Tottus in Pari, 216: La Sardegna abbraccia Benedetto XVI

Un caloroso abbraccio di fede, devozione e curiosità: per Papa Benedetto XVI, quella dei sardi, è stata un’accoglienza trionfale. E lui, capo spirituale della Chiesa, ma anche capo di Stato della città Vaticana, ha ripagato le fatiche di una lunga giornata per pellegrini, giunti da ogni angolo della Sardegna. Lo ha fatto dispensando un messaggio di fede, intriso degli immancabili moniti legati alla sfera sociale e civile oltre che spirituale. Impeccabile, ma anche socievole e sorridente con i più fragili: i centenari e gli ammalati. Ma determinato a difendere il ruolo delle madri, anche quelle sole. Meno impeccabile nell’etichetta: quando in cima della basilica di Bonaria, nei ringraziamenti alle istituzioni, scorderà di menzionare il presidente della regione Soru. Cercherà un rimedio qualche ora più tardi, nell’incontro serale con i giovani: fuori tempo e fuori luogo. Costeranno al Presidente fischi, e numerosi pollici rovesciati colti in flagrante e amplificati dai mega schermi piazzati sul largo Carlo Felice. Oltre il danno, la beffa: meglio ignorati che esposti alla gogna solitaria in mezzo a migliaia di giovani. Un tentativo malriuscito di salvare un protocollo che, la terza visita del Papa, ha subito qualche ritocco di improvvisazione. Come l’invito a Berlusconi da parte del regista-organizzatore monsignor Mani. Oppure l’intervento, tra omelia e benedizione, del sindaco Floris. E giusto per non farsi mancare niente, il ringraziamento pubblico del pontefice a Berlusconi e Letta. C’era da aspettarselo: nessuno ha creduto che la politica sarebbe rimasta fuori dall’evento. Escluso Soru, naturalmente. E la regione da lui guidata: che pure ha finanziato la metà della spesa sostenuta per realizzarlo. Ma tant’è. Perciò, spazio alla cronaca di questa lunga e memorabile giornata: alle 9.35, dieci minuti dopo l’atterraggio dell’aereo pontificio, Joseph Ratzinger è sbarcato all’aeroporto di Elmas. Ad accoglierlo all’aeroporto militare di Elmas il premier Silvio Berlusconi, il presidente della regione Soru, della provincia Milia, il sindaco di Cagliari Floris e l’arcivescovo Mani. Ma anche una piccola folla di fedeli. Pochi minuti e poi via, sulla limousine vaticana, passando velocemente e senza speranza di sosta su viale Sant’Avendrace. Dove una centenaria ha sperato invano nel miracolo per vivere il giorno più bello della sua vita: l’impegno di un amministratore locale non è bastato a fermare il Papa. Giunto in via Roma, davanti al Municipio c’è stato il cambio di vettura: lasciata la limousine, Ratzinger è salito sulla sua candida papa-mobile. Poi tra due ali festanti di fedeli ha raggiunto la basilica di Bonaria: ad attenderlo qui, almeno centomila fedeli. L’omelia slitterà di venti minuti: tempo donato in chiesa ai più sfortunati, ai malati, che saluterà individualmente, uno per uno. Il tema ricorrente e centrale è quello della Madonna di Bonaria, ma la politica non sparirà del tutto. Durante l’omelia il Papa ha esortato la Chiesa e i cattolici a tornare ad «essere capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica». Sottolineando la «necessità di una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». In Italia serve una «nuova generazione» di politici cattolici, che abbiano «rigore morale» e «competenza». Ma l’emozione è tutta in quel "Sa Mama, Fiza, Isposa de su Segnore": «come a voi piace cantare», ha detto Papa Benedetto XVI. Alla fine della benedizione in sacrestia scambierà due parole con Berlusconi che si sarebbe detto «anche un pò emozionato» per l’incontro. Nulla più è trapelato. La tabella di marcia, con qualche ritardo, prosegue come stabilito. La folla lo circonda anche durante il viaggio che, sempre in papa-mobile, lo porterà nella sede del seminario arcivescovile per il pranzo e il riposo pomeridiano. Qui ci sarebbe stato anche un breve incontro con il presidente Soru. Una scaletta senza tregua di impegni: subito in Cattedrale per l’incontro con il clero, passando davanti al carcere di Buoncammino. Breve tappa: tre detenuti scelti dalla direzione del penitenziario hanno atteso il passaggio del Pontefice fuori dal portone d’ingresso. Sono ormai le 17.45 : nel largo Carlo Felice i papa boys attendono in canto l’arrivo del Pontefice previsto per le 18.00. Saranno oltre 50mila, forse 70mila le persone che affollano il centro della città. Un incontro breve ma intenso: dopo il ringraziamento tardivo a Soru, parlerà finalmente ai giovani. Di famiglia, intesa come matrimonio tra uomo e donna. Un messaggio religioso già sentito che sfocia nella conseguente condanna, e qua già si fa politica, delle unioni di fatto. Ma Benedetto affronta anche un tema particolarmente sentito dai giovani. «La piaga della disoccupazione e della precarietà del lavoro», come anche dell’emigrazione e dell’esodo delle forze più fresche e intraprendenti. Il tempo è poco ma Ratzinger trova quello indispensabile a criticare i falsi idoli del «guadagno e del successo», imposti dalla società consumistica. Poi il saluto finale, prima di ascoltare "Deus ti salvet Maria", eseguita dalla cantante di Bolotana Maria Giovanna Cherchi e salutata da un grande applauso: «Grazie a tutti voi. Possa nostra Signora di Bonaria aiutavi. Io, con affetto, vi benedico assicurandovi un quotidiano ricordo nella preghiera. Grazie a tutti voi». Poi, il tempo è davvero finito: ancora in viaggio verso l’aeroporto di Elmas e l’aereo che alle 19.10 lo ha riportato nella Capitale. Cinzia Isola 

 

CERIMONIE RICCHE DI SUGGESTIONE E DI SIMBOLI PER LA VISITA DEL PONTEFICE

PAPA BENEDETTO XVI A CAGLIARI

È stata una visita storica lungo un percorso disseminato di suggestioni e simboli. Quella che ha visto a Cagliari Benedetto XVI, in meno di 40 anni terzo papa in Sardegna, soprattutto la tappa di un viaggio dai significati profondi. Significati palesi e reconditi. C’è’ stata la festa solenne per il centenario della proclamazione della Vergine di Bonaria a patrona della regione. C’era da cementare il legame che tiene uniti clero e fedeli con la Chiesa di Roma. C’era da consolidare il sottile ma fortissimo filo che unisce temi religiosi e sociali con analisi, interpretazioni, strategie dei vertici ecclesiastici. Insomma la tappa di un programma ampio, dai tratti imponenti. Ha seguito di poco la trasvolata del pontefice in Australia. Ha preceduto di qualche giorno la missione apostolica in Francia per il 150° anniversario delle apparizioni di Lourdes. Un volo, quello in terra sarda di Ratzinger, che resta così contraddistinto da connotati riconducibili a concetti fondamentali nell’ortodossia della Santa Sede. Un percorso chiaro fin dai primi passi che il pontefice ha mosso sul suolo dell’isola. L’accoglienza che Benedetto XVI ha ricevuto all’aero
porto di Elmas dal premier Silvio Berlusconi, dal governatore Renato Soru e dalle altre autorità civili regionali, è stato l’unico passaggio riservato dal cerimoniale a un momento, per così dire, istituzionale, politico. Giovani. Ammalati. Poveri. Diseredati. Emarginati. Detenuti. Immigrati. Donne. Uomini. Anziani. I centenari che nel 1908 erano già nati quando ci fu l’investitura della Madonna del colle a patrona. E i sacerdoti, le suore, i seminaristi, i loro maestri, i docenti di teologia, i diaconi, i papaboys. Quel popolo immenso che ha formato una moltitudine di almeno duecentomila persone. Nell’isola il Veni per Mariam si è tradotto quindi in un itinerario articolato, complesso, denso di appuntamenti chiave. Con Benedetto XVI che, rivolgendosi direttamente ai sardi durante le celebrazioni in piazza San Pietro, disse: «Cari amici, nella recente esortazione apostolica ho richiamato il valore dell’eucarestia per la vita della Chiesa e per ogni cristiano. Incoraggio anche voi ad attingere da questa mirabile fonte la forza spirituale necessaria per mantenervi fedeli al Vangelo e testimoniare sempre e dappertutto l’amore di Dio». Ha ricordato l’arcivescovo Giuseppe Mani parlando di quell’incontro nella Santa Sede: «Quando Benedetto XVI lo scorso anno mi domandò: "Che c”è di bello in Sardegna? Gli risposi: "La fede, Santità. Davvero chiese ancora lui: la fede?". Così io gli ho dato assicurazioni su ciò che ho sempre pensato dell’isola e ripeto oggi: sì qui c”è davvero la fede dei semplici, degli umili». E proprio seguendo questa strada l’arcivescovo di Cagliari ha presentato, come altrettante bandiere religiose, le note salienti del viaggio in un’intervista alla Radio Vaticana. Naturalmente per Ratzinger, il teologo dell’ortodossia che da cardinale è cstato lungamente alla guida dell’ex Sant’uffizio, quello del marzo 2007 non è stato l’unico
contatto pubblico con la Sardegna. Fra l’altro, durante la prigionia di Titti Pinna, lanciò un appello ai banditi, per poi incontrare l’ex ostaggio di Bonorva mesi dopo la liberazione in piazza San Pietro. Ma nell’isola è stata tutt’altra cosa. Non solo un immenso bagno di folla. Specialmente una ricerca delle antichissime radici cristiane in terra sarda. Fra suggestioni e simboli, appunto. Dopo un approccio con le tradizioni e la storia dei gruppi folk e la benedizione della prima pietra della nuova chiesa di Capoterra, il pontefice che ama Mozart e la poesia ha ricevuto in dono il canto di un inno. È l’opera di due sposi trentenni, scelti tra migliaia in tutt’Italia. Maria Enrica Porcu ha scritto il testo, Francesco Mocci ha curato la musica. Entrambi cagliaritani, fanno gli insegnanti. Il ritornello dell’inno, intitolato Tu sei Madre, si basa su un pellegrinaggio ad Assisi sulle tracce di san Francesco, Cuori attorno a un solo cuore. Nella Messa a Bonaria i centenari, non meno di una quarantina, sono stati accolti con i familiari in un’ala della chiesa accanto a Benedetto XVI. Il pontefice li ha avvicinati per tre volte: durante il saluto agli oltre centomila fedeli raccolti sul sagrato, quando è entrato nella basilica per indossare i paramenti sacri, alla fine della celebrazione eucaristica. Il fatto tiene conto di una straordinaria caratteristica: i picchi di longevità nell’isola che hanno spinto numerosi studiosi ad approfondire le indagini genetiche in questa direzione. Nel corso della funzione, un altro segno di una religiosità che nell’isola ha tradizioni secolari. È il Calice dei sardi. Fatto interamente con oro di Furtei, è stato utilizzato dal papa durante la messa. «È un patrimonio destinato a restare nel tempo», hanno messo in rilievo le gerarchie ecclestiastiche. «Siamo onorati di rappresentare la Sardegna operosa», hanno aggiunto i minatori. Se il metallo è sardo, la confezione del calice è stata fatta in un paesino della provincia di Arezzo. E gli orafi toscani hanno riprodotto lo stile carolingio, con l’assemblaggio di preziose pietre dell’isola. Tra i fili luccicanti, una scritta che ricorderà la data della visita di Benedetto XVI. Sempre d’oro la navicella che il pontefice ha posato in una mano della statua della Madonna (il simulacro ‚ arrivato misteriosamente dal mare in una cassa, nel 1370, pare dopo un naufragio). Per costruirla a forma di galeone è stato necessario un chilometro di filigrana e un lavoro di parecchi mesi. Contiene una piccola pergamena con un testo sacro ed è stata collocata su un basamento forato per permettere l’inserimento della candela che la statua tiene nella mano sinistra, opposta alla destra con cui sostiene il Bambino Gesù. Ancora in filigrana, le onde del mare, a ricordare i naviganti di cui la Vergine è protettrice. Un insieme di circostanze evocative che trascendono i significati liturgici. La Sardegna si è trasformata per un giorno in un grande palcoscenico.
Pier Giorgio Pinna

IL MIO PERSONALE BATTESIMO CON LA CHIESA SARDA

INCONTRO CON IL PAPA

Quando un innamorato attende la persona amata vive l’attesa dell’incontro con trepidazione. C’è la preparazione esteriore, perché tutto sia curato ed in ordine e c’è la preparazione del cuore, fatta  di sentimenti belli, di sogni, di desideri che rendono questo cuore vivo e lo fanno palpitare. E’ un momento Spirituale all’interno del quale l’incontro che avverrà sarà Sacro, un avvenimento Eccezionale!! Penso sia stata questa la predisposizione d’animo con la quale la Sardegna si è apprestata a vivere la visita di Benedetto XVI a Cagliari . Domenica 7 settembre 2008 è una data che rimarrà sempre impressa nei cuori di chi ha potuto essere presente fisicamente alla giornata, ma anche per chi è riuscito a seguire l’evento solo attraverso  la televisione. Io personalmente ho avuto la fortuna di vivere questo momento in un modo particolare, oserei definirlo speciale. Ho voluto fare questa volta l’inviato molto speciale! Per capire a che cosa mi sto riferendo  non mi resta che venire allo scoperto, vi spiego brevemente di che cosa si tratta, con la promessa di approfondire meglio prossimamente. Questa mia venuta in Sardegna era diversa rispetto alle solite, il mio biglietto era di sola andata. Arrivo al sodo. Dovete sapere che lunedì 1 settembre 2008 ho fatto il mio ingresso presso il Pontificio Seminario Regionale Sardo in Cagliari per frequentare il primo anno di teologia. Ai momenti di commozione nati dall’evento si sono uniti anche quelli suscitati dalla gioia per l’incontro con il Santo Padre. Come inizio non c’è male vero? Mi ha colpito la gioiosa attesa dei miei compagni e dei formatori. I vari momenti delle giornate, dalla preghiera ai lavori più materiali, e la partecipazione a momenti Spirituali e culturali organizzati in città, lasciavano ad indicare che una qualcosa di grande stava per avvenire all’interno della grande famiglia del Seminario. Sentendomi figlio adottivo di questa terra ed in particolare per il cammino che ho intrapreso, l’incontro in cattedrale con tutti i seminaristi e i sacerdoti è stato per me motivo di consolazione. Il
Santo Padre, nel ringraziare i formatori per il quotidiano lavoro, ha ricordato loro che accompagnare i giovani che si preparano alla missione sacerdotale, "significa aiutarli innanzi tutto a conformarsi in Cristo". Ai seminaristi e agli alunni della facoltà teologica, ha voluto sottolineare l’importanza della formazione teologica . "Essa deve condurvi a possedere una visione completa e unitaria delle verità rivelate e del loro accoglimento nell’esperienza di fede della Chiesa".. Accanto a questa indicazione legata all’approccio agli studi teologici Benedetto XVI ha così proseguito: "Inoltre , in questi anni ogni iniziativa deve disporvi a comunicare la carità di Cristo Buon Pastore. Di lui siete chiamati ad essere domani ministri e testimoni: ministri della sua grazia e testimoni del suo amore. Accanto allo studio e alle esperienze pastorali, non dimenticate pertanto di porre al primo posto la costante ricerca di un’intima comunione con Cristo. Sta qui, solo qui, il segreto del vostro vero successo apostolico". Rivolgendosi poi ai presbiteri e ai religiosi presenti ha voluto ricordare il grande contributo di tanti uomini e donne, testimoni della fede in Sardegna,  che attraverso il loro si "hanno contribuito a diffondere l’amore di Cristo nei paesi, nelle famiglie, nelle scuole,negli ospedali, nelle carceri e nei luoghi di lavoro. Senza il seme del cristianesimo la Sardegna sarebbe più fragile e povera. Insieme a voi rendo grazie a Dio che mai fa mancare al suo popolo guide e testimoni santi!" Il Papa ha poi proseguito esortandoli a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà: "È importante essere chicchi di buon grano che, caduti in terra, portano frutto. Approfondite la consapevolezza della vostra identità: il sacerdote, per la Chiesa e nella Chiesa, è segno umile ma reale dell’unico ed eterno Sacerdote che è Gesù. Deve proclamarne autorevolmente la parola, rinnovarne i gesti di perdono e di offerta, esercitarne l’amorevole sollecitudine al servizio del suo gregge, in comunione con i Pastori e fedelmente docile agli insegnamenti del Magistero. Ravvivate dunque ogni giorno il carisma che avete ricevuto con l’imposizione delle mani , identificandovi con Gesù Cristo nella sua triplice funzione di santificare, ammaestrare e pascere il gregge. Vi protegga e vi accompagni Maria Santissima, Madre della Chiesa". A queste indicazioni, ci rimane solo di farne tesor
o.

Enrico Perlato

 

IL SALDO LEGAME CON LA SANTA SEDE LINFA VITALE PER LE COMUNITA’ SARDE

LE TAPPE DEL CRISTIANESIMO ISOLANO

La Sardegna, come ogni altro lembo periferico della Chiesa cattolica, ha espresso attaccamento e fedeltà alla Sede di Pietro, anche nei momenti più drammatici della sua storia, nella consapevolezza che solo in essa poteva trovare conferma alla propria fede. Esso si affermò nelle città costiere e, in un secondo momento, con difficoltà, penetrò nelle zone interne. Nell’ultimo decennio del secolo scorso da ricercare i primi albori della diffusione del cristianesimo. In questo primo periodo sono da menzionare alcuni eventi importanti: la testimonianza offerta, durante le persecuzioni dioclezianee, dai martiri Gavino di Porto Torres, Lussorio di Fordongianus, Simplicio di Civita, citati dal Martirologio Geronimiano, Saturno di Cagliari, Antioco di Sulcis e Efisio di Nora, menzionati in altre opere. Sono da includere in questo primo nucleo anche due personalità eminente della Chiesa sarda: Lucifero di Cagliari e Eusebio, natione sardus, vescovo di Vercelli. Il primo, durante la crisi ariana, fu di particolare aiuto al pontefice Liberio, come ambasciatore presso l’imperatore Costanzo; il secondo si rivelò un dinamico organizzatore della più vasta circoscrizione ecclesiastica del Nord Italia. Anche altri due esponenti del clero sardo, in questo stesso arco di tempo, occuparono posizioni di prestigio: Ilario fu pontefice dal 461 al 468, Simmaco dal 498 al 514. Il secondo nucleo si trova nel contributo offerto da un nutrito gruppo di vescovi, circa un centinaio, provenienti dall’Africa romana e da Cartagine, esiliati in Sardegna dal re Trasamondo (496-523). Durante la loro permanenza a Cagliari, sotto la guida di Fulgenzio di Ruspe furono fondati insediamenti monastici, intensificata l’evangelizzazione, promossa un’attività culturale multiforme, che incise nel territorio. La Chiesa sarda non gravitò né dipese da quella cartaginesi, benché fosse incontestabile il ruolo culturale e teologico svolto da questi esponenti della vicina Africa mediterranea, ma riconobbe, presto, la supremazia della Chiesa romana: essa infatti, aveva il diritto di approvare e consacrare i vescovi isolani. Il terzo nucleo viene documentato dall’epistolario intercorso tra il pontefice Gregorio Magno (590-604) e il vescovo di Cagliari Gianuario. Le 39 lettere a lui indirizzate mettono in evidenza aspetti politico-militari ed ecclesiali, con interventi pontifici volti non solo a rimproverare alcuni comportamenti del vescovo cagliaritano, ma anche ad offrire indicazioni sull’esercizio del culto, sulla provvisione alle sedi vescovili e sul reclutamento degli ecclesiastici. L’epistolario offre uno spaccato di notevole importanza per conoscere i rapporti tra la Sardegna e la sede romana. Il quarto nucleo riguarda i secoli successivi fino al Mille, in cui l’azione di Bisanzio fece sentire il suo influsso in Sardegna e la Chiesa ondeggiava tra Roma e Costantinopoli. Bisogna, però, prendere con cautela la presunta "autocefalia" sostenuta da alcuni studiosi isolani, a causa della carenza di documentazione, che avrebbe gettato luce su figure ed eventi di quel periodo. Possiamo individuare il quinto nucleo nei primi secoli del nuovo millennio, allorché l’azione svolta dai monaci di Montecassino, a partire dal 1065, ebbe crescente influsso religioso e sociale. La Sardegna, dopo il fallito tentativo di re Museto nel 1015-1016 di impadronirsi dell’isola, organizzò in campo politico 4 giudicati; in campo ecclesiastico, al fine di promuovere la riforma, riorganizzò, durante il pontificato di Alessandro II (1061-1073), la propria circoscrizione giuridica. Dal tempo di Gregorio Magno infatti, esistevano una sede metropolitana e 6 diocesi suffraganee. La nuova circoscrizione fu suddivisa in 18 diocesi: 3 province ecclesiastiche con 13 diocesi suffraganee e 2 (Civita e Galtellì) che dipendevano direttamente dalla Santa Sede. Gregorio VII (1073-1085) consacrò personalmente gli arcivescovi Costantino di Torres e Giacomo di Cagliari, inviò i monaci Vittoriani nell’isola e promosse rapporti fra la Chiesa di Torres e quella di Pisa. Il pontefice Urbano II (1088-1099) continuò la politica ecclesiastica promossa da Gregorio VII, offrendo sostegno a numerose fondazioni monastiche. Il sesto nucleo si trova nell’opera svolta dall’arcivescovo di Pisa, Federico Visconti, legato pontificio in Sardegna nel 1263. La sua azione getta luce sia sulla situazione sociale e religiosa, soprattutto sulla cura animarum, sia sulle problematiche riguardanti l’infeudazione del Regnum Sardiniae et Corsice, che
verrà fatta nel giugno 1297 da Bonifacio VIII al re d’Aragona Giacomo II, ponendo fine all’influsso di Pisa e dando vita a quello spagnolo. In questo periodo è da sottolineare l’accresciuto potere del papato sulla Chiesa sarda che si espresse con l’aumento del sistema centralistico e fiscale e la nomina dei vescovi fatti dalla Santa Sede: nel 1329 Giovanni XXII riservò a sé la nomina di tutti i vescovi dell’isola, con crescente controllo di tutti i settori della vita ecclesiastica. Il settimo nucleo si trova nelle conseguenze della bolla Aequum reputamus, emanata dal papa Giulio II il 26 novembre 1503, e nell’azione riformatrice promossa dagli orientamenti del Concilio di Trento. La situazione isolana, grazie alla stabilità politica e alla nuova condizione economica, con conseguente crescita demografica, operò un salto in avanti con espansione non solo alle strutture ma anche nella cura animarum. Questo fu possibile solo per l’appoggio offerto dalla monarchia spagnola, che promosse all’episcopato soggetti favorevoli alla riforma tridentina: residenza, visite pastolari, sinodi, formazione spirituale e culturale del clero, come documentano le relationes ad limina. Il rapporto dei vescovi isolani con la Santa Sede, dei religiosi (soprattutto i Gesuiti) con i loro superiori maggiori, favorirono un interscambio intenso tra l’isola e Roma, che arricchì il tessuto socio-religioso isolano. L’ottavo nucleo riguarda il periodo dell’età sabauda, che va dal 1720 all’Unità d’Italia, allorché quel governo
sviluppò una controversa trattativa con la Santa Sede circa l’indulto di patronato per la presentazione dei candidati ai benefici ecclesiastici e all’episcopato. A partire dal 25 ottobre 1726, concesso alla monarchia l’auspicato indulto da parte della Santa Sede, fu possibile nominare i nuovi titolari, ponendo fine ad una difficile situazione pastorale. Il nono nucleo riguarda alcuni interventi promossi dai pontefici negli ultimi 150 anni verso la comunità ecclesiale isolana. Tra i tanti, ricordo che Pio IX, in occasione del quinto centenario dell’arrivo del simulacro della Madonna di Bonaria, decretò l’incoronazione il 24 aprile 1870; Pio X, il 13 settembre 1907, proclamò la Madonna di Bonaria Patrona Massima della Sardegna ed invitò, in qualità di suo rappresentante, il cardinal Pietro Maffi, arcivescovo di Pisa, Pio XI, nell’aprile 1926, inviò il cardinal Gaetano Bisleti, a consacrare il nuovo santuario mariano. Pio XII e Giovanni XXIII manifestarono, in vario modo, la loro devozione verso la Madonna di Bonaria: con breve discorso in sardo del primo; col ricordo grato del pellegrinaggio che il giovane Angelo Giuseppe Roncalli fece al santuario il 29 ottobre 1921. Il decimo nucleo è costituito dalla recenti visite papali al santuario cagliaritano: Paolo VI, il 24 aprile 1970; Giovanni Paolo II, il 20 ottobre 1985 e Benedetto XVI, il 7 settembre 2008, la cui eredità sta soprattutto nella ricchezza dei messaggi che, attraverso le parole di papa Montini, ricordano che non si può essere cristiani, se non si è mariani.
Tonino Cabizzosu

 

PER IL SENSO MATERNO DEI SARDI MARIA E’ LA VERA PROTETTRICE

LA VERGINE MADRE, PROTETTRICE DELL’ISOLA

Inno nazionale della religiosità sarda è s’Ave Maria, prena de grazia, vena e corrente de abba, mama, fiza, isposa de su Segnore. Parola e musica, recita e canto, inno e preghiera. Nel mio paese ci sono 8 madonne, venerate in 8 chiese: Santa Maria, Bonaera, Bonu Caminu, Sa Pietate, Le Grazie, L’Annunziata, Su Meraculu, Se Defensa. Nella chiesa parrocchiale gli altari più importanti sono dedicati alla Madonna del Rosario e alla Purissima. Non può che essere un paese mariano, ma in verità lo sono tutti i paesi della Sardegna. Non basterebbe l’intero mese di maggio a esaudire l’itinerario mariano nelle 100 chiese dedicate alla Vergine Madre di Sardegna. Un calendario denso di feste, dall’Annunziata all’Assunta. Singolari sono i titoli: Nostra Signora del Monte e di Valverde, Nostra Signora della Neve e Maristella e la Madonna del Latte Dolce che esprime intensamente l’umanità di Cristo. Venerata sulla cima di Gonari e in "una valle remota" nella sperduta campagna alle porte di Lodè. La Sardegna è punteggiata da santuari mariani, da nord a sud, da est a ovest: dalla Madonna della Mercede di Alghero e delle Grazie di Sassari, attraverso Su Cossolu di Orune, sa Itria di Gavoi, sos Martines di Fonni, alla Madonna di Bonaria del Carmine di Cagliari. Dalla Madonna del Rimedio di Oristano al Rimedio di Orosei, passando per Ozieri. Ma c’è un altro itinerario devozionale che è cantato dai gosos, canti di un’antica e mirabile pietà popolare che nella testimonianza poetica riaffermano una profonda relazione tra la Madre e i figli. Nella intensa partecipazione alla preghiera ricorrono i titoli di protetora, avvocata, difensora, pastora, ghia (guida), reparu, remediu. Premurosa, dolorosa, gloriosa. Sono canti che si imprimono nella mente e nel cuore, rinnovano esperienze di preghiera e si fanno speranza di un tempo nuovo. La memoria dell’infanzia è racchiusa in una quartina: De Christos lughe increada / Sezis dorada aurora / Amparade nos, Signora / Virgo de s’Annunziada. "Amparade nos, Signora": non capivo il significato preciso del verbo ma avvertivo la pienezza di una sicura protezione. I titoli attribuiti alla Vergine Madre rispondono anche ai sentimenti più profondi dei fedeli. I titoli di potenza, gloria, grazia, miracolo, mercede, indicano pienezza e ricchezza nella dimensione del dono; la richiesta di protezione è espressa nell’attribuzione di Soccorso, di Misericordia, di Consolazione, di Difesa, di Rimedio; e quando il dolore è più cupo ci si rivolge a sa Mama de sos sette dolores, a sa Pietate e alla Madonna della buona morte. Questa forte identità mariana ha profondi legami con l’antropologia sarda che ha sviluppato una forte elaborazione dell’idea di madre. Quella sarda è una società matricentrica. C’è un filo di orbace che unisce la statuetta della madre nuragica con in braccio il figlio morto alla Pietà cristiana. Nella cultura sarda solo la donna ha la consapevolezza del mistero della nascita della morte, dell’entrare e dell’uscire dal mondo. Da questo mistero nasce la supremazia della madre nella struttura di venerazione della religione sarda. La madre sa assumere su di sé il negativo del dolore e della morte, per lei il corpo del figlio è immortale: lo piange, lo tocca, lo canta. Numerose le statuine delle madri dolenti, nell’atto pietoso e propiziatorio di garanti del sonno eterno e di richiamo evocativo di vita. L’etnologia sarda è popolata di mamme. Nei romanzi di Grazia Deledda, l’amore totale e il rigore morale rispondono all’orizzonte superiore dell’essere madre: mater absoluta, mater imperiosa, mater salvifica, mater operosa. All’infinito desiderio della madre si può rispondere con l’infinito amore e cura del figlio meraviglioso. Le maternità di Nivola hanno interpretato intensamente l’idea e l’anima dei Sardi nel profondo legame tra madre e figlio. Non può che essere la Vergine Madre la protettrice della Sardegna. Bachisio Bandinu

 

 

 

 

 

 

 

 

IN SARDEGNA, ORDINI E CONGREGAZIONI RIDUCONO LA LORO PRESENZA

LA CHIESA ISOLANA NON CRESCE

Il Papa ha trovato idealmente ad accoglierlo tutta la Chiesa sarda, rappresentata dai suoi Vescovi, dal clero, dai religiosi, dal Popolo di Dio e dalle altre autorità dell’isola. La visita, data la sua brevità, non ha consentito al Papa di conoscere a fondo i problemi, le ansie e le preoccupazioni. Quale Chiesa ha trovato Benedetto XVI? Una Chiesa in buona salute, che da questa visita vorrà ricavare slancio per tendere verso nuovi traguardi? Oppure ha trovato una Chiesa stanca e ripiegata su se stessa? I Vescovi non hanno mancato di informare il Papa sullo stato della Chiesa isolana: del resto, se la visita è stata invocata e voluta, significa che nei responsabili delle diocesi c’è la consapevolezza dell’importanza che un tale evento può avere nella vita delle chiese locali. La presenza dei religiosi in Sardegna va con gli anni progressivamente riducendosi (sono 247 in tutta l’isola: 122 nella diocesi di Cagliari, 11 in quella di Iglesias, 2 in quella di Ales e Terralba, 6 in Ogliastra, 24 a Oristano, 12 a Nuoro, 20 ad Alghero e Bosa, 4 a Ozieri, 36 a Sassari e 10 a Tempio). Gli istituti presenti sono ancora numerosi (ci sono tutti i grandi Ordini e tutte le Congregazioni moderne più note) ma quasi tutti caratterizzati da un accentuato invecchiamento e sufficiente ricambio. Molti conventi vengono chiusi per mancanza di personale: è la situazione che accomuna attualmente le comunità religiose dell’Europa occidentale di più antica evangelizzazione. Una vera e profonda crisi, che sta rapidamente cambiando la geografia ecclesiale di questi paesi. Nei secoli passati i religiosi hanno svolto un ruolo di primo piano nell’evangelizzazione e nella crescita sociale dell’isola: si pensi all’immensa opera svolta dai monaci Vittorini nel Medioevo e quella degli Ordini mendicanti (francescani, domenicani e carmelitani) nelle campagne o più recentemente sul piano dell’istruzione (si ricordi quanto hanno fatto i Gesuiti, gli Scolopi). Sarebbe impossibile scrivere una storia religiosa dell’isola prescindendo dal ruolo enorme svolto dai religiosi. Perciò la loro progressiva diminuzione è da deprecare e molto presto, nelle singole diocesi se ne avvertiranno le conseguenze. Dopo i primi tre secoli, terminate le persecuzioni, i cristiani più generosi avvertirono da subito il bisogno di consacrare la loro vita al Signore attraverso l’esperienza monastica nelle sue diverse versioni. Nei due millenni di cristianesimo questa tensione spirituale non è mai venuta meno, neppure quando i governi anticlericali li hanno dichiarati fuori legge, sopprimendoli e incamerandone i beni. Le numerose sofferenze e ingiustizie di cui i religiosi sono stati vittime stanno, seppur ignorate dai libri di storia, a testimoniare la ricchezza e la bellezza della loro presenza. Anche in Sardegna abbiamo avuto figure di santi. Si pensi ai più noti: i cappuccini Ignazio da Laconi (1701 – 1781), Giacomo da Decimoputzu (1573 – 1643), Paolo da Cuglieri (1650 – 1726), Niccolò da San Vero Milis (1631 – 1707), Nicola da Gesturi (1882 – 1958); il frate minore Salvatore da Horta (1520 – 1587); il conventuale Padre Francesco Zirano (1564 – 1598); il vincenziano Padre Giovanni Battista Manzella (1855 – 1937), il mercenario Antonino Pisano (1907 – 1927) e tanti altri meno noti hanno dato una straordinaria testimonianza di fede e di carità. Altrettanto si può dire delle religiose, peraltro abbastanza numerose nell’isola. Fra tutte ricordiamo Suor Giuseppina Nicoli (1863 – 1924), beatificata il 2 febbraio scorso. Papa Ratzinger in Sardegna ha trovato questo popolo silenzioso di religiose e di religiosi, a cui la Chiesa sarda deve tanto: sono loro, soprattutto, che hanno scritto la storia della santità nell’isola. Non hanno certo mancato lo straordinario appuntamento con Pietro, ricordandogli nell’occasione – se mai ce ne fosse bisogno – l’importanza della vita consacrata anche per la Chiesa sarda del terzo millennio. Tarcisio Mascia

 

LE VISITE NELL’ISOLA DEGLI EREDI DI SAN PIETRO TRA BAGNI DI FOLLA E SASSAIOLE

PAOLO IV DA UN CIABATTINO, GIOVANNI PAOLO II IN MINIERA

Paolo VI nel 1970, Giovanni Paolo II quindici anni dopo: sono gli unici precedenti delle visite pastorali di un Pontefice in Sardegna. Due ricordi diversi non solo per le tappe del viaggio: Papa Montini si fermò a Cagliari, mentre l’instancabile Karol Wojtyla fu protagonista di una tre giorni intensa, dalla Basilica di Bonaria agli incontri con le comunità di Iglesias, storica la visita nel pozzo di Monteponi, Nuoro, Oristano e Sassari. 24 Aprile 1970. È in occasione del sesto centenario dell’arrivo miracoloso del simulacro della Madonna di Bonaria sulla spiaggia di Su Siccu e del primo centenario dell’incoronazione di Nostra Signora a patrona della Sardegna, che Paolo VI arriva a Cagliari, per un viaggio che durerà un giorno. La mattina intorno alla Basilica di Bonaria, allungata verso il mare con la monumentale scalinata e la piazza appena costruita in viale Diaz, si stringe l’isola intera. È un bagno di folla: sono oltre centomila i fedeli che assistono alla celebrazione della messa sul sagrato della Basilica e nella memoria è ancora impressa l’immagine di due bambini, in costume sardo, che emozionati donano al Papa un agnellino. Il resto dei ricordi, purtroppo, è legato a una cronaca più rude, quella Nera. Nel pomeriggio, nel quartiere di Sant’Elia, mentre il Pontefice è appena uscito dalla casa di un ciabattino (scelto dalla Diocesi come simbolo della povertà) si scatena la protesta di un gruppo vicino ai movimenti anarchici. Il corteo non è neanche sfiorato dalla sassaiola. Quindici agenti feriti, una trentina gli arresti, per quella che è ricordata ancora come la sassaiola di Sant’Elia. 18-19-20 ottobre 1985. Sette anni dopo la sua salita alla soglia di Pietro, Giovanni Paolo II è in Sardegna. Il Vaticano ha programmato una visita di tre giorni, con decine d’incontri, com’è consuetudine per un Papa che è stato già da un capo all’altro del mondo e continuerà a viaggiare fino a pochi mesi dalla morte, nel 2005. Una tappa della visita pastorale è a Cagliari proprio alla Basilica di Bonaria e durante l’Angelus dice tra l’altro: «Intensificate la
vostra devozione a Maria, essa vi condurrà al porto della salvezza eterna, ci condurrà a Dio Padre, Figlio e Spirito Santo». I cagliaritani ricordano ancora il
corteo notturno della "Papa-mobile" in via Roma tra due ali di folla, con quel Pontefice dal fisico imponente ma dallo sguardo dolce. Karol Wojtyla sa e saprà sorprendere per tutto il suo pontificato. Così eccolo scendere nel pozzo di Monteponi, con il caschetto in testa, per un indimenticabile incontro con i minatori del Sulcis. Poi le altre tappe come il Papa stesso ricorderà, un anno dopo, in piazza San Pietro nel suo discorso rivolto ai pellegrini della Sardegna: «Passano spesso nella mia mente i luoghi e gli incontri di quella emozionante circostanza. La visita agli ammalati e ai bambini sofferenti, ai carcerati di Buoncammino, al mondo della cultura dell’Università di Sassari. E ogni attimo colma ancora il mio animo di grande letizia». Questo era Giovanni Paolo II.

 

ILARO E SIMMACO NEL V SECOLO

PAPI DI SARDEGNA

La Sardegna ha già avuto 2 uomini che hanno retto la cattedra di Pietro, sebbene nei primi tempi del cammino del Cristianesimo. Se già nell’ultimo decennio del II secolo vi erano certamente già cristiani sull’isola, è del V secolo la notizia di sardi nel clero romano in modo non sporadico, tanto che il sardo Ilaro venne eletto vescovo di Roma, già allora la Chiesa più prestigiosa della Cristianità, nel 461, morendo nel 468. Trent’anni dopo, un altro sardo, Simmaco, assurse a questo onore. Durante i 16 anni del suo pontificato (tra il 498 e il 514) dovette anche affrontare uno scisma appoggiato per qualche tempo da Teodorico, re degli Ostrogoti e padrone d’Italia. Egli si impegnò anche a sostentare, con invio di denari e abiti, i vescovi africani che erano stati esiliati proprio in Sardegna dai re Vandali, di eresia ariana. I rapporti tra la Chiesa romana e la Sardegna continuarono a essere intensi almeno sino agli inizi del VII secolo, quando Gregorio Magno (590-604) intrattenne una densa corrispondenza con il vescovo di Cagliari Gianuario e anche con quello di Torres Mariniano, affrontando, tra le altre cose, il problema della conversione dei Barbaricino, al cui dux, il famoso Hospiton, il Papa scrisse direttamente per congratularsi della sua conversione al Cristianesimo. I secoli successivi sino alla seconda metà dell’XI, sono particolarmente difficili da ricostruire a causa delle poche fonti. La Sardegna era stata sottratta ai Vandali nel 534 dall’esercito di Giustiniano e la "sua" Chiesa era stata certamente bizantinizzata, salvo che non si è in grado di dire con precisione quanto e in che modo. E’ un falso il racconto secondo il quale sarebbe stato Benedetto VIII a volere la spedizione guidata da Pisani e Genovesi, che liberò definitivamente la Sardegna dal pericolo arabo rappresentato dal signore di Denia Magahid nel 1015-1016: tuttavia l’XI secolo segna la ripresa di rapporti continuativi dell’isola, divisa nei 4 regni giudicali, con la Sede apostolica. Già con Alessandro II, si dovette procedere al riordino dei distretti diocesani, con l’erezione ad archidiocesi di Torres e Arborea e la suddivisione in 18 diocesi. Se durante il suo pontificato Gregorio VII riuscì ad imporre alla Chiesa sarda la riforma che la Sede apostolica perseguiva nel resto dell’Europa cristiano-latina, le relazioni tra Papato e isola fecero un salto di qualità di tipo istituzionale quando, nel 1166-67, Alessandro III, in reazione alla concessione a Barione I d’Arborea del titolo di rex Sardinie da parte di Federico I Barbarossa, affermò per la prima volta che la Sardegna era proprietà della Sede apostolica. Da allora le pretese dei Papi relativamente alla proprietà dell’isola divennero sempre più continue e pressanti e si concretizzarono già durante il pontificato di Innocenzo III (1198-1216) con il giuramento di fedeltà feudo-vassallatica che i giudici prestarono a favore della Santa Sede e che riconfermarono durante i pontificati dei successori di Innocenzo III: Onorio III e Gregorio IX. Fu su queste basi giuridiche che nel 1297, per tentare di risolvere la intricata questione della guerra del Vespro che si trascinava da ormai 15 anni (e che Carlo II d’Angiò avrebbe voluto risolvere con l’aiuto di un Papa quasi imposto da lui, il debole Celestino V), Bonifacio VIII decise di concedere a Giacomo II d’Aragona, in cambio della restituzione della Sicilia al Papato, la Sardegna e la Corsica unite in un unico regno. La questione della proprietà della Sardegna da parte della Santa Sede ritornò prepotentemente alla ribalta quando nel 1720, alla fine della guerra di Successione spagnola, con la pace dell’Aja, il regno di Sardegna venne assegnato a Vittorio Amedeo II di Savoia, che voleva anche esercitare il diritto di patronato sulla Chiesa sarda che i sovrani iberici avevano ottenuto grazie a Clemente VII prima e Sisto V e Gregorio XV successivamente. Il pontefice Clemente XI, che si era già scontrato con Vittorio Amedeo a proposito del regno di Sicilia nel 1714, riteneva fossero conculcati i diritti di sovranità del Papato sulla Sardegna, proprio sulla base dell’infeudazione di Bonifacio VIII del 1297. La soluzione del problema si trovò solo nel 1726, con uno "spediente": il sovrano sabaudo infatti discendeva per via femminile da Carlo V come ne discendeva Filippo V di Spagna, pertanto era compreso nella linea di successione dei regni d’Aragona e di Sardegna e non era quindi necessario procedere ad una nuova investitura; ma per esercitare il diritto di patronato bisognava ottenere la riconferma dell’indulto che conteneva la clausola della proprietà della Santa Sede sull’isola. Tuttavia il sovrano sabaudo non era costretto ad accettare quella clausola, perciò il re poteva accettare l’indulto protestando però per la clausola. Fu quanto si verificò il 25 ottobre 1726. L’uscita anche formale della Sardegna dalla proprietà della Santa Sede non implicò la fine dei rapporti con il Papato, segnati da caratteristiche profondamente differenti data la trasformazione del ruolo del pontefice da sovrano temporale, così come si era delineato a partire dall’VIII secolo sino all’invasione di Roma da parte dei bersaglieri il 20 settembre 1870, in pura guida spirituale. Una guida spirituale che alla fine degli anni 60 del secolo scorso, in un contesto di profondi rivolgimenti sociali, fu interpretata come oppressiva e illiberale da parte dei movimenti di contestazione, nonostante le forti aperture che la Chiesa andava impostando, seppur molto, forse troppo lentamente anche in Sardegna sull’onda dei decreti del Concilio Vaticano II, fortemente voluto da Giovanni XXIII.

Massimiliano Perlato

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