Per i 30 anni del "Domu Nostra" di Cesano Boscone: "Sa oghe de su coro"

di Sergio Portas

 

Si dice che le prime pietre del Naviglio Grande venissero da quel ridotto che i Milanesi avevano messo su per contrastare nel  1157 l’imperatore Federico I Hohenstaufen , più noto come Barbarossa, che poi avrebbe dovuto capitolare a Legnano per la gioia degli altri comuni lombardi e per gli emuli nostrani di tale Bossi Umberto, senatùr (sic) dell’italiana repubblica. Se da Milano lo seguite verso il Ticino (il naviglio non l’Umberto) vi imbattete su una serie di piccoli (si fa per dire) paesi tra i quali Cesano Boscone, che in questo periodo festeggia alla grande il trentesimo compleanno del locale circolo dei sardi. I sardi di Cesano hanno messo su tante di quelle iniziative che per forza si sono dovute spalmare anche nei vicini comuni di Assago, Corsico, Trezzano e Buccinasco (un bacino di utenza di più di 100.000 abitanti!). Non ve le elenco tutte che non mi resterebbe spazio per altro: Salvatore Cominu espone le sue sculture, si canta e si balla col gruppo "Ichnos",c’è la compagnia filodrammatica di Barumini per il teatro in sardo, ancora canti e balli con "A Manu Tenta" do Osilo e, dulcis in fundo il gruppo musicale "Sa Oghe de su Coro" domenica 12 ottobre ore 17 a Buccinasco. Che reputo essere di gran lunga l’evento più importante solo  perché è in questo coro che da un paio d’anni anche il vostro cronista va esibendo la bontà e l’intonazione dell’ ugola sua. Insomma esordiamo in pubblico sotto la direzione somma di Pino Martini Obinu, lui sì per nulla emozionato vista la lunga militanza in complessi di fama nazionale dai mitici Stormy Six ai Tanca Ruja di più fresca memoria. Resta da spiegare come una ventina di persone, sardi, figli di sardi, italiani comuni, abbia la pervicacia di dedicare parte delle proprie serate (non una roba mostruosa, trattasi di tre sere di  giovedì ogni mese)per un percorso che evidentemente non è solo musicale, ma fa parte delle medesime necessità che regolano il comportamento dei soci che, ancora oggi oltrepassati  da tempo i cancelli del 2000, vanno a infoltire le schiere dei circoli sardi lombardi. Vero che l’età di detti soci va clamorosamente spostandosi verso numeri che ci riportano ai fenomeni  ultracentenari caratteristici di certi paesetti barbaricini, ma vero anche che sono le generazioni nate al di qua del mare che vanno riscoprendo l’orgoglio di definirsi "anche" sardi, nonché naturalmente europei, interisti, ecologisti e chi più ne ha più ne metta. E un percorso all’interno della musica sarda è quanto di meglio può servire allo scopo di capire il fenomeno. Mettete la giornata odierna, fuori c’è un sole che fa venire voglia di andarsene per campi e valli a bearsi dei rossi vermigli che l’autunno ha imbandito per la gioia degli umani e dei cacciatori di pernici; soffoco sotto la giacca di velluto marrone che mi sono messo per "sembrare più sardo". L’auditorium  che ospita la manifestazione ha 296 posti a sedere  e sembra immenso, vuoto com’è di pubblico quando arriviamo verso le sedici. Chi vuoi che venga a sentire un coro che canta in sardo nel pomeriggio di questa fantastica domenica ottombrina? Quando i ragazzi della "pizzica" che suonano e cantano prima di noi ( Marcello e gli "A Sgrasciu") hanno finito il loro numero non c’è già più una sedia libera. Da non credere! Le mie colleghe di coro hanno riesumato gonne lunghe pieghettate e bottoni in filigrana d’oro a ornare camicette plissettate dai ricami complicati, i maschi sono pregati di indossare almeno un "corpette" che rimandi al costume tradizionale. E per quanto riguarda le canzoni? Vediamo se riesco, almeno parzialmente, che queste righe per quanti tentativi vada facendo non emettono nota alcuna, a riferirvi dell’emozione che sottende a ogni motivo musicale, per chi canta e per chi ascolta. "Assandira "è fatta per stupire di ritmo e di passione :"Fantinos sedilesos, currend’a caddu nudu, senza sedda ne briglia… canta bortas ti bramo, a risplendere ‘e luna, a lugore de istella, E a s’andira s’andira andira andira lirò." Non sembra di partecipare a una bardana sotto le stelle che vanno coprendo la piana del Campidano tutto? Con "Sa cozzula" (Banneddu Ruju l’ha trascritta e armonizzata nel 1950) si entra in quel repertorio che ha a che fare con la presa in giro di certi mariti troppo possessivi che finiscono col ritrovarsi …un sacco di corna perché :"…E tue in artu mare navighende/ attere corcat chin’ muzere tua…".  Ridono soprattutto le donne. Tocca ai dilliri dilliri di "Nanneddu meu" di Peppinu Mereu ristabilire un clima più consono anche se, è noto: "Tantu lu ides, su mundu er gai/ a sicut erat e no torra mai". Ma è col "Deus ti salvet Maria" che il patto fra cantori e pubblico (sardo) si fa stretto e indissolubile: ne sono versioni a centinaia, noi la si inizia con Bianca che ha voce tersa come l’acqua di Lourdes, anzi come "sa ivena e sa currente".  Il "Ballu furiosu" che segue serve a tergere l’ultima lacrima di nostalgia, qui confesso che quando ho da cantare a ritmo :" No bind’ad’aer pius de cozzighina" faccio un casino d’inferno e mi mordo la lingua tre volte.  Pare che non se ne accorgano che in pochi, a giudicare dagli applausi "furiosi" che seguono la fine del brano. Ora tocca a Ivan, appena rientrato da New York e ancora con gli occhi a mezz’asta, intonare "Ajò lassademi" da un testo che Pino ha rimaneggiato da Gavino De Lunas, l’usignolo di Padria, che lasciò la vita alle fosse Ardeatine, vittima della follia di rappresaglia nazi-fascista, a compimento di un vissuto esemplare per coerenza e dedizione all’umano. ("…tando narademi cando su turmentu ad’a finire"). Con "Procurad’ e moderare" si urla finalmente ai "barones"di ogni tempo di finirla una volta per tutte, diversamente sarà :"…gherra, gherra a s’egoismu e gherra a sos oppressores": uditorio assolutamente d’accordo e urla d’entusiasmo in sala. Chi non ha ancora udito "Isettande" di Pino Martini cantata da questo coro non sa bene cosa sia la parola dolcezza: "Isettande chi si frimede su mare/ isettande chi si frimede su ‘entu/ iscultande sa vida". Poi intoniamo un "Gloria" ( in latino) di quelli che a Santu Lussurgiu già si stanno preoccupando per la concorrenza e, sempre nell’intento di superare l’attimo di intensa spiritualità, facciamo seguire un’"Aperimi sa janna"in cui la parte maschile va facendo richieste esplicite alle ragazze che, al solito: "sa janna no l’aperio/ o no l’aperio/ finza ch’essit su sole in artu mare". Segue un "Dillu" dove tutto il coro risponde a Eros, "Su portadori",coi "dillu dillu dilluru doi/eloro dilluru elloro doi" reiterati sino alla consumazione delle gole.  Si rifiata sussurrando "No poto reposare" prima di rituffarci su di un "Passu Torrau Cantau" in cui  noi maschi si implora tale "Antoni nostu" di "ismitti de buffare" (ca sa buffera è zae fadendi dannu) e le donne gli ricordano che "tenisti oghe bella e attonada/ como si cantas pares una craba". A finire un "Laire" cantato davvero a squarciagola e qui sembra proprio che il pubblico e il
coro siano oramai un tutt’uno. Che dire quando molti si mettono a ballare per dovunque al ritmo di un bis del "Passu Torrau", è lei che ci commuove e ci ispira:"…Sa Sardigna chircadela in tottue…bellos sun so’ fiores in beranu/ e bella è s’aurora e sa luna/ ma tue pi-u bella ses ancora/ ma tue pi-u bella ses ancora".

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