Il film di Salvatore Mereu: "Sonetaula", ritratto di Sardegna

di Sergio Portas

 

Per girare Sonetaula, Salvatore Mereu ha dovuto faticare per i cosiddetti "interni", ché i paesi della Sardegna non somigliano più neanche lontanamente a quelli del 1936, periodo in cui Giuseppe Fiori ha ambientato il suo libro, da cui il film è tratto, per quanto riguarda i paesaggi però ha avuto solo l’imbarazzo della scelta. E i pezzi di Sardegna che ha utilizzato, dal Sulcis al Supramonte, "fanno" il film, come trama di tessuto di tappeto prezioso: di quelli che si appendono alle pareti, con le scene di caccia, a grani grossi. Non che ci siano molti spettatori oggi, a Milano, ma tenuto conto che la pellicola parla in sardo e ha i sottotitoli in italiano, il vero miracolo è che qualche continentale, grazie alle lusinghiere recensioni provenienti dal festival di Berlino,abbia osato infiltrarsi tra il pubblico che, già da quando fa la fila per i biglietti, conversa nella lingua del film anticipandone il contesto. "Sono ‘e taula" (suono di tavola per i non addetti ai lavori) è davvero un magro ragazzino quando la storia comincia e non si fa fatica ad immaginare quanto le sue costole suonino ogni volta che qualcuno si prenda la briga di colpirle. Che in quel periodo la fame era ancora regina incontrastata di Sardegna, con la malaria sempre pronta a scalzarla dal suo trono, e malarica è anche la mamma di Sonetaula: forse per questa ragione figura un po’ defilata, che sembra poco incidere sulla vita del figlio. Che pare osannare la figura paterna, un babbo fiero della sua "balentia", del suo non essersi mai piegato per mera viltà a nessun uomo, mai. Anche egli però scompare ben presto nelle galere del continente, innocentemente accusato di un delitto, che apre il libro di Fiori con lo scoppio deflagrante di una fucilata squarciante le prime ombre della sera che già avevano preso possesso di Orgiadas, paese che tanto somiglia ad Orgosolo, ma potrebbe essere Orune, o Bitti, insomma ogni paesello che si regge di coltura agropastorale a circuito chiuso che, beati loro, era ancora da venire la globalizzazione che ci avrebbe portato in casa il caprino cinese e il riso di Bangalore. Niente scuola per Sonetaula, tocca andare in montagna a seguire le pecore di nonno, che sono il bene prezioso che permette di mangiare ogni giorno, seppure la dieta non soffra di improvvisi cambiamenti in proteine e vitamine , più o meno nobili, pane e formaggio, olive, latte appena munto. Per scenario, una volta usciti dalla "pinnetta" piena di fumo e di scuro, un soprammonte fotografato con rara maestria, cieli che incoraggiano nuvole basse a rincorrersi l’una con l’altra, girando e impigliandosi in vette puntute di granito a cui macchie di verde intenso fanno da contrappasso e corolla. E’ il destino che ha tutte le carte migliori  del mazzo a dettare legge per tutti (o quasi), il regista è bravo nel fare intravvedere che una alternativa ci sarebbe, forse, se davvero ci si affidasse alla giustizia, al maresciallo dei carabinieri, che la lettera accusatoria responsabile della prigione per il padre  è palesemente falsa, ma tant’è occorrerebbe derogare dalla legge non scritta della vendetta barbaricina, occorrerebbe denunciare, fidarsi dello Stato. Ma chi lo ha mai visto e sentito lo Stato, l’ultima volta che ha mandato una cartolina ai giovani del paese, era il 1915, appena vent’anni fa, si era portato via la migliore gioventù per fare argine , sulle rive del Piave, sul Brenta, alle truppe astro-ungariche che già intravvedevano Venezia, preda superba. Insomma era toccato salvare L’Italia tutta. E in questi tempi di rinato splendore imperiale romano si erano messi a soffiare di nuovo venti di guerra, e meno male che il Duce nostrano aveva speso tutte le sue energie diplomatiche, a Monaco, per sedare la sete di spazio vitale del nostro alleato tedesco. E tutta Europa (povera illusa!) aveva applaudito allo scampato pericolo di deflagrazione. Qui non è ancora arrivata la luce elettrica, ma arriverà prima che finisca il film, e il silenzio del pascolo è rotto solo dai sonagli delle pecore, che il vento fra i lentischi soffia melodie di profumi più che di suoni, e la scelta di Salvatore Mereu di abbandonarsi ai suoni scolpiti degli scarponi sulle pietre, dei rami che si piegano fino a spezzarsi per il peso della neve, del belare sconsolato della pecora che si rompe una zampa: insomma del il suono della vita reale che quasi mai conosce sottofondi musicali di orchestre improbabili, fa il paio con la scommessa di fare parlare il sardo a tutti i protagonisti del film. Struggente per lo spettatore isolano, capace di sfumature inusitate come quelle di riconoscere il dialetto campidanese del dottore, a fronte del barbaricino  di tutti gli altri. E per tornare al destino che presiede la vita di tutti, come stupirsi se anche Sonetaula si lascia tentare dalla vendetta per un furto che è costretto a subire? E da allora non c’è più ritorno al paese, neppure per rivedere Maddalena, compagna di infanzia che diventa bella più che il fiore di ginestra, con le lentiggini sul viso sì sottili che non fanno che sottolineare i bagliori degli occhi. E se ride sembra che il sole non trovi altro che i denti di lei per specchiarsi. Insomma una vita segnata dal retaggio, quasi che nascere poveri allora volesse significare inesorabile scendere la china dell’abigeato, della latitanza, della scalata a reati sempre più ignobili, sino ad arrivare al delitto contro gli uomini. In realtà in questo film ci sono dei poveri che si salvano dai binari di inossidabile acciaio che paiono orientare la vita di tutti, Maddalena sposerà un ex pastore che riesce a farsi meccanico e a trovare nello sterminio della zanzara anofele a mezzo di DDT uno stipendio sicuro. Ma anche lei avrà un parto difficile, in casa, e dove se no? Ospedali e dottori sono roba da signori, lo dice anche la rima (involontaria). Mi sono andato a rileggere il libro di Peppino Fiori che Einaudi ha mandato in ristampa (era uscito per la prima volta nel 1962), Stefano Giovannardi  ne scrive su "Repubblica" definendolo "secco, essenziale, rigoroso nei toni e nella misura, appassionato senza mai cadere nel folkloristico, altamente etico senza mai risultare moralistico. E’ un triste romanzo di formazione, Sonetaula, in cui però la pietas dell’autore riesce a farsi carne, sangue, roccia, pioggia". Io che ho una cultura essenzialmente letteraria di rado mi lascio convincere dalla trasposizione filmica di un libro, questa volta però mi sento di dire che il regista non ha tradito l’autore, rileggendo il libro vengono a mente, prepotenti, le immagini del film, scrive Fiori a pagina 31: "Su questo versante, i fianchi del monte erano convulsi e rotti, e spogli, vicino alla cima; poi verdi di lecci e roveri; quindi in dolce pendenza sino alla costa. E in mezzo al declivio stava Idalte, alonata da un balenio di scaglie d’argento: sembrava un volo di farfalle, ed erano ulivi."E’ pura poesia. A Mereu bisogna dare atto di essere riuscito a dipingerla questa poesia, d’accordo per tavolozza si è scelto i tramonti di Sardegna a primavera e i colori erano tutti lì senza che altro dovesse inventare, ma è stato bravo il regista dorgalese a farli vivere, a dare loro un’anima. In quanto a trovare un produttore che scommettesse su di un film parlato in "limba"non è più questione di bravura, qui entra in gioco la magia, quella magia che soffia prepotente per la Sardegna  fino a scompigliare i capelli lunghi, da pastore, di "Sonetaula".

Una risposta a “Il film di Salvatore Mereu: "Sonetaula", ritratto di Sardegna”

  1. Io ho fatto da comparsa per il Film sonetaula quando vivevo a Tempio Pausania per ben 3 giorni di ripresa e stata una esperienza unica e bellissima però non mi sono mai visto nelle riprese di tempio. E cene sono state tante cera pure la banda musicale di Tempio poi cerano pure gli inseguimenti con le machine degli anni 30 insoma avete capito nulla di tutto cio come mai mi spiace perche ci tenevo a vedermi per la prima volta al cinema anche se la mia inquadratura fosse di qualche secondo io ho fattto la parte dell’alta borghesia . E per finire cera un pezzo cantato dai ragazzi del posto la brunetta che a Salvatore mereu è piaciutta tantissimo e li cero pure io in mezzo al gruppo. proprio nel pezzo di quella canzone io dovevo fare la parte del ragazzo che arrivava e brindare e cantare insieme a glialtri

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