L'occasione è stata il "Premio di Poesia" a Milano, per parlare di lingua sarda

di Sergio Portas

  

A dire di Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, il concorso internazionale di poesia in lingua sarda organizzato dal centro sociale e culturale sardo del capoluogo lombardo, che oggi 23 novembre compie venti anni , è quasi "appena nato", pur essendo alla sua nona edizione. Si spreca in complimenti per "gli operosi sardi che vivono nel milanese" Penati, prima di scappare via; altrettanto veloce è l’intervento di Sveva Dalmasso che da consigliere regionale porta l’aulico saluto di Formigoni Roberto, capintesta dei politici lombardi se doverosamente si esclude il Capo del Governo, che, come noto, fa categoria a sé. La palma del miglior politico presente è per Romina Congera, trentatreenne assessore all’emigrazione della giunta Soru, soprattutto perché rimane per quasi tutta la manifestazione, fa un intervento di spessore sull’utilità di riportare in Sardegna questo tipo di esperienze culturali (dice che si parla più sardo qui che nell’isola) e infine sfoggia un caschetto di capelli così neri che neanche le ali dei corvi nell’inverno. Questo me lo permetto esclusivamente  perché regina dell’evento è oggi la poesia. Sarda.  E’ di un articolo sul "Corriere della Sera" a firma Franco Brevini che titola :"Sardegna, poesia a statuto speciale", che parla del mezzo secolo di vita del Premio Ozieri. Si è trattato, dice tra l’altro, di una riforma culturale e di una rinascita di creatività, che dalla poesia in dialetto (sic)si è estesa rapidamente agli altri settori del sistema letterario. Cita Nicola Tanda quando dice che a salvare l’isola sono stati i poeti. Salvarla da cosa? Ma dalla morte naturalmente. Leggo da George Steiner ("Dopo Babele", Garzanti 2004):" La visione linguistica del mondo  di una determinata comunità  plasma e dà vita all’intero paesaggio del comportamento psicologico e comunitario… Non esistono due lingue che siano sufficientemente simili da far pensare che rappresentino  la medesima realtà sociale. I mondi in cui vivono  società differenti sono mondi distinti, e non semplicemente il medesimo mondo con diverse etichette appiccicate sopra". In altre parole quando una lingua si estingue è tutta una visione del mondo che se ne va, un impoverimento per l’umanità tutta. Si calcola per difetto che le lingue attualmente parlate sulla terra siano da quattromila a cinquemila (sono mille solo in Nuova Zelanda) e i linguisti stanno ancora litigando fra loro nella ricerca di una sorta di  "grammatica fondamentale" che tutte le apparenti in qualche modo. Ma perché il loro numero è così elevato? A leggere la scrittura sacra è dai tempi della tentata costruzione della torre di Babele che gli uomini hanno preso a parlare linguaggi differenti, è da quell’episodio che si sono dati codici determinati di riconoscimento, parole d’ordine che affermassero un’identità particolare, diverse assolutamente l’una dalle altre. E anche i sardi  da allora si saranno messi a parlare in sardo. E grazie anche ai loro poeti non hanno smesso di farlo anche se, dalle ultime statistiche, sembra che solo il 15% dei bimbi sardi sia in grado di parlare e di capire la limba. Qui, nella sala della provincia, non tutto il pubblico è in grado di seguire il discorso (in sardo)  di Paolo Pillonca, il presidente della giuria che ha scelto le poesie migliori, ( ne sono arrivate un centinaio, da tutto il mondo): " custa è una die de sentimentu… è una edizioni de lussu…sa poesia est una lughe che non si studada". E’ di Osilo Pillonca, scrittore , giornalista, poeta, tutta una vita immersa nei temi della letteratura, del linguaggio (sua l’opera omnia del poeta Raimundo Piras). Veniste assaliti dal dubbio che i totalitarismi tendono per natura ad uccidere ogni voce "non allineata" vi consiglio il suo :" Fascismo e clero nel divieto delle gare poetiche", Cagliari 1977. Ma il problema è ovviamente più generale, come far arrivare anche a chi sardo non è la magia della poesia in limba? Che il problema non è semplicemente quello di tradurre parola per parola, ma di riportare il ritmo che i vari lemmi impongono al verso, nonché la struttura profonda che la poesia tutta veicola quasi inconsciamente. Perché il poeta è assimilabile ai biblici profeti , c’è un qualche dio che parla in loro e li spinge, li forza ad esprimere i sentimenti forti che li agitano in parole, che giocano fra loro, si attorcigliano e si sciolgono in significati più alti di quelli che sembrerebbero voler dire. Qui hanno baipassato il problema facendo tradurre le varie composizioni agli stessi autori.  Cristina Serra, che ci tiene a dire essere nata a S. Basilio, vince il primo premio dei residenti con "Oi" che comincia così:" Est custu zerriu chi non ndi essit / i abarrat oru oru  de su nomini tuu/ a itzichirriai oi / in is imbardis de cust’obresciadroxu/ chi nci currit una luna/ imperdidora de bisus…".  E così si auto traduce:" E’ questo urlo che si compie/ e rimane sulle rive del tuo nome/a stridere oggi/ sui vetri di quest’alba/ che scaccia una luna/ sprecona di sogni". Ognuno ne dia un giudizio che crede. Teresa Piredda vince per i non residenti, lei vive a Perugia, la sua "As a tenni sa boxi" in sardo ha il ritmo di una cascata:" As a tenni sa boxi/ sa boxi chi conosciu/ e che àtra cosa mai/sa crara as a portai/e is piribindas brundas/bellas, arrepentinas/ che bolidu stupau/ de-i-bisus’ de sa luna…". In italiano viene così:"Avrai quella voce/ la voce che conosco/ come niente altro mai/ quel viso avrai/ e le ciglia/ bellissime, improvvise/ come un librare emerso/ dai sogni della luna…".  Viene da dire che avesse ragione nostro padre Dante quando nel "Convivio" ribadisce che:" Nulla cosa per legame musaico ( che ha a che fare con la musa, la poesia n.d.t.) armonizzata, si può della sua loquela in altra transmutare, senza rompere tutta la sua dolcezza e armonia". E allora come ovviare per chi il sardo non lo conosce? Tocca studiarlo, ebbene sì, se uno non ha la fortuna di crescere bilingue come quel 15% dei  fortunati bimbi oggi in Sardegna, che senza alcuna fatica saranno ricchi di un mondo ulteriore all’italiano, un’altra lingua si può sempre apprendere. Lo dice Franco Loi, che il poeta lo fa oramai di mestiere fin da quel 1971 che furono pubblicati i suoi versi su "Nuovi Argomenti", ora è nelle antologie scolastiche nostrane  ed è tradotto nell’intero mondo. E’ nato nel 1930 a Genova da padre sardo e, trasferitosi a Milano nel’37, ha cominciato a scrivere i suoi primi testi nel ’65, in milanese! Quello di Franco Loi non è il dialetto della tradizione ma piuttosto un idioma nato dalla mescolanza della lingua del proletariato locale con quella dei "nuovi venuti" arrivati dalla campagna lombarda e da altre regioni. Quasi una lingua inventata. Eppure, ora che il milanese non lo parla quasi più nessuno, lui è diventato il cantore sommo di tale lingua. Recita e traduce due delle sue poesie Loi, felice di trovarsi in un ambiente che sa apprezzarlo per quello che merita. Ma quando Clara Farina, su esplicita richiesta di Pier
angela Abis, presidentessa del circolo, si esibisce nell’interpretazione di "Jeo no ippo torero" di Antonino Mura Ena, ti viene un groppo alla gola.  Ci vuole il "Carrasecare"di Carla  Denule per riportare allegria e, a furia di ballu torrau, metà del pubblico si butta nella danza.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *