tottus in pari 209: il mondo deve sapere

 

Ho 36 anni e non mi piace essere chiamata giovane. Sono stata fortunata nella vita, perchè ho potuto studiare quello che volevo e fare quello per cui avevo studiato. Tecnica aziendale, Scienze Religiose e una lunga avventura nell’Azione Cattolica mi hanno dato strumenti per fare tante cose: ho insegnato, organizzato, vegliato e misurato. Ho venduto. Ho accolto, rifiutato e telefonato. Soprattutto, ogni volta che ho voluto, ho potuto anche scegliere di andarmene e fare altro. Attraverso ogni esperienza ho appreso e ho raccontato. Le ultime due cose continuo a farle e mi piace molto, ma non credo siano un lavoro, anche se mi mantiene: testimoniare non è una professione, è un modo di guardare il mondo, per me il solo possibile, anche quando le bollette le pagavo in altri modi. Sono vegetariana, non mi sono mai rotta un osso, vorrei imparare a ballare il tango e un giorno vorrei poter raccontare a mio figlio chi era Danilo Dolci. C’è tempo. Vivo in Sardegna, ma vado continuamente in quel che faccio, come dice Filippo. E c’è di buono che anche lontano dalla Sardegna riesco a sentirmi a casa, perchè ha ragione Fiorella: questa terra è la mia terra sempre, la gente è la mia gente, ovunque. Nel 2006 ho pubblicato per la ISBN edizioni Il Mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro alla Kirby. Nel 2007 ho collaborato alla stesura del soggetto e della sceneggiatura cinematografica del film Tutta la vita davanti, ispirato al libro. Nell’arco degli ultimi due anni ho scritto per Marie Claire, Diario, L’Espressoil Manifesto, Formiche, PeaceReporter, Argo. Ho una rubrica fissa sulle riviste Epolis e L’Arborense, e collaboro con JobTalk, il blog sul lavoro del Sole24Ore. Ho partecipato all’antologia sull’identintà sarda Cartas de Logu, curata da Giulio Angioni e edita dalla CUEC. A maggio è uscita per i Tascabili Einaudi Viaggio in Sardegna – undici percorsi nell’isola che non si vede, una guida narrativa per perdersi in Sardegna inserito nella collana Geografie. Sono al lavoro su un nuovo romanzo per ISBN che uscirà alla fine dell’anno in corso. Tornando al libro "Il mondo deve sapere" – edizioni ISBN Milano, non è un libro di denuncia. Non è un libro di sinistra. Non è un libro di protesta sul precariato. Non è una sit com sui call center. Non è un libro per dare addosso alla Kirby. Non era neanche un libro, in origine. Era il mio blog tematico sul lavoro che facevo. Certo, se un blog può diventare un libro, può darsi anche che il libro – che non era nessuna di quelle cose elencate – possa poi diventarle tutte. Affidare un testo al lettore è dargli insindacabile diritto di interpretarlo come gli pare e piace. Per me Il Mondo deve sapere è sempre stato una lettera a Silvia, scritta come gliela avrei raccontata se l’avessi avuta davanti, su quali siano i frutti di un certo modo di pensare la persona, al lavoro o altrove. Alimentare l’equivoco che si tratti di un libro "di sinistra" serve solo ad illudere il 50% degli italiani sul fatto che i libri che parlano di lavoro precario riguardino l’altro 50% della gente. C’è la denuncia? No, le denunce si fanno ai magistrati con nomi e cognomi, non alle amiche o agli editori. C’è invece il racconto di un mondo che si critica da solo semplicemente esistendo. Se raccontarlo ne mette in luce le assurdità, allora il mio libro è una critica. Se poi c’è la risata, è perchè io amo ridere mentre penso. Pensare a muso duro genera brutte idee, brutte azioni e probabilmente anche brutti libri. Scegliere di pubblicarlo è stata una delle cose più difficili che ho mai dovuto decidere, perchè scrivere di lavoro dove lavoro non ce n’è non è come scrivere di qualunque altra cosa. E’ una scelta che si paga, tanto più cara quanto più sei vicino alla realtà che racconti. Raccontare quello che ho vissuto in modo sferzante, brutale perchè reale, ha messo in gioco una serie di dinamiche che non ha portato all’aumento del numero dei miei amici. Meno male che quelli che avevo mi sono rimasti. I miei editori hanno certamente compreso questa tensione quando mi hanno offerto la scelta di pubblicare anonima, ma io non ho accettato, perchè non voglio vergognarmi di raccontare quello che tanti altri non si vergognano di fare. La vera vergogna è che non ci sia abbastanza gente a raccontarla, questa storia silenziosa. Il popolo che parla al telefono per mestiere, fuori dai call center non ha voce alcuna. Dal libro è stato tratto uno spettacolo teatrale e un film, Tutta la vita davanti, diretto da Paolo Virzì. Michela Murgia

 

IL LIBRO DI MICHELA MURGIA, E’ DIVENTATO UN FILM

TUTTA LA VITA DAVANTI

Distribuito dalla Medusa, è uscito nelle sale cinematografiche italiane "Tutta la vita davanti", per la regia di Paolo Virzì. La sceneggiatura di questa commedia – giocata sui toni agri della satira di costume – è stata tratta dal romanzo "Il mondo deve sapere" della scrittrice Michela Murgia. Il regista – in calce al suo film – definisce l’opera come "l’occasione per raccontare lo spirito del tempo, l
a divaricazione tra cultura umanistica e i linguaggi contemporanei, la sottocultura televisiva divenuta l’estetica e l’etica di questi nuovi luoghi di lavoro". Ove per nuovi luoghi di lavoro si intendono i call center e l’attività di telemarketing che al loro interno viene svolto da un esercito di nuovi forzati, incatenati alle loro postazioni di pc e telefono come gli antichi rematori ai banchi della voga nelle galee. Cioè fino allo stremo delle forze. Protagonista della pellicola è il mondo sommerso del precariato – soprattutto quello giovanile alle prese con la prima esperienza lavorativa – dei contratti cosiddetti CoCoCo (collaborazione coordinata e continuativa) che per poche centinaia di euro rendono schiavi e succubi – sotto ogni profilo – di una classe egemone votata unicamente all’interesse economico tout court, priva di scrupoli e di valori morali anche minimi. Senza demonizzare nessuno, senza additare in modo esplicito buoni e cattivi, Virzì affronta il racconto delle avventure tragicomiche di Marta – neolaureata in filosofia piombata per necessità ma senza pregiudizi in una realtà aliena, quasi surreale – confezionando un ritratto allo stesso tempo buffo ed inquietante di un’umanità smarrita, desiderosa di ancorarsi a delle certezze, qualsivoglia esse siano. Il plagio psicologico, più che la vera e propria arroganza padronale, domina il rapporto tra i vari protagonisti. In un andamento verticale dal quale nessuno è escluso, neppure la direttrice e il manager, vittime a loro volta di uno sfruttamento più subdolo, le cui redini sono tenute molto più in alto, al vertice di una piramide nascosto alla vista di tutti. Il merito di aver scoperchiato questo vaso di Pandora, denunciando apertamente un intero e fiorente sistema economico, è stato però quello dell’autrice del romanzo. Nata a Cabras nel 1972, Michela Murgia potrebbe essere definita una scrittrice per caso. Dopo aver seguito studi teologici ed insegnato religione per diversi anni, è stata anche venditrice di multiproprietà, operatore fiscale, dirigente amministrativo in una centrale termoelettrica e portiere di notte. Fino ad approdare all’esperienza di operatrice di call center per la multinazionale americana Kirby – produttrice di un noto aspirapolvere – presso una succursale locale. 45 giorni all’incirca, definiti i più provanti della sua vita. Durante i quali, come lei stessa afferma nella prefazione del libro, "prendeva nota di tecniche di persuasione e castighi aziendali, in un modello lavorativo a metà tra il berlusconismo e Scientology". Ironica, cinica, dotata di grande sense of humour, la Murgia ha inizialmente riversato il racconto sul proprio blog (http://www.michelamurgia.com/), per poi ricavarne un libro che ha ottenuto grande successo di critica e di pubblico, suscitando tuttavia non poche polemiche da parte dei diretti interessati alla sua denuncia. Perché di denuncia si tratta. Fatta col sorriso sulle labbra, in una prosa piacevole, scorrevolissima e brillante. Il mondo dei venditori dell’elettrodomestico multifunzionale che svolge il lavoro di dieci aspirapolvere ma costa quanto trenta viene messo spietatamente alla berlina. Le spinte motivazionali incentivate coi premi mensili, la denigrazione – fino alla pubblica umiliazione, quasi – di quanti, invece, non riescono a raggiungere gli obiettivi proposti (imposti) dalle sfere direzionali. La psicologia spiccia usata per convincere casalinghe riottose all’acquisto, più simile a menzogne di bassa lega. Lo status symbol da raggiungere ad ogni costo e da quantificare in moneta sonante che poi si tramuta in vacanze da finti ricchi o in automobile o in gadget ultratecnologico. Insomma, la desertificazione emotiva che consegue alle dure leggi della new economy. Senza più valori da rispettare. E poi ancora la standardizzazione dell’imbroglio eletto a sistema di vita, quasi giustificato dal "così fan tutti". La società dei consumi che richiede le sue vittime. Nemmeno chi si trova dall’altra parte della barricata viene risparmiato dalla satira della Murgia. Comprare per apparire diventa un must, anche se spesso l’atto in sé è generato da una buona dose di ingenuità. Ottimi spunti di riflessione per chiederci chi siamo e dove stiamo andando. Ma soprattutto se esiste un’altra destinazione possibile.
Daniela Pintor

 

UNA SCENEGGIATURA PIU’ "FORTE" E IL MESSAGGIO DEL LIBRO POTEVA INCIDERE DAVVERO

MA LA VITA NON E’ UN FILM…

"Non sei emozionata che ne fanno un film"? E’ la domanda più frequente che mi sono sentita porre, e forse quella a cui ho mentito di più. Perché la verità è che non sono affatto emozionata, solo che chi mi pone la domanda è così a sua volta emozionato all’idea che facciano un film da un mio libro che mi sentirei inutilmente crudele a rivelargli che a me in fondo importa poco. Mi sono chiesta spesso perché i film godano di questo fascino, che le altre forme di espressione si sognano. Sarà che sin da bambini siamo attratti da tutto ciò che si muove e siamo andati pazzi per i sonaglietti rotanti e le api grasse che giravano in cerchio appese sopra la culla. Il cinema in fondo è anche questo, il retaggio di un modo infantile di guardare il mondo, con la bocca aperta e gli occhi in alto, incantati dalla proiezione enorme di un cielo mobile dove ci sono dèi che ci assomigliano, o a cui vorremmo disperatamente assomigliare. I libri non hanno questo vantaggio, sono mondi molto più nascosti e per i bambini non hanno infatti alcuna attrattiva, a meno che non ci siano le figure o qualcuno non li renda racconto vivo per loro (esiste ancora chi lo fa?). Il film "Tutta la vita davanti" è una traduzione, e come tutte le traduzioni è un tradimento, determinato soprattutto dal fatto che chi ha messo i soldi per realizzarlo voleva soprattutto una cosa che facesse ridere. Invece nella storia di una laureata che non trova lavoro e finisce in un posto, dove si vedono sogni di serie B non c’è molto da ridere, quantomeno non c’è quella risata di cuore, liberatoria e redentrice, che tutti ci aspettiamo quando andiamo al cinema a vedere una commedia. L’unica risata che non assolve è quella ironica, a tratti grottesca, perché la ferocia è una sfumatura della rabbia, non del divertimento, ed è la mia cifra molto più che quella del regista. Non è un peccato, è solo un altro modo di vedere la realtà, dove nessuno ha mai una vera colpa, tutti sono vittime e il carnefice, se c’è, non si vede mai in faccia, non ha un nome, è nelle nebbie di una villa a Merbella e nessuno gli chiederà mai di rispondere delle conseguenze. Però la condanna necessaria, assente nel film, di cui sento la mancanza, non è quella rivolta al genio del male di cui non sapremo mai il nome, ma quella dei piccoli gesti di solidarietà mancata, delle minuscola voglia di emergere schiacciando, dell’ansia di un portachiavi e di un applauso che tutti i giorni – in quel mondo surreale che io per un mese ho visto in faccia veramente – ha il maledetto potere di rendere complici della manipolazione anche le vittime. Una scelta di sceneggiatura più forte avrebbe reso più visibile, senza nessun vittimismo, il concetto dell’infinitamente piccolo che si realizza nel quotidiano, quando si perde la capaci
tà di dire a un altro "ti do una mano" per guadagnare quella di poter dire "io sono migliore". Se del mio libro fosse passato questo, allora si che mi sarei emozionata veramente. Altro che film.
Michela Murgia

 

CENTRALE NUCLEARE IN SARDEGNA? E’ QUASI CERTA

GRIDIAMO "NO GRAZIE"!

Giochiamo d’anticipo. Per non doverci ribellare poi: protestare stanca: centrale nucleare in Sardegna. Perfetta per i megawatt all’uranio arricchito: già paghiamo quello impoverito. Il Piemonte ha già detto no: come la Toscana. Il Friuli sì ma non può come l’Umbria e le Marche: terre ballerine. Come le regioni da Roma in giù, bramate dai terremoti. Per le dieci centrali annunciate, restano Lombardia, Veneto, Emilia e forse Liguria. Poche. Ne servono altre. La Sardegna, ad esempio. Perfetta, anche asismica. Cara al Cavaliere: il suo precedente governo stava per stoccarci (ci riproverà) le scorie nucleari: pattumiera atomica, altro che monnezza napoletana. Nessun annuncio: ma contiamoci. Anche una centrale nuclear-nuragica o l’Italia collasserà. Subito un grande: grazie, no. Primo: abbiamo già dato e diamo. Col nuclear-militare Usa appena sfrattato e le servitù pesantissime, da ridurre. No perché non ci piace questo nucleare: abbiamo la terra do sole e do vento, no? E poi, stiamo con Bossi: stesse ragioni. Viva il federalismo fiscale? Bene. Viva anche il federalismo nucleare. Chi al Nord vuole più energia perché più ne consuma, se la produca in casa. Neanche provi a esportare centrali e scorie (come i rifiuti tossici in Campania) e importare l’energia che gli serve. La delocalizzazione, se la facciano: in casa, non da noi. La Sardegna è in esubero di energia: produce più di quel che consuma e il trend si accentuerà. Dovrebbe prendersi una centrale nucleare solo per produrre energia da esportare: non c’è trippa per gatti o incentivi annunciati che tengano. No duro, subito: col senno del prima. Giorgio Melis

LA SARDEGNA POTREBBE AVERE UNA CENTRALE ATOMICA: IMPIANTO A ZERO RISCHIO SISMICO

I "PERFETTI" REQUISITI NUCLEARI

E’ un ritorno al passato, che il futuro a oggi è ancora lontano. Quando il ministro Claudio Scajola, ha annunciato che entro il 2013 partirà la costruzione di nuove centrali nucleari di ultima generazione, il salto indietro nel tempo ha riportato a 21 anni fa. Ai giorni del referendum abrogativo sul nucleare del 1987, approvato dal 71% degli italiani. Ma è il passato, appunto. Oggi per Scajola le centrali nucleari sono le uniche che consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell’ambiente. Se non fosse che nel frattempo la Energy Information Administration americana ha chiarito che l’elettricità nucleare è più costosa del 15% rispetto a quella prodotta con il gas naturale: senza contare i costi per lo smaltimento delle scorie e quelli altissimi per l’eventuale dismissione degli stabilimenti. Se non fosse, inoltre, che le centrali di terza generazione, uniche disponibili oggi, non prevedono nessun passo avanti in termini di sicurezza, di quantità e qualità delle scorie prodotte rispetto a quelle che oggi l’Europa sta già in parte smantellando. Intanto si prendono ad esempio i paesi già protesi verso il nucleare: la Finlandia che ha già comunque sforato del 35% sui costi previsti senza avere ancora terminato l’impianto. Poi la Francia: al progetto d’oltralpe partecipa anche l’Enel che è già pronta ad assecondare i desideri italici con 4 impianti entro il 2020. Nel tempo, la scadenza risulta più vicina di quel 1987. Fattibile, secondo il colosso energetico, in un periodo spalmato su 9 anni: 2 dedicati alla preparazione dell’impianto normativo, 2 per le autorizzazioni, 4 per la realizzazioni e uno stimato per i probabili ritardi. Il punto è che mentre l’Enel non indica tempi stimabili per le centrali di quarta generazione, alla Edison le danno per pronte entro il 2030: se così fosse, avremmo in Italia 4 impianti nuovi ma già obsoleti a 8-10 anni dall’inaugurazione. Allora quel futuro non è così vicino: in mezzo c’è un passaggio mica da niente, quello sui siti da individuare per le centrali e lo stoccaggio delle scorie. Scanzano Jonico 2003: bastò l’annuncio dell’intenzione di crearne uno in Basilicata per provocare la rivolta popolare. Progetto già saltato in Sardegna, nel 2003, quando si pensò all’isola per un centro di raccolta. Ci fu una sollevazione popolare convinta e determinata come mai ce n’erano state prima. Oggi chi sarebbe disposto ad accogliere e ospitare stabilimenti di quel tipo? La procedura è sempre la stessa, e sembra la scoperta dell’acqua calda. Lo studio dei tecnici dell’Enel non indica luoghi precisi ma caratteristiche fisiche: servono spazi a basso rischio sismico e a scarsa densità abitativa. Serve una piccola ricognizione sul territorio nazionale. Le regioni del Mezzogiorno, dal Lazio in giù ma includendo anche Marche e Umbria, ad eccezione del tacco pugliese, sono aree da sempre interessate dai terremoti: un ottimo motivo per escluderle. Lo stesso vale per il Friuli Venezia Giulia e parte del Veneto. In Piemonte nessuna chiusura ideologica, ma la Regione è da tempo impegnata nella ricerca di vie alternative e nella produzione da energie rinnovabili. In Lombardia come in Sicilia gioca a sfavore la densità abitativa. In Toscana c’è lo stop della Regione. Favorevole la Liguria. Poi la Sardegna: risponde perfettamente ai requisiti sul rischio sismico, praticamente ridotto a zero, e a quello sulla densità abitativa. In più, particolare da non sottovalutare, c’è la possibilità del governo di imporre sull’argomento il segreto di Stato: e nell’isola di zone interdette all’accessibilità dei cittadini ce n’è più di una. Il no al nucleare non si discute, ma il rischio che la Sardegna diventi la nuova frontiera dell’energia atomica è un’ipotesi che gli ambientalisti sembrano scartare. Resta invece molto elevato il rischio che l’isola possa risultare "interessante" come deposito delle scorie nucleari. Se la Sardegna rispecchia alcune caratteristiche che la rendono appetibile in termini nucleari, resta invece rilevante la poco strategica posizione geografica: decisamente fuori dalle grandi linee di trasporto. Il vero problema e quindi il rischio vero a questo punto riguarda le scorie, tanto più che sulla materia si può apporre i
l segreto di Stato. Cosa ne sarà dell’energia nucleare in Italia è presto per dirlo, ma una cosa è certa: in Sardegna la possibilità di accogliere scorie provocò una sollevazione popolare. Come dimenticare la calda primavera estate del 2003: al grido di non siamo la "pattumiera" del Mediterraneo, l’isola si ribellò all’arrivo di scorie prodotte dalle vecchie centrali nucleari e dai siti di stoccaggio del Piemonte, dell’Emilia Romagna, del Lazio, della Campania e della Basilicata.
Marco Murgia

 

IL GUASTO NELLA CENTRALE NUCLEARE SLOVENA DOVEVA RESTARE SEGRETO

RISCHIO CHERNOBYL

L’uomo che gestisce la centrale di Krsko avrebbe preferito lavare in casa i suoi panni potenzialmente radioattivi. Poco dopo l’inizio dello spegnimento dell’impianto, Stanislav Rozman ha indirizzato una nota informativa a alcuni operatori europei per raccontare la sua versione dei fatti e scusarsi per il polverone sollevato intorno a quello che i tecnici definiscono un «evento insolito», ovvero un caso che non richiede misure straordinarie per gli uomini e l’ambiente. «L’ampia diffusione (della notizia) nell’opinione pubblica – si legge nel testo che avrebbe dovuto restare riservato – è stata provocata dal messaggio dell’autorità slovena (per l’energia). Scusateci…». Comunicare è stato un errore, fa capire Rozman. L’Ente sloveno per la sicurezza nucleare ha ammesso che nel sistema di allerta sul guasto qualcuno ha sbagliato e «non ha informato in modo corretto» le autorità austriache. Funziona da parziale scusa il fatto che il meccanismo «Ecurie», la struttura d’allarme dell’Unione nucleare, non era mai entrato in zona operativa. Il direttore dell’Autorità di Lubiana, Andrej Stritar, ha ammesso che «in un primo momento è stato usato il modulo per le esercitazioni, ma l’errore è stato corretto». Rozman racconta la storia in modo da giustificare la sua sensazione che si sia fratto molto rumore per nulla: «Alle 15.56 l’evento insolito è stato dichiarato. La riduzione di potenza è cominciata alle 16.50. L’impianto è stato disconnesso alle 19.31. L’impianto era stabilizzato dopo 3 ore e 3 minuti. Non c’è stato alcun malfunzionamento aggiuntivo. Non c’è stato bisogno di rendere operativi i sistemi di sicurezza». In un altro documento riservato, scritto probabilmente intorno alle nove di mercoledì, lo stesso Stritar ha sottolineato comunque che il solo spegnimento del reattore comportava la comunicazione all’Agenzia dell’energia atomica, a «Ecurie» e ai Paesi confinanti. La Commissione europea ha agito di conseguenza, forse con impeto, virtù che in questi casi non è eccessiva. La notizia doveva comunque uscire. Ma non per Rozman, pronto a cospargersi il capo di cenere per un disturbo mediatico di cui – a quanto pare – avrebbe fatto volentieri a meno.

 

IL DOSSIER DI GREEPEACE, LEGAMBIENTE E WWF

IL NUCLEARE NON SERVE ALL’ITALIA

Il nucleare non serve all’Italia. Questo il titolo del dossier Greenpeace Italia, Legambiente e Wwf Italia, per svelare le "menzogne dei fautori dell’atomo". Si citano infatti nel dossier tutti gli slogan che vengono riproposti nella campagna mediatica a favore del nucleare… Approfondendoli poi uno ad uno per dimostrarne l’assoluta infondatezza. Tra gli slogan più utilizzati il fatto che: è l’unica risposta concreta per fermare i cambiamenti climatici, è economico, permette di ridurre la bolletta italiana e la dipendenza dall’estero, è sicuro. Tutte «bugie, conti fasulli, favole» scrivono le associazioni ambientaliste «che servono a costruire una risposta emotiva da parte dell’opinione pubblica e un dibattito ideologico sui tabù e i divieti. Nella realtà si sta solo facendo il gioco di quei gruppi di interesse che si stanno candidando a gestire una montagna miliardaria di investimenti pubblici». Per le tre associazioni ambientaliste la soluzione per fermare la febbre del pianeta e ridurre la bolletta energetica italiana è molto più semplice dell’opzione nuclearista rilanciata dal ministro Claudio Scajola: è fondata sul risparmio, sull’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. Semplicemente perché è la via più immediata, più economica e sostenibile. Sui costi, si sottolinea che gran parte del costo dell’elettricità da nucleare è legato agli investimenti per la progettazione e realizzazione delle centrali, che è almeno doppio di quanto ufficialmente dichiarato, e richiede tempi di ritorno di circa 20 anni. A cui vanno aggiunti i costi di smaltimento delle scorie e di smantellamento degli impianti. «Dove il Kwh nucleare costa apparentemente poco è perché lo Stato si fa carico dei costi per lo smaltimento definitivo delle scorie e per lo smantellamento delle centrali. E sono proprio queste spese ad aver scoraggiato gli investimenti privati negli ultimi decenni» si legge nel dossier. Tant’è che tutti gli scenari – persino quello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica – prevedono nei prossimi anni una riduzione del peso dell’atomo nella produzione elettrica mondiale. Secondo le stime dell’Aiea si passerebbe dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030, nonostante la ripresa dei programmi nucleari in alcuni paesi. In Italia, per il ritorno al nucleare occorrerebbe costruire da zero tutta la filiera, con un immenso esborso di risorse pubbliche. Per le 10 centrali, ipotizzate come necessarie per abbassare i costi della bolletta energetica, servirebbero tra i 30 e i 50 miliardi di euro di investimenti (con il forte rischio di sottrarre risorse allo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica), cui aggiungere le risorse per gli impianti di produzione del combustibile e il deposito per lo smaltimento delle scorie. Le centrali, nella migliore delle ipotesi, entrerebbero in funzione dopo il 2020, e gli investimenti rientrerebbero solo dopo 15 o 20 anni. Sulla sicurezza degli impianti ancora oggi, a oltre 22 anni dall’incidente di Chernobyl, non esistono garanzie per l’eliminazione del rischio di incidente nucleare e la conseguente contaminazione radioattiva. E quanto alla possibilità di rimettere la speranza di sicurezza nella quarta generazione, si deve aspettare almeno il 2030 per vedere (forse) in attività la prima centrale. Rimangono poi tutti i problemi legati alla contaminazione "ordinaria", derivante dal rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento delle centrali, a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi. C’è poi il problema non risolto delle scorie: le 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte finora nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivi. Cosa che vale anche per il nostro Paese che conta secondo l’inventario curato da Apat circa 25mila m3 di rifiuti radioattivi, 250 tonnella
te di combustibile irraggiato, a cui vanno sommati i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 8090mila m3 di rifiuti che deriverebbero dallo smantellamento delle centrali e degli impianti del ciclo del combustibile, fermi dopo il referendum del 1987. Infine la favola che il nucleare sia la risposta ai cambiamenti climatici, viene contraddetta dagli stessi tempi di realizzazione. «Se si avesse come obiettivo il raddoppio delle centrali nucleari esistenti entro il 2030, rimpiazzando anche quelle che andranno a fine vita nei prossimi 20 anni- si legge nel dossier- l’effetto sulle emissioni globali sarebbe di una riduzione solo del 5%» E occorrerebbe aprire una nuova centrale nucleare ogni 2 settimane da qui al 2030, oltre a spendere un cifra tra 1000 e 2000 miliardi di euro, aumentando di molto i rischi legati a incidenti, alla proliferazione nucleare, e ingigantendo la questione delle scorie. «Inoltre la produzione nucleare è solo apparentemente esente da emissioni di Co2, dal momento che gli impianti nucleari per motivi di sicurezza richiedono enormi quantità di acciaio speciale, zirconio e cemento, materiali che per la loro produzione richiedono carbone e petrolio». Ma anche le altre fasi della filiera nucleare, dall’estrazione del minerale d’uranio, alla produzione delle barre di combustibile, fino al loro stoccaggio e riprocessamento sono talmente rilevanti che «complessivamente le emissioni indirette della produzione di un kWh da energia nucleare è stato calcolato essere comparabile con quella del kWh prodotto in una centrale a gas». In Italia – si legge nel dossier – scegliere l’opzione nucleare significherebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi prospettiva di riduzione delle emissioni di Co2 Se la priorità fosse realizzare centrali nucleari, poiché gli investimenti sono economicamente alternativi, dovremmo dire addio agli obiettivi comunitari e vincolanti del 30% di riduzione delle emissioni di CO2, del 20% di produzione energetica da rinnovabili e del 20% di miglioramento dell’efficienza energetica al 2020. Uno scenario che consente di sviluppare imprese innovative, realizzare migliaia di nuovi posti di lavoro nella ricerca e sviluppo, avere città più moderne e pulite, a portata di mano anche nel nostro Paese nonostante il suo grave ritardo rispetto agli obblighi di Kyoto.
Massimiliano Perlato

 

L’UNIONE EUROPEA PROMUOVE L’ISOLA: VIRTUOSA IN TECNOLOGIA, RICERCA E INNOVAZIONE

SARDEGNA MODELLO PER L’EUROPA

Conquista il primato tra le regioni europee per la destinazione dei fondi strutturali destinati all’innovazione e alla conoscenza, «in linea con gli obiettivi di Lisbona»: circa il 70% delle risorse per il periodo 2007-2013 saranno investite in occupazione e crescita, contro l’11% del 2000-2006. Affronta la globalizzazione «investendo sul futuro, in pieno spirito europeo». L’Europa vuole puntare sullo sviluppo sostenibile e la Sardegna «è già impegnata in questa materia». Non è uno spot di parte nei confronti della Regione: sono le considerazioni di Danuta Hubner, ex ministro per gli affari europei in Polonia e dal 2004 componente della Commissione europea. Organismo super partes, quindi, spesso critico nei confronti dell’operato del governo regionale: basti pensare ai rilievi mossi sulla continuità territoriale o sugli aiuti alle imprese. Non è questo il caso, anzi. Hubner è la commissaria europea per la politica regionale, uno dei massimi esperti del settore. Nella sua prima visita ufficiale in Sardegna traccia un quadro che vede l’isola tre le regioni virtuose del vecchio continente: «Gli investimenti futuri sullo sviluppo delle tecnologie, dell’industria e della ricerca», dice, «le priorità dell’innovazione e dell’emergenza climatica nel nuovo programma della politica di coesione dell’isola sono un investimento saggio che si tradurrà in creazione di posti di lavoro stabili». In sintesi è la promozione per la programmazione sui fondi Por nel periodo dal 2007 al 2013. Sarebbe il primo fuori dall’Obiettivo 1, ma le risorse a disposizione sono di più: 10 miliardi e mezzo di euro tra finanziamenti europei e fondi di compartecipazione statale, contro i 4,6 del periodo precedente. Altro che ai margini. Almeno nella giornata della visita ufficiale l’isola conquista il centro del palcoscenico. C’è quel salto di qualità dall’11 al 70% delle risorse che è il più alto d’Europa ma non solo: «lieta di apprendere delle enormi opportunità che la Sardegna sta cogliendo grazie anche ai fondi europei. L’economia sta cambiando e la Regione sta investendo su ricerca, ambiente, energia e tecnologie: avverto grande collaborazione con il Governo nazionale, ma anche con imprese, università e partner pubblici e privati. Si guarda non soltanto all’Europa ma anche all’area mediterranea». La conosce bene, quella zona: prima di sbarcare nell’isola era impegnata in una due giorni tra Marocco e Spagna: «Sono felice di vedere di persona come si impiegano i fondi di sviluppo. La Commissione europea apprezza molto l’impegno della Sardegna nel lavoro transfrontaliero: colpisce molto che tutti i comuni saranno presto coperti dall’Adsl». Un neo, a volerlo trovare, sarebbe la capacità di spendita. Dei fondi 2000-2006 risulta impegnato il 76%: una percentuale che mette l’isola al terzultimo posto nella graduatoria del comitato di sorveglianza sui Por. «It’s not a problem», dice la Hubner: non è un problema «anche se servirà uno sforzo per impegnare i finanziamenti al 100% entro la fine dell’anno». In questo non eccelliamo, ma siamo comunque nella media europea. La commissaria lo dice prima nell’incontro con il presidente Renato Soru, poi davanti a Giacomo Spissu e tutto il consiglio regionale. Partecipano anche imprenditori, sindacati, enti locali: «L’Europa ha molti doveri e molte responsabilità nei confronti della Sardegna», ricorda, «ma anche voi dovete contribuire con il vostro sviluppo alla crescita dell’Europa». Il presidente dell’assemblea sarda ha sottolineato la consapevolezza «che i nuovi stati ammessi nell’Unione europea hanno condizioni difficili, spesso più delle nostre» ma anche la particolarità dell’isola: «Pensiamo che non ci siano solo le ragioni del Pil: si deve tenere conto anche delle condizioni di insularità che rendono la Sardegna strutturalmente e insormontabilmente dissimile dalle altre regioni europee». E’ una specialità di cui si deve tenere conto, ricorda, insieme alla «mancanza della rappresentanza diretta dell’isola nel parlamento europeo»: il collegio elettorale accorpato con la Sicilia, che ha un peso demografico maggiore, rende praticamente impossibile l’elezione di un sardo a Strasburgo. Soru aveva già sottolineato che «c’è stato un disimpegno di 7-8 milioni di euro in agricoltura: ma proprio in quel momento la Regione ha deciso di snellire le procedure eliminando i cosiddetti progetti coerenti (o progetti sponda), che servivano più a rendicontare che ad attuare. Abbiamo ricevuto anche la premialità per la capacità di spesa dell’ultimo periodo. E riguardo ai fondi Fesr, che prevedono un programma piuttosto complesso, la Regione ha ben operato e diversamente dal passato non restituirà neppure un euro. Naturalmente c’è bisogno della collabora
zione di tutti: a cominciare dagli enti locali, chiamati a spendere i fondi che sono loro concessi. Attenzione alla qualità, oltre alla quantità della spesa». Passaggio fondamentale questo, per evitare gli errori del passato. Qualcuno paragona le risorse in arrivo a quelle destinate al secondo piano di rinascita, e in quel caso il risultato fu tutto tranne che positivo. Meglio non azzardare: quello che si può dire è che «la Regione gode oggi di una maggiore partecipazione di fondi statali, dopo l’uscita dall’Obiettivo 1: i fondi europei sono diminuiti del 20%, è vero. Ma i Fas sono aumentati in misura maggiore rispetto al 2000-2006: così, nel periodo 2007-2013, arriveranno circa 10 miliardi 500 milioni di euro: una cifra che considero importantissima».
Marco Murgia

 

ECONOMIA SARDA: STAGNANTE COME NEL RESTO DELLA PENISOLA

CRESCITA LENTA

Crescita economica lenta e altalenante, con arretramento rispetto alla media europea. Ma attenzione, perché la situazione dell’isola è in linea con il trend nazionale: male comune su cui c’è poco da cercare il mezzo gaudio. Però, ancora più attenzione, i sardi appaiono soddisfatti delle loro condizioni di vita generali: e questa è una novità importante. Dal quindicesimo rapporto del Crenos, il Centro di ricerca economica e sociale delle Università di Cagliari e Sassari, viene fuori l’immagine di un’economia in chiaroscuro: nel complesso poco competitiva, ma capace di ridurre il gap con le altre regioni; con un Pil che recupera 1,6 punti percentuali, ma con le esportazioni ancora troppo legate ai prodotti petroliferi; più produttiva nel settore industriale rispetto ai livelli del Mezzogiorno, al contrario del comparto agricolo. Manca ancora la capacità di generare ricchezza nel lungo periodo: nel frattempo aumentano le importazioni sul prodotto interno lordo, i flussi turistici sono favorevoli, la spesa sanitaria (che è la voce più importante sul bilancio regionale) è sotto controllo e risultano positive alcune dinamiche nel mercato del lavoro. Nelle 215 pagine prodotte c’è tutto questo e molto altro. Il Crenos avverte: «La performance positiva della Sardegna registrata lo scorso anno», quella dei piccoli passi in avanti, «è notevolmente ridimensionata: l’isola, negli ultimi cinque anni, guadagna posizioni rispetto alla media nazionale passando dal 75,8% nel 2000 al 77,6 nel 2005, con una stima di 77,4% per il 2006». Gli ultimi dati resi disponibili dall’Istat presentano, però, delle differenze significative rispetto a quelli analizzati nel Rapporto 2007: nel documento mancano quindi le previsioni 2007-2009 sulla dinamica del Pil regionale. Era successo anche lo scorso anno. E anche in quella occasione si mise in evidenza il forte ritardo nel raggiungimento degli obiettivi delle politiche di sviluppo identificati dall’Unione europea: in particolare in tema di risorse umane per la creazione di conoscenza, innovazione, liberalizzazione dei mercati. Il rapporto Crenos evidenzia una bassa efficacia nella spesa pubblica in ricerca e sviluppo e una dotazione infrastrutturale non adeguata, con gli aeroporti come unica voce positiva. Eppure qualcosa in questa direzione si muove: il presidente della Regione lo aveva sottolineato, in occasione della firma sulla delibera di giunta che aveva reso operativa la programmazione Por 2007-2013. Collegata inesorabilmente agli obiettivi tracciati da Lisbona: «Abbiamo dei vincoli», ricordò Soru, «e almeno il 70% delle risorse devono essere spese tenendo in primo piano l’istruzione e la conoscenza. Devono essere al servizio dello sviluppo sostenibile, per il miglioramento e la tutela della qualità ambientale: quindi creare nuovi e migliori posti di lavoro. Cerchiamo di farlo da quattro anni e aderiamo con entusiasmo: l’idea è quella di andare anche oltre». Ci saranno anche i fondi per l’agricoltura, settore in cui si è avuta «una severa riduzione della produttività»: sottolineato dalla ricercatrice Anna Maria Pinna. In questa immagine altalenante il Crenos ha però registrato, attraverso un’indagine nell’ambito del progetto World Values Survey, che oltre il 60% dei sardi si definisce «piuttosto felice» e un altro 20% «molto felice», mentre diminuisce il livello di insoddisfazione. È il dato che stuzzica la visione ottimistica del presidente: «I sardi dicono di stare abbastanza bene, nonostante gli allarmi sui crescenti livelli di povertà che leggiamo sui giornali» osserva Soru nel suo intervento conclusivo. «Non so se crederci: non mi affascinano le statistiche perché spesso fotografano una realtà che non esiste. Però credo anche che qualche volta le cose vadano meglio di quel che riusciamo a fotografare. Questo spiegherebbe questa crescente soddisfazione dei sardi. I dati», messaggio indirizzato alle «cassandre» e ai «negativi in servizio permanente effettivo» che ne danno una lettura a tinte fosche, «devono essere pesati e non usati maldestramente». Segnali positivi sembrano arrivare dal mercato del lavoro: con la disoccupazione che si attesta nel 2007 al 10% contro la media Mezzogiorno all’11 e quella nazionale al 6. Si riduce anche il tasso di inattività e dal 2004 il progressivo invecchiamento della popolazione rinforza le fila della non forza di lavoro che si distingue dal 28 per cento di scoraggiati. L’indice di competitività sui mercati esteri migliora nella posizione relativa della regione (0,29), ma la competitività resta bassa. In terz’ultima posizione lo scorso anno, la Sardegna precede ora Calabria, Valle D’Aosta, Sicilia e Puglia: ma la spinta arriva dall’aumento del prezzo del petrolio. Spicca la limitatezza nella dotazione di risorse umane qualificate nella capacità di sviluppare innovazione e ancora più critica è la situazione nell’area che riguarda la trasmissione e l’applicazione della conoscenza.

 

AGRITURISMO A 360 GRADI: UNO DEI SETTORI PIU’ PROMETTENTI DEL TURISMO IN SARDEGNA

UNA VACANZA DIVERSA IN OGNI STAGIONE

L’agriturismo ha una sua particolare specificità, rientrando a pieno titolo fra le pratiche agricole. Per l’agricoltore rappresenta un’integrazione, anche significativa, del reddito aziendale e familiare, nonché un utilizzo più razionale e completo degli spazi aperti e dei fabbricati rientranti nella superficie agricola aziendale di cui dispone. Per l’agriturista rappresenta una forma di vacanza o comunque di impiego del proprio tempo libero da trascorrere in campagna, all’interno di un’azienda agricola immersa in un ambito ricco di tradizioni, usi, consuetudini, costumi e prodotti agro-alimentari di qualità. Le aziende agrituristiche non sono assolutamente in contrapposizione con altre strutture turistiche e ricettive come gli alberghi o i ristor
anti. Sono realtà diverse. Chi sceglie questo tipo di vacanza, lo fa perché vuole stare a contatto con la natura. Nell’agriturismo il turista è considerato un ospite. Può conoscere le tecniche di produzione e di lavorazione dei prodotti agricoli e l’ambiente naturale dell’azienda agricola e del territorio rurale e può fruire di particolari servizi quali ad esempio l’ippoturismo, la pesca, le passeggiate guidate per lo studio della fauna e della flora. Sempre più spesso l’agriturismo viene scelto come opportunità di vacanza nella natura, dove i bambini possono colmare le lacune cognitive di una vita in città lontana da piante e animali e dove gli adulti possono gustare prodotti tipici e tradizionali e conoscendo il territorio e, le sue ricchezze culturali e ambientali, possono trovare il giusto relax. D’altra parte, la promozione dell’agriturismo nelle campagne agevola la permanenza dei produttori agricoli nelle zone rurali attraverso l’integrazione dei redditi aziendali, favorendo la conservazione e la tutela dell’ambiente, la valorizzazione dei prodotti tipici, la tutela delle tradizioni del mondo rurale. Dimostrandosi uno dei settori più promettenti del turismo in Sardegna, l’agriturismo ha già pronte le risposte per sviluppare il proprio futuro. Si tratta di diversificare l’offerta di ospitalità, di continuare a migliorare la qualità dei servizi offerti, di costruire proposte che offrano più opportunità e mettano in rete risorse presenti su uno stesso territorio. Sono gli stessi agrituristi che non cercano più solo relax e buona tavola, assaggiando e degustando i prodotti a Denominazione d’Origine Protetta e a Indicazione Geografica Protetta. Per questo si organizzano altre attività agrituristiche come equitazione, escursionismo, osservazioni naturalistiche, trekking, mountain bike, sport e altro ancora. Si organizzano anche attività che coinvolgono più agriturismi, come gli itinerari enogastronomici o le fattorie didattiche, aziende agricole che accolgono le scuole per far conoscere le diverse fasi del ciclo produttivo di ciascuna coltivazione o allevamento. E poi ancora attenzione alle singole esigenze quali organizzarsi per ospitare gli animali domestici al seguito degli ospiti o attrezzare aree di sosta per i camperisti. Visto che l’agriturismo è percepito come settore vincente, viene spesso proposto come agriturismo ciò che agriturismo non è, senza alcuna autorizzazione di legge o con autorizzazioni diverse da quella prevista per il settore. Il messaggio forte sull’abusivismo da parte di tutte le associazioni agrituristiche mette in guardia gli agrituristi dal farsi imbrogliare. Il successo dell’agriturismo in Sardegna è sempre più legato a qualità ed eccellenze selettive, capaci di consolidare una clientela intelligente, fedele, appassionata e colta, un turismo non di massa ma tematico, anche se non più di nicchia. Non è importante soltanto il contatto con l’agricoltura e con una sana alimentazione. Oggi l’attenzione per la natura si concentra soprattutto su alcuni macroaspetti come l’estinzione delle specie, la distruzione delle foreste, la difesa dell’ozono. Ma ci sono anche aspetti minori, come il saper riconoscere le piante e gli alberi più comuni, gli animali, le rocce o il conoscere come vengono lavorati i prodotti che arrivano sulle nostre tavole, che ci mancano perché ormai lontani dall’esperienza quotidiana. La vacanza in un agriturismo può rappresentare un momento per recuperare il contatto verso questi e tanti altri aspetti della natura. Un’esperienza che ha il suo fascino.
Massimiliano Perlato

INTANTO IL SETTORE CRESCE IN SARDEGNA

AGRITURISMO CON UN PIU’ 18%

E’ stato illustrato il rapporto della Coldiretti, frutto di stime e di una indagine dell’associazione tra i suoi iscritti. Il numero delle strutture che offrono servizi legati all’agriturismo è aumentato da due anni a questa parte. A maggio del 2006 erano 616 in tutto il territorio regionale, mentre nello stesso periodo del 2008 sono state contate 731 strutture. La provincia più interessata dal fenomeno è quella di Olbia-Tempio, che ospita 150 agriturismi, seguita subito dopo da Sassari con 134 strutture. Fanalino di coda la provincia dell’Ogliastra che ha solo 25 esercizi. Gli agriturismi sardi sono amati soprattutto dai turisti italiani, soprattutto delle regioni del nord, con una percentuale che si avvicina all’85%. Solo il 10% viene dagli altri paese dell’Unione Europea, mentre i sardi che visitano le locali strutture sono il 5%. Il 75% degli ospiti ha tra i 30 a i 50 anni, e il 15% ha meno di 30 anni. Un tempo la permanenza media dei turisti era di circa due settimane, mentre adesso il periodo di vacanza si è accorciato, passando a una settimana. Grosso divario, infine, tra le strutture della coste e quelle dell’interno dell’Isola, con il 92% delle presenze concentrate nella costa. È molto importante che ci sia una grande attenzione verso gli agriturismi e il rapporto permette una migliore visione del settore. Questo permetterà anche di fare richieste più concrete all’amministrazione regionale. Per venire incontro alle esigenze dei gestori di agriturismi la Coldiretti ha creato il Consorzio Vacanze e Natura, che si occupa di della promozione e dello sviluppo dell’agriturismo in Sardegna e di accompagnare le imprese agricole nella delicata fase di avvio e di esercizio di attività. Del Consorzio fanno parte 100 aziende, mentre altee 60 sono in attesa di entrare a farne parte. Lo sviluppo degli agriturismi nell’Isola segue un’annata non molto positiva per l’agricoltura locale e gli agricoltori hanno anche colto l’occasione.

 

IL RITRATTO DI MEDEA, GIOVANE DONNA DAI CAPELLI ROSSI

LA FAMIGLIA MODIGLIANI IN SARDEGNA

Tutti ne parlano. Tutti ne sono a conoscenza. Ma nessuno ne ha mai scritto in modo esplicito. Che la famiglia Modigliani abbia avuto in Sardegna interessi professionali, è risaputo. Che siano stati fatti studi e ricerche su come, quando e perché i Modigliani abbiano deciso di trasferire dalla Toscana al Sulcis Iglesiente, parte delle loro attività è evidente. Ma ciò che ancora restava ai margini dell’approfondimento storico era la possibilità che Amedeo Modigliani avesse soggiornato nella casa paterna di Grugua, località a cavallo tra i comuni di Iglesias e Fluminimaggiore. A fare chiarezza tra tanti dubbi e possibilità ci ha pensato la mostra "Modigliani a Venezia, tra Livorno e Parigi", vista anche nel Castello di San Michele, a Cagliari. L’evento, ha portato alla luce documenti, fotografie e testi dell’epoca che attestano in maniera inconfutabile quanto avvenuto ad Iglesias dal 1870 ai primi anni del 1900, e, di conseguenza, in quale modo i Modigliani abbiano operato nel capoluogo del Sulcis proprio negli anni in cui la città andava trasformando la propria economia da agricolo pastorale a capolu
ogo dell’industria mineraria. E inoltre, un quadro, il ritratto di Medea, firmato Amedeo Modigliani, parla del quotidiano dell’epoca, ovvero di chi frequentava la famiglia Modigliani durante il soggiorno sardo. Insomma un intreccio familiare che parla della vita di quel periodo e ne racconta le vicissitudini di tutti i giorni. Una ricostruzione che, attraverso le vicende personali, fotografa uno spaccato storico importante nella crescita di quell’angolo della Sardegna che, spesso, è archiviato nella memoria collettiva come sede di antiche miniere oramai dimesse. Eppure, la famiglia Modigliani, nel periodo in cui prese dimora a Grugua, oltre a fare scempio di alberi, a causa di una legge per il "disboscamento selvaggio", diramata da Cavour, fu tra i primi promotori dei prodotti sardi nel mondo. Grugua era diventata una meravigliosa piantagione, producendo uva da vino. I vini di Modigliani prodotti in Sardegna, furono tra i primi ad avventurarsi oltreoceano per sbarcare in America e venire commercializzati. A far si che questi prodotti venissero esportati contribuì Tito Taci, anche lui toscano giunto ad Iglesias per aprire un albergo, amico di Flaminio padre di Amedeo. I due strinsero un legame che li portò a condividere molti momenti di vita privata. Naturale dunque, che i sei figli di Tito conobbero e strinsero amicizia con i tre figli di Flaminio. Anche se la moglie separata di Flaminio continuava a vivere a Livorno, i collegamenti marittimi fra la città toscana e Cagliari attraverso la compagnia di navigazione "Rubattino", permettevanoai figli di varcare il Tirreno. Medea Taci così incontrò Amedeo Modigliani durante l’unico soggiorno in Sardegna. Medea era un’avvenente giovane donna dai capelli rossi, un dettaglio quest’ultimo di non poco rilievo visto che il colore fulvo delle chiome è un particolare ricorrente nelle opere di Amedeo. Immediata perciò potrebbe essere l’intuizione del perché Amedeo ritrasse Medea. Ma, a dispetto dalle facili deduzioni, la causa scatenante il ritratto a Medea è un’altra. Amedeo rimase colpito dalla ragazza, però a rendere forte l’esigenza di dipingerne il volto fu il fatto che Medea, ammalata, morì a causa di quella forma di meningite tubercolare di cui soffriva lo stesso Amedeo. Insomma, Amedeo ha voluto fermare sulla tela il ricordo del volto che tanto lo ha colpito nel periodo dell’adolescenza ed ha voluto far dono del ritratto ai familiari della ragazza scomparsa. Proprio i parenti di Medea, una volta persi i contatti con i Modigliani, non essendo a conoscenza della volontà di Amedeo che voleva distrutte le proprie opere giovanili, conservarono l’opera tramandandola in eredità di padre in figlio. E’ questa, la traccia attraverso la quale è stato ricostruito il passato di Modigliani in Sardegna. Pochi giorni importanti per ricostruire quel vuoto biografico che, per volontà della mamma dell’artista, era sempre rimasto all’oscuro delle cronache. Una scelta, quella di non parlare dei rapporti di Amedeo con il padre, dovuta non solo ai fatti che gli incontri erano sporadici, ma anche per una sorta di riserbo nel non divulgare in modo plateale della separazione che avrebbe all’epoca potuto sembrare "sconveniente". Che Amedeo conoscesse la Sardegna resta un episodio non certo trascurabile, visto che l’isola ne ha fissato il ricordo attraverso il ritratto di Medea.
Massimiliano Perlato

 

A SILIGO, IL PREMIO MARIA CARTA: RICONOSCIMENTI A PAOLO PILLONCA E MARISA SANNIA

PER L’EMIGRAZIONE, PLAUSO AL "QUATTRO MORI" DI CHARLEROI

Tre artisti raffinati e sensibili per il premio Maria Carta. Maria del Mar Bonet, Vinicio Capossela e Marisa Sannia, che se ne é andata troppo presto, quattro mesi fa. Tre vincitori per la sesta edizione del premio intitolato alla grande artista di Siligo scomparsa 14 anni fa dalla Fondazione che porta il suo nome. Dopo la parentesi dello scorso anno a Sassari, il premio ritorna ora nella sua sede naturale a Siligo, dove il 10 agosto si svolgerà la cerimonia di premiazione. Maria del Mar Bonet è forse la più importante voce della tradizione catalana che già in passato ha avuto modo di condividere con Maria Carta; Vinicio Capossela, una delle più innovative espressioni della nuova canzone italiana che con la Sardegna ha maturato un attaccamento straordinario. Quanto a Marisa Sannia, dopo lo straordinario successo degli anni 70 ha privilegiato sino alla fine la sua passione per la musica d’autore e la poesia (di Montanaru, di Masala, di Lorca) dando vita a preziosi cd che oggi restano a ricordo delle sue grandi qualità. Tra i premiati figurano anche i Bertas, il più longevo gruppo della scena musicale sarda che di recente ha rivisitato "sa missa" con la Corale Canepa di Sassari, e Gavino Murgia, sassofonista, ma anche suonatore di launeddas. Riconoscimento importante, per la difesa e la divulgazione della tradizione locale, all’associazione Tumbarinos di Gavoi, mentre il giornalista Paolo Pillonca sarà premiato per il suo lavoro di ricerca e promozione della cultura sarda. Il premio per il mondo dell’emigrazione è stato assegnato all’associazione sarda "Quattro Mori" di Charleroi e un riconoscimento speciale è stato attribuito a un giovane bergamasco, Enea Cabra.

 

