Tottus in Pari 214: Testamento Soru

 

Renato Soru parla volentieri di ciò che ha fatto e intende fare per la Sardegna. Ha fama di capatosta; è uno che è abituato a tirar dritto e sostenere le sue idee, a costo di esser brusco. Alle domande che non gli piacciono evita di rispondere. Non con sgradevolezza: sposta semplicemente la risposta dove vede la possibilità di una vittoria dialettica. Una dote da "politico" che deve aver acquisito nel tempo. Dopo aver fondato l’azienda privata più grande della Sardegna (oltre mille dipendenti), mister Tiscali si è buttato in politica. Da quando ha vinto le elezioni nel 2004, non ha mai più messo piede nella sua creatura. Ora ne sta perfezionando la cessione. La sinistra sarda ha vissuto spesso con fastidio il suo decisionismo ed ora è tormentata dal dubbio della sua ricandidatura nel 2009. Soru ha deciso di riprovarci. Si era ripromesso di non candidarsi, ma si è reso conto che lascerebbe le cose a metà. La sua discesa in campo è stata un segnale netto di discontinuità politica nella storia della Sardegna autonoma. A pochi mesi dalla fine di una legislatura che ha avuto momenti di grande sofferenza e di grande soddisfazione, con nemici interni e esterni, forse oggi Soru ha imparato a convivere con le critiche. E mantiene uno sguardo dalla lunga gittata, quando parla della sua isola. Ci tiene a spiegare la sua visione di sviluppo per la Sardegna con la passione di chi crede fermamente in ciò che sta facendo. Su quale strada continuare il cammino? Sulla scuola, sui giovani. Abbiamo investito tutto sulla scuola, dobbiamo investire tutto quello che possiamo sul capitale umano. Abbiamo migliorato l’offerta scolastica e rafforzato il diritto allo studio in una Regione che ha forti percentuali di abbandono scolastico. Abbiamo cercato di ammodernare le università sarde, raddoppiato i posti letto per gli studenti a Cagliari, investito risorse regionali sulle autonomie scolastiche, aumentano borse e assegni di studio. Sono fiero del programma "master and back" che sta funzionando benissimo e rappresenta uno sforzo di cambiamento di mentalità per noi notevole. I nostri giovani vanno all’estero, si specializzano, si confrontano con altre realtà e poi tornano per aiutare lo sviluppo della loro terra. I problemi della Sardegna sono i soliti: il lavoro che manca, le industrie in crisi, l’agricoltura in sofferenza, il disagio dell’insularità, l’emigrazione giovanile. Soru prova a ribaltare questa visione. E’ fiducioso sulla capacità dell’isola di trovare altri percorsi. La mia sfida è quella di aumentare ai giovani le loro competenze, facendo fare esperienze. Far crescere una sana voglia di imprenditorialità che spesso è mancata in Sardegna e, insieme, una forte cultura del lavoro, abbandonando l’assistenzialismo che per troppi anni è stato presente nella nostra terra. La giunta Soru sarà ricordata soprattutto per due provvedimenti. La cosiddetta legge "salva-coste" e la "tassa sul lusso", due contestati decreti che hanno fatto versare fiumi di inchiostro, quasi sempre nerissimo. La mia giunta ha cercato di puntare sull’ambiente come la prima risorsa della nostra isola. Forse le nostre azioni non sono state capite in profondità, ma in pochi anni siamo passati da un modello di sviluppo basato sull’edificabilità delle coste a una tutela consapevole del nostro paesaggio. Fino ad oggi c’era la tendenza a sviluppare una specie di città lineare lungo le coste, una sorta di ciambella con l’interno sempre più vuoto. Ma noi non dobbiamo consumare tutto l’ambiente costiero e, allo stesso tempo, dobbiamo valorizzare i saperi tradizionali, rendere viva un’isola che è dappertutto. Quanto alla tassa sul lusso, abbiamo sbagliato la comunicazione, lo ammetto. Non era una tassa per "far piangere i ricchi". Per me era un’iniziativa sacrosanta. Penso che in futuro potremmo anche tornarci, in qualche modo. Si, la Corte Costituzionale ci ha bocciati, ma se non altro ha riconosciuto quali sono le modalità della capacità impositiva delle Regioni. L’altra bocciatura è arrivata sul bilancio regionale, ma anche qui Soru passa al contrattacco: La Corte si è soffermata sull’aspetto formale, più che sui nostri sforzi di diminuire il debito pubblico. L’industria in Sardegna soffre ancora parecchio… Il nostro sforzo è quello di salvaguardare l’industria esistente. Oggi il comparto contribuisce solo per il 14% alla formazione del prodotto interno. Una delle percentuali più basse tra le regioni del sud. L’obiettivo è quello di sostenere un’integrazione della filiera produttiva e di cercare di ottenere tariffe energetiche agevolate per le nostre industrie. Ci stiamo muovendo per questo. Ci sono vincoli più stringenti che nel passato: oggi non accetteremmo che si aprisse una nuova raffineria sulle coste, ma sappiamo che si possono aprire scenari nuovi per comparti industriali alternativi. Che cosa non è riuscito nella sua azione di governo? Forse non è visibile, ma ci siamo sforzati di proporre un’agricoltura nuova e possibile. Non ci può essere e non ci sarà una Sardegna senza agricoltura. Abbiamo la cattiva abitudine di consumare prodotti che arrivano dall’estero ma ci accorgeremo presto, e non solo noi, che nel futuro il costo per spostare merci da una parte all’altra del mondo non sarà più sostenibile. E allora, torniamo ad investire nell’agricoltura, cercando di razionalizzare il settore, riformando il sistema degli enti, i consorzi di bonifica, creando una struttura per avere una migliore distribuzione dell’acqua al minore dei costi possibili. Stiamo varando una politica di difesa dei prodotti, con un sistema di tutele che garantisca la qualità dei prodotti tipici della nostra terra. Anche per questo, uno degli slogan che adotteremo per il G8 sarà quello di un G8 dove si mangerà a km zero. Quello che verrà offerto ai nostri ospiti sarà stato prodotto per lo più in Sardegna. Ecco, il G8, il summit che riunirà a La Maddalena i grandi della Terra, che cosa rappresenterà per la Sardegna? Un’occasione storica. Saremo in vetrina mondiale e, se saremo capaci di proporci bene, potrebbe essere un grande successo. In un anno verranno
investiti nel nord della Sardegna circa 800 milioni di euro, tra i fondi dedicati al G8 e quelli già previsti. Per la prima volta anche gli imprenditori sardi hanno capito l’importanza di aggregarsi e di partecipare agli appalti. Concorreranno con gruppi nazionali e internazionali e avranno la possibilità di vincere.
E dopo il G8 si parla di Coppa America di vela.
Si, ma lì credo che la sede giusta sia Cagliari. Ha tutto per essere scelta: campi di regata bellissimi, una città preparata e vicina, strutture adeguate per l’ospitalità. Soru molto amato e anche contestato. Che cosa ha imparato in questi anni da governatore? Quando mi vede la gente continua a dirmi "resisti presidente". Io non ha ambizioni di fare politica oltre
la Sardegna e credo di non aver molto assorbito il mondo della politica nel mio modo di essere. Guardo con fiducia al futuro e penso che la Sardegna debba finirla di vedersi sotto i colori del lutto e della tragedia. A noi sardi, spesso, piace dipingerci così: sconfitti, a disagio, con complessi di inferiorità. Isolati. Ma essere un’isola è una ricchezza. La nostra identità non è né migliore né peggiore delle altre, ma abbiamo la ricchezza di essere unici, possiamo essere un popolo che si apre, che accetta le differenze. Possiamo iniziare a pensarci in modo più leggereo, più allegro, più fiducioso in noi stessi. Possiamo non veder sempre nero, ma anche dipingerci con molti colori. Questo è il logo che Renato Soru, presidente ostinato, ha scelto per rappresentare la sua "isola dei tesori", è la parola "Sardegna" realizzata con tasselli di diversi squillanti colori.

Stefano Salis                                                  Su gentile concessione de Il Sole 24 Ore

 

I PROBLEMI CON LE BOCCIATURE FISCALI DELLA CORTE COSTITUZIONALE

MANCANO INTROITI NELLE CASSE REGIONALI

Ora la chiamano ufficialmente "tassa regionale per la tutela e la sostenibilità ambientale", ma si paga sempre sugli yacht lunghi più di 14 metri e sugli aerei privati che fanno scalo in Sardegna. Insieme con l’imposta di soggiorno, che i Comuni sono liberi di imporre o no ai turisti. E’ questo quel che resta dei tributi regionali soprannominati "sul lusso" – ma da sempre considerati "per l’ambiente" dal Governatore Renato Soru – introdotti tra le polemiche, due anni fa. Le altre "tasse sul lusso", invece, sono cadute sotto la scure della Corte costituzionale: che, con la sentenza depositata lo scorso 15 aprile (la numero 102 del 2008), ha accolto buona parte del ricorso presentato dalla presidenza del Consiglio e cancellato la tassa sulle seconde case che si trovavano a meno di tre chilometri dalla costa e l’imposta del 20% sulle plusvalenze realizzate con la loro vendita. Per la Consulta, infatti, la tassa sulle seconde case non rientrava nella materia "turistica", come pretendeva la Regione, ma ricalcava lo schema dell’Ici. A differenza dell’Ici, però, l’imposta regionale aveva escluso dal prelievo che aveva il domicilio fiscale o era nato in Sardegna, oltre ai coniugi e ai figli, creando una "ingiustificata discriminazione". Mentre la tassa sulle plusvalenze, secondo i giudici, cozzava contro i principi del sistema tributario statale. Per quest’ultimo, infatti, il prelievo è ammesso solo se viene dimostrato l’intento speculativo: cosa che la legge sarda non si preoccupava di verificare. Salvate le imposte sulle navi e gli aerei privati che fanno scalo sull’isola dal 1 giugno al 30 settembre. Anche quest’estate sono state pagate: tenendo però conto delle correzioni introdotte dall’ultima Finanziaria regionale. Oltre al nome della tassa, sono cambiati i soggetti passivi: chi ha il domicilio fiscale in Sardegna non è più esonerato dal pagamento, mentre l’esenzione è stata estesa alle navi da crociera e a quelle ormeggiate nei porti dell’isola per almeno dieci mesi l’anno. Inoltre, l’imposta sugli yacht ha ora carattere settimanale, anziché annuale, e non deve essere pagata dalla quinta settimana di permanenza. La Consulta, però, non ha sciolto tutti i nodi sulle tasse dovute dagli esercenti navi e aerei. I giudici hanno sospeso il giudizio sull’estensione dell’imposta alle imprese di trasporti, sia navali che aeree, e hanno deciso – per la prima volta – di chiedere alla Corte di giustizia UE di vagliare la loro compatibilità con le regole comunitarie. In particolare, i giudici del Lussemburgo sono chiamati a valutare se il diverso trattamento riservato a chi ha domicilio fiscale in Sardegna intralci la concorrenza. Il quadro, quindi, è ancora incompleto. Quel che è certo è che la Corte costituzionale ha bocciato le imposte più ricche, in termini di gettito. Le casse regionali rimpiangono soprattutto la tassa sulle seconde case che, nei due anni di applicazione, ha fruttato 27,3 milioni; mentre dall’imposta sulle plusvalenze sono arrivati 2,6 milioni (dalla tassa sugli scali, dichiarata legittima, "appena" 1,8 milioni). Somme che la Regione deve ora restituire ai contribuenti. L’operazione rimborsi è stata avviata lo scorso 23 giugno e procederà sino al 31 ottobre: in queste settimane basta presentarsi a uno sportello dell’Unicredit per riavere il denaro pagato. Un passaggio in più è fissato per chi ha crediti sopra i 10mila euro: questi contribuenti devono comunicare i loro estremi bancari e saranno rimborsati solo dopo aver controllato che non sono debitori col Fisco. Le restituzioni, comunque, non si fermano il 31 ottobre. I ritardatari hanno infatti tre anni di tempo per presentare istanza di rimborso.

 

CREARE LE CONDIZIONI DI BASE PER RAFFORZARE LA DIDATTICA DELLA LINGUA MINORITARIA

PER LA "LIMBA", UN PIANO TRIENNALE

Una televisione web e digitale in lingua sarda, l’Atlante linguistico di tutti i dialetti della Sardegna e il consolidamento della sperimentazione delle norme di riferimento per la lingua scritta in uscita per gli atti della Regione. Sono tre tra gli obiettivi più qualificanti del Piano triennale della lingua sarda approvato dalla Giunta Regionale. Pilastro del progetto identitario che questa amministrazione regionale persegue in maniera sempre più mirata su fronti plurimi, il Piano 2008-2010 è strumento di programmazione, indirizzo e coordinamento per gli interventi volti ad affermare il "diritto linguistico" del popolo sardo, come definito dallo Statuto Speciale del 1948, a tutt’oggi problema persistente capace di mettere in discussione l’essenza stessa dell’autonomia. Patrimonio culturale irrinunciabile, la lingua sarda in tutte le sue declinazioni e varietà alloglotte è considerata, nel Piano triennale, il cardine di una costruzione sistemica tesa a stimolare e supportare il diffondersi di valori positivi intorno alla lingua e al suo utilizzo. In questo senso, la promozione della diffusione della lingua non solo consolida l’autocoscienza dei sardi ma diventa elemento della coesione sociale, così come indicato negli strumenti di programmazione europea. Allo stesso tempo si trasforma in risorsa economica che vivifica e moltiplica le possibilità di crescita della società sarda. Confronti, dibattiti, convegni e monitoraggi degli ultimi anni hanno evidenziato, anche a seguito delle novità apportate dalla legge 482 del 1999, l‘opportunità di adeguare gli strumenti normativi attuali. Questi ultimi infatti, se tendono alla valorizzazione culturale tout court e alla salvaguardia del patrimonio immateriale dialettologico, non individuano la specificità dei problemi di rivitalizzazione e pianificazione linguistica. In tal senso il Piano assume un ruolo fondamentale nella transizione verso l’adozione di nuovi e più adatti strumenti normativi. Condividendo le scelte con istituzioni, enti, associazioni e operatori qualificati, la Regione incrementa e agevola l’intervento della "società educante" sul processo di formazione linguistica e di percezione simbolica in senso lato. Creare le condizioni di base per rafforzare la didattica della lingua minoritaria e il suo radicamento definitivo nel mondo della scuola è un presupposto fondamentale che la Regione intende perseguire attraverso l’implementazione di curricola formativi da consolidare con corsi universitari, borse di studio, interventi sui media e progetti più direttamente realizzati nelle scuole grazie anche agli interventi degli enti locali. Il documento mette al centro la necessità di garantire più efficacemente la trasmissione intergenerazionale della lingua sarda in tutte le sue varietà ponendo in primo luogo, quale emergenza, gli interventi sulla didattica. E’ stato varato un progetto per il sostegno e la sperimentazione dell’insegnamento della lingua, e in lingua, nell’orario curricolare delle scuole di ogni ordine e grado, mentre i finanziamenti concessi alle università saranno vincolati alla formazione di docenti che dovranno insegnare il sardo. Borse di studio saranno assegnate a giovani che vorranno specializzarsi nella ricerca applicata alle metodologie didattiche delle lingue di minoranza. Per la prima volta la Giunta regionale ha messo in cantiere dei progetti speciali di valorizzazione delle cosiddette "varietà alloglotte", cioè quegli idiomi parlati da cittadini sardi che non appartengono storicamente al sostrato neolatino della lingua propria dell’isola. Catalano, gallurese, turritano e tabarchino saranno tutelati e valorizzati anche in collaborazione con gli enti locali territoriali e con istituzioni e organismi europei. Con il piano triennale approvato, per la prima volta l’esecutivo regionale progetta e finanzia la realizzazione dell’Atlante Linguistico della Sardegna che permetterà la conoscenza e la tutela di ogni singola parlata territoriale dell’isola. Il sardo era ormai rimasto l’ultima lingua romanza a non avere a disposizione uno strumento di questo genere che, negli intendimenti dell’assessore Mongiu che lo ha proposto, avrà una rigorosa metodologia scientifica e potrà essere fruito dagli utenti in versione digitale e multimediale. La Regione ha confermato la scelta di implementare, attraverso lo Sportello Linguistico Regionale, la sperimentazione dell’uso della lingua sarda in atti e documenti in uscita. A questo proposito nel piano triennale è prevista la realizzazione di un correttore ortografico che possa facilitare le operazioni di scrittura e redazione dei testi. Nel documento programmatorio della Regione sono presenti anche gli indirizzi per le Amministrazioni Provinciali in relazione alle competenze trasferite in merito a segnaletica bilingue, consulte locali e progetti scolastici in lingua sarda. Nel piano si ribadisce l’intenzione della Regione di dotare il settore della politica linguistica di un nuovo strumento legislativo utile a superare l’ambiguità degli investimenti tra lingua e cultura.

                                              

L’ARCIPELAGO SI PREPARA AD OSPITARE IL PROSSIMO VERTICE DEI GRANDI

MADDALENA FORMATO G8

La prima volta che La Maddalena ospitò un G8 le cose non andarono tanto bene. Benché fosse giugno, il tempo si mise di traverso, e impedì ai Grandi conv
enuti nell’isola di sbarcare: era il 1882, e gli emissari delle teste coronate di mezza Europa nonché del presidente degli Stati Uniti si trovarono nell’arcipelago per i funerali di Giuseppe Garibaldi. L’eroe fu salutato dalle salve delle navi, ma poi vento e mare impedirono i rifornimenti e la partenza per giorni. Bizzarrie del tempo maddalenino. Non altrettanto sarà per il G8 che nel 2009 si terrà sull’isola a cui Silvio Berlusconi in persona ha dato il via libera definitivo: lo ha promesso il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, che come commissario straordinario per l’evento si è preso la responsabilità di garantire che tra un anno esatto tutto sarà pronto. E cioè che, laddove oggi c’è un vecchio edificio di fine Ottocento usato come ospedale, ci sarà un albergo a cinque stelle lusso adatto ai Grandi, e che nel vecchio Arsenale, anch’esso di stampo ottocentesco e in disuso da trent’anni, sorgeranno come per incanto la conference room degli incontri dei capi di Stato, l’area stampa, un altro albergo e la darsena per un migliaio di posti barca. Tutto lustro, ecologicamente compatibile e ad autonomia energetica solare,
popolato di mezzi elettrici e con la banda larga via etere, con i materiali di scarto riutilizzati nella malta e con cibo ‘a kilometri zero’. Una meraviglia tecnologico-turistica destinata non solo a sfruttare le vestigia di vecchie servitù militari di cui
la Regione è diventata proprietaria, ma anche a cancellare definitivamente quell’atmosfera da vecchia colonia che aleggia nell’isola. E a lanciare l’arcipelago, fino a pochi mesi fa vincolato (e preservato) dall’ingombrante presenza della base americana, nel grande giro del turismo di lusso. Oggi, infatti, secondo i calcoli dell’Ente parco, ogni anno arrivano nell’arcipelago 12 mila barche, e 3.800 passeggeri al giorno vengono riversati dai barconi su spiagge e spiaggette di Santa Maria, Budelli, Spargi, tutti gioielli naturali. Turismo di passo, che non fa la spesa, non va in albergo, non affitta case. Consuma le bellezze naturali, ma non lascia soldi. Ora invece i soldi per far fare alla Maddalena il grande salto ci sono. Trecento milioni per i lavori dell’evento G8, garantiti da Bertolaso (la Regione ne metterà una settantina, il resto viene da stanziamenti fatti ad hoc, più il rastrellamento di 100 milioni di fondi Fas per le aree sottoutilizzate), ma che lieviteranno fino alla strabiliante cifra di 800 milioni. Come? Agganciando al treno in partenza del grande evento, e alle sue procedure superveloci sull’impatto ambientale, una serie di opere pubbliche che Regione e Comune avevano in mente di fare (con relativo stanziamento): dalle quattro corsie Olbia-Sassari (370 milioni di euro) al nuovo tracciato della Arzachena-Palau (85 milioni), all’allungamento della pista dell’aeroporto di Olbia per far atterrare l’Air Force One, dal depuratore-potabilizzatore dell’isola dimensionato ai futuri consumi (12 milioni), fino al ‘waterfront’ maddalenino (18 milioni), insomma il porto turistico nuovo di zecca che farà lievitare i posti barca da diporto dai 90 ospitati attualmente nella piccola Cala Gavetta a 650. Più quelli dell’Arsenale, un tripudio di nautica dove oggi la fanno da padroni gommoni e barconi di legno che offrono pasta con le cozze. Nel compendio militare in città, off-limits fino a febbraio e dove gli americani facevano la spesa, andavano al cinema, portavano i bambini al parco e giocavano a squash, oggi governa la Protezione civile che sorveglia i lavori del G8. La grande prova sarà comunque il G8. Reggere all’arrivo delle 20 mila persone che l’evento di luglio 2009 porterà sull’isola non sarà facile. Alla Protezione civile sono ottimisti e anche un po’ eccitati. Dopo aver organizzato congressi eucaristici, firme della Costituzione europea e intronizzazione del papa, questo è il loro primo intervento ‘da prato verde’, in cui si parte da zero e tutto va inventato e realizzato. Affrontando temi quali: quanto devono essere grandi le suite di Sarkozy e della Merkel, di Putin e di Obama (dato lui per vincente), insomma degli otto big più il presidente della Ue e quello di turno del Consiglio europeo con relativi capi delegazione? Come si sposteranno i suddetti grandi? E dove far dormire i 3 mila giornalisti attesi e le 10 mila forze dell’ordine? Come sfamare tutti in un’isola che importa qualsiasi cosa da fuori? Come garantirsi da cadute di tensione elettrica o che dal rubinetto della Jacuzzi di Putin non esca più l’acqua? E, soprattutto, come fare tutto in 12 mesi? I progetti, tutti vincolati dal segreto militare, sono stati varati. Gli appalti verranno conclusi entro il 2008, e le maestranze lavoreranno 24 ore su tre turni. Poi tutta l’area del vecchio Arsenale militare, dal molo dove nell’Ottocento si scaricava il carbone alla darsena per le riparazioni, sarà il volano del futuro maddalenino. Sarà lì che nascerà il Polo nautico dell’arcipelago, con una zona per l’attività fieristico-commerciale e una di rimessaggio per la cantieristica leggera, cioè non i super-yacht, ma le barche a vela. Più albergo per gli equipaggi. Ma chi sogna l’America’s cup dovrà rassegnarsi: a Valencia è stata necessaria una superficie che è cinque volte quella maddalenina.

 

UN TRACCIATO CHE ATTRAVERSA LA SARDEGNA OCCIDENTALE PER GIUNGERE A OLBIA

GAS ALGERINO, LE CONDOTTE PASSANO IN 40 COMUNI

Il gasdotto che attraverserà la Sardegna da nord a sud, passando nel settore occidentale dell’isola e toccando 40 comuni. Il tracciato è stato svelato ieri alla giunta regionale da Galsi, la spa che porterà il gas in Sardegna dall’Algeria. Le condotte saranno tutte sottoterra: il punto d’approdo è a Porto Botte, nel Sulcis, e quello conclusivo, dopo 290 chilometri, nelle vecchie saline di Olbia. La stazione di compressione, prima di infilare i tubi sotto il Tirreno, direzione Toscana, è accanto alla discarica di Spiritu Santu. Ma Galsi potrebbe rivedere la collocazione. Il tracciato. Il gasdotto, che parte dall’Algeria, ha come punto d’approdo la spiaggia di Porto Botte, a San Giovanni Suergiu, provincia del Sulcis. Da lì risale, sottoterra, la Sardegna occidentale per poi virare verso il nord-est.  Ecco tutti i comuni (40) che saranno attraversati: Carbonia, Iglesias, Villamassargia, Domusnovas, Musei, Vallermosa, Siliqua, Serramanna, Villasor, Samassi, Sanluri, Sardara, San Gavino Monreale, Mogoro, Uras, Narrubbiu, Santa Giusta, Palmas Arborea, Oristano, Simaxis, Zerfaliu, Ollastra, Villanova Truschedu, Paulilatino, Abbasanta, Norbello, Borore, Macomer, Sindia, Semestene, Torralba, Bonorva, Mores, Ozieri, Oschiri, Berchidda, Monti, Loiri, e infine Olbia. L’impatto ambientale. I tecnici di Galsi hanno tenuto conto dell’orografia e hanno comunque evitato, sistematicamente, di attraversare aree tutelate da vincoli regionali ed europei. Per rispondere alle critiche di alcuni ambientalisti, hanno fatto sapere di aver avviato le procedure per la valutazione d’impatto ambientale e di essere già a buon punto. I lavori e la portata. I lavori dovrebbero cominciare nei primi mesi del 2009. Sono in corso ancora alcune verifiche marine, che termineranno nell’ottobre di quest’anno. Nel 2012 le opere di posa delle tubature dovrebbero essere terminate, permettendo l’immissione, a regime, di 8 miliardi di metri cubi all’anno di gas algerino. Una priorità per l’isola, l’Italia e l’Europa, troppo dipendente dal mercato russo, spesso instabile. Le imprese sarde. Galsi, che è una spa partecipata dalla Regione (la Sfirs ha l’11.6% del capitale, ha assicurato alla giunta Soru, riunita ieri per prendere visione del tracciato, che ci sarà un forte ricorso all’imprenditoria sarda. Ma Soru ha voluto maggiori garanzie: «Le imprese sarde devono essere coinvolte non solo per i lavori di movimento terra, ma devono partecipare alla messa in opera della condotta a terra e alla fase del processo produttivo di materiali e tecnologie che saranno utilizzati durante i lavori». Lo sbocco. Galsi aveva preso in esame l’ipotesi di far concludere il gasdotto a Marinella, ma alla fine ha optato per le vecchie saline di Olbia.

 

 

UNA SCOMMESSA DA VINCERE PER LE PICCOLE IMPRESE SARDE

GASDOTTO, CHANCE PER L’ISOLA

Il metanodotto non è solo una rivoluzione energetica. La rete che dall’Algeria arriverà fino all’Italia, passando per la Sardegna rappresenta un’opportunità per le imprese sarde. Perché se è vero che circa 800 milioni di euro saranno spesi da Galsi per il tratto internazionale sottomarino tra le coste del Nord Africa e quelle sarde, è vero pure che altri 500 milioni circa saranno, invece, investiti da Snam rete gas (società che si occupa della distribuzione del gas naturale in Italia), per il secondo tratto della condotta. Soldi che potrebbero dare una boccata d’ossigeno alle imprese locali, in termini economici ma anche di esperienza sul campo dei grandi appalti. L’incontro tra imprenditori sardi, consorzio Galsi e Snam rete gas, coordinato dalla Regione è stato il primo punto di contatto. Un primo passo che è servito a chiarire le rispettive condizioni e posizioni in prospettiva di un contributo prioritario delle imprese sarde nell’"operazione gasdotto". I primi 300 chilometri, interrati ad una profondità di 1,5 metri e con una fascia di rispetto in superficie di 40 metri lineari, attraverseranno 40 comuni della Sardegna, mentre occorrerà poi realizzare altri 260 km in mare (1.300 metri di profondità) per collegare Olbia a Piombino, in Toscana, terminale di aggancio per portare il gas in tutta la Penisola. Al momento si è ancora nella prima fase. Quella della richiesta delle autorizzazioni: inclusione rete nazionale gasdotti e valutazioni impatto ambientale. Dopo di che verrà pubblicato il progetto. Le gare d’appalto verranno bandite nella seconda metà del 2009, i cantieri dovrebbero invece aprire nel 2010, mentre il metano inizierà ad essere pompato nelle condotte dal 2012. Eppure, questa grande opportunità per le imprese sarde non è stata accolta con ottimismo dai diretti interessati. All’incontro presieduto dal presidente Soru e dall’assessore all’industria Concetta Rau, hanno partecipato Confindustria, Api Sarda, CNA, Confartigianato, Confcooperative, Legacoop e Agci: delusi dopo aver ascoltato alcune delle condizioni necessarie per poter partecipare ai bandi che saranno suddivisi in lotti da 50 e 80 chilometri di condotte. Tra queste, quelle che hanno fatto gelare l’entusiasmo sono state in particolare due: avere un fatturato di 10 milioni di euro negli ultimi tre anni ed avere effettuato lavori di posa di condotte o tubature negli ultimi cinque anni. A prendere le difese delle imprese sarde, dopo le osservazioni degli imprenditori, è stato lo stesso Soru: «Le gare d’appalto saranno bandite nell’estate prossima e le aziende isolane hanno un anno di tempo per qualificarsi, associarsi e completare le proprie competenze. Questo incontro serve per far comprendere alle imprese la qualità e la complessità del lavoro. E la Regione è disponibile ad offrire il proprio supporto anche in futuro». Tanto più che il Governatore è convinto: «Le imprese sarde sono già qualificate, ma troppo spesso operano in subappalto e non in presa diretta. Potrebbero, i
nvece, far parte delle associazioni temporanee di imprese che si aggiudicheranno i lavori, garantendosi una fetta dei 500 milioni di euro investiti per realizzare la condotta di gas naturale in Sardegna, il 35% degli interventi riguarda opere civili». Da qui l’appello alle società impegnate nel progetto del metanodotto: «Dateci una mano per fare in modo che ci sia anche un’altra regione in Italia dove expertises che magari mancano possano essere acquisite. Quindi, non con un atteggiamento di difesa ma con la volontà di accogliere queste imprese». Alle quali si è rivolto per dire: « Cogliamo questa opportunità non solo come un’opportunità di fare un lavoro a casa ma di acquisire tecnologie, esperienze, capacità di realizzazione che non sempre oggi abbiamo, o che abbiamo solo per alcuni dettagli ma non per la parte importante della filiera. Acquisire queste tecnologie nel mondo vasto dell’energia credo sia importante per le nostre imprese, perché potremmo andare poi fuori a lavorare,
cosa assolutamente necessaria». Intanto, è stato siglato anche un accordo con l’Università di Cagliari. Nell’accordo siglato tra i vertici della società Galsi e il rettore Pasquale Mistretta, sono previsti iniziative e progetti formativi destinati a ricercatori e a studenti dell’ateneo. Saranno coinvolti soprattutto i dipartimenti d’ingegneria meccanica e ingegneria elettronica. In particolare, la convenzione individua e finanzia due ambiti di ricerca del progetto Galsi, di cui uno sulla resistenza della condotta all’esposizione ad agenti esogeni, e l’altro sulla manutenzione e il controllo del gasdotto. L’opera rappresenta una sfida tecnologica perché è’ il gasdotto sottomarino più profondo mai realizzato (
2.885 metri dalla superficie). «È una collaborazione importante per il nostro Ateneo che, grazie alle sue competenze ed eccellenze, cerca sempre più di guadagnare posizione nelle graduatorie internazionali». Con queste parole il rettore Pasquale Mistretta ha commentato la firma apposta sulla convenzione.

 

 

DIFFERENZIATA: RICICLANO I PICCOLI COMUNI E NON LE CITTA’

FRA LE REGIONI, LA SARDEGNA E‘ SESTA IN ITALIA

La Sardegna si conferma regione riciclona: grazie agli ottimi risultati raggiunti da 31 comuni rispetto ai 377 totali, l’Isola conquista la sesta posizione della graduatoria nazionale. I riconoscimenti per la quindicesima edizione di Comuni ricicloni sono stati assegnati a Roma. Si tratta dell’iniziativa di Legambiente, che registra le migliori performance in fatto di raccolta differenziata e gestione dei rifiuti. Tra i capoluoghi di provincia alcune città sarde si piazzano ai primi tre posti: Sassari con il 23,4%, Nuoro con il 23,0% e Olbia con il 30,3%. Sempre negativi il bilancio di Cagliari che raggiunge il 16° posto con un modesto12% di raccolta differenziata. Male anche Oristano che la precede in un risultato ancora peggiore: differenzia solo un misero 5,1%. Ma ad andare forte sono soprattutto i piccoli comuni: su 1.081 comuni che hanno abbondantemente superato la soglia del 40% di raccolta differenziata di rifiuti urbani sul totale, 31 sono sardi. Nei comuni sopra i 10 mila abitanti della classifica nazionale al sesto e settimo posto ci sono le due città sarde del Medio Campidano: Guspini (52% di raccolta differenziata) e Villacidro ( 58%), mentre tra i comuni sotto i 10 mila abitanti si segnala Santa Giusta (Oristano) al secondo posto, con il 70,68% di raccolta differenza, seguita da Solarussa (70,90%), Soleminis (68,35%), Sempre oltre il 60% si piazzano Serdiana, Pimentel, Guasila, Villa S.Pietro, Barrali, Pabillonis e Nuraghi. Al quarto e sesto posto nazionale nella classifica delle unioni dei comuni si classificano le Unioni del Consorzio di Uras e San Nicolò D’Arcidano con il 69,2% e l’unione di Fonni, Oliena e Orgosolo con il 48,4% di raccolta differenziata. «Nella edizione 2008 ancora una volta la Regione Sardegna è stato un vero e proprio caso di studio nazionale per l’eccellenza dei risultati raggiunti, frutto della sinergica azione posta in essere dalla Regione e dai Comuni». Così Cicitto Morittu, assessore regionale della Difesa dell’ambiente, presente alla manifestazione ha commentato i dati. «La stagione della sostenibilità è davvero iniziata in Sardegna grazie alla politica fortemente orientata alla compatibilità ambientale voluta dalla Giunta Soru e dalla sua maggioranza». Per Vincenzo Tiana, Presidente regionale di Legambiente, «il fatto più positivo è che ormai la Sardegna si è assestata su percentuali di raccolta differenziata del 30% e con ottimi margini di realismo raggiungerà entro la fine dell’anno quota 40% ». La Regione si è fissato come obiettivo il raggiungimento del 70% di differenziata entro il 2012. Un obiettivo compatibile con i risultati finora raggiunti: «Ormai la Sardegna ha raggiunto livelli di efficienza nella differenziazione dei rifiuti comparabili con le realtà del centro e del nord:: non esiste più l’abissale divario tra la Sardegna e il Centro-Nord. Un risultato impensabile pochi anni fa», conclude Tiana, «quando l’isola fu tra le ultime regioni in Italia ad attivare un piano regionale sulla differenziazione dei rifiuti». Cinzia Isola

 

 

 

 

 

UN NUOVO METODO PER RENDERSI AUTONOMI

SARDEGNA: ESPORTATORI DI ENERGIA

E pensare che la Sardegna potrebbe essere autonoma nel campo delle energie rinnovabili! Tra solare, eolico e carbone potremmo essere perfino esportatori di energia, senza essere petroliodipendenti. Pensiamo solo all’energia solare. La nostra isola infatti è una di qu
elle regioni del sud dove il sole c’è senza risparmio. Se il governo, quello che spende per importare il petrolio, lo investisse nel dare ad ogni famiglia un impianto ad energia solare, risolverebbe il problema energetico, e ancora ne avanzerebbe. Almeno in questo
la Sardegna si trova all’avanguardia e le autorità regionali, giustamente, vogliono accelerare i tempi nella produzione delle energie rinnovabili. Già nella finanziaria del 2007 la Regione
ha stanziato 10 milioni di euro l’anno, fino al 2009 perché gli enti pubblici realizzino impianti fotovoltaici, per raggiungere l’obiettivo nei prossimi 24 mesi di una produzione di 100 megawatt l’anno. E’ una sfida importante, quando si pensa che il Piano energetico ambientale nazionale fissa il raggiungimento di questo obiettivo al 2010. L’accelerazione di questo progetto innovativo ha un padre d’eccezione, il fisico premio Nobel Carlo Rubbia, ancora quando era alla guida del Crs4. Le sue sperimentazioni in Sardegna dicono che la produzione di energie rinnovabili nell’isola attraverso il solare termo-dinamico sono in grado di portare a una realtà invidiabile, sia per la produzione (il solare potrebbe far risparmiare a una famiglia l’80 per cento delle spese energetiche), sia per i risvolti ambientali: se la Sardegna raggiungesse questi obiettivi, dice l’assessore all’Ambiente Cicito Morittu, si eviterebbero emissioni nell’ atmosfera per 145mila tonnellate l’anno di Co2, il famigerato biossido di carbonio. Precisa l’assessore Cicito Morittu: "Puntiamo alla produzione di energie rinnovabili, cioè pulite, ma anche al risparmio e all’efficienza". Il municipio di Colonia è servito completamente da energia solare. Per questo la Regione assicura gli incentivi e si attende un’impennata di richieste di finanziamento per la realizzazione di impianti termodinamici. Leggi: puntare sulle energie alternative. Così, almeno un beneficio collaterale – dice l’economista Kenneth Rogoff – lo sta producendo sull’economia mondiale questa superinflazione petrolifera che fa risparmiare gasolio. Infatti, l’altissimo costo di questo carburante incrementa la ricerca di energie rinnovabili, contribuisce a ripulire l’aria e affranca dall’americadipendenza. Sì, perché, anche di questa crisi ormai mondializzata, ancora una volta l’epicentro è in America, nella sua finanza impazzita, nel suo spudorato e ingordo arrafa-arrafa capitalista, direbbe il nostro Melchior Murenu. Vorrei sviluppare un po’ questo filone, schematizzando per esigenze di spazio. E’ dato per certo che l’impennata dei costi petroliferi non dipende dalla scarsità di greggio sul mercato. La ssExxon, prima compagnia petrolifera mondiale, dichiara all’amministrazione Bush che "almeno il 50% degli aumenti del prezzo sono un fenomeno finanziario. Il rapporto tra domanda e offerta non c’entra più nell’economia reale". Prova ne sia che, nonostante la produzione quotidiana di un milione di barili in più da parte dell’Arabia Saudita, primo produttore mondiale, i prezzi hanno continuato la loro corsa. In altre parole, si tratta di una folle manipolazione dei mercati. Vi sono state anche in passato bolle speculative di questo genere, e le autorità sono intervenute. Ora il sospetto viene dal fatto che nessuno interviene a controllare che dietro queste transazioni virtuali possano essere onorati gli scambi di merce reale equivalente. Perché chi ne ha il dovere non interviene? Seguite. Al centro di questa guerra mondiale virtuale sui future petroliferi c’è l’americana Goldman Sachs, il cui analista Arjun Murti è l’autore della famigerata profezia del petrolio a 200 dollari il barile. Profezia molto facile e sospetta. Perché? Perché l’attuale segretario americano del Tesoro, Henry Paulson, prima di assumere quest’incarico nell’amministrazione Bush, era presidente e amministratore delegato proprio alla Goldman Sachs. Si dice che egli non guadagnerebbe in cent’anni nel suo attuale incarico quanto ha incassato durante la sua carriera professionale alla Goldman. Ora, Henry Paulson è anche il regista del salvataggio delle banche di Wall Street che stavano affondando nella crisi dei mutui subprime (ricordate la Bear Stearns?…). Volete che Paulson metta il bastone tra le ruote alla Goldman Sachs, al Tesoro americano e alle altre banche che si stanno rifacendo le ossa giocherellando nel mercato petrolifero? Ancora. Sono ormai noti gli sconfinati interessi dei Bush e del vicepresidente Dick Cheney nell’industria petrolifera mondiale e nelle guerre di "esportazione della democrazia" (e ancora vogliono darla da bere al mondo intero!), che non incoraggiano molto nello smontare la macchina speculativa che agita questo settore. Per i dati precisi riguardanti gli interessi di Bush, Cheney e compagnia, vedi il prezioso libretto Le menzogne dell’impero e altre tristi verità, di Gore Vidal. Altro ruolo chiave spetta al presidente della Federal Riserve, Ben Bernanke, con i suoi ribassi strategici dei tassi di interesse sul dollaro. Il denaro facile è il carburante di tutte le bolle speculative. Il tasso di interesse indebolisce il dollaro. Il dollaro debole costringe i paesi dell’Opec a cercare una compensazione nei rialzi del greggio. Questa è come un’assicurazione per i banchieri americani contro ogni fallimento. In effetti, anche il mondo del risparmio si è accodato a Wall Street: i fondi pensionistici hanno investito 40 miliardi di dollari nella speculazione sul petrolio e sulle materie prime. Certamente, le banche vorranno recuperare le perdite subite con i subprime. Che ne pensate?  Ecco perché si dice che l’epicentro di questa crisi globale è evidentemente in America. Una marea incalcolabile di capitali è in corsa alla ricerca di facili guadagni, e nei prossimi mesi le conseguenze della superinflazione petrolifera sull’economia, di questo fenomeno patologico artificiale sui mercati mondiali, rischiano di diventare sempre più drammatiche. Ma possono anche rivelarsi un micidiale boomerang contro questi mestatori finanziari. La faccia più vera di questo maledetto capitalismo mondiale. Fanno riflettere seriamente le parole del Papa a un recente convegno diocesano di Roma: "È diffusa la sensazione che, per l’Italia come per l’Europa, gli anni migliori siano ormai alle spalle e un destino di precarietà e di incertezza attenda le nuove generazioni". Si accentuano le divisioni, le sperequazioni e si respira aria di crisi, addirittura al di là degli stessi indicatori socio-economici. Vitale Scanu

 

 

UNA MOSTRA NEL 2009 A CAGLIARI E NUORO SU "SARDEGNA E CORSICA"

DUE ISOLE ALLO SPECCHIO

Vicine e lontane: le due isole si incontrano dopo tanto tempo. Musica e colori hanno messo fine a lunghi anni di silenzio, per dare inizio a un rapporto di scambi e collaborazioni. Questo è l’obiettivo del progetto della mostra "Isuli Sureddi, Corsica e Sardegna, due isole allo specchio". Un passo importante cui seguirà la realizzazione del primo collegamento aereo Corsica -Sardegna, come hanno preannunciato i presidenti delle due regioni. Un ponte tra le isole per facilitare la comunicazione. Corsica e Sardegna due isole gemelle? Le rappresentazioni fotografiche e pittoriche e gli oggetti materiali in esposizione, evidenziano comuni origini e diverso destino. Un pensiero che si sviluppa, su come fino al 700 fossero forti le affinità e i legami venuti meno poi, con il susseguirsi delle dominazioni spagnola e piemontese in Sardegna, per poi morire del tutto nel periodo delle rivendicazioni dell’Italia mussoliniana sulla Corsica e durante l’invasione italiana e tedesca della seconda guerra mondiale. Pastorizia e banditismo le radici comuni. Il bandito corso è un bandito d’onore". Un passato molto vicino alla "balentia" sarda, insomma. A svelare somiglianze e differenze socio-culturali, le collezioni fotografiche del National Geographic, le opere del pittore napoletano Guido Colucci e gli oggetti materiali (XX secolo). "Per l’edizione sarda della mostra", annuncia Paolo Piquereddu, direttore dell’Istituto superiore regionale etnografico, "faremo una selezione delle opere fotografiche molto più ampia". Intanto, come rivela Remy Froment, segretario generale del museo della Corsica, sono circa otto mila le persone che dal 28 giugno fino a oggi hanno visitato la mostra. Chiuderà il 30 dicembre, per poi fare tappa a Cagliari e successivamente a Nuoro. Non è tutto. E’ pronto anche il catalogo delle opere esposte per Corsica e Sardegna, edito da Carlo Delfino. Inoltre nel 2010, quando il museo della Corsica ospiterà una mostra sulle Confraternite, le due isole si ritroveranno ancora molto vicine nelle tradizioni.

 

 

LE ZONE VINCOLATE DALLO STATO SONO PARADISI INCONTAMINATI

A PIEDI NUDI NELL’OASI

Venticinque chilometri di spiagge, isolotti, scogli, mare cristallino. E neppure un albergo, una villa, uno yacht. Un pezzo di costa dove da giugno a settembre si può stendere un asciugamano o fare un giro in baca (senza ormeggiare) ma non si può passare una notte. Perché Capo Teulada, il promontorio più a sud della Sardegna, non è roba per turisti, è un poligono militare. Un’area di valore inestimabile, che adesso la Regione vorrebbe restituire ai sardi e al turismo sostenibile, anche se il ministero della Difesa non ne ha intenzione. Da decenni è in mano ai soldati. Che da decenni, anche se non per scelta, proteggono l’ambiente a mano armata. Da quando, nel dopoguerra, sono passati dai campi di battaglia alle esercitazioni nei poligoni. Anni in cui non si sapeva cosa fosse il turismo di massa, e neppure l’ambientalismo. Poi il turismo è esploso. Stabilimenti, alberghi, villette hanno invaso spiagge, scogliere, pinete. Cemento e asfalto hanno ingoiato flora e fauna. Tranne nei poligoni, dove i soldati continuano a esercitarsi, e il tempo sembra essersi fermato. I militari occupano 1.250 dei 300mila chilometri quadrati del territorio nazionale. Con caserme, infrastrutture, aree d’addestramento. Un patrimonio molto esteso, destinato a diminuire. Oggi la leva è volontaria, i soldati, che erano 330mila nel 2000, sono 190mila. Circa 400 caserme sono già state consegnate al demanio civile, e si vanno ridisegnando anche le aree di addestramento, pezzi intatti d’Italia. Alcune sono state dimesse, altre lo saranno, altre ancora no. Però togliere le servitù militari è rischioso. Soprattutto non vanno affidate alle amministrazioni locali. Il paesaggio è un bene nazionale: lo dice la Costituzione. Ma i vincoli paesaggistici sono sempre più delegati alle Regioni, che a loro volta delegano ai Comuni, che spesso pensano solo a fare cassa. Il rischio è di mettere tutto in mano agli speculatori. I poligono più grandi, aperti al pubblico d’estate, sono sei. Tre in Sardegna: oltre a Capo Teulada (7.200 ettari più 1.300 km quadrati di mare) ci sono Capo Frasca, provincia di Oristano (7.300 ettari), e Salto di Quirra nell’Ogliastra (1.200 ettari, più 10.000 miglia quadrate di mare). Uno è nel Lazio, Monte Romano (Viterbo), 46 km quadrati dichiarati Zona a protezione speciale. In Puglia, provincia di Bari, c’è Tor di Nebbia (9.000 ettari), oggi compreso nel Parco dell’Alta Murgia. In provincia di Pordenone c’è Medusa Cellina (1.800 ettari), che ha ceduto una fetta ai Magredi, area tutelata dall’Europa, dove le grandi manovre hanno lasciato il posto al turismo sostenibile: non più carri armati ma bici e cavalli. E poi ci sono gli altri, le 130 aree di addestramento in tutta Italia, una settantina di poligoni. Militari salvatori del patrio paesaggio, allora? Non proprio, perché pure loro suscitano preoccupazioni ambientali. In Sardegna, fa notare il Presidente Renato Soru, "il fondo marino è stracolmo di materiale bellico, ogni tre ordigni sparati uno non esplode e resta lì". Soru sta costruendo la Conservatoria delle coste, ente di tutela, in un Paese che non si è mai dotato di una legge a protezione del litorale. E ha chiesto una data certa per la restituzione di Capo Teulada. O almeno la riduzione delle aree off limits. "Se Capo Teulada serve per esercitarsi, non è necessario che in spiaggia si conservi con arroganza
uno stabilimento a disposizione dei soli militari, limitando l’uso della costa ai cittadini". Che possano accedere solo a una parte, e solo d’estate, quando le esercitazioni sono sospese. Mentre i militari si sono ritagliati "
27 ettari di villaggio vacanze, compresi 35 bungalow in muratura, su spiagge interdette ai civili" sottolineano in Regione. Massimiliano Perlato

 

 

MOLTO AMATA IN FRANCIA, LA SARDA CATERINA MURINO SFONDA ANCHE IN ITALIA

E ORA, S’ACCORGONO DI ME

Parigina d’adozione, ma sempre sarda nel cuore. Come la Cardinale e la Bellucci, Caterina Murino ha eletto la capitale francese come residenza ufficiale. Una scelta dettata da ragioni soprattutto lavorative. Così oggi l’attrice cagliaritana si ritrova a essere più conosciuta oltralpe che nel suo paese. Ma ora finalmente anche il cinema italiano sembra essersi accorto di lei. A luglio la Murino era a Tavolara per presentare il film «Non pensarci» di Gianni Zanasi. «E’ solo un piccolo cameo, ma la commedia è deliziosa e sono felice di avervi partecipato – racconta l’attrice -. Tra l’altro, per questa interpretazione ho ricevuto il Mirto d’Oro a Rieti. Un premio che da sarda non può che inorgoglirmi». Già la Sardegna, la sua terra. Dice di esserne innamorata, ma i tanti impegni la tengono lontana. «Purtroppo vengo raramente, ma la adoro. La trovo bella, pulita, tenuta bene, ordinata come poche». Addirittura? «Sarà «Sarà che sono reduce da due mesi a Napoli: un incubo». La Murino manca dall’isola da undici anni, da quando il concorso di Miss Italia le aprì la strada della tv: è l’antesignana delle letterine di Passaparola. «La ricordo come un’esperienza orrenda, piangevo tutti i giorni. Ora ne parlo, ci rido, ma fino a qualche tempo fa non sopportavo il fatto che in Italia venisse sempre tirato in ballo il mio passato. Nei giornali leggevo: da letterina a Bond Girl». La sua esperienza oltralpe è iniziata con un provino per un film con Jean Reno: ottenuta la parte Caterina Murino ha spiccato il volo ed è diventata una delle attrici più quotate del cinema francese. Ma la popolarità è arrivata nel 2006, quando è stata scelta per affiancare il nuovo 007 Daniel Craig. E da allora si porta appresso un’altra etichetta: non più ex-letterina ma ex-Bond Girl. «Perché ex? Una volta che si diventa Bond Girl lo si rimane per tutta la vita. A novembre a Pechino ci sarà un raduno di tutte le donne di 007: dalla Andress alla sottoscritta». In questi giorni la Murino sta girando la Sardegna per un documentario per l’inglese Bbc, ma l’anno prossimo sarà di nuovo nell’isola ad Alghero per un film con Claudio Bisio. «Per scaramanzia non dico niente». Ma la notizia è già trapelata. «Dico solo che mi piacerebbe tantissimo interpretare il ruolo di Lucia». Nel frattempo a ottobre sarà al cinema con «Il seme della discordia», di Pappi Corsicato, con Alessandro Gassman, Isabella Ferrari e Martina Stella, e a breve in tv su Fox Crime con «Donne assassine» insieme a Violante Placido, Claudia Pandolfi, Marina Suma. Insomma, la stella della Murino splende ora anche in Italia. Ma guai a dirle che è la più grande attrice sarda. «Quella rimarrà sempre Maria Carta».

 

 

IL VOLTO AFFASCINANTE DI "AL JAZEERA INTERNATIONAL" HA DETTO SI

MATRIMONIO IN STILE BRITISH PER BARBARA SERRA

Con un bel maestrale e un sole ancora caldo, Barbara Serra e Mark Austin hanno coronato il loro sogno d’amore. A Carloforte, in uno dei luoghi prediletti dall’affascinante volto di Al Jazeera International. C’era molta attesa e curiosità per questo evento mondano, a cui la tranquilla cittadina carolina non è abituata. Ed è proprio per questa caratteristica che la Serra, padre sardo di Decimomannu e madre siciliana, ha scelto l’isola di San Pietro, lontana dai clamori di altri lidi, molto più glamour e chiacchierati. Una cerimonia semplice ma curata, dove ha dominato lo stile inglese, quello di provenienza della maggior parte degli oltre cento invitati, che ha attirato l’attenzione e la curiosità dei tabarchini, non abituati a vedere, alle cerimonie nuziali, colori, abiti ed accessori sgargianti, indossati da uomini e donne di notevole statura e lineamenti nordici. Con un ritardo «accademico» di una decina di minuti, gli sposi, accompagnati dai familiari e dalle damigelle d’onore, hanno varcato la soglia della chiesa di San Carlo. Ad attenderli c’era il parroco Lino Melis e una navata colma di invitati e curiosi. Entrambi cattolici e battezzati, Mark e Barbara hanno scelto, per la loro unione religiosa, un rito per così dire abbreviato, senza la celebrazione finale dell’eucaristia. Una scelta probabilmente indotta dalle diverse fedi religiose dei presenti, tra cui protestanti e musulmani, che hanno fatto del matrimonio un piccolo caleidoscopio di razze, religioni e tradizioni. Non poteva essere altrimenti, considerando la carriera e la professione della Serra, ma anche di Mark che, seppur di base a Londra, hanno avuto e hanno contatti, tra colleghi e amici, provenienti dai quattro continenti. Lei è arrivata all’altare elegantissima, in abito bianco scollato, coperto da un velo trasparente su cui risaltavano splendidi ricami a mano. Lui, in abito blu, camicia bianca e cravatta azzurra, simile a quella di altri invitati, che sfoggiavano una eleganza tipicamente «british» . Il rito vero e proprio ha colto Mark emozionato più di Barbara, che decisa, ha detto sì senza titubanze, come il suo sposo in inglese. Lingua utilizzata anche in alcune letture e nel canto finale di ringraziamento, una melodia tradizionale anglosassone, molto apprezzata dal pubblico. Gli scatti dei fotografi sono proseguiti nel sagrato, dove l’immancabile riso e i flash hanno salutato gli sposi con applausi di buon auspicio.

 

LE SUE OPERE NELL’EX CONVENTO DEL CARMELO A SASSARI

IL PITTORE GIUSEPPE BIASI

Chissà se Giuseppe Biasi, quando venne colpito mortalmente alla nuca dal "collega" partigiano che lo trascinava verso il plotone d’esecuzione, si ricordò di quanto aveva letto nella sua mano 35 anni prima, una "maga" torinese: Riceverai molti onori, ma tu morirai né troppo presto né troppo tardi, in tempo di rivoluzione. Una profezia sibillina che non turbò più di tanto l’artista sassarese fresco della gloria ricevuta alla Biennale di Venezia con la sua "Processione in Barbagia". Io non morirò mai amava sottolineare Biasi. E’ questo un episodio, forse sconosciuto come tanti altri della vita giovanile dell’artista che l’amico fraterno Giuseppe Abozzi ha rievocato in una piccola raccolta di "ricordi" curata dall’Associazione della stampa sarda nel 1947, appena due anni dopo la sconvolgente tragedia di Adorno Micca (Biella). Uno straordinario racconto tratto da una ancor più singolare antologia (In memoria di Giuseppe Biasi) formata dagli scritti quasi epistolari di compagni d’arte che come Francesco Ciusa, Remo Branca, Filippo Figari, Salvator Ruju, Stanis Dessy, Renzo e Vico Mossa, Mario Delitala, Gonario Pinna lo avevano conosciuto, amato e apprezzato, collocandolo già allora tra i grandi protagonisti della Sardegna. Da repubblicano convinto e sincero ammiratore di Filippo Garavetti, Giuseppe Biasi pensava a tutto ma non certamente a morire. Neppure quando nel 1915 – già in prima fila per le sue vincenti esplorazioni pittoriche – con la divisa del 45.mo reggimento di fanteria rimase ferito a Treviglio e congedato per una "sinuvite al ginocchio". Riprese così, lievemente claudicante, il suo cammino nell’arte in giro per l’Italia (a Milano fu un animatore della galleria "Pesaro" e a Roma della secessione) ma non tardò a rituffarsi nel mondo ancora misterioso dei sardi che con Francesco Ciusa aveva proiettato oltre il mare. Per la verità, come ricordò lo stesso Ciusa parlando di Biasi all’indomani della sua tragica fine, era stato proprio l’artista sassarese a spronarlo verso il grande salto a Venezia. Lo scultore nuorese era appena sbarcato a Golfo Aranci con la gloria ricevuta a Venezia per "La madre dell’ucciso", ma la notizia del suo arrivo aveva già fatto il giro dell’isola. A Chilivani trovò ad attenderlo proprio l’amico sassarese con cui aveva diviso casa e studio. Tu Ciusa, gli disse Biasi, se ti metterai a lavorare seriamente, sarai il primo a dare il nome della Sardegna, alla storia dell’arte figurativa moderna. Nei suoi ricordi Ciusa scrive: Biasi mi disse qualcosa di simile le sera prima della mia partenza da Sassari. E’ caro pure a me ricordare la grande anima di Giuseppe Biasi quando a Sassari, impossibilitato a lavorare per mancanza di studio, mi mise a disposizione una bellissima stanza. Biasi incredibilmente veggente di sé stesso e profetico nei giudizi sui compagni d’arte, un maestro a ben vedere se non altro di etica, serietà e solidarietà. Sempre nel volumetto in cui gli amici artisti lo hanno voluto ricordare, Remo branca ne traccia un profilo straordinario, anche nella sincerità dell’artista: In lui è mancato al contrario di Grazia Deledda e Sebastiano Satta, il senso della religione della vita, la tragedia secolare e immutata del popolo sardo: ma senza Biasi oggi Pietro Antonio Manca non oserebbe aspirare ad un’altra affermazione europea. Biasi, pittore che prima di conquistare la critica internazionale era partito dalle caricature dei professori dell’Azuni e dalle illustrazioni, ha trovato in effetti nel cuore della Barbagia la voglia di raccontare tutta intera la Sardegna tra mito e realtà. Ma la sua amata Sardegna lo ha mai ripagato restituendogli subito gli onori che avrebbe meritato sia da vivo che da morto. A parte l’imbarazzante, lungo silenzio del mondo politico e culturale, basti rileggere il resoconto del Consiglio regionale del novembre 1956 per capire l’aria che si respirava anche a Cagliari nel primo dopoguerra. All’ordine del giorno della seduta presieduta da Efisio Corrias, c’è la proposta d’acquisto per 20 milioni di lire della collezione conservata dalla sorella dell’artista: ben 256 pezzi tra oli e tempere, xilografie, disegni e studi vari. La vendita è però subordinata alla creazione a Sassari di un apposito museo dedicato a Giuseppe Biasi. Ma per Salvatore Dessanay, l’affare era semplicemente una follia: intanto Biasi non era i pittore tanto celebrato. Nelle sue opere non c’era la Sardegna tragica di Grazia Deledda, Ciusa e Satta. La proposta venne comunque approvata. La collezioni Biasi è ora patrimonio dei sardi, ben ordinata nelle sale dell’ex convento del Carmelo a Sassari dove riposa definitivamente anche il grande artista.

 

 

IL LIBRO DI LUCIO ARTIZZU NE RACCONTA MINUZIOSAMENTE OGNI PASSO IN SARDEGNA

LORD NELSON: MIA AMATA ISOLA

La Maddalena. C‘è una splendida baia di sabbia e rocce nei pressi di Porto Rafael, che si affaccia sul canale davanti a La Maddalena e che ancora porta il suo nome: Nelson. Ricordo del grande ammiraglio che qui, nell’ampia insenatura di Mezzo Schifo tra Punta Sardegna e Punta Palau, sostò per oltre un anno in attesa di sferrare l’attacco alla flotta francese di Napoleone. Nove grandi vascelli da guerra, con in testa il famoso Victory che tutt’oggi si può visitare nell’arsenale di Portsmouth dove è stato trasformato in museo. Duemila uomini a bordo, una vera città galleggiante che viveva in piena autonomia, ma che aveva costanti rapporti con la terraferma per rifornirsi di viveri e acqua. L’ammiraglio Nelson, per ciò che risulta dalle carte, restò sempre al lavoro sulla nave Victory in attesa di salpare per la battaglia finale quando avrebbe  avuto notizia del passaggio della flotta nemica. Un’attesa che durò a lungo, ma che alla fine portò Nelson e la squadra navale inglese all’appuntamento con la gloria a Trafalgar il 21 ottobre 1805. E dove l’ammi
raglio trovò la morte, colpito al petto da una pallottola di un cecchino francese, mentre tutto intorno le navi di Sua Maestà distruggevano a cannonate la flotta di Napoleone. L’Inghilterra era salva, l’Imperatore battuto in mare e il suo sogno di dominare il continente ormai svanito. Ma prima di arrivare all’epico scontro, ci sono
due anni trascorsi nei mari della Sardegna, l’isola amata da Nelson che tentò in tutti i modi di far acquisire al regno di Giorgio III. Della sua presenza in Sardegna restano una croce e due candelabri d’argento che aveva donato alla municipalità di
La Maddalena, oggi custoditi nella chiesa parrocchiale. E un’abbondante raccolta di lettere e documenti conservati nell’archivio nazionale di Kew, a Londra, e nell’archivio di Stato di Cagliari. La passione di Nelson per la Sardegna, il suo anno a La Maddalena, i rapporti con la terraferma, le autorità e la gente, le incursioni della flotta a sud, tra Porto Palma (Sant’Antioco), Nora e il golfo di Cagliari, sono descritti minuziosamente nel libro di Lucio Artizzu "Lord Nelson e la Sardegna". Artizzu, giornalista e saggista di Cagliari, autore di diversi volumi su scrittori inglesi e americani legati in qualche modo all’isola. Nelle sue pagine rievoca passo passo il periodo trascorso alla fonda a La Maddalena. E dedica un capitolo alla prima visita nell’isola di San Pietro dove Nelson fu costretto a cercare riparo in seguito a una tempesta nel maggio 1798. Non fu quella una piacevole esperienza, tanto che Nelson si lamentò per l’accoglienza ostile. Ma all’epoca c’era l’embargo per gli inglesi nei porti del Regno sardo, alleato dei francesi. Il libro di Artizzu ha il merito di riprendere tutti i documenti sinora noti e di riproporli con una ricostruzione sistematica. Da una parte ripercorre il periodo critico della guerra tra Francia e Inghilterra, precedente a Trafalgar, e dall’altra mette a fuoco il personaggio Nelson nei due anni di permanenza nelle acque della Sardegna, un’isola che amava per la sua bellezza e per l’ospitalità della gente, ma anche perché la riteneva strategicamente indispensabile nello scacchiere mediterraneo.

 

 

LA DURA VITA DELLO SCRITTORE

IN FONDO, DA QUALCHE PARTE

Ti svegli alle sei, per esempio, e fuori è ancora buio e gli altri stanno dormendo, cos’è che non ti ha fatto riposare? Quella storia che stai pensando di scrivere da tanto tempo, si è inserita nei tuoi sogni e li ha agitati, pessimi sogni fanno sempre gli scrittori, anche quelli della domenica che non hanno romanzi da consegnare agli editori, pessimi sogni quando bisogna raccontare e le storie bussano alla porta dei sogni e quel personaggio non ti da tregua, ma di cosa parlano le tue storie? Ti chiedono i lettori quando ti incontrano, della paura della morte e della pesantezza e della gioia di vivere, bisognerebbe rispondere sempre, eppure non basta, dove hai preso l’idea per quel personaggio? Ti chiedono i lettori quando ti incontrano, quanto c’è di autobiografico in quel racconto? E davvero non sai cosa dire, inventi spiegazioni complesse dosando realtà e invenzione, ho preso il viso da mio zio carabiniere, il carattere da un vecchio amico con cui sono stato in vacanza una volta, il resto l’ho inventato, così rispondi, ma sono tutte bugie: non c’è niente che si inventa davvero, e niente ha mai davvero copiato dalla realtà. La mia malattia, questo dovresti rispondere, il mio essere nato diverso dagli altri, tutte quelle mattine passate in una corsia d’ospedale che è diventata un po’ casa mia, tutte quelle paure che hanno avuto le mie fidanzate, tutte le volte che ho odiato l’ottimismo cretino di qualche medico, il terrorismo scientifico di qualche altro, questo e solo questo mi fa mettere a scrivere, questo dovresti rispondere, e non lo fai mai. Beati gli scrittori facili di storie accattivanti tutte combinazioni e colpi di scena, beati gli inventori di romanzi gialli di serie, beati i leggeri creatori di investigatori sicuri e rassicuranti, beati gli scrittori che non hanno voglia di guardarsi dentro, in fondo in fondo, da qualche parte, dove c’è quella macchia nera che guida le nostre ansie e non ci fa dormire, beati i narratori che dormono fino alle dieci di mattina, le domeniche e i giorni di festa, e non gli capita mai quello che è capitato a te oggi e tante altre volte: di venire svegliato dai sogni troppo forti, dal bisogno di accendere il computer e fare ordine nelle paure, sono le sei e tutti dormono, da dove posso cominciare? Sei nato sano, e all’improvviso, un giorno d’estate, hai pensato che quel giorno non sarebbe mai più tornato, che quella donna che ti stava salutando dall’acqua, con un costume da bagno rosso e i capelli legati in una coda, che quella donna così bella ed eccitante presto sarebbe stata vecchia, o meno giovane comunque, o meno eccitante e piacevole da guardare, all’improvviso ti ha preso la paura di non poterne raccontare il viso, le parole, il profumo, all’improvviso un giorno una donna ti ha detto: Ho paura di perderti, voglio che mi abbracci, e ti sei profondamente spaventato e quella notte, come questa che è appena finita, non sei riuscito a dormire e al mattino hai scritto una lettera per lei che non le hai mai dato, Amico mia non devi avere paura, la paura uccide l’amore, non gliel’hai data ma è stato lo stesso, le parole ci segnano, per questo non possiamo scrivere tutto, ricordare tutto, raccontare tutto, perché troppo sarebbe altrimenti il peso dei nostri pensieri consegnati a un foglio e a una storia, troppo pesanti sarebbero i nostri giorni se davvero scrivessimo la realtà, per questo gli scrittori devono inventare, senza mai riuscire a staccarsi dalla loro vita, se sono buoni scrittori, sempre lì ti tocca ricominciare: da quella macchia silenziosa, da quel buco nella pancia, o da qualche altra parte, in fondo, che ti fa urlare e non ti lascia ai sogni tranquilli, che ti fa svegliare alle sei e accendere il computer, Sono nato un pomeriggio d’agosto di trentuno anni fa, scrivi, In una piccola isola del sud Italia, è tutto vero, è tutto inventato, come deve essere, come è normale, purché stanotte, almeno, si riesca a dormire.

Flavio Soriga

 

 

 

SONO CRESCIUTA, CREDO COME TANTI, CON LA FIDUCIA CHE QUALCUNO CI NUTRA E CI AMI

DA AMORE E ALTRE QUISQUILIE

Sono convinta che il tradimento appartenga all’amore, come il giorno alla notte. Non importa quale sia l’oggetto d’amore: un uomo, una donna, la famiglia, la legge, come pure il rapporto con Dio. Tutta la storia dell’uomo e delle religioni rimandano ad uno scenario simbolico dove neppure Dio vuole che l’uomo cresca in una fiducia incondizionata: Adamo cacciato dall’Eden, Giobbe tradito da Dio, Gesù abbandonato in croce addirittura dal Padre.. sic! La fiducia incondizionata non da coscienza. Né del bene né del male. Il male lo si deve incontrare, proprio là dove non sospetteremo la presenza, dove non c’è nemmeno il sospetto. Perché dove la realtà non appare nel suo "doppio", non sorgono né l’interrogazione né il "dubbio". (non a caso le parole doppio e dubbio hanno la stessa radice…cioè "due"). La scoperta dell’origine del dubbio segna la nascita della coscienza, del dibattersi dell’uno e dell’altro. Dubbio come espressione della scissione dell’unità originaria. Ma non è la coscienza ad avere dubbi, ma è il dubbio a rivelare il "doppio" cioè il duplice aspetto del reale che a sua volta dischiude la coscienza. Il tradimento come lacerazione di quella fiducia, segna l’atto di nascita della coscienza, con cui ci si congeda dalla beatitudine infantile, che è tale perché non conosce il male, l’aspetto sinistro che sempre si nasconde dietro il volto rassicurante degli uomini. Il bene e il male sono inanellati, il piacere si intreccia con il dolore, la luce del giorno con il buio della notte, perché tutte le cose sono intrecciate e incatenate, innamorate e insieme tradite, senza una visibile distinzione, perché l’abisso dell’anima che tutte le sottende, vuole che così si ami il mondo. D’altronde ogni volta che siamo in relazione con l’altro, mettiamo in atto anche il nostro desiderio di non annullarci nell’altro. Vogliamo essere con l’altro, ma nello stesso tempo per salvare la nostra individualità, vogliamo non esserci completamente. Ed è proprio questo esserci-non esserci, quel rincorrersi e tradire a fare la relazione amorosa. Perché l’amore è una "relazione" non una "fusione". Se non esistessimo come individualità autonome, non solo non potremo incontrare l’altro e metterci in relazione, ma non avremo nulla da raccontare neanche all’altro fuso simbioticamente con noi… Tutto questo per dire che l’amore non è mai possesso, perché questo non tende al bene dell’altro, né tantomeno alla lealtà verso l’altro, ma solo al mantenimento della relazione, che pur essendo lontano dalla felicità, che è sempre, e ci tengo a sottolineare sempre alla ricerca di sé, la sacrifica in cambio della sicurezza. "Siamo in due, non sappiamo chi siamo, ma siamo insieme ad affrontare il mondo. Due esistenze negate… ma tutelate." E la felicità? La sua ricerca? Le si nega addirittura la possibilità dell’esistenza. Non verrà contemplata in questo tipo di rapporto, meglio tradire sè stessi, che affrontare gli evidenti e tangibili confini di una realtà, che per sua natura dovrebbe avere le caratteristiche amorose dell’eterno e dell’infinito spazio immaginifico. Amore è cosa intricata. Perché sempre ci si confonde e spesso non ci si chiarisce se si ama l’altro o si ama la relazione, se si soddisfa il nostro bisogno di sicurezza o il nostro bisogno di felicità. Oppure si vuole la felicità ma non i suoi costi,  e in alternativa si vuole la sicurezza ma non la sua noia. Nella relazione, nel "noi" non ci si può seppellire come in una tomba. Ogni tanto bisogna uscire, se non altro per sapere chi siamo senza di lei o di lui. Solo gli altri infatti ci raccontano le parti sconosciute di noi stessi. Nel viaggio che si intraprende fuori dal "noi" e che prescinde dal "noi", è il "noi" che si tradisce, raramente il "tu". In ogni tradimento c’è un lampeggiare di verità e autenticità. Tradire un amore, un amico, un’idea, un partito,  significa svincolarsi da un’appartenenza e creare uno spazio di identità non protetta da alcun rapporto fiduciario, e quindi in un certo senso più autentica e vera. Sono cresciuta, credo come tanti, con la fiducia che qualcuno ci nutra e ci ami. Ma possiamo crescere e diventare noi stessi solo se usciamo da questa fiducia, se non ne restiamo prigionieri, se a quelli che per primi ci hanno amato e a quelli che son venuti dopo, a questi un giorno sappiamo dire "non sono come tu mi vuoi". E io l’ho fatto con i miei, eccome se l’ho fatto. Doloroso. Ma adesso li amo più di prima. Ed è quello che conta. In ogni amore che non conosce il tradimento e neppure ne ipotizza la possibilità c’è troppa ingenuità, troppa paura di vivere con le sole nostre forze, troppa incapacità di amare se solo si annuncia un profilo d’ombra. Ma senza profilo d’ombra, quella che alla fine chiamiamo "amore", è proprio lì che sta l’incapacità di abbandonare lidi protetti, uscire a briglia sciolta a proprio rischio verso regioni sconosciute della vita. Il tradimento è un addio (dichiarato o meno non importa). E in ogni addio c’è lo stigma del tradimento e insieme dell’emancipazione, c’è il lato oscuro dell’amore, che è però ciò che gli conferisce il suo significato e che lo rende possibile. Amore e tradimento devono infatti l’un l’altro la densità del loro essere, che emancipa il traditore e il tradito, risvegliandoli dal loro sonno e dalla loro pigrizia emancipativa, impropriamente scambiata per amore. La legge della vita mi sembra a volte sia scritta più nel segno del tradimento che in quello della fedeltà. Forse perchè la vita preferisce chi ha incontrato se stesso e sa chi davvero è, rispetto a chi ha evitato di farlo per stare rannicchiato in una casa protetta, dove il camuffamento dei nomi fa chiamare "amore" quello che in realtà è insicurezza o addirittura rifiuto di sapere chi si è davvero, per il terrore di incontrare se stessi, un giorno almeno, prima di morire, con il rischio di non essere mai davvero nati. Ornella Demuru

Una risposta a “Tottus in Pari 214: Testamento Soru”

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