembrava il minimo per una come me, che a scuola ci stavo tutti i giorni ad inculcare storia e italiano a ragazzini svogliati e obbligati a studiare dai loro disperati genitori. Oggi continuo a sostenere Ruth. Ma con difficoltà. Non è più come prima. Nel giro di pochi anni questa merda di società in cui viviamo si è ciucciato tutto. La benzina, il cibo, un cinema in settimana. Io non ero proprio ricca allora. E in effetti questa mia cosa venne giudicata come ridicola da un mio familiare di allora. Si perchè oltre a non potermelo permettere (secondo la sua visione) dubitava e tentava di farmi dubitare che quei soldi potessero arrivare a destinazione. Quello che mi manca oggi e credo manchi a molti miei coetanei o giù di lì,
non sono soltanto i denari con i quali conducevamo una vita modesta ma piena, ma la speranza. Non abbiamo nessuna speranza. Nessuna prospettiva di fronte. La prospettiva è quella di andare a chiedere in giro come un mendicante di essere "coptata" per fare il proprio rispettabile lavoro. Un lavoro in linea con i tempi badate bene. Non faccio il calzolaio e nemmeno l’insegnante. Mi occupo di internet.. l’eldorado del nuovo millennio. Dovrò lavorare sinchè campo. Nessuna pensione per noi. Nessun riposo. Non l’ho mai fatto sino adesso non potrò farlo mai. Ma io ho deciso una cosa. Io a Ruth i soldi continuo a mandarglieli, tutti i mesi. Finchè non sarà in grado di lavorare lei e mantenersi da sè. Io a questa società falsa e ipocrita non glielo permetto di levarmi tutto. Di levarmi la dignità, e quel sentimento di vicinanza che ho sempre provato verso il prossimo. Non glielo permetterò di rendermi arida come sta accadendo ovunque. Forse questa è la mia unica possibile lotta in questo momento. L’alternativa è la follia.

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