TOTTUS IN PARI 213, ALLA RICERCA DELLA FELICITA'

 

Ho sempre avuto un temperamento particolare fin da piccola. Una forte smania di crescere per realizzare i miei progetti che già da allora coltivavo e conservavo gelosamente nella mia memoria senza perderli mai di vista. Oggi avrei voluto essere un medico, per curare magicamente tutte le malattie di questo mondo, ma il tempo mi è andato contro in modo particolare con le vicissitudini e le controversie della vita e in un attimo ho perso tutti quei desideri tanto ambiti. Mio Padre è morto giovanissimo, all’improvviso, lasciandoci tutti piccoli e con un gran bisogno di essere ancora presi per mano. E’ da qui che mi sono ritrovata  a ricostruire tutto un nuovo futuro pieno di incertezze e punti interrogativi che mi desse nel breve quella immediata indipendenza economica necessaria. Subito dopo ecco la partenza da Bono (nella foto sotto) a Marchirolo, un paese a ridosso della Alpi. Avevo sviluppato un tale entusiasmo che mi pareva che stessi andando a New York. Dopo qualche mese ho capito che questa non era esattamente l’America ma un luogo dove potevo (grazie alla vicina e ricca Svizzera) per qualche tempo realizzare qualche piccolo progetto. Rimembro ancora la rabbia di mia madre, quando comprese in cuor suo che la mia non era una breve vacanza, ma tanto assomigliava ad una fuga. Non mi parlò per parecchio tempo. Ma tutto quello spazio, quella libertà adolescenziale mai avuta, affievolivano questo grave disagio di cui io ne ero la sola responsabile. Ricordo che ogni anno che terminava mi promettevo di tornare a casa da mamma e dai miei fratelli ma…sono passati 20 anni e sono ancora qui. Nel corso di questi anni, ho fatto tanti sport e sicuramente non mi sono fatta scappare l’occasione di fare qualche rally una vera e propria passione, giusto per non spezzare la tradizione di famiglia (3 fratelli su 3 che corrono da tempo). Gareggiavo con un Renault 5 turbo e usavo la moto per andare al lavoro…quante emozioni e quanti soldi spesi!!! Poi sono diventata grande e mi accorsi che mi mancava quel "senso di appartenenza" che tanto accomuna i sardi: quelle cose semplici e genuine legate alla propria casa, alla propria identità. La musica, i colori, i sapori che fantasticamente mi facevano tornare nella casetta di Bono nel Goceano.. Da quel momento mi sono affacciata timidamente alla sede del circolo dei sardi di Marchirolo intitolato a Giommaria Angioy. Ai tempi, 8 anni fa, all’interno della sede si respirava una tiepida atmosfera dove ho compreso che andava alimentata e risvegliata in qualche modo. Più trascorreva il tempo e più colsi che  lo spazio operativo era solo un illusione. A furia di insistere con la tenacia che contraddistingue noi sardi, anche con il mio impegno ecco che dopo un bel pò di tempo tutto prese forma e spessore a seconda delle mia aspettative. Come per magia, oggi porto a termine il primo mandato di presidenza dell’Associazione, con tutte le difficoltà relative alla gestione. Credo sia giunto anche il momenti di ringraziare tutti coloro che mi sostengono ogni giorno: dal Presidente della FASI, Tonino Mulas continuamente prodigo di preziosi consigli, ad Antonello Argiolas, Coordinatore dei Circoli della Lombardia. Non posso dimenticare il caro Filippo Soggiu che ha erudito per primo le mie paure e i suoi suggerimenti ed il suo sorriso mi hanno sempre dato l’equanime coraggio. Grazie a tutti i Presidenti della mia circoscrizione che sono sempre pronti a darmi qualsiasi aiuto e sostegno. Grazie anche alle autorità del mio piccolo paese di montagna che ci sorreggono ininterrottamente nelle nostre iniziative.  L’ultimo ringraziamento, il più forte, è per mia madre: lei è la vera forza della famiglia che con i suoi 72 anni ha energia da vendere. Con il suo sorriso ci illumina tutti e ci da le giuste motivazioni per raggiungere gli obiettivi. Nei circoli, spesso ricoprire questi ruoli "istituzionali" non  rende la vita facile. Qualcuno ti guarda sempre con un po’ di diffidenza, convinto che ognuno di noi si diverte a giocare ad essere Sardi, senza porsi il minimo dubbio che lo siamo per davvero. Qualcuno spesso confonde la forza di carattere, la tenacia, la caparbietà con l’arroganza e il potere, ma chi come me presiede una organizzazione del genere, conosce bene quel linguaggio. Noi a Marchirolo, contiamo molti giovani: è con loro che cresciamo; è con loro che puntualmente che ogni anno facciamo rivivere quell’Isola che c’è… In questo quadro, in continua evoluzione verso una società sempre più multiculturale e multietnica, diventa indispensabile, per non perdere le proprie radici, rafforzare i legami con la terra d’origine intensificando i rapporti e gli scambi con la Sardegna, poiché il nostro patrimonio culturale, le nostre tradizioni e la nostra storia non vengano dispersi e per trasmettere a questi giovani, nati lontani dall’isola, conoscenze e testimonianze del nostro passato. Gianfranca Canu

 

 

 

 

 

 

 

 

UN PICCOLO GESTO PER AIUTARE IL PICCOLO FABIO MURONI

OPERAZIONE DI SOLIDARIETA’

Vi scrivo questa lettera per sottoporvi un caso umano che ha suscitato una grande commozione. Ha avuto grande rilievo anche nella stampa locale e in tv. La rarissima malattia che ha colpito fin dalla nascita il piccolo Fabio Muroni di 3 anni (sindrome di West) ha bisogno di cure e terapie particolari che si possono fare solo in Florida negli Stati Uniti, con costi molto alti, fuori dalla portata di una coraggiosa, dignitosa, ma povera famiglia operaia. Come avete capito dal cognome, Muroni, il bambino è figlio di un emigrato sardo. Il nonno è emigrato in Germania per 17 anni, e poi in Lombardia, dirigente del nostro circolo di Gallarate. Il padre del bambino è nato in Germania, poi trasferitosi anch’egli in Italia. Compatibilmente con le vostre risorse, vi prego di aiutarlo e di diffondere fra i soci la notizia promuovendo una gara di solidarietà. La sindrome di West colpisce un bambino su 150mila. Fabio è un bambino che non cammina, non regge la testa, non parla, no sta seduto, soffre di disfagia grave e per nutrirsi ha dovuto mettere un sondino nello stomaco. Per migliorare la sua vita ha bisogno di cure con delle sedute di camera iperbarica ad ossigeno e trattamenti particolari di fisioterapia. Una prima stima di costi
per queste cure è di circa 300mila euro all’anno per un periodo di almeno 5 anni. Per le donazioni: Bonifico alla BANCA DI CREDITO COOPERATIVO LAUDENSE di Corte Palasio intestato a don Luigi Avanti. Codice IBAN. IT90 R087 9433 0400 0000 0515295. Specifica per causale: Donazione per Fabio.

Visita il sito http://web.tiscali.it/fabiomuroni. Tonino Mulas

 

CIAO… MI CHIAMO FABIO

Ciao mi chiamo Fabio. Sono un bambino di tre anni. Il giorno della mia nascita doveva essere il giorno più bello della mia vita invece si è trasformata in un calvario. Continuo a girovagare per gli ospedali (Lodi, Milano, Genova, Pisa) e diversi medici privati. Sono figlio unico, durante la gravidanza di mia mamma tutti gli esami non davano segni di strane patologie. Prima della nascita, un tracciato ha rilevato l’assenza del battito cardiaco. I medici non si sono allarmati più di tanto, anzi, mi hanno fatto nascere il giorno dopo con un parto naturale. La conseguenza è stata una sofferenza perinatale. Appena dopo la nascita ho subito manifestato delle strane sofferenze: ho avuto delle crisi epilettiche. Le tappe in ospedale per ricoveri sono nella media di 4/7 volte l’anno, perché sono un bambino fragile e non passa settimana che non ho la febbre e bronchite o broncopolmonite. All’età di 8 mesi si è manifestata una forma di epilessia grave chiamata Sindrome di West. E’ una delle rare malattie riconosciuta dall’organizzazione mondiale della sanità, una forma di epilessia che colpisce un bimbo su 150mila. Oltretutto, sono un bambino encefalopatico, ipotonico totale, areflessico, diatonico, soffro di disfagia grave e per nutrirmi ho dovuto fare un intervento di Peg (mi nutro con sondino nello stomaco), non reggo il capo, non afferro gli oggetti, non cammino e non parlo. Tra tanti dottori che si sono pronunciati in proposito, il dottor Gaudenzio Garozzo, docente di Medicina Riabilitativa e Medicina Tradizionale Cinese alla Sapienza di Roma, nel mese di maggio 2007 mi ha proposta una cura innovativa. Attraverso la Medicina Tradizionale Cinese che ha il compito di riattivare la funzionalità cerebrale, eliminare i farmaci utilizzati per controllare la Sindrome di West, riportare la normale deglutizione e permettere l’eliminazione della Peg, migliorare il controllo periferico e centrale in modo da permettere una normale stazione eretta e la possibilità di cominciare a camminare. Il dottor Garozzo si ripropone di abbinare successivamente anche due tecniche mediche basate sull’Ossigeno Terapia e la Fisioterapia Intensiva. Il trattamento medico preliminare effettuato dal suddetto dottore è gratuito in Italia ma purtroppo se vorrò abbinare anche le tecniche su descritte, ci sarà la necessità di una somma annuale di circa 240mila euro nei centri dove si effettua la cura iperbarica, all’HBO di Fort Lauderdale negli Stati Uniti. I miei genitori si sono allarmati perché essendo una famiglia normale di due operai si sono chiesti: ma chi ce la può fare? Il dottor Garozzo fa tutto gratuitamente ma poi in America come si fa a pagare le terapie successive? Mi auguro che qualcuno raccolga questa richiesta di AIUTO e possa avere la sensibilità di pensare anche a me, in modo di aver la speranza anch’io di ottenere le cure necessarie e poter un giorno diventare un bambino con una vita normale.  idealmente… Fabio Muroni

 

IL CONTRIBUTO DEL "LOGUDORO" DI PAVIA

Una rarissima malattia (sindrome di West) ha colpito fin dalla nascita il piccolo Fabio Muroni di 3 anni, figlio di un operaio sardo, nato in Germania e poi trasferito in Lombardia. La sindrome di West colpisce un bambino su 150mila. Fabio è un bambino che non cammina, non regge la testa, non parla, non sta seduto, soffre di disfagia grave e può nutrirsi solo attraverso un sondino nello stomaco. Per migliorare la sua vita Fabio necessita di cure con delle sedute di camera iperbarica ad ossigeno e trattamenti particolari di fisioterapia. Una prima stima di costi per queste cure è di circa 300mila euro all’anno per un periodo di almeno 5 anni. Queste cure e terapie particolari si possono fare solo in Florida negli Stati Uniti, con costi molto alti, fuori dalla portata di una coraggiosa, dignitosa, ma povera famiglia operaia. Il parroco di Corte Palasio (Lodi), don Luigi Avanti, ha chiesto, attraverso la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI), la collaborazione dei circoli degli emigrati sardi  per raccogliere fondi che consentano a Fabio di ricevere le costose cure di cui ha bisogno. Il Circolo culturale sardo "Logudoro" di Pavia, presieduto da Gesuino Piga,  ha aderito all’invito  e nel corso di un recente incontro del Direttivo con il  prefetto  Ferdinando Buffoni (bittese per parte di padre e sassarese per parte di madre) e con il questore  Paolo Di Fonzo ha avviato la prima raccolta di donazioni. All’appello hanno risposto anche  i due alti rappresentanti dello Stato. Per i lettori eventualmente interessati alla donazione: Bonifico alla Banca di Credito Cooperativo Laudense di Corte Palasio intestato a don Luigi Avanti – Codice IBAN IT90 R087 9433 0400 0000 0515 295; CIN R ABI 08794 CAB 33040 –  Numero conto: 000000515295; Specifica per causale: Donazione per Fabio – Ulteriori informazioni sul  sito http://web.tiscali.it/fabiomuroni. Paolo Pulina

 

IL CONTRIBUTO DELL’AMIS DI CINISELLO BALSAMO

Il direttivo del circolo AMIS, riunitosi per mettere a punto il programma culturale del prossimo autunno, ha stanziato sin da subito la cifra di 300 euro da destinare alla famiglia Muroni per le cure del piccolo Fabio.  In più, per la giornata del 12 ottobre, verrà organizzato un pranzo sociale, il cui ricavato verrà totalmente devoluto per contribuire alle cure che il piccolo dovrà sostenere negli Stati Uniti. Carla Cividini

 

IL RINGRAZIAMENTO DELLA FAMIGLIA

Vi ringraziamo di cuore e Fabio presto potrà iniziare le cure sarà un cammino lungo e sappiamo che ci state vicini un caloroso saluto a tutti voi. Vittorio, Michelina, Fabio Muroni

 

STRAORDINARIA RICERCA DEL NOSTRO PAOLO PULINA, PER UN DOCUMENTO ESCLUSIVO

LA LETTERA DI GIOVANNI SPANO A GIORGIO ASPRONI DEL 19 AGOSTO 1951

La mia ricerca ha preso le mosse dal saggio di Simona De Francisci su "Giorgio Asproni e Giovanni Spano" pubblicato nel volume, edito nel 1994 da Cuec, che raccoglie gli Atti del convegno internazionale "Giorgio Asproni e il suo ‘Diario politico’ " (Cagliari, 11-13 dicembre 1992). In appendice l’autrice riproduce quattro lettere di Asproni (Bitti, 1808- Roma, 1876) a Spano (Ploaghe, 1803-Cagliari, 1878). In una nota  viene precisato che "purtroppo non è stato possibile reperire le lettere di Spano indirizzate ad Asproni. Di questo carteggio si possiede per ora solo un’unità epistolare di Spano ad Asproni spedita da Cagliari il 19 agosto 1851, come si evince dall’elenco di Manlio Brigaglia e Raimondo Turtas, Nuovi documenti per una biografia asproniana, in Atti del Convegno nazionale di studi su Giorgio Asproni (Nuoro, 3-4 novembre 1979). Ancora alla data di stampa di questo saggio, 1994, non mi è stato possibile consultare questa lettera che meriterebbe, unitamente alle altre ivi citate (e a quelle del fondo Dolfin, presso la Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari), di essere integralmente pubblicata". Leggendo il testo a stampa di queste lettere, poiché in qualche passaggio la decrittazione delle parole originali  mi era sembrata  zoppicante, ho chiesto a Tito Orrù (specialista degli studi su Asproni) la cortesia di procurarmi la fotocopia delle quattro missive originali, per  poter operare un confronto diretto tra i documenti manoscritti e la loro trascrizione a stampa. Raggiunto il risultato della corretta interpretazione di alcune parole manoscritte, che non avevano avuto una fedele riproduzione a stampa (sono potuto risalire al cognome dell’archeologo toscano Gamurrini grazie a Donatella Venturi, della Biblioteca della Soprintendenza Archeologica della Toscana, di cui è soprintendente Fulvia Lo Schiavo), e "recuperate" alcune altre parole che erano state "saltate" nella prima trascrizione, da ploaghese studioso di Giovanni Spano, non potevo non pormi l’obiettivo di cercare di ritrovare e di  trascrivere l’unica lettera a noi pervenuta  tra quelle scritte da Spano ad Asproni, cioè quella datata 19 agosto 1851, inventariata  nel 1979 da Brigaglia e Turtas. Grazie alle indicazioni di Brigaglia e Turtas, ho potuto rivolgermi al direttore, Antonio Piras, della  Biblioteca  della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, che ha sede a Cagliari.  Piras non solo ha ritrovato la lettera di Spano (nel Fondo Asproni – Carteggio) ma la ha fatta anche trascrivere dall’archivista Silvia Caredda. A questo punto, grazie alla collaborazione di tutti gli studiosi citati, sono orgoglioso di affermare che, con la pubblicazione (a distanza di oltre 150 anni!) della lettera di Spano ad Asproni del 19 agosto 1851,  il carteggio (almeno per la parte conosciuta) fra i due grandi intellettuali sardi dell’Ottocento è leggibile finalmente in una trascrizione corretta e completa. La risposta  di Asproni alle questioni poste da Spano nella sua missiva "ignorata" per un secolo e mezzo è contenuta nella Lettera n. 2 datata 30 marzo 1852 e riguarda la valorizzazione della memoria dell’opera di  Melchiorre Dore (Bitti, 1776 – Nuoro, 1851), zio di Asproni, autore, tra l’altro,  di un’opera immensa (734 ottave) e famosissima a suo tempo, della cui stampa si era occupato il canonico Spano: si tratta del poema in logudorese Sa Jerusalem victoriosa: osiat s’historia de su populu de Deus reduida ad poema historicu-sacru / dai su sacerdote canonigu Melcioro Dore…; cum breves adnotationes de su sacerdote Johanne Ispanu (Kalaris,  In sa imprenta archiepiscopale, 1842). Paolo Pulina

 

Nota Pulina ha curato con Salvatore Tola il volume  "Il tesoro del Canonico. Vita, opere e virtù di Giovanni Spano (1803-1878)", edito nel 2005 da Carlo Delfino, pp. 326. Eccone in dettaglio il sommario: P. PULINA – S. TOLA,  Il tesoro del Canonico. Vita, opere e virtù di Giovanni Spano (1803-1878), Sassari, Delfino, 2005 [M. BRIGAGLIA, Il tesoro del Canonico. F. COSSIGA, Giovanni Spano nel suo tempo. S. TOLA, Vita di un intellettuale nella Sardegna dell’Ottocento. G. LILLIU, Giovanni Spano e l’archeologia sarda. G. LUPINU, La figura di Giovanni Spano nella storia della dialettologia italiana. A. STELLA, Porru, Cherubini, Spano. G. ANGIONI,  Giovanni Spano studioso della patria sarda. P. PILLONCA, Giovanni Spano sacerdote della poesia. G. MANNIRONI LUBRANO, La Roma di Giovanni Spano. A. ROMAGNINO, Cagliaritano d’adozione. M. G. SCANO NAITZA, < em>Giovanni Spano, la sua "collezione" e i problemi attuali della storia della pittura sarda. G. ULERI, I libri "ploaghesi" di Giovanni Spano. P. PULINA,  Un prezioso giacimento culturale. L. CARTA, Per un’edizione del Carteggio Spano. P. A. BIANCO, "…personaggi distinti in ingegno e dottrina…". Lettere di Giovanni Spano all’Accademia delle Scienze di Torino. M. PIRA, Giovanni Spano un antropologo della Sardegna. Documentazione fotografica, Giovanni Spano e la pittura sarda, a cura di M. G. Scano Naitza; Ploaghe e ploaghesi d’un tempo, a cura dell’Associazione culturale "Giovanni Spano" di Ploaghe].

 

LA LETTERA DI GIOVANNI SPANO A GIORGIO ASPRONI, 19 AGOSTO 1851

ECCO IL TESTO…

[prima pagina]

Mio caro Amico Cagl. 19. ago. 1851.

Ho ricevuto la Sua lettera del 15 del corrente colla quale finalmente ho saputo che Ella trovasi in Patria. Io posso immaginarmi il dolore di cui sarà stata compresa nell’essersi trovata al vuoto di colui che sarà stato l’oggetto di Sua mente lungo il viaggio. Egli nella lettera che mi chiese in tutto Luglio fino all’11 agosto mi ripeteva sempre che Ella doveva ritornare da un vapore all’altro. E forse il maggior suo dolore sarà stato quello di non trovarsi Ella presente per dargli gli ultimi conforti. Anche io desiderava di averlo riabbracciato per un’altra volta prima di separarci da questa vita mortale. Pazienza, né io lo dimenticherò in vita fino a congiungerci nell’Eternità. Godo sommamente che Ella trovisi in mezzo ai parenti i quali per l’ordinario sogliono scindersi in fractione panis del pov. prete. Tale è stata sempre la nostra condizione. Ella coi Suoi lumi e colla giustizia porterà a termine l’assesto dell’eredità, mi dispiacerebbe assai che vedessi né manco nominata l’ombra di quel Grand’Uomo in contrasti d’interesse per i parenti cui avvocò somma gloria.

[seconda pagina]

Lodo la sua pietosa intenzione di non lasciar illagrimato lo zio che fino agli ultimi sospiri aveva deferenza speciale per Lei. Io intanto mi mossi ad annunziarne la morte, perché vivendo Lei a Torino le sarebbe pervenuta tardi la notizia, e fino ad esser di animo tranquillo per sparger i fiori che si meritò, sarebbe corso del tempo. Adunque faccia Ella questo laudabile uffizio che può disimpegnare meglio di tutti altri che l’hanno conosciuto: la sua fluida penna ha un vasto campo di spaziarsi. Dia ragione dell’opera storica, e come invece di sentirsi nella campagna e né contadi canzoni laide si sentono risuonare le opere di Dio. Faccia conto di altre opere inedite come il commento del Figlio Prodigo che io conservo, e che a Dio piacendo darò alla luce, perché è pieno di esimj riflessi. Non si restringa ad articolo di giornale, ma bisognerebbe di far la biografia in opuscolo, e sarebbe desiderabile di porvi in fronte il suo ritratto di cui io tengo uno schizzo che facendolo accomodare dal ritrattista Mereu, ma nel farlo litografare in Genova o Torino, potrà suggerire il vivo dei lineamenti, atteso che l’avrà più presente di ognuno. Si procuri adunque in mezzo alle altre occupazioni i materiali e faccia presto, chè ognuno le darà lode e gli amici le sapranno buon grado.

[terza pagina]

Riguardo ai nostri conti La prego di non parlarne più, né voglio riandare la lettera ed il registro di spesa perché mi si stringe il cuore. Più presto mi farà la finezza di mandarmi, quando Le capiterà qualche occasione, due o tre esemplari del 2° e 4° Canto della Gerusalem, perché varj amici che hanno il 1° e 3° non possono aver compita l’opera. Un canonico di Iglesias mi ha scritto più volte ed egli nel suo vivente mi [av]eva promesso di mandarmeli. Se poi non se ne trovassero, facciano gli altri, una 3° edizione che in Sardegna è caso singolare d’essersi fatta né manco la 2° di nessuna opera. Questo pare a me d’essere il miglior elogio di quell’operetta. Nel mio vocabolario è nominata con frequenza come testo di lingua del nostro dialetto. Qui nulla di nuovo salvo la scoperta del carbon fossile che avrebbe fatto più eco se fosse stata gastronomica… Avv. Marongiu è a Loreto per passar l’estate. Egli è vittima dirò sempre, della sua testardaggine e di due depravati consiglieri: oh! Se potessimo parlare per mezz’ora! Io perché gli diceva la verità fui il più maltrattato, e lo compatii….. Stia bene e saluti Graziedda. Mi creda colla solita cordiale stima aff[ezionatissimo] Avv. Spano

Trascrizione a cura della dott.ssa Silvia Caredda, archivista della Bibliot
eca  (direttore: prof. Antonio Piras) della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, Cagliari

 

 

I PROGRAMMI D’AUTUNNO DEL CIRCOLO A.M.I.S. DI CINISELLO BALSAMO

DA MICHELA MURGIA ALLA CONTINUITA’ TERRITORIALE

Riprende l’attività culturale del circolo AMIS di Cinisello Balsamo. Il nostro primo appuntamento di rilievo si terrà il 28 Settembre 2008 con la gita ad Asiago per rendere omaggio alla Brigata Sassari. Con questa gita diamo l’addio all’estate. Visiteremo l’altopiano di Asiago con una guida e ricorderemo i gloriosi "Dimonios". Il secondo appuntamento sarà per domenica 5 ottobre alle ore 16.00, con la presentazione dell’ultimo libro di Michela Murgia: "Viaggio in Sardegna: undici percorsi nell’Isola che non si vede". Presenterà il dottor Giacomo Serrali. E’ l’occasione per rendere onore a questa giovane scrittrice partecipando numerosi!!! Il 12 Ottobre 2008 ore 12,30, pranzo Sociale alla sarda presso il circolo che servirà per la raccolta fondi per il piccolo Fabio Muroni, affetto da una malattia rara curabile soltanto in Florida (USA). Le iscrizioni presso il circolo. Il mese di ottobre si chiuderà il 19 alle ore 16.30 con il convegno presso la prestigiosa Sala dei Paesaggi di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo denominato "Criminalità in Sardegna". I relatori presenti saranno: il dottor Paolo De Angelis, magistrato alla Procura della Repubblica di Cagliari, magistrato addetto alla Direzione Distrettuale Antimafia ed Antiterrorismo della Sardegna; il dottor Paolo Pillonca, scrittore giornalista. Coordinerà il dibattito il dottor Angelo Lino Murtas, Commissario Capo della Polizia di Stato di Cinisello Balsamo. Per le istituzioni, saranno presenti il dottor Giuseppe Sacco, Assessore alla Cultura del Comune di Cinisello Balsamo, e per la prima volta all’AMIS, l’Assessore al Lavoro della Regione Sardegna, la dottoressa Romina Congera (nella foto sopra). Accompagnati dall’insegnante Doloretta Manca sarà presente il gruppo folk di Osilo (SS). Va ricordato un altro grande appuntamento di grande attualità per la Sardegna che si terrà al circolo AMIS domenica 16 novembre alle ore 16.30 con il dibattito sulla "Continuità Territoriale". In quel frangente sapremo le ultime novità vista che la scadenza della continuità in essere attualmente, è fissata per il 30 ottobre 2008. Chiuderemo con l’Assemblea Generale del 30 novembre alle ore 16.30 con all’ordine del giorno la Relazione del Presidente, l’Approvazione del preventivo di spesa del 2009, l’Approvazione del programma delle attività del 2009. Carla Cividini

 

 

LA RIUNIONE DELLA CONSULTA DELL’EMIGRAZIONE A CAGLIARI

INTERVENTI A FAVORE DEI SARDI EMIGRATI

La Consulta dell’Emigrazione, riunitasi a Cagliari, allargata alla partecipazione dei Presidenti di Federazione, ha approvato all’unanimità, dopo un ampio dibattito e dopo opportune modifiche sulla ripartizione dei fondi, sia il Piano triennale 2008-2010 sia il Programma annuale per il 2008. I lavori della Consulta sono stati aperti dall’Assessore Romina Congera, che era affiancata da tutto lo staff: il Capo di Gabinetto Alberto Sechi, il direttore del Servizio Emigrazione-Immigrazione Salvatorica Addis, la responsabile del settore Emigrazione Anna Cau, e il dottor Antonello Murgia, e il segretario della Consulta Francesco Pitzanti. "Nel Programma annuale – ha esordito l’Assessore – sono indicate le linee guida. Purtroppo le risorse sono le stesse del 2007 – ha sottolineato subito l’Assessore – per cui bisogna impegnarsi per spenderle al meglio, puntando ad una progettualità di qualità, anche con interventi congiunti di più Federazioni e più Circoli, pur mantenendo i Circoli la propria autonomia gestionale". La parola è quindi passata ai consultori. Fausto Soru (in rappresentanza della Federazione Francese) ha esternato subito la sua lamentela: "In Francia – ha detto – i Comuni i programmi ce li richiedono a dicembre e viene male programmare a luglio. Siamo sbandati perché a tutt’oggi non abbiamo ricevuto i soldi e non possiamo noi presidenti ricorrere alle banche, come i privati". Bruno Fois (della Federazione Olandese) ha detto di condividere il pensiero dell’Assessore per quanto riguarda la qualità dei progetti, e in quanto ai ritardi nell’approvazione del bilancio della Regione ha sottolineato il problema politico. Giancarlo Farris, del Perù, ha lamentato di essere stato tagliato fuori dalla sovvenzioni, pur avendo spedito a suo tempo la domanda per ricevere i contributi per il Circolo, domanda che, però, per un disguido "non è mai arrivata in Assessorato", come ha confermato la direttrice dei servizi Salvatorica Addis. Ha chiesto la disponibilità a trovare una soluzione. Anche Gianni Manca, Presidente della Federazione tedesca, che conta 15 Circoli, si è lamentato per gli stessi motivi: "Ad oggi – ha detto – non abbiamo ricevuto un soldo. È difficile programmare senza contributi. Non vogliamo colpevolizzare nessuno, ma questo sistema evidentemente non funziona. Tonino Mulas, Presidente della Federazione dei Circoli sardi in Italia, ha lamentato il fatto che si arriva sempre in ritardo all’esame del Piano e che si deve decidere in tempi stretti senza poter esaminare attentamente il documento. Bisogna decidere che l’Ufficio di Presidenza si riunisca non poche ore prima della Consulta – ha detto Mulas – ma 15 giorni prima e che faccia avere ai Consultori il documento, per discuterlo con cognizione di causa, altrimenti si tratta di avallare qualcosa di già deciso". Mulas ha quindi espresso soddisfazione per i risultati della Conferenza Internazionale Sardi nel Mondo: "Questo mondo dell’emigrazione – ha detto – è vivo e può programmare il futuro, ma occorre rinnovare le strutture che sono vecchie ed eliminare la situazione di rottura tra Mondo dell’Emigrazione e struttura burocratica della Regione alla quale manca l
a
capacità di adeguamento. Va superata questa conflittualità permanente, perché i Circoli fanno attività diverse e importanti, perchè sono stati trasformati da Circoli dopolavoro in Centri culturali, ma abbiamo compiti sempre più grandi con strutture sempre più deboli.
La Federazione non può vivere con questi pochi fondi, la cooperazione tra Circoli va bene – ha aggiunto Mulas – ma ci vuole fiducia reciproca. Spetta alla Consulta fare proposte per i piani – ha detto ancora il Presidente della FASI – altrimenti subirà burocraticamente: quindi più autonomia alle Federazioni e anche più responsabilità; ragioniamo come devono essere spesi i soldi, ma la Consulta deve essere messa in grado di programmare. Altrimenti il piano è uguale a quello dell’anno prima e quindi ci troviamo a discutere solo di cifre!". Domenico Scala, vice Presidente della Consulta, ha elencato nel dettaglio tutte le somme, così come sono ripartite tra le varie federazioni e i singoli Circoli, nella riunione dell’Ufficio di Presidenza, sottolineando come i Circoli lo scorso anno abbiano fatto una cura dimagrante per cui ha proposto di tagliare 150 mila euro dai progetti regionali per darli ai Circoli esteri. "L’Assessore – ha detto Scala – questa proposta l’ha accettata". Scala ha poi polemizzato con Mulas sull’argomento facendo rilevare che i circoli esteri erano stati penalizzati nella ripartizione e che solo la FASI aveva avuto più vantaggi. L’Assessore ha tagliato corto: "non accetto contrapposizioni tra Italia ed Estero". Ha spiegato che non essendo stato trovato un accordo in Ufficio di Presidenza aveva deciso di lasciare alla Consulta l’incombenza di decidere come ripartirte i fondi. Lello Giua, vice Presidente Vicario della Consulta, ha detto di condividere il discorso politico di Mulas: "Ci troviamo sempre a parlare di soldi (pochi!) da spartire – ha detto -. C’è la necessità di innovazione delle strutture, ma anche nel modo di pensare e ragionare. Gli uffici fanno il piano, ci viene presentato e non possiamo alla fine che parlare di cifre. Se oggi non approviamo il piano, per assurdo, la Giunta regionale non approva e non arrivano i soldi". Anche Giua, così come i Presidenti di Circoli e Federazioni, ha lamentato che anche le Associazioni di tutela sono penalizzate dai contributi limitati. Bruno Fois, consultore dell’Olanda, dopo aver ricordato di essere emigrato in quel Paese da oltre 50 anni, come tanti altri sardi, ha detto che "i vecchi ormai stanno sparendo e i giovani aspettano un segnale dalla Sardegna per sentirsi rappresentativi con i Comuni e il Governo Olandesi. Se tagliamo i fondi ai Circoli, si rischia la chiusura: non togliamo queste strutture ai giovani, che le usano non per giocare a carte, ma per fare cultura e propaganda per la nostra Isola. La politica deve ragionare a lunga scadenza".
Anche Fausto Soru, presidente del Circolo di Sedan, è tornato sull’argomento giovani. "Nel mio circolo – ha fatto sapere – i giovani hanno la loro giornata, il venerdì, tutta a loro disposizione. Noi siamo preoccupati per la sopravvivenza dei circoli. Se alcuni non spendono i soldi vuol dire che non fanno attività, ma non potete penalizzare quelli che funzionano". Alberto Mario Delogu, consultore del Canada, ha sostenuto che "occorre fare passi avanti per migliorare la comunicazione con l’Assessorato, considerato che veniamo da quattro punti del mondo distanti, ma oggi ci sono gli strumenti per far viaggiare i documenti". Carlo Lai, della Filef, ha detto di non essere in grado di esprimere un parere sui Progetti regionali perché "per dare un parere sulle tabelle – ha sostenuto – devo conoscerle. Occorre riorganizzare i lavori della Consulta e dell’ufficio di presidenza: gestiamoci utilizzando di più l’informatica". Pietro Schirru, consultore dell’Australia, ha voluto sottolineare che "quando si parla di contributi, bisogna dare il suo significato alla parola: i contributi – ha detto – sono
contributi, non sono somme a copertura totale. Non ci sono altre regioni come
la Sardegna che fanno quel che fa la nostra regione per l’Emigrazione". Il prof. Gabriele Cappai, esperto, intervenendo nel dibattito, ha sostenuto che "la Consulta non può essere un organo distributivo alla ricerca di equilibri finanziari. La Consulta – ha detto – deve dare indirizzi, idee; altrimenti che consulta è? I circoli hanno più idee di noi. Io vivo da 25 anni in Germania – ha detto ancora Cappai – e devo registrare problemi gravi come il fatto che i giovani sardi non arrivano all’Università, sia in Germania che in Svizzera". Ian Lai, della Filef, ha sostenuto che per il funzionamento dei Circoli le cifre devono essere certe e fisse, e che invece per il resto delle attività i contributi devono essere dati a chi fa progetti validi. Francesco Laconi, presidente della Federazione Francese, ha illustrato l’attività svolta in Francia e, non ultimo, il progetto di riportare in Sardegna le spoglie del più grande compositore sardo, Lao Silesu, che si trovano nel cimitero di Panten, a Parigi. Anche Lucia Cumpostu, della Spagna ha parlato dei progetti regionali a Barcellona. "Il nostro circolo e quello di Madrid sono stimolati ad operare al di là dei sardi. La nostra associazione è autogestita – ha sottolineato -, potevamo avere finanziamenti anche dal governo catalano. I nostri circoli hanno idee, hanno volontà di fare, ma non hanno soldi!". Il presidente della FASI, Tonino Mulas, venuto a conoscenza che la Regione ha finanziato due progetti (Rete Sardi nel Mondo e Territori di Sardegna) rispettivamente per 5 milioni di euro e per 2 milioni di euro, ha presentato un o.d.g. chiedendo di poter partecipare all’elaborazione dei progetti per implementazione delle risorse. L’assessore Congera ha chiuso i lavori della Consulta comunicando che si sta predisponendo la nuova legge sull’Emigrazione, alla luce delle risultanze emerse nella Conferenza Internazionale (ed ha colto l’occasione per ringraziare pubblicamente la Faes, per la collaborazione alla conferenza stessa); quindi ha affermato che si sta istituendo il Portale "Migrantes", un sito dove sarà possibile ricostruire la storia dell’emigrazione sarda, ed ha invitato tutti a cooperare e fornire eventuali documenti e testimonianze.

Antonello De Candia

 

A BIELLA, IL SENSO DEL "NURAGHE CHERVU"

IL SIMBOLO DI UNITA’ E INNO ALLA DIVERSITA’

Costruire un nuraghe fuori dalla Sardegna e a distanza di migliaia di anni? A Biella si può. Fino a qualche tempo fa in pochi avrebbero immaginato che ai piedi delle Alpi si sarebbe potuta realizzare un’opera simile, probabilmente unico caso esistente in Italia. Eppure, grazie alla collaborazione tra il Circolo Su Nuraghe e l’Amministrazione comunale di Biella, ci siamo riusciti. Per cogliere il senso di tale iniziativa è indispensabile non fermarsi ad un’analisi superficiale, che impedirebbe di capire le reali motivazioni che hanno portato a trapiantare il simbolo della millenaria storia sarda in una provincia piemontese, ma bisogna sforzarsi di andare un po’ più in profondità. Nuraghe Chervu (nome che deriva da quello del torrente biellese Cervo), è un simbolo di unità e un inno alla diversità, non un semplice capriccio folcloristico della numerosa comunità sarda di Biella. L’idea di un monumento a forma di nuraghe, infatti, nasce innanzitutto per celebrare i novant’anni trascorsi dalla fine della Prima guerra mondiale, ultimo atto del travagliato percorso di unificazione del Paese, costruito con l’ingente sacrificio di sangue di centinaia di migliaia di uomini provenienti da ogni luogo d’Italia. E quale monumento può ricordare meglio tale sacrificio, se non quello che rappresenta il simbolo della regione che ha pagato con la più alta percentuale di richiamati alle armi? La Sardegna, infatti, mandò al fronte un soldato ogni nove abitanti e vi perse oltre 13mila dei suoi figli. La piccola Biella, invece, pianse ben 532 caduti, che l’opera intende ricordare insieme a tutte le oltre 650mila vittime italiane del conflitto. La struttura stessa del nuraghe rappresenta bene l’immagine di un’Italia fatta di e dagli uomini. Uomini come pietre che, insignificanti se separate e disordinate, acquistano un senso soltanto se organizzate in una forma determinata. Questa forma abbiamo quindi deciso che sarebbe stata quella arcaica dei nuraghi, i megaliti più numerosi, conosciuti e tra i più imponenti d’Europa, che individuano una zona precisa, quella della Sardegna, che ha contribuito in modo determinante alla nascita dell’Italia moderna. La Repubblica di oggi, infatti, non è che il punto d’arrivo di un lungo percorso, iniziato proprio con il Regno di Sardegna e continuato, mutandosi, con il successivo Regno d’Italia. Questo da un punto di vista giuridico e politico, ma, cambiando prospettiva, c’è un altro sacrificio, oltre a quello dei soldati, che ha concorso in maniera determinante alla creazione della realtà odierna. Ed è quello degli emigrati, cioè di tutti coloro che sono stati costretti ad abbandonare la propria terra d’origine per trasferirsi nelle regioni settentrionali, dove con il proprio lavoro si sono trasformati per decenni nel vero motore dell’economia nazionale. Tutto ciò, e in particolare il valore della diversità e dell’immigrazione, Biella e i suoi abitanti lo conoscono bene ed è anche per questa ragione che hanno accolto positivamente l’idea di un nuraghe che – e per capirlo basta ritornare alla metafora delle pietre – diviene così anche un monumento dedicato a tutti gli emigrati. Proprio questa sorta di "elogio delle diversità", maggiormente significativo in un momento in cui lo straniero è sempre più inteso nell’accezione romana di nemico e non in quella greca di ospite, si ritrova costantemente in tutti gli aspetti legati al progetto. Diverse sono le pietre utilizzate per la sua realizzazione, provenienti da tante zone d’Italia. Diverso è il giardino che gradualmente nascerà intorno al nuraghe, un giardino mediterraneo che ha poco a che fare con le caratteristiche della flora alpina locale ma che indubbiamente va ad arricchirla. Diverso, infine, è stato anche il gruppo di lavoro che ha materialmente costruito il nuraghe, una squadra composta da un Piemontese, un Sardo, un Pugliese ed un Rumeno. Il monumento, però, non guarda soltanto al passato e al presente, ma anche al futuro. Esso è infatti il frutto di un impegno partecipato che ha visto coinvolti oltre settecento studenti delle scuole locali, a partire da quelle elementari. Ai bambini e ai ragazzi è stato chiesto di realizzare un disegno legato proprio ai megaliti sardi e alle incisioni rupestri alpine e la loro risposta è andata ben oltre le più rosee aspettative. Domani saranno loro i "guardiani" del nuraghe e del giardino (che tra l’altro si arricchirà annualmente di una nuova pianta per ogni nuovo nato della comunità sarda) e sicuramente ricorderanno con piacere la prima volta che hanno contribuito attivamente a realizzare qualcosa per la propria città. Proprio quello delle nuove generazioni è stato il contributo più bello alla nascita del primo nuraghe "continentale", simbolo di una civiltà millenaria che si attualizza nel messaggio indelebile di unità, fratellanza e pace. Battista Saiu

 

PARLA IL SINDACO DELLA CITTADINA PIEMONTESE

LA SARDEGNA E BIELLA

Le culture sarde e piemontesi si fondono tra loro con una storia ultra secolare. Alberto Ferrero Della Marmora, le cui spoglie mortali sono conservate nella Basilica di San Sebastiano a Biella, fu il primo grande "trait d’union fra i biellesi e la Sardegna. Durante la sua esperienza sul territorio, durato oltre 13 anni, da grande appassionato di scienza qual era, studiò e registrò non solo gli aspetti storici dell’isola, ma soprattutto quelli geografici, zoologici, etnologici e archeologici dell’intera Sardegna. E proprio per quest’ultimo motivo, sebbene venga ricordato maggiormente per il grande contributo offerto alla cartografia, non rimase immune dal fascino dei nuraghi e concorse notevolmente al loro studio e allo loro documentazione. La Marmora "il Biellese", La Marmora "il Sardo", come le tante piazze, le tante strade e la montagna più alta della
Sardegna lo ricordano, ha nella comunità biellese, così come sull’isola, testimoni appassionati. Il nuraghe realizzato a Biella sancisce l’antico legame fra
biellesi e sardi, una comunità che in città si è integrata da decenni ed ha contributo attivamente allo sviluppo sociale ed economico della stessa, ma non solo. Il "Nuraghe Chervu" vuole anche ricondurre la memoria al dolore delle guerre e ai sacrifici che hanno portato alla creazione dell’Italia moderna che festeggerà nel 2011 i suoi primi 150 di costituzione. Alberto Ferrero Della Marmora è stato, oltre che scienziato e studioso, un soldato ed un uomo politico. Morì poco prima di poter assistere all’unificazione del suo Paese, all’unione del sul Piemonte e della sua Sardegna sotto uno stesso tricolore nazionale. Combattè diverse battaglie e i suoi biografi lo ricordano come un uomo che "amò sopra ogni cosa l’esercito", che servì con la stessa dedizione con cui
la Brigata Sassari affrontò le insidie della Grande Guerra: agli albori della propria costituzione fu impegnata nei 13 giorni di Caporetto e i fanti del battaglione "Musinu" furono gli ultimi a ripiegare sul Piave, al passo, con orgoglio e compattezza. Ricorrono quest’anno i 90 anni della fine del Primo Conflitto Mondiale, il primo nel quale gli italiani si difesero coesi di fronte all’evasione straniera. La struttura del nuraghe, unica in Piemonte, è il simbolo cittadino della perfetta e armonica integrazione e convivenza di due comunità. Pensata per ricordare l’Unità d’Italia, è stata realizzata con pietre provenienti dalle varie regioni proprio per affermare, a futura memoria, quell’unione di intenti che culminò con la creazione di uno stato unitario e con la difesa dei suoi confini.  Vittorio Barazzotto

 

LA MOSTRA A MILANO DEL "SARDO-AVELLINESE ALFONSO SILBA

LE TELE CHE PARLANO IN LIMBA

Occorre dire che i giornalisti di Milano, organizzati nel circolo che ospita l’associazione, si trattano piuttosto bene. Hanno sconti (anche se non clamorosi) per una grande varietà di spettacoli, per acquisto di libri, materiale fotografico, persino per la fitness, che il giornalista moderno, si sa, dovrebbe avere pancia piatta e rughe lo stretto indispensabile. La sede di palazzo Serbelloni poi è una di quelle "prestigiose", dove sono passati tutti capi di stato di questo mondo e dove si svolgono mensilmente un numero di manifestazioni veramente mostruoso, sia per qualità che per diversificazione. C’è anche un buon ristorante che, per la modica di 25 euro, promette un menù chilometrico anche se un quarto di "vino della casa" abbassa, a mio avviso, la qualità dell’offerta. Nel pomeriggio, si poteva scegliere tra una conferenza sulla poesia di Gabriele D’Annunzio, un seminario internazionale sul tema: "Stress, depressione: quali soluzioni" e, copio pari pari dal sito internet (per la cronaca www.circolostampamilano.it) "Inaugurazione di una prestigiosa mostra di dipinti dei maestri: Mario Guarino e Alfonso Silba, le cui opere pittoriche e scultoree hanno un chiaro riferimento alle antiche civiltà Nuragiche della Sardegna da cui lo stesso Silba proviene. Il Silba per la verità proviene da Avellino, dove è nato e ha trascorso i primi venti anni di vita, poi nel 1966, lascia l’Accademia di Belle Arti di Napoli per una cattedra di Educazione Artistica presso la scuola media di Orosei e per i restanti quaranta e più anni è rimasto lì. Questo potrebbe stupire chi non conosce il golfo di Orosei, chi non è mai stato a Cala Luna o Cala Goloritzè , chi non ha mai visitato le aree archeologiche di Tiscali o Serra Orrios, chi non ha mai assaggiato un bel pezzo di salsiccia di Irgoli doverosamente annaffiata col Nepente di Oliena. E poi ci sono i sardi che, magari non sempre, ma quando ci si mettono sono capaci di gesti ospitali grandi, fino ad ammettere nella comunità persino i continentali che non spiccicano una parola di "limba" e riescono a confondere il suono delle launeddas con quello delle cornamuse scozzesi. Ma evidentemente a diventare sardi si impara e Alfonso Silba è stato, occorre dirlo, allievo modello, tanto che, a sentire lui, adesso ti spiega quale è la sardità vera, magari attraverso la sua opera di pittura e scultura. I suoi primi lavori sono ritratti di pastori, contadini, pescatori, sullo sfondo " natura, paese ed emozioni si dissolvono in astrazioni e cromie ora trasparenti ora aggressive, che solo in apparenza accolgono l’espressività dei volti senza interferire. In realtà l’informale è presenza incombente di una terra a volte matrigna, a volte disperatamente carezzevole, comunque fascinatrice, con la quale a tutti i costi è necessario approfondire un dialogo teso a definire una civiltà e a penetrarne i processi intellettuali". (come dice la nuorese scrittrice e critica Gavina Ciusa). Silba si esprime per cicli pittorici, che lui dice durare circa dieci anni, prima del giubileo del 2000 ha dato corpo ad un ciclo biblico che si è esaurito in ben 70 opere. Tra le quali spiccano, per dimensioni e l’essenzialità, un’ultima cena e una crocefissione. Mi dice che il suo prossimo lavoro verterà sulla Divina Commedia dell’Alighieri e che quello che più l’ha soddisfatto e in certo qual modo accreditato verso quelli che oramai considera i suoi concittadini della Baronia è stato il ciclo su Tommaso Majolu. Le 24 opere pittoriche (il ciclo è dell”87) è stato presentato al Centro studi del Circolo culturale Giuseppe Guiso (se ho preso bene gli appunti) e una delle opere, rappresentante la battaglia finale tra sardi e saraceni, fa bella mostra di sé nella sala consiliare del comune di Orosei. Che questo Majolu sembra sia stato un capopopolo messosi alla testa dei paesani che non ne potevano più delle incursioni piratesche dei saraceni, volte a fare bottino e soprattutto prigionieri da ridurre in schiavitù, o da rilasciare per riscatto dietro pagamento di oro sonante (che tempi! Meno male che ora…). Bene, sembra proprio che in quel 1806 i mori vennero , una volta tanto, sonoramente sconfitti , tanto che quella data è considerata come la finale di simili scorrerie nel territorio della Baronia. Dei lavori che sono qui esposti non ne venderebbe uno, che sono anche essi facenti parte di un unicum espressivo, e sono quadri, ma anche gres e ceramiche e cemento. "Approfondimenti e inquietudini formali dell’archeologia nuragica", li chiama Gavina Ciusa, "simbolismi sardi come percezione di eventi che scandiscono le esistenze e ne fanno comprendere il senso". E ancora: "Scavare negli scavi…la Grande Madre e la sua inesauribile capacità di generare metafore, menir, tombe nuragiche, bronzetti di invincibili guerrieri, piccole barche. Sulle tele manipola volumi con ricche varianti cromatiche. Su gres, ceramica, cemento, manipola le ombre in bassorilievi e altorilievi." Maria Ausilia Fadda, sovraintendente archeologico della provincia di Nuoro, in un suo scritto, si interroga sul perché Alfonso Silba, che pur aveva oramai acquisito una tecnica capace di ben caratterizzarlo nel campo della pittura sarda e non solo, abbia voluto iniziare una nuova ricerca nell’interiore cercandola nelle radici del passato archeologico. "L’approccio appassionato dell’artista con il passato della sua isola d’adozione è definito da tante porte ideali, semplici o centinate, presidiate da guerrieri dalla possente geometria, da arcieri saettanti che difendono i valori antichi della bella età dei nuraghi…Proponendosi come mediatore e traduttore dei valori del tempo dell’antica Ichnussa , si percepiscono i conflitti interiori dell’autore attraverso il contrasto e le ripetute contrapposizioni nella rappresentazione di madri protettrici che accompagnano i defunti nella serenità dell’aldilà, che si associano, ma, si scontrano, come simboli di ribellione, con teorie di invincibili guerrieri a cavallo e arcaici aristocratici eroi. E ancora: "Chi guarda attraverso le porte di Silba varca i confini del presente per ritrovare gli antichi semi che hanno germinato l’attuale etnia, confusa e composita, che ritrova il proprio orgoglio solo volgendo lo sguardo verso il passato e, reso consapevole della lontana cultura si proietterà verso l’avvenire." Insomma sembra proprio che Silba si sia ampiamente meritato la patente di sardo onorario; oggi in questa sala "Lanfranchi" condivide lo spazio con Mario Guarino, che fa quadri di donne molto poco vestite usando colori sgargianti, ha eseguito pregevoli ritratti di personaggi illustri dello spettacolo e della politica, si sussurra anche che un suo lavoro venga gelosamente custodita in una villa di Arcore e ritragga Lui in persona, coi capelli più folti, che nei quadri fortunatamente non c’è bisogno di trapianti e bandane. Troppo facile riconoscere i quadri dei due artisti, li avessero pure mescolati in un trasloco di ubriachi, quelli dell’avellinese Alfonso Silba di Orosei li potresti accostare ad uno ad uno senza essere necessariamente un esperto: perché parlano in "limba" Sergio Portas

 

 

AL CIRCOLO SARDO DI TRIESTE, IL RACCONTO DI DON MARIO VATTA

POVERTA’ ED EMARGINAZIONE

Presso la sede dell’Associazone Regionale dei Sardi del F.V.G. di Via Torrebianca, 41,  si è tenuto un incontro con Don Mario Vatta, che ha illustrato l’attività della Comunita di San Martino Al Campo, da lui fondata e condotta, che opera a Trieste da quasi quarant’anni con l’obiettivo di stare a fianco delle persone disagiate. La comunità nacque nel 1970 per dare una risposta alle prime situazioni di disagio inerente la tossicodipendenza e l’alcoolismo in quanto  il servizio pubblico non dava alcuna risposta a questo tipo di problemi. L’unica risposta ai tossicodipendenti, sia fossero spacciatori o consumatori, lo Stato lo dava con il carcere, e pertanto la comunità di Don Vatta iniziò ad occuparsi anche dei detenuti. Poi da quando nel 1971 Franco Basaglia diventò direttore dell’Ospedale Psichiatrico la comunità di San Martino al Campo iniziò a collaborare con l’ospedale e quindi si è voluta impegnare anche nell’accoglienza di giovani con problemi psichiatrici. Per questa benefica attività  ha ricevuto tantissimi attestati di stima e il sindaco di Trieste ha conferito in consiglio comunale la "civica benemerenza" al fondatore della comunità di San Martino al Campo che  oggi può contare su tante strutture, 30 operatori e oltre 100 volontari che si occupano di dare assistenza ai disagiati della nostra città. Il Sindaco ha conferito la benemerenza con questa motivazione: "In nome dell’impegno sociale svolto a favore del prossimo attraverso l’opera della Comunità di San Marino al Campo, che dal 1970 accoglie e assiste chi ha bisogno d’aiuto. Da allora, grazie a questa realtà, tante persone hanno ritrovato la gioia e la serenità di vivere in armonia con se stessi e con gli altri". L’ingresso è gratuito e libero a tutti. Questa  iniziativa viene svolta a pochi giorni di distanza da una conferenza organizzata dal Gruppo Donne del Circolo sul grande pensatore e uomo politico Sardo Antonio Gramsci che ha visto relatrice la prof.ssa Anna Maria Lepore docente di letteratura Italiana. Nel mese di giugno invece  l’Associazione dei Sardi di Trieste parteciperà all’inaugurazione di un monumento in onore della "Brigata Sassari" inserita nell’ambito dell’attività sociale e culturale  tendente a promuovere la conoscenza della civiltà Sarda e rivolta allo scambio socio-culturale con la Regione F.V.G. con particolare riferimento alla Provincia di Trieste. Angelo Curreli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIORNATA CULTURALE AL "QUATTRO MORI" DI OSTIA CON LE MUSICHE DI FABIO MELIS

CONFERENZA SU GIUSEPPE DESSI’

Il circolo "Quattro Mori" di Ostia Lido (Roma) ha organizzato una conferenza in commemorazione di Giuseppe Dessi. La relazione tenuta da Nino Orrù presidente della "Fondazione Giuseppe Dessì", è stata accompagnata da musiche eseguite con launeddas, sulittu e trunfa da Fabio Melis, musicista versatile e creativo, che ha collaborato con artisti di fama internazionale. Durante la conferenza Fabio Melis ha illustrato anche attraverso audiovisivi la tecnica antica ed ancora attuale della costruzione degli strumenti musicali. Le Launeddas, o "sonus de canna" sono l’emblema musicale della Sardegna. Sono considerate lo strumento polifonico più antico del mondo (Bronzetto rinvenuto in Sardegna, datato tra il 900 e il 300 a.C.), è sostanzialmente l’ insieme di tre canne comuni; la canna più lunga "tumbu" fa da bordone, la "mancosa"accompagna, la terza, detta "mancosedda" fa da solista. Il sulittu è l’antichissimo "zufolo" che si trova nelle mitologie di tutti i popoli. Il sulittu, tipicamente sardo è costruito da una canna da fiume, con tre fori superiori ed uno sul retro. Emette un suono dolce e vellutato, ed accompagnava le launeddas durante il balletto sardo. La trunfa (detto in italiano "scacciapensieri"), strumento tipico dell’area barbaricina, è costituito da un piccolo telaio di metallo, dove viene fissata una linguetta libera di vibrare ad una estremità. La conferenza-concerto si è conclusa con due splendidi brani della tradizione sarda "non poto reposare" e "l’inno della Gloriosa Brigata Sassari". Patrizia Salis

 

 

UNA NUOVA ASSOCIAZIONE DEI SARDI EMIGRATI SI PROPONE

A CIAMPINO, CON LA SARDEGNA NEL CUORE

Si è tenuta nella città di Ciampino la terza edizione della manifestazione "con la Sardegna nel cuore" organizzata dall’associazione culturale "Grazia Deledda", di recente riconosciuta dalla FASI. La manifestazione culturale è stata aperta dal presidente Antonio Corrias, che ha portato il saluto di tutto il direttivo e degli iscritti alle autorità presenti nell’auditorium "Bonicelli", fra cui l’avv. Alessandro Licheri difensore civico della provincia di Roma, Gemma Azuni, consigliere comunale di Roma, Tonino Mulas presidente della FASI e il sindaco di Ciampino Walter Perandini. L’evento è stata patrocinato dalla presidenza del Consiglio regionale del Lazio e dall’assessorato alla Cultura del Comune di Ciampino. Dopo un breve saluto di Tonino Mulas a nome della FASI, presente per la prima volta a Ciampino dopo il riconoscimento del circolo, la manifestazione si è aperta con la rappresentazione teatrale "Sinnos" con l’attore Giovanni Carroni, che, accompagnato con musiche originali di Graziano Porqueddu, ha recitato brani del romanzo di Michelangelo Pira dedicando il tutto a don Giuseppe Todde parroco della Beata Vergine del Rosario, originario di Mogorella (Oristano), "per il suo impegno e dedizione che il sacerdote svolge nei confronti della città di Ciampino". Il direttivo dell’associazione e il comitato esecutivo quest’anno, oltre all’esposizione di prodotti tipici artigianali, agro-alimentari e dolciari, hanno organizzato una cena tipica sarda, con prodotti giunti dall’isola e cucinati da alcuni cuochi provenienti da Nuoro ed Oliena. A seguire nell’auditorium Bonicelli il professor Mario Sanges, della Sovraintendenza Archeologica della Sardegna, ha tenuto una conferenza sulla "donna nella preistoria e protostoria della Sardegna". La relazione si inserisce nel filone dedicato dal circolo alla tematica della civiltà Nuragica, iniziata qualche hanno fa, molto gradita dal pubblico e da molti esperti presenti in sala. La domenica il gruppo folk "Guilcer" di Norbello (Oristano) composto da giovanissimi ragazzi nel loro costume tradizionale, ha partecipato all’offertorio della Santa Messa celebrata da Don Giuseppe Todde. Nel pomeriggio alla presenza di un pubblico numeroso il gruppo ha avuto modo di mostrare la propria bravura con i balli tipici sardi, prima in modo spontaneo davanti la chiesa e successivamente nell’auditorium. Questa festa poco a poco sta entrando a pieno titolo fra le tradizioni della città di Ciampino, con l’intento di riunire non solo tutti i Sardi del comprensorio, ma anche gli amanti della splendida terra che è la Sardegna. È stato un successo e non solo si è trattato di assaggiare alcune specialità sarde, ma anche folklore, musica, cultura, importate dall’isola a Ciampino.

Antonio Corrias

 

PREMIO "OZIERI" DI LETTERATURA SARDA

PREMIAZIONE DELLA 48^ E 49^ EDIZIONE

La manifestazione del Premio Ozieri, tenutasi domenica 22 giugno, si è conclusa con la cerimonia di premiazione della 48^ e 49^ edizione. Il prestigioso concorso di letteratura sarda, ideato dal compianto poeta Tonino Ledda nel 1956, ha visto trionfare, nella sezione "storica" della poesia inedita, l’ozierese Cristiano Becciu e i sassaresi Antonello Brazzu e Ignazio Sanna; nella sezione prosa Nino Fois di Porto Torres e Giulio Chironi di Orani, mentre la sezione "Tra poesia e canto" è stata appannaggio degli autori nuoresi Mario Sanna e Giovanni Piga. Tra gli emigrati ha conseguito il 4° premio la lirica "S’istadea" di Cristoforo Puddu, illoraese residente in Lombardia, e le composizioni "A s’iscuru" di Lorenzo Costantino Brandinu (emigrato a Cinisello Balsamo) e "Po unu frorigheddu" di Francesco Pietro Pinna (emigrato ad Alessandria) che hanno conquistato la Coppa Messaggero Sardo. La giuria, presieduta da Nicola Tanda, è composta da Clara Farina, Franco Fresi, Dino Manca, Paolo Pillonca, Anna Cristina Serra, Salvatore Tola  e il segretario organizzatore Antonio Canalis che, invita a partecipare alla cinquantesima edizione in scadenza il 15 settembre 2008, e riporta "l’attenzione degli autori a quelle che furono le prime indicazioni per una corretta scrittura del sardo". Dopo mezzo secolo di attività letteraria e di promozione, anche per il Premio Ozieri è arrivato il riconoscimento giuridico e l’inserimento tra i "luoghi della cultura" in ambito regionale. Cristoforo Puddu

 

 

 

 

LA POESIA PREMIATA DI CRISTOFORO PUDDU

S’ISTADEA


A bortas, illacanarzu pesso ischíbbulu

a sas dies cumpridas in annos.

A su tempus nou inzénneru

impressidu che bentu manzanile

e irfinigadu de crarore a s’orizonte

mentres iscandàglio s’intumbu

de unu mutricore meledadu.

Cun s’istadea de sos Chimbanta

sos versos mios naigana naufragos

a largu in sa traschia de undhas

o si bisestrana cun ímpetu a marrarzos

-no est pius proa de poeta

resessere a si meravizare

de chie aferrat atzudu s’esisténzia

comente in edades primarzas.

Epuru pessigo peràulas de aficu

e s’echilíbbriu de limbazos;

contivizo sos sinnos de s’isperiéntzia

e imbergo da unu dillíriu de vida

s’amparu pro carignare su cras.

A bortas, intardos

mi daet timoria crarizare adhae

e chirco intro s’istoria mia

sos congruos iscampiados a sa resone

chi avantzada cun passu mudu

comente in una poesia de Cabidanni

de chie ischit cun tzertesa

d’èssere nàschidu in Abrile.

In s’istadea ponzo su coro

-fermentarzu lieru de unu sensu perfetu-

pro àteras dies anzenas e disconnotas

ue su benidore est solu intuímentu

de unu disizu arcanu chi lentorat s’ànimu.


 

(A volte, infinito penso irrequieto ai miei giorni già decenni. Al tempo generazione che sfugge come il vento mattutino e s’assottiglia di luce all’orizzonte mentre scandaglio l’eco di un silenzio meditato. Alla bilancia dei Cinquanta i miei versi naufraghi saldano i conti alla deriva o s’infrangono impetuosi su scogli -riuscire a sorprendersi come nelle dimentiche e lontane prime volte che s’afferra la vita non riesce neanche ai poeti. Eppure rincorro parole di fiducia e un equilibrio di linguaggio; coltivo i segni dell’esperienza e attingo da un delirio di vita il sostegno per accarezzare il domani. A volte, raramente mi fa paura scrutare oltre e cerco dentro la mia storia il finale sfuggente alla ragione che incede con passo inascoltato come in una poesia di Settembre di chi sa con certezza di essere nato in Aprile. Sulla bilancia poso il cuore -lievito intatto di un senso perfetto- per altri giorni sconosciuti e mai appartenuti dove il futuro è solo un’intuizione del desiderio misterioso che irrora l’animo.) Cristoforo Puddu

 

LA GRANDE POESIA DI CRISTOFORO PUDDU

Cari Max e Valentina, avete fatto bene a dare notizia in anteprima sul blog http://www.tottusinpari.blog.tiscali.it/ dell’ennesimo prestigioso premio assegnato al nostro amico Cristoforo Puddu per la sua attività poetica. Nella poesia "S’istadea" (la bilancia), che ha avuto un riconoscimento alla  recente edizione del Premio "Ozieri" e che voi avete ripreso, l’autore fa il bilancio dei propri 50 anni (è nato a Illorai, in provincia di Sassari, nel 1956) e  ricorre  all’analogia/assonanza  rappresentata dall’immagine della bilancia ("s’istadea", appunto). Traduco letteralmente in italiano i versi centrali della composizione per sottolineare
la determinazione di Cristoforo a "rincorrere parole di fiducia … e attingere da un delirio di vita il sostegno per accarezzare il domani":  "
Alla bilancia dei Cinquanta / i miei versi navigano naufraghi / al largo, nella tempesta delle onde, / o s’infrangono con impeto contro gli  scogli/ – non è più capacità  dei  poeti / riuscire a meravigliarsi/ di chi afferra audace la  vita / come nelle età  primarie.  / Eppure rincorro parole di fiducia / e l’equilibrio di linguaggi; / coltivo i segni dell’esperienza / e attingo da un delirio di vita / il sostegno per accarezzare il domani". Questo sentimento di apertura verso il futuro si lega a quelli della fede, della carità e dell’amore ben sviluppati da Cristoforo nelle sue precedenti raccolte (Pregadorias, edito  nel maggio 2002, a Siziano, il paese in provincia di Pavia in cui vive) e De Amores  (Edizioni Domus de Janas, 2004). Cristoforo è un poeta riservato, lo sappiamo. Ma in nome del sentimento dell’amicizia, non credo di fargli offesa, per quel che possono contare le mie parole, incoraggiandolo a darci un terzo "bilancio", un terzo volume,  della sua produzione in versi. Sono  sicuro che ancora una volta il valore di essi farà pendere la bilancia verso il segno "positivo". Paolo Pulina

 

 

 

 

 

 

 

 

RIMPATRIATA PRESSO L’AMIS DI CINISELLO BALSAMO

DEGLI EX STUDENTI DEL "CUSM" DI SESTO SAN GIOVANNI

Nel 1968, quando eravamo studenti,  ci eravamo incontrati nel Collegio Universitario dell’Università Statale di Milano (CUSM) di Via Milanese 300 a Sesto San Giovanni, dove oggi hanno sede i reparti dell’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico del Gruppo Multimedica. Per iniziativa di  chi scrive  – giornalista sardo-pavese responsabile Comunicazione della Federazione delle Associazioni Sarde  (FASI) – a  quarant’anni di distanza,  una trentina di quegli ex studenti  si sono ritrovati  in una sede molto vicina al CUSM di una volta, cioè presso i locali del Circolo sardo di Cinisello Balsamo di Via Cornaggia. I rappresentanti del Direttivo del  Circolo, guidati dalla presidente Carla Cividini Rocca, hanno riservato un’ottima accoglienza agli ex studenti, oggi affermati professionisti, che hanno dimostrato di apprezzare,  come stimolo per  rinverdire piacevoli ricordi,  le gustose pietanze di rigorosa origine sarda preparate dallo staff dei provetti cucinieri. Prima dei piaceri della tavola, i partecipanti hanno dedicato  un pensiero ad alcuni colleghi prematuramente scomparsi. In particolare ho voluto ricordare tre giornalisti, che a suo tempo erano stati anche loro ospiti del Collegio universitario. Due erano giornalisti pubblicisti (la piacentina Luciana Donazzi, scomparsa nel 1997, e il vogherese Claudio Bertoluzzi, venuto a mancare nel  2006), il terzo era un professionista della carta stampata, ben conosciuto dai lettori del "Giorno", giornale  per il quale ha scritto per molti anni. Si tratta di Pier Luigi Golino, morto nel maggio del 2003. Perse la vista a quarant’anni a causa di una grave malattia, ciò nonostante continuò la professione fino all’ultimo. Per questa sua tenacia e forza d’animo, l’Istituto dei Ciechi di Milano ha istituito un premio giornalistico a suo nome. Poco prima di morire, lasciò un manoscritto,  dal quale ha preso ispirazione Max Parisi per il romanzo giallo  "Carusi. Le indagini del giudice Sarullo" (Koinè Nuove Edizioni, 2007). Paolo Pulina

 

Una giornata particolarmente positiva questa di Cinisello Balsamo al circolo AMIS, perchè ci siamo incontrati con uno spirito da adulti. Gli anni passati senza vederci sono stati un percorso personale per tutti intenso. La vera scoperta è stata quella di ritrovarci amici tranquilli che si sono lentamente riconosciuti. L’atto intelligente è stato quello di vivere un momento intenso senza ricordi di come eravamo,ma con la tranquillità di come siamo. Spero di ripetere questo incontro per ritrovarci come amici simpatici a cui interessa vivere il piacere di essere insieme parlando del più e del meno,ma con uno spirito di unità forte. Grazie Paolo e Marinella amici discreti e persone determinate e complimenti alla ospitalità e alla cucina sarda. Nino Bosco

 

"LITURGIA E LINGUA SARDA", IN UN LIBRO DOMANDE E RISPOSTE A UN PROBLEMA SENTITO

PREGARE IN LIMBA, PER STAR VICINO A DIO

Siamo troppo in ritardo per introdurre la lingua sarda nella liturgia? E’ possibile e utile portare a compimento la traduzione dell’Antico e del Nuovo Testamento nel campidanese, nel logudorese e nella lingua sarda comune? Sarà concessa ai sardi la possibilità di pregare Dio in sardo anche pubblicamente, tutti insieme e in chiesa? Le domande hanno presenti i tempi non certo vicini del Concilio Vaticano II, che aprì la lingua della messa alle lingue nazionali e minoritarie. In Friuli continuano con successo a celebrare in friulano. Fino a non molto tempo fa, i vescovi chiedevano e Roma concedeva, nella logica del Concilio. E poi? Il permesso accordato ai fedeli che insistevano per avere la messa in latino è stato interpretato come cedimento e simpatia per un ritorno al passato e solo da pochi è stato inteso per que
llo che probabilmente era, cioè la disponibilità nei confronti di una
minoranza che intendeva pregare nell’antica lingua della Chiesa. Ammèntadi, Segnore, de sa Crèsia tua santa, difùndida in totu su mundu: chi crescat in s’amore, paris cun sa Paba nostru Beneittu, e cun su Pìscamu nostru Pedru, e cun totu sos ministros de sa Crèsia: è stato detto dopo la consacrazione del pane e del vino in una chiesetta delle campagne barbaricine, con l’autorizzazione del vescovo di Nuoro, di fronte a fedeli partecipi e commossi. Si è tentato di affermarlo nella versione campidanese anche nella Chiesa del Santo Sepolcro in Cagliari, ma è stato impedito dal metropolita locale. La si è invece autorizzata per il tempo quaresimale di quest’anno nella Chiesa di San Paolo in Sassari, con un crescente seguito di fedeli. Ma non è che, per caso, proprio questo, di permettere di pregare Dio nella propria lingua, rappresenta anche una delle strade per risolvere il problema che angoscia religiosi e vescovi, che è quello di aiutare i sardi a tornare alla fede? E se tradurre
la Sacra Scrittura in limba, agevola il popolo credente in un’esperienza che rappresenta una ricchezza? Insomma: perché non cogliere nella richiesta della liturgia in lingua sarda, un’occasione offerta a Nostro Signore e, quindi, un doveroso percorso per i suoi rappresentanti? Chi abbia voglia di approfondire il tema, ha ora il suo testo. Liturgia e lingua sarda (edizioni Domusdejanas) è l’opera di tre noti studiosi. Il primo nell’ordine di copertina è Bachisio Bandinu. Don Antonio Pinna è un biblista. Da vicepreside della facoltà teologica di Cagliari insegna ai futuri preti e insegnanti di religione. Traduce dall’aramaico, dal greco antico e dall’ebraico nel sardo di Oristano discutendone con altri studiosi campidanesi e logudoresi. Padre Raimondo Turtas ha scritto la storia della Chiesa in Sardegna, l’opera storica forse più importante degli ultimi 20 anni. Unisce alla sua lunga vicenda di professore universitario la dedizione totale per la causa della lingua sarda nella liturgia. Qui propone importanti conoscenze storiche.

DALLE MINIERE DI CARBONIA ALLE FABBRICHE DI BIELLA

L’ADDIO A ZIA VIRGINIA MEREU

È mancata all’età di 94 anni Virginia Mereu o meglio, "zia Virginia", come la chiamavano tutti, in assoluto la socia più anziana del Circolo Su Nuraghe. Emigrata a Biella nel 1961, ha dedicato una vita intera al lavoro, prima in Sardegna, dove vendeva frutta e verdura sulle piazze di carbonia, poi nel Biellese come donna delle pulizie per numerose famiglie che l’apprezzavano per la sua onestà e per il suo lavoro instancabile. "Già – raccontava, illuminandosi d’improvvisa energia nel ripensare a quel periodo – qui a Biella nel 60 era abbastanza facile trovare un impiego, in Sardegna, invece, dopo la chiusura delle miniere la gente veniva da me chiedendomi di mettere la merce in conto, pagavano quando potevano e con quel che avevano, così non si riusciva più a tirare avanti". Fu allora che zia Virginia si decise a partire: "avevo quattro figli da crescere e mio marito era già malato, a causa delle esalazioni di silicio delle miniere". In un primo tempo aveva pensato di trasferirsi a Roma, dove già viveva una sorella, ma poi alcuni amici le parlarono di Biella, la città delle fabbriche, dove i ragazzi trovavano lavoro in un giorno e allora decise di tentare la Sorte qui in Piemonte. Gli inizi, naturalmente non furono facili: " per trovare una casa da affittare ci dovemmo rivolgere ai miei datori di lavoro per le trattative, in quegli anni, infatti, i Biellesi non volevano affittare ai meridionali; "ci trattavano un po’ come oggi vengono trattati gli extracomunitari". Ricordo che per sdebitarmi lavorai gratis per una settimana, del resto era l’unica cosa che potevo offrire in cambio". In seguito però le cose per zia Virginia migliorano: dopo un anno la raggiunsero dalla Sardegna il marito con i due figli rimasti nell’Isola; inoltre, ricevette un’offerta di lavoro dal Santuario di Oropa che le permetteva di guadagnare qualcosa in più, "ricordo ancora le levatacce la domenica mattina per prendere l’autobus ed andare ad accendere le candele in chiesa". Dopo la morte del marito, nel ’76, zia Virginia ha continuato ad occuparsi dei figli, ormai grandi e dei nipoti, ben tredici e tutti residenti nel Biellese. Socia decana di Su Nuraghe, nelle feste importanti benediceva con il grano le persone e gli oggetti: a Cadelo, col cardinal Tarcisio Bertone, per il nuovo stendardo processionale del Circolo, piuttosto che a Biella per l’intitolazione della piazzetta dedicata ad Alberto Ferrero della Marmora. La sua partecipazione al Circolo è sempre stata molto attiva, realizzando piccoli lavori di cucito, insegnando antiche ricette di dolci tradizionali: "anche se ora la vista mi sta un po’ calando", diceva, mentre si spostava da una stanza all’altra alla ricerca di alcune foto per documentare i racconti della sua vita. Poi, ritornata con il suo prezioso sacchetto di ricordi, sul tavolo della cucina apparivano immagini note ad ogni famiglia di emigrati: la foto di gruppo scattata in Sardegna qualche giorno prima della partenza, quella dei bambini in costume tipico accanto alla maestra e sullo sfondo sempre lei, l’Isola, con i suoi colori forti appena intuibili sotto i giochi di luce del bianco e nero e i suoi paesaggi amati o forse odiati, ma impossibili da dimenticare. Battista Saiu

 

IL LIBRO DI MARCELLO FOIS, "IN SARDEGNA NON C’E’ IL MARE"

CONFESSIONI DI UN BARBARICINO CHE VIVE A BOLOGNA

Più mi allontano e più mi trovo al punto di partenza. Anni di distanza e basta un odore a riportarmi indietro. Quell’odore è magari l’odore dell’agnello che arrostisce nel cortile di campagna, chi riporta indietro è Marcello Fois. Questo suo libretto appena uscito In Sardegna non c’è il mare (Laterza, 130 pagine, 9 euro), è la confessione, meglio il diario di viaggio di questo ritorno. Marcello Fois non si è mai allontanato, neppure da quel giorno di novembre del 1979 in cui si presentò alla segreteria della Facoltà di Medicina dell’Università di Sassari e chiese il modulo per dichiarare che non voleva fare più quella professione. Prima di prendere il pullman per Nuoro comprò Il giorno del giudizio. Quel giorno Marcello Fois scoprì e decise che avrebbe fatto lo scrittore. Il libretto (continuo a chiamarlo così, secondo le convenzioni biblioteconomiche) è una ricognizione autobiografica, ma valevole per ogni altra destinazione, di quello che è quest’isola dove solo il mare, e raramente, ci unisce in senso di popolo. Ma la Sardegna più vera, dice Fois, è quella dove il mare non c’è: la Barbagia. Partendo da un’idea barbaricina della Sardegna Fois toglie di mezzo i miti e i luoghi comuni che ci ingombrano la strada verso la modernità, perché da noi troppo in fretta la Memoria diventa Folklore, dunque merce da vendere ai turisti sulle coste smeraldate. I tre capitoli centrali sono intitolati Luoghi piuttosto comuni, Ventuno parole da un sardo d’oltremare e Formattazione dello scrittore sardo. I luoghi comuni sono al fondo di quel terapeutico modo di guardarci allo specchio che da un po’ di tempo si chiama identità. Le ventuno parole. Inverno, Aria, Storia, Distanza e poi ancora Paesaggio, Lingua, Folklore, Country e così via sino a ventuno. Gli scrittori formattati sono la Deledda, Salvatore Satta, Dessì, Giuseppe Fiori (commovente il ricordo del primo incontro), Atzeni e Mannuzzu: emozionante confronto con quelli che sono, in qualche modo, i padri non solo della Sardegna letteraria, ma dello stesso Fois. Manlio Brigaglia

 

Marcello Fois dice che, pur abitando da quasi trent’anni a Bologna, in realtà non si è mai spostato da Nuoro. Non solo perché tutti i suoi romanzi sono ambientati nella città in cui è nato 48 anni fa, o perché le sue visite in Barbagia sono molto frequenti, ma evidentemente perché il senso di appartenenza a questa comunità è una parte fondamentale della sua personalità, e di ciò che scrive. Questo forte sentimento d’identità, sottinteso nei suoi romanzi, è ora esplicito, anzi è un esplicito atto d’amore, nell’ultimo libro, «In Sardegna non c’è il mare», pubblicato da Laterza (130 pagine, 9 euro). Un manuale della Barbagia raccontata in prima persona, con una prospettiva di parte dunque, ma non per questo franca e ironica, autocritica dove è necessario. Il libro è stato presentato a Nuoro in un’ambientazione atipica quanto straordinaria per un incontro letterario, il parco nel colle di Sant’Onofrio. Organizzato da Pier Franco Fadda della libreria Mondadori, si è svolto a poche decine di metri da ciò che resta del monumento a Sebastiano Satta progettato da Francesco Ciusa. Introdotto da una nuorese ad honorem, Cristiana Collu, direttrice del Man, Fois ha parlato del libro mentre l’attore Giovanni Carroni ne ha letto alcuni passi. Come l’incipit: «Premetto che sono un sardo di Barbagia. Il che sembrerà capzioso, e, di fatto, lo è: capziosità e una certa cavillosità sono caratteristiche salienti del sardo di Barbagia. A noi le i senza puntino non ci piacciono proprio, anzi quando è possibile di puntini ne mettiamo due o tre, e aperta parentesi, e eccetera eccetera, e così via. Questo perché, se il barbaricino non ha esattamente chiaro quello che è, ha invece perfettamente stampato a fuoco dentro di sé quello che non è». E così il barbaricino, per esempio, «capisce di essere sardo, cioè di far parte di un territorio definito, solo quando ha varcato il mare». Ancora su Nuoro e la Barbagia: «Con questa terra – ha detto Fois, rispondendo alla Collu, su cosa abbia significato per lui il confine dell’insularità – ho un contratto senza scadenza. Credo che venire da qui sia un benefit. L’insularità è uno stimolo perché costringe a pensare a un altrove, ossessivamente». Per questo il mare diventa «un corridoio verso la libertà, un’autostrada che unisce più che separare». Per Fois «In Sardegna non c’è il mare» è un libro di bilancio, il «più sentimentale» che ha scritto, un amarcord con una presa d’atto: «io sono drammaticamente questo: locale. Ma lo considero un valore aggiunto». Certo, incalza la Collu, ma in questo c’è anche ironia, se non una sovrabbondanza di autoironia. «Forse più sarcasmo – risponde Fois – ma questa è una caratteristica tutta nuorese. La retorica porta avanti il luogo comune di una popolazione umbratile, ma i nuoresi sanno essere ironici e sottili. E affrontare la vita con leggerezza, pur nella serietà». Il dialogo scivola sul tema dell’identità. Di questo in realtà parla il libro, ma senza compiacimenti mitologici e autoreferenziali. «Perché la pretesa di unicità ha prodotto nel corso della storia solo disastri», dice Fois. Per il quale l’identità è legata al divenire, al confronto. Al diritto di pensarla diversamente, proprio sul concetto di identità, oggi così abusato: il riferimento alla polemica sull’ampliamento del Man in piazza Satta resta sottinteso ma è chiaro. Chiude Fois: «Se non accettiamo la nostra differenza di popolo, perché gli altri dovrebbero considerarci un popolo differente?». Paolo Merlini

 

A BRESCIA PER UNA CONFERENZA…

UN GIORNO IN CITTA’

Saranno le sostanze allucinogene che sprizzano dall’inceneritore, ma Brescia è bella come non mi aspettavo, apparentemente cattolicissima e piena di migranti ormai divenuti stanziali, soprattutto asiatici. Una coppietta di giovani indiani mi cammina davanti mano nella mano con l’aria di chi va a spasso nel suo giorno libero. Del resto è una domenica di sole, e a lei la cosa deve fare immenso piacere, visto che non appena si accorge che li osservo non sa resistere alla tentazione di sorridermi furtiva nel suo vestito rosso lacca a fiorellini. Ricambiando a quel lampo di gentilezza mi dimentico che mi abbiano descritto questo quartiere come un angolo di Brescia piuttosto degradato. A me sembra un posto luminoso, fors
e solo un po’ desolato, ma dopo tutto è luglio e c’è un caldo da sognare il mare anche all’ombra. La città è praticamente mia. Un centinaio di metri più avanti incappo però in un gruppetto di pensionate che fanno colazione ai tavoli esterni di un bar. Leggono le notizie ad alta voce, e vedendo da che giornale prendono spunto, l’avvertimento sul degrado mi appare più comprensibile: è una copia di Libero. Mi siedo al tavolo accanto e mi godo la scena.  "Beh, l’hai vista mica
questa ragazzetta che si faceva le foto nuda e le vendeva per comprarsi i vestiti di marca?" "Dodici anni! Ma chi gliele mette in testa ste cose a dodici anni…" Considerando che dalle vetrine della piazza non c’è griffe di stilista che non ci punti addosso i suoi anoressici manichini, io al loro posto un’ipotesi ce l’avrei, ma me la tengo per me. Non escludo che a rendermi sociopatica di primo mattino abbia contribuito l’aver pernottato in un centro pastorale della curia, dentro una stanza così spartana che al confronto a Sparta si potevano considerare fashion victims. Sfido chiunque a non sentirsi anaffettivo dopo aver dormito con un inginocchiatoio di legno al posto del comodino ed essersi svegliato alle sette meno dieci al ritmo scampanato di "O bella Regina che siedi nel ciel". A Brescia
la Curia possiede due terzi del cuore cittadino, mi hanno detto, e l’ho trovata un’ottima metafora dello stato della laicità italiana. "E’ colpa dei telefonini!" – sentenzia una delle signore, identificando l’assassino senza l’incrinatura di un dubbio. Le sue amiche annuiscono vigorosamente, anche se una, più possibilista, avanza un’ipotesi ulteriore per completare il quadro delle responsabilità: "e anche di internet!" Di chi altro potrebbe essere la colpa se la ragazzina ha considerato i jeans di Calvin Klein che indossa Kate Moss così fondamentali per la propria autostima da trovare normale vendersi il corpo fotografato per poterli poi comprare? Potrebbe rivelarsi complicato per la mamma spiegare alla precoce figliola in cosa quello che ha fatto è diverso da quello che fa normalmente Kate Moss, se vogliamo escludere il guizzo di bricolage dell’autoscatto. Mi sfugge la logica per cui se una a dodici anni vuole imitare Giovanni Allevi chiamano Mike Bongiorno, mentre ci vogliono i servizi sociali se invece vuol fare la modella di intimo. Ok, senza intimo, ma questi sono particolari. Personalmente ho molta tenerezza per questi adolescenti sciamannati che ogni tanto fanno notizia di sè riproducendo maldestramente quello che vedono intorno. Ad occhi attenti il gioco degli specchi può essere molto rivelatorio, ma con questo non voglio minimizzare i gravissimi danni sociali causati dalle performances dei nostri teenagers, primo tra tutti quello di impedire a gente come Paolo Crepet di trovarsi un vero lavoro. Intanto finisco di divorare il mio cornetto in silenzio, ma tra i sospiri inorriditi delle pensionate fans di Feltri non posso fare a meno di pensare che debba essere una bella sfida svegliarsi adolescente in un luogo dove le uniche due cose che trasmettono senso di vitalità sociale sono il cinema Eden e un rapido guizzo di pelle scura dentro un vestito rosso a fiorellini. 

Michela Murgia 

2 risposte a “TOTTUS IN PARI 213, ALLA RICERCA DELLA FELICITA'”

  1. Ciao Valentina e Massimiliano,

    complimenti per il grande lavoro che state portando avanti con impegno e serietà.

    Grazie per le costanti informazioni e… grazie per farci sentire a casa…

  2. Con la presente ho il piacere di informarti che l’Ass. Cult. Sarda G. Deledda di Pisa, durante la sua X Festa della Sardegna, ha organizzato una raccolta fondi a favore del piccolo Fabio. La raccolta è stata eseguita dagli adolescenti Isabella e Filippo che, assistiti da soci adulti, hanno informato i visitatori che hanno risposto con generosità. Alla fine dei dieci giorni di Festa abbiamo raggiunto 4200 euro circa che sono stati interamente versati. A Isabella e Filippo va il nostro sincero encomio per l?opera svolta e al piccolo Fabio un grosso abbraccio. Colgo l’occasione per ricordare che la nostra campagna di solidarietà, che realizziamo in gran parte con il nostro calendario della solidarietà, quest’anno vede tra i beneficiari la Missione Salesiana di Corumbà (Mato Grosso), la struttura sanitaria di Nkuè (Guinea Equatoriale), la Missione Salesiana in Congo. lo scorso anno abbiamo realizzato un progetto di sviluppo ovvero un pozzo d’acqua in Burkina Faso.

    un cordiale saluto

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