NE' BUONO NE' CATTIVO: UNA VITA DA BANDITO COME ROBIN HOOD. IL RACCONTO DI GRAZIANO MESINA OSPITE AL FESTIVAL INTERNAZIONALE "èSTORIA" DI GORIZIA

nella foto Graziano Mesina


di Maria Adelasia Divona

Domenica 26 maggio si è chiusa la IX edizione di èStoria, una tre giorni di incontri che quest’anno ha avuto come tema i Banditi, argomento a noi sardi tristemente familiare ma che per un festival internazionale di storia può apparire forse riduttivo e circoscritto. Invece, l’accezione di banditi è stata intesa in senso lato: dai banditi ai tempi dei Romani a quelli che imperversavano nel Seicento, ai briganti della questione meridionale, alle guerre partigiane, alla resistenza, ai pirati tra oriente e occidente, ai cyberpirati e ai pirati finanziari, fino alla criminalità organizzata.

I banditi non sono solo quelli delle scorrerie e delle bardane, ma anche quelli che operano nelle grandi organizzazioni. Rievocando la tragedia del Vajont, nel cinquantenario della tragedia, in un dialogo con Giampaolo Pansa, lo scrittore Mauro Corona ha definito banditi la Società Adriatica di Elettricità, che costruì l’allora diga più alta del mondo, e l’Enel che la rilevò nel 1962, per il latrocinio di territorio che operarono e che fu causa del disastro. Il che mi ha fatto pensare che questa connotazione è ancora strettamente attuale, se anche l’on. Mauro Pili, quando denuncia l’esosità delle tariffe a danno dei Sardi e il consumo e il danneggiamento del nostro territorio con installazioni di eolico e fotovoltaico, si riferisce alla compagnia elettrica usando lo stesso termine.

Ma i banditi, più propriamente, trovano il loro posto nella storia con un nome e un cognome, e di questi si è parlato a Gorizia: Spartaco, Pancho Villa, Jesse James, Santino Stefanini della banda di Vallanzasca, e Graziano Mesina. Il dialogo tra Mesina e il giornalista Pino Scaccia ha esemplificato la disamina del bandito fatta nel pomeriggio del sabato dall’antropologo francese Marc Augé: nel suo essere uomo forte, a prescindere dalla sua natura buona o cattiva, il bandito vive una doppia dimensione caratterizzata dall’ambivalenza e dall’ambiguità. L’uomo è bandito ed esiliato dalla società, eppure nella percezione popolare è colui che raddrizza i torti subiti perché si fa giustiziere, e controlla la natura perché quando si da alla macchia la percorre in lungo e in largo, e se ne appropria. Questa ambivalenza, questa realtà che scorre su due binari, quello del bandito e quello della società con le sue regole, è emersa dal dialogo tra Scaccia e Mesina, che hanno dimostrato di essere un duo ben affiatato, con l’orgolese protagonista che si è guadagnato le risate e i numerosi applausi della gente che, anche in piedi, affollava la Tenda Erodoto.

Onestamente, io ho assistito come sospesa: curiosa di sentire il racconto di questo personaggio, che il giornalismo ha reso quasