Scuola sarda, quale futuro?

di Roberto Scema

 

Come nel resto del Paese, anche in Sardegna la situazione scuola, è stato accompagnato da una ondata di polemiche, suscitate in particolare dalle determinazioni assunte dal Governo il quale, a colpi di decreto-legge, ha avviato una mini-riforma della scuola destinata a stravolgere nel suo impianto il modello di scuola che abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni. Aldilà di alcune improvvide dichiarazioni del Ministro Gelmini (ricorderemo a lungo le illuminanti considerazioni sugli insegnanti meridionali e sulle scuole del Sud), a far discutere, oltre che le innovazioni legate al sistema complessivo della valutazione, il prospettato ritorno al maestro unico; novità ispirata ufficialmente da motivazioni pedagogiche, in realtà finalizzata a tagliare decine e decine di migliaia di insegnanti. Non si parla, ovviamente, di licenziamenti, considerato che sotto questo aspetto il pubblico impiego è ancora protetto, ma di mancata sostituzione dei tanti insegnanti che andranno in pensione. In ogni caso, un autentico terremoto per la scuola italiana, chiamata, di fatto, a compiere un salto all’indietro verso un modello d’altri tempi. In quest’ambito nazionale, la situazione isolana presenta delle peculiarità che finiscono per accentuare ulteriormente le preoccupazioni. Di questo si è discusso in occasione di un incontro tra l’assessore regionale della Pubblica Istruzione Maria Antonietta Mongiu, la Direzione scolastica regionale, i sindacati confederali, l’Anci e l’Ups, ossia le organizzazioni che rappresentano i Comuni e le Province. Nel corso dell’incontro, l’assessore Mongiu si è detta preoccupata dei possibili effetti negativi sul sistema scolastico sardo, dei recenti provvedimenti varati dal governo nazionale, in considerazione del forte calo della popolazione scolastica sarda, con la diminuzione di circa diecimila studenti in due annualità. La discussione si è incentrata in particolare sui tagli all’organico, che, secondo la Mongiu, avrebbero una fortissima incidenza di genere, essendo donne la gran parte degli insegnanti. Grandi preoccupazioni sono state espresse anche in relazione alla riduzione dei posti in organico destinati al sostegno agli alunni portatori di handicap, che vedono messo in discussione il proprio diritto, non soltanto al successo formativo, ma persino alla frequenza. Dal canto suo, la Regione ha evidenziato gli sforzi che sta profondendo al fine di garantire a tutti il concreto esercizio del diritto allo studio, attraverso un investimento definito cospicuo e teso a dar vita a una scuola qualificata, attrattiva ed altamente educante. Confermati in quest’ottica i finanziamenti già concessi nel 2007-2008 per il piano dei laboratori curricolari ed extracurricolari che hanno visto, lo scorso anno, una partecipazione doppia rispetto alle previsioni. Confermano e rafforzano l’allarme i dati forniti dai Sindacati, che hanno annunciato ben 1281 docenti in meno. Inoltre viene dimezzato il numero delle disponibilità sulle immissioni in ruolo (603 su 1.114 posti disponibili di docenza, dei quali 331 di sostegno) e diminuiscono le cattedre per gli incarichi annuali (con un calo del 30% per quanto riguarda le scuole secondarie di primo e secondo grado e del 50% nella scuola primaria e dell’infanzia). Fortemente ridimensionato il sistema dei Centri Territoriali per l’Educazione Permanente, attraverso i quali si è garantita in questi anni l’istruzione a lavoratori ed immigrati. Il tutto mentre la dispersione scolastica continua a rappresentare una ferita aperta, con il 28,3% degli studenti che abbandonano prematuramente gli studi; dato ben lontano dagli standard fissati a livello europeo. Nessuno può sostenere, in buona fede, che il sistema scolastico funzioni bene così com’è. I dati sulla dispersione da un lato, ed i risultati sui periodici esami riferiti alla preparazione dei nostri studenti lo testimoniano molto chiaramente. Ma è altrettanto in malafede chi, partendo da quei dati, maschera quella che è una pura operazione di carattere contabile, finalizzata a lucrare un saldo positivo per le casse dello Stato, con il tentativo di cambiare lo stato delle cose. Il tutto con lo spettro del federalismo fiscale che potrebbe assestare alla scuola sarda il colpo decisivo. Quello che si intravede in prospettiva è una scuola che tenderà gradualmente ad escludere i deboli, per i quali ci sarà sempre meno la possibilità di garantire la necessaria attenzione. E se non è inclusiva, che scuola pubblica è?

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