Una lingua unica per la nostra identità

di Vitale Scanu

 

Dobbiamo riappropriarci, io credo, dell’uso della lingua sarda com’era comunemente già dal tempo dei Giudici. Nel 1065, il segretario giudicale (Nicita lebita iscribanus) si scusava, in sardo, scrivendo al monastero di Montecassino, per il suo latino approssimativo nello stendere un documento di donazione fatta dal giudice Barisone I di Torres a quel monastero. Un documento che lo scrivano dovette comporre quasi al buio e in grande fretta (et grande presse erat mihi). Poco meno di un decennio dopo (1075), sia nel sud che nel nord dell’isola, appaiono i primi documenti scritti in lingua sarda. Uno è del giudice di Cagliari che "cum muliere mia donna Bera et cum filiu miu donnu Costantinu" fa un’importante donazione "ass’archiepiscopadu nostru de Calaris, ad honore de Deu et in gratia de sancta Maria matrighe Domini". Un altro è quello del giudice di Torres, Mariano I (1073), che concede ai pisani "pro calis so ego amicu caru et itsos a mimi", il "telòneu", ossia il diritto di commerciare nel suo regno per terra e per mare, d’inverno e d’estate, senza pagare tasse. Nell’archivio civico di Marsiglia, c’è un altro documento nella nostra lingua che addirittura usa l’alfabeto greco per esprimere il sardo. In esso il giudice Mariano Salusio I di Cagliari (1150 circa) fa alcune donazioni alla chiesa di san Saturno e ordina ai sacerdoti di quella chiesa (i monaci Vittorini di Marsiglia) che "fatzanta missas suas pro anima de patri meu iudiki Ortzokor a santu Saturnu in… dies de agustu, kantu futi mortu". E’ superfluo ricordare il principe dei documenti ufficiali in sardo, la Carta de Logu di Eleonora del 14 aprile 1392, da molti storici ritenuto il primo esempio di costituzione europea. Documento fondamentale, che restò di vigore legale fino al 16 aprile 1827, quando Carlo Felice la sostituì col codice di Leggi civili e criminali del Regno di Sardegna. Ricordiamo ancora che l’inno del regno d’Italia, fino al 1946, fu il sardissimo Cunservet Deus su re. Il sardo, nei documenti laici, nella predicazione, nei catechismi, a scuola, nei canti della chiesa, era di uso normale, fino alla calata dei piemontesi, i padroni di turno, nel 1720. Con i primi soldati piemontesi c’erano anche tre padri gesuiti venuti "pro fagher iscola de limba italiana a sos mastros de iscola sardos". Il 29 novembre 1847, re Carlo Alberto concedeva ai sardi il cosiddetto "privilegio della perfetta unione" al regno piemontese, il che comportava uguali diritti, stesse leggi e… purtroppo anche stessa lingua. Nelle scuole, di conseguenza, l’unica lingua permessa cominciò ad essere l’italiano. Un vero sfregio, forse il più micidiale, alla nostra identità di popolo sardo. Fortunatamente, l’anima sarda, anche sotto questo aspetto ha resistito ostinatamente. A partire specialmente dagli anni ’50-’70 del secolo scorso, con la riscoperta della civiltà nuragica, è riaffiorata nella nostra gente una sempre maggiore consapevolezza dei nostri valori inconfondibili. Il convegno scientifico internazionale sulla "limba", organizzato a Quartu dalla Sardinian Language Group, d’intesa con la Pro Loco di Senorbì, il 9 e 10 maggio del ’97 ha aperto un ampio sipario europeo ed extraeuropeo, forse il più significativo finora, sulla diffusione e l’interesse sempre crescenti che riscuote lo studio del sardo, la lingua della minoranza più numerosa d’Italia. Erano presenti tanti studiosi e ricercatori stranieri: dall’Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania, dall’Olanda, dalla Spagna. Faceva un certo effetto sentir discorrere in sardo professori universitari come Michael Jones, Guido Menshing, Jurgen Rolshoven, Kerjin Elsloot, Eduardo Blasco Ferrer. Assieme a loro erano nel convegno Massimo Pittau, Antonio Chessa, Michele Columbu, Roberto Bolognesi, Maria Teresa Pinna Catte, Michele Contini, Lucia Molinu, Maria Giuseppa Cossu, Raffaele Ladu e diversi altri nomi illustri. Il professor Menshing, nel corso del suo intervento in sardo, aveva parlato in particolare della vasta ragnatela telematica su Internet, nella quale è sempre più frequente imbattersi in documentazione scritta in lingua sarda e dei siti entrati in contatto con quello da lui creato all’uni-versità di Colonia fin dal 1994. Tutti i partecipanti all’assise scientifica avevano convenuto sulla necessità di un potenziamento dell’uso del sardo e sulla possibilità concreta di superare le varianti dei dialetti locali. E’ facile essere d’accordo con loro. Infatti, non si tratta di un arrogante esproprio, di una prevaricazione di un dialetto su un altro, o di calare una lingua artificiale dall’alto (tipo l’esperanto), ma di accettare una convenzionale lingua de mesanìa, che possa esprimere unitariamente e ufficialmente la Sardegna, lasciando intatti i singoli dialetti. Come è avvenuto, più o meno, nell’accettazione del dialetto toscano, diventato lingua unitaria per tutta la nazione. Il vantaggio di avere una lingua unica per esternare i nostri sentimenti e la nostra identità sarda è enormenente superiore a certi puerili orgogli di campanile. In tutti gli Stati esiste una situazione simile e una convenzione linguistica per una espressione unitaria collettiva. L’esempio massimo, tra tutti, potrebbe essere il kisuahili, la lingua del gruppo bantu scritta in caratteri arabi fin dal secolo XVI e diventata lingua franca di scambi e di cultura grazie all’amministrazione britannica, una lingua oggi largamente diffusa, capìta e parlata in tutta l’Africa orientale. In kisuahili ha prodotto perfino una notevole letteratura: poesia, racconti, proverbi, canti. Il kisuahili è ora lingua ufficiale in Kenya, Tanzania, Uganda, Zaire e altrove, accanto ai dialetti locali. E fa bene il governatore Soru a insistere perché si arrivi una buona volta all’uso di una nostra lingua sarda ufficiale per esprimere pienamente la nostra piccola patria sarda. (Informazioni dello storico padre Raimondo Turtas).

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