AL CIRCOLO DI MILANO, ELIANO CAU RIMEMBRA UNA FIGURA POETICA

BONAVENTURA LICHERI

Inverno. La neve trasportata dal vento brucia la faccia dei pellegrini che arrancano, male vestiti. Il cielo serotino lascia intravvedere le stelle che paiono fredde anch’esse. E’ una carovana di derelitti quella che si aggira per il Limbara, alla disperata ricerca di riparo. Di un covile. Vi sono storpi, brucianti di febbri, orfani affamati, nel vero senso della parola. Intorno alla fine del settecento, in Sardegna, e abituati come siamo da immaginarcela soleggiata, agostana, questa nostra isola, quasi non la si riconosce. Alla guida di simile compagnia di ventura, due uomini che il saio non riesce a riparare sufficientemente. Due gesuiti, forse. Padre Vassallo, proveniente dal cuneese, e padre Bonaventura Licheri, figlio di Neoneli, nel Barigadu. E’ quest’ultimo ad averci lasciato questa istantanea, insieme a molte altre, nei suoi componimenti di poesia, che un suo paesano di oggi si è fatto carico di ricercare, finalmente. E di riportarcene testimonianza scritta in suo libro benemerito:"Deus ti salvet Maria"( Ed. s’Alvure, Oristano 2005), come la famosa canzone che tutti i sardi conoscono . L’ha per lo meno tradotta, se non composta del tutto, lui, il Licheri che dicevamo. E Eliano Cau è il neonelese di oggi. Di mestiere sarebbe insegnante a Sorgono, ma a 50 anni, accecato sulla via di Damasco come quel tale Saulo, si è gettato nel campo della ricerca storica. Girando per sagrestie, biblioteche, archivi  vescovili, munito di lente d’ingrandimento  come un moderno Sherlok Holmes, si  è davvero fatto investigatore. E la fortuna gli ha dato una mano, come fa di solito agli audaci. Le poesie che ha pubblicato in anteprima sono davvero notevoli, sotto vari punti di vista. Quello che appare più luminoso, verrebbe da scrivere numino
so, dato il carattere sacro delle pagine, è il quadro di questa Sardegna dolente, invernale, oberata dalla neve ( siamo in un periodo che i metereologi chiamano: "piccola glaciazione", e ci sono riferimenti storici di una nevicata a Tonara di dieci metri di "bianca coltre")in cui la fatica del vivere è fortemente acuita dai rigori del tempo. I fuochi che a S. Antonio preannunciano la fine dell’inverno riflettono allora una gioia quasi animale, tanto è stato il patire dei mesi precedenti. E le maschere dei paesi che venivano indossate, le facce dipinte di biacca, di oro a  Cuglieri, le spalle tormentate da sacchi ripieni di ossa, il calpestio dei piedi tutti con lo stesso ritmo, sulla neve fradicia, ci riportano  ad un tempo di  culti ctonici, pagani, in cui occorreva allontanare la morte. Per sopravvivere. "…E in su fogulone/ ballant sos Colonganos/ cun urteddos i n manos/de bardaneris". Siamo ad Austis, sant’Antoni in s’ierru nel 1770. Ai due religiosi, a cui viene dato ristoro e cibo, e vino, tocca di condannare tali riti. Con voce forte, che ha dietro una chiesa imperante, che salva in altro modo. E che non abbandona i miserabili alla incuria dei più. Ma li tratta come fratelli in Cristo, degni di umana pietade. Molte delle poesie del Licheri agghiacciano il sangue quando trattano di maghe e accabadore. Queste ultime particolarmente attive nel liberare questo mondo non solo degli agonizzanti, e a questo scopo ogni zona della Sardegna sembra caratterizzata da un suo infernale attrezzo alla bisogna: mazzuccu, giuale (giogo di buoi) e, quello che più mi ha colpito, il sottile osso del maiale che, diremmo con chirurgica efferatezza, era pronto a bucare il cervello dei moribondi, ma anche degli "storpi" e dei "pazzi". Sarà che il dibattito sull’eutanasia sta attraversando il nostro paese con stridio  di televisioni e giornali. Sarà che la chiesa cattolica si distingue per tutta una presa di posizione che contesta allo stato italiano una pretesa di regolare i valori ultimi che non si possono negoziare. Insomma questo aspetto delle poesie del Licheri è particolarmente attuale. Ci parla del nostro interagire con i più sfortunati, gli orfani, i vecchi, i malati. "…E s’orfaneddu iscurzu/ chi ‘enit dae luntanu/ e ti tendet sa manu/ lemusinante// miralu pro un’ istante/ fagheli sa partzida/t’at a crescher sa vida/ in saltu situ". L’altra vita nell’aldilà è presente come cosa certa, il paradiso tocca meritarselo, e a intercedere per noi sono angeli e santi. E Maria, naturalmente, "matrona soberana, santa intercessora". Che si ricordi di pregare a "…Fizzu Ostru/pro nois peccadores/chi totus sos errores/ nos perdonet". A leggere il Licheri, anche lui si dichiara peccatore e sembra che a Busachi, mentre predicava dal pupito, sia stato trafitto dal sentimento d’amore scagliatogli dagli occhi di una bella donna, nobile. Le malelingue parlano di un legame che ha generato un figlio, e una poesia  molto accorata del ’65, il Licheri aveva tret’anni, apre e chiude con "fizu e su pecadu", ma ogni rima comincia con "fizu", a invocazione, a rimarcare che il bimbo di cui si parla  è "fizu de s’amore". Non è sempre inverno nelle poesie di Bonaventura Licheri, c’è spazio per cantare dell’acqua e delle onde marine, della luce di maggio e dei campi di grano. Ma, almeno quelle che sono scritte in questo libro, e non sono tutte, le più  vertono su di una itinerante vita, condivisa con decine e decine di miserabili, aggrediti dalla malattia, bruciati dalla febbre, che i due sacerdoti portano avanti "ad maiore gloriam dei". Il Licheri scrive in gallurese e la sua è una poesia cantata e ruscellante, che ben si presta a farne rima di canzone, di coro. A Neoneli il fratello di Eliano, Tonino Cau, fa parte dei tenores che si sono conquistati fama e consensi anche all’estero, non solo in Italia e Sardegna. Cantando anche canzoni coi testi del Bonaventura neonelese. Eliano Cau, qui a Milano nel circolo sardo, ci regala una "performance" davvero regale. Intanto occorre dire che, da buon insegnante d’italiano, sa davvero tenere la platea col fiato sospeso, l’eloquio ricco e sorprendente. Una memoria di ferro che lo porta a citare versi e quartine come fa Benigni con Dante, è stato davvero colpito da una vera e propria follia narrativa all’incontrarsi con la figura del Licheri. Ha già pubblicato due romanzi che si ispirano al gesuita di Neoneli ("Dove vanno le nuvole " e "Adelasia del Sinis") e ora, tempo due anni dice, ne vuole pubblicare l’opera omnia. Ci sono centinaia di inediti, ricopiati a mano, misti di sacro e profano, che si possono trovare nel fondo del canonico Raimondo Bonu. E questo Bonaventura Licheri è poeta grande grande grande. Che riesce a cantare delle maschere di Mamoiada dalle facce tinte di sangue e di quelle di Cuglieri che per fare fracasso usano le conchiglie, nonché  di prostitute dei covili e di acabadore munite del loro terribile "s’ossu sanadore", a sanare ogni malformazione che non trovava pace in questa terra. Stante l’opera di risanamento delle finanze regionali per cui il governatore sommo di Sardegna, Soru Renato da Sanluri, ha tagliato i fondi con cui i circoli sardi  finanziavano gli avvenimenti culturali, non ci sono i soldi per ospitare il coro di Neoneli che pure doveva essere presente a questo evento. Ci si deve accontentare di un più prosaico CD in cui le note del "Deus ti salvet" fanno inumidire le ciglia dei presenti. La canzone   ha due strofe in più della "versione originale", ammesso che ne esista una codificata, apre con "Matrona Soberana/ santa intercessora/ Bos supplico Segnora/Sola e Pia". Chiude con "Oremus de prezisu/Remediu ‘e d’ogni male/sa gloria universale/dade Maria/". "E gasi siat".
Sergio Portas                                                          

UNA GIORNATA DI "VISIBILITA’ NAZIONALE" IN INTERNET

GRAZIE TISCALI

Una giornata intera, a cavallo fra il 9 e il 10 giugno nella homepage di Tiscali, come blog del giorno, e http://www.tottusinpari.blog.tiscali.it/ è diventato il crocevia dell’interesse degli internauti. Più di quattromila contatti, diverse decine di commenti, in un crescendo di emozioni per chi crede e ha costruito il progetto web di Tottus in Pari, sull’emigrazione sarda organizzata. Insomma, una giornata che Tiscali ci ha elargito con riscontri vicini alla quotidianità dei siti professionali e non ai blog caserecci, fatti semplicemente con la passione e la voglia di comunicare determinati risvolti. Intorno all’articolo di Ornella Demuru, "Le mani dei padri" si è aperto un dibattito dai risvolti proficui ed intriganti. La soddisfazione grande poi, è stata quella di aver fatto conoscere in un giorno di "visibilità nazionale" qual è il nostro obi
ettivo, il nostro lavoro quotidiano per far risaltare il movimento dei circoli sardi in Italia e all’estero, esistenti come veicolo di promozione culturale della Sardegna, visto che i contatti avuti per un 90% sono ubicati nell’isola. Grazie Tiscali!

Valentina Telò, Massimiliano Perlato

 

RIPROPONIAMO IL BELLISSIMO ARTICOLO DI ORNELLA DEMURU CHE HA ACCESO IL DIBATTITO NEL WEB

LE MANI DEI PADRI

Il timore che la nostra identità vada perduta, trascinata dal vento, inghiottita dal mare, non è un timore infondato. L’identità risiede in noi stessi, in ciò che pensiamo, in ciò che diciamo, in ciò che facciamo quotidianamente. E da noi stessi dipende il suo riconoscimento, la sua valorizzazione e la sua trasmissione. Guardo le mani degli uomini e delle donne del mio paese e scopro che queste mani parlano molto di più di quanto possa fare un antropologo o un ricercatore. Sono mani che raccontano di un mondo lontano, di un mondo nel quale gli uomini e le donne con la loro operosità quotidiana riuscivano a mantenere la propria famiglia, a nutrirla, a vestirla senza nessun intervento esterno. Grazie al prodigioso sapere ereditato e tuttora presente nelle azioni, nei gesti, nei movimenti delle loro mani, gli uomini e le donne del mio paese sono capaci di vivere senza la new economy, la tecnologia post-moderna o lo spiritualismo d’avanguardia di questo nuovo millennio. Ho visto uomini con un gesto secco e sapiente di coltello, tagliare un fusto di vite americana e impiantarvi una gemma di vitigno locale. Da questo innesto prendono forma grappoli succosi, intrisi di antico sapore, che producono un vino forte e prelibato. Dolcezza che inebria i nostri cuori, offrendoci momenti di felicità e godimento. Ho visto uomini innestare variegate specie di mele e di pere. Tante sfumature di verde, di giallo, di rosso. Tanti acri profumi di antico calore. Ho visto questi piccoli frutti essiccarsi al sole, e poi essere trasformati in ghirlande da offrire ai bambini durante il Natale. Ho visto mani intagliare il legno, scolpire con maestria antichi motivi geometrici, figure stilizzate, tramandate da lontani dominatori che ci lasciarono inconsapevolmente i segni della loro cultura. Ho visto mani forti e rossastre, mungere pecore, capre e mucche. Ho visto quelle stesse mani immergersi nel latte e dare forma a quel liquido materno. Ho visto le mani delle donne. Le mani della vita e della morte. Sono mani ampie, forti e sicure. Mani che amalgamano farina ed acqua, con sacralità e devozione. Le ho viste affaticarsi su grandi impasti bianchi, restii ad ammorbidirsi. Mani esperte, dal palmo vigoroso, che vincono questa iniziale durezza e trasformano quella montagna amorfa in un docile composto che si lascerà poi dividere, separare e decorare. Tanti piccoli pani da ornare rapidamente con forbici e coltelli a fendere la pasta. Le mani sono abili e veloci. Tempi lesti, ma sereni. Mani che preparano il forno e scope di erbe e arbusti freschi. Il calore del fuoco si diffonde nelle cucine. Con rapidi movimenti le mani infornano quei pani decorati. Le ceste si svuotano, la tela che avvolgeva il pane viene scrollata con fermezza di fronte al forno: po is’animas, dicono le donne sommessamente. E per le loro mani è giunto dopo tante ore un attimo di riposo prima di sfornare quel grano divenuto vita. A Pasqua questi pani si arricchiranno di ulteriori ornamenti e decori, e per festeggiare la Resurrezione, verrà preparato anche un pane dolce, fatto di miele, di sapa e di frutta secca. Un po’ di cannella e chiodi di garofano e il pani e’saba è così pronto per allietare la nostra giornata pasquale. Ho visto batuffoli di lana trasformarsi in un lungo filo bianco grazie alle dita capaci delle donne. Un filo senza fine con cui verranno tessuti i corredi di bambine, future spose. Colpi secchi di pettine, lanci di spola, un suono assordante a ritmo costante. Mani che danno il tempo della vita, e lo trasferiscono in grandi pezze di lino, in tappeti colorati, o in pesanti coperte che scalderanno i nostri rigidi inverni. Ho visto queste mani ricamare asciugamani di lino, disegnare tralci di vite, amorini e pavoncelle affrontate. La vita trascorre, ma le mani non si fermano, non conoscono sosta, il loro affaccendarsi è naturale e spontaneo. Mani sempre più ruvide, più secche, mani che conoscono il grande freddo e le forti calure, la dolcezza e la fermezza, mani guidate dal nostro cuore e dal nostro cervello. Ho visto mani giunte, di uomini e di donne, pregare il Signore. Quelle mani sagge e laboriose, che durante la preghiera si uniscono e si chiudono a formare un tutt’uno. Quasi a significare che, tutto in questo mondo si congiunge, si integra e si completa vicendevolmente: l’anima con il corpo, la ragione con la passione, la vita con la morte. Non possiamo restare indifferenti a questo sapere, non possiamo lasciar scomparire tanta ricchezza. Dobbiamo riappropriarci di questa manualità che fa parte di noi stessi da generazioni, e che rappresenta il frutto dell’esperienza e della saggezza dei nostri padri. Con questi semplici gesti, con questi movimenti capaci di dare la vita, riscopriremo la nostra specificità e la nostra identità di sardi. Un identità che non scoveremo all’esterno in forme improbabili, proprio perché risiede in forma innata e naturale in ognuno di noi. Ornella Demuru

 

STRALCI DI QUALCHE COMMENTO DA WWW.TOTTUSINPARI.BLOG.TISCALI.IT

PENSIERI E PAROLE DALLA SARDEGNA

Ho scritto questo pezzo diversi anni fa su una richiesta precisa dell’editore della rivista dove il pezzo venne pubblicato: "Ornella scrivimi qualcosa sul tuo paese, (Meana) qualche tradizione popolare, non so fai tu" – mi disse. Ci pensai sopra e mi resi conto che ciò che si faceva al mio paese, era ciò che si faceva nelle centinaia di paesi della Sardegna. Ma anche della Corsica, del Cile, o dell’Asia.. Infatti non scrissi Meana, per me non era importante la localizzazione o far emergere presunte originalità o peggio superiorità di conoscenze. Il mio paese è ancora così come l’ho descritto in molti suoi aspetti. Come in un fermo immagine, con le mani capaci e un cuore pieno di fede. E io lo scrissi con tanta invidia di tutto questo. Vivo in città da tanto tempo, ma non è questo che mi impedisce di assumere quella "forma" antropologica o di mantenere quel "sapere". E’ la vita in generale. Ma anche il Pensiero e la sua dinamicità. Dinamicità che comunque amo e di cui sono orgogliosa. Qui però parlavo del "sapere" inteso come "fare" e non è motivo idilliaco o romantico, io realmente so
fare poche cose rispetto a chi mi ha preceduto, o chi ancora "fa" con quella antica sapienza. Chiamiamola identità, chiamiamola conoscenza, chiamiamola sapienza di Popolo… In ogni caso la sento spesso sfuggente.. e anche nostalgicamente sfuggente. Ma credo sia "s’andala ‘e sa vida e de s’istoria". Sicut erat, direbbe Peppinu, e no torra mai. Dopo un’iniziale sentimento di imbarazzo, mi ha fatto piacere vedermi pubblicata, non per me stessa, ma per le persone che si sono comunque riviste e sentite dentro quell’anima.. L’invito finale era e rimane "fare", fare sempre e comunque, in urbe e extra urbe per ritrovare non fantascientifica sarditudine ma semplicemente noi stessi. un ringraziamento a tutti di cuore.
Ornella Demuru

 

Quanto è piccolo il….web, giacchè cliccando a caso una mattina di abbondante primavera, scopro le belle parole di una altrettanto bella ex sorgonese, che in effetti non vedo da un pezzo. Sei legata ad uno scorcio della nostra storia paesana, la ferrovia, antico approdo di coloni e viandanti, nascosta al ricordo del mitico Lawrence, ahimè troppo in fretta dimenticato e forse non senza torto. Mi ricordo di te "grande", come grandi possono apparire tutte le persone appena mature, agli occhi di un bimbo qual ero quando ancora vivevi a Sorgono. Di vita ne è corsa parecchia ma non ha smarrito alcuni fotogrammi che portano infine a tutta la tua famiglia, con la quale credo, abbiamo condiviso diversi momenti in passato. Sono il figlio della "ex guardia" Andrea Mereu (così tuo padre saprà spiegarti). Plauso alla bella lettera "sarda".

 

Sono romano e non sardo anche se amo la vostra terra, voglio aggiungere solo una considerazione:nei gesti dei nostri padri oltre all’emozione per le cose perdute ci sono codificate le tracce che conducono alle grandi verità dell’esistenza.
Meditiamoci sopra e guardiamo non solo il gesto ma anche il raggiungimento della maestria nel compierlo. così lavorando su noi stessi la discussione si allarga dalla Sardegna all’Uomo.

 

Cara Ornella, questo tuo commento è trasparente come i nostri mari, e profondo come le nostre grotte, grazie alle persone come te che la Sardegna avrà sempre qualcosa di diverso e misterioso rispetto alle altre terre.

 

Mi as fattu commovere, ses propriu brava iscrivende Ornella. Po non perdere sa sapienza nostra, de populu sardu, pottimmusu acchere tottus sa parte nostra; onzi unu issu chi pottete, onzi die. Pro esempiu, jeo chirco de allegare e de iscrivere in sardu, po cantu potet essere possibile e si soe chin zente nostra e tottu. Irballo abbottu iss?iscrittura (purtroppo nessunu mi lu atta insegnatu), e in s?allega chirco de mi currezzere jeo mattessi cando uso paraulasa e pronunziasa chi non sono nostrasa. Custu devete essere fattu zai in familia chin sos pizzinneddoso minorese, ja ana a imparare poi, e vene, s?italianu e peri s?inglese; ma sa limba de naschita devete essere su sardu, si nono de mannoso lu ana a imparare a forza e male.

 

Io sono emigrata 8 anni fa per motivi di lavoro e, dopo aver accumulato tanta esperienza, nei miei innumerevoli tentativi di ritornare nella mia cara "Sardegna" anche con lavori di bassissima qualifica (manuali) mi sono vista scavalcare da so solo io quanti raccomandati e soprattutto da tanti "uomini" più vecchi di me che con neanche 1/4 del mio curriculum sono stati assunti in mansioni che svolgo da quasi un decennio. Per anni, fiera delle mie tradizioni ho diffuso la cultura della mia terra, ma oggi penso che la Sardegna sia solo per collezionisti di master (anch’io sono laureata), raccomandati, uomini e nullafacenti.

 

Cara Ornella mi fa molto piacere sapere che oggi ci siano DONNE come te che oltre lo splendore esteriore abbiano questi meravigliosi obiettivi. Questo ravviva la forza che io stesso ogni giorno coltivo per riavere la nostra identità come popolo, non siamo soli in questo, anche se il lavoro è lungo.

Questo messaggio pieno di speranza dovrebbe entrare nelle coscienze. la giovane età dell’autore fa capire che la nostra etnia non é fatta di soli ricordi ma promette di conservare le nostre peculiarità per molto tempo ancora, come lo dimostra la nostra storia, prendiamo come esempio il Giappone, modernissimo, ma con tradizioni tutt’altro che svanite nel nulla. dobbiamo coniugare il passato (indispensabile) ad ogni popolo per potersi identificare rispetto agli altri con un domani, che interpreto rivoluzionario dal punto di vista scientifico.

 

I Sardi condizionati dal torpore mentale globale leggeranno il tuo meraviglioso ricordarci chi siamo e da dove veniamo? Temo di no. Anche i Sardi come quasi tutte le etnie planetarie devono difendersi dalle minacce che i pochi idolatri indirizzano nei confronti degli incontaminati. Sta ai Sardi difendere quel patrimonio che fa di loro una specificità. Siamo avvantaggiati,rispetto ad altri,per la realtà geografica. Sarà un fatto illusorio ma l’insularità deve costituire uno stimolo non per isolarci nei confronti degli altri ma per difendere la nostra identità. Una cosa è certa: non ci sarà futuro slegati dalle nostre tradizioni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *