Ritorno nell'isola: le delusioni di un emigrato

di Vitale Scanu

 

Tornare in Sardegna, per me è come reincontrare una persona cara. Anche passato molto tempo l’emigrato la riconosci subito, perché le porta un affetto sempre uguale, indistruttibile. Dopo quattro anni ho avuto l’occasione di ritornare al mio paese, Villa Verde, per la presentazione di un mio romanzo sull’emigrazione (Bachis Frau emigrato) e così ho potuto rivedere la mia amata terra, respirare il suo profumo e immergermi nelle sue atmosfere piene di silenzio e di innocenza primordiale. E ho avuto modo, purtroppo, di constatare, nel tragitto in treno da Olbia a Oristano, come tante cose sono rimaste come prima, come sempre. Una per tutte, l’umiliante condizione delle ferrovie e delle stazioni. Disordine, apparecchiature rotte, fermate deserte con porte in ferro sbarrate, orologi fermi, fontanelle secche, muretti diroccati, casotti tristi e abbandonati, tetti sventrati, erbacce e selvaticume dappertutto, lunghe file di vagoni merce immobili bucati dalla ruggine…  Mi sono venuti in mente i grandiosi progetti di ammodernamento di 25 anni fa, quando l’Ente Ferrovie si lanciò in quella campagna di investimenti formidabili sull’elettrificazione. Vi ricordate i venticinque locomotori da cinque miliardi di lire l’uno che finirono ad arrugginire nei binari morti di Civitavecchia e di Cagliari? Uno spreco dissennato per un progetto iniziato e mai finito. La storia era cominciata nel 1985 (c’è gente che ha la memoria lunga.), quando il neonato Ente delle Ferrovie diede inizio al suo lusinghiero programma di investimenti, che comprendeva, appunto, anche l’ammodernamento e l’elettrificazione delle Ferrovie della Sardegna, progetto che permetteva di collegare Cagliari con Sassari in due ore e mezza e Cagliari a Golfo Aranci in tre ore e dieci minuti. Nacque un consorzio di imprese, chiamato Team, che doveva provvedere all’elettrificazione di tutta la tratta e alla costruzione di tre centrali di alimentazione della linea. Cinque anni dopo (1990), quando si volle fare il punto sullo stato dei lavori, si scoprì che questo consorzio aveva costruito solo 35 chilometri di linea elettrica: 15 da Cagliari a Decimomannu e 20 da Villasor a Sanluri Stato. Solamente per questi 35 chilometri il costo fu di 252 miliardi, mentre tutto il tracciato da elettrificare era preventivato in 664 miliardi. Delle tre centrali, ne venne costruita solo una a Villasor, mentre per le altre due i lavori non furono nemmeno iniziati. Miliardi buttati al vento. Meglio, finiti nelle tasche di qualcuno. Nel frattempo però, le Ferrovie avevano acquistato dalle Officine Ansaldo (quindi ancora prima che il tragitto fosse pronto) 25 locomotori tipo 490-491, per un costo complessivo di 127 miliardi. Il leader dei Cobas di allora, Ezio Gallori, inoltrò una denuncia circostanziata alla Procura di Cagliari, al neoministro dei trasporti Costa e al sostituto procuratore di Milano Gherardo Colombo, esponendo puntualmente la questione. "Non possiamo affermare, a rigore, che ci siano state delle tangenti – concludeva il leader dei macchinisti autonomi Gallori – Partendo però dai fatti e dai nomi delle ditte e aziende chiacchierate, ce ne sono tutti i presupposti. Negli ultimi anni, un fiume di miliardi è passato sotto le ferrovie gestite da ministri più o meno inquisiti". Così va la nostra Sardegna. a sicut erat, a s’arraffa arraffa. Ma tutto passa, tutto se ne va, tutto si insabbia e dopo un po’ nessuno ne parla più o non se ne ricorda. Nelle mani di ministri e direttori vari sono rimasti attaccati i miliardi dei contribuenti, e i contribuenti ancora oggi, 25 anni dopo, viaggiano in littorine diesel, come ai tempi del fascismo. Solo il latrocinio, la stupidità e l’inettitudine hanno fatto enormi progressi e la Sardegna resta sempre al palo, condannata a sopportare l’arretratezza per colpa di questa peste di ladroni che non finisce mai. Prima erano i fenici, dopo i romani, dopo gli spagnoli, poi i piemontesi… Tutti hanno rubato a man bassa dal suolo e dal sottosuolo della nostra isola, portandosi via tutto e lasciandoci solo le briciole. Al colmo dell’arroganza, i romani chiamavano i sardi "latrones mastrucati". Ricordate? Mentre loro facevano piazza pulita del grano e delle ricchezze minerarie, i ladri erano i sardi! Oggi siamo alla solita musica. Ma i ladri si chiamano mala politica e malgoverno. Aveva ragione il buon Fedro (favola: L’asino e il vecchio pastore): "Nel cambiare governo, i poveri molto più spesso non cambiano altro che il nome del padrone".

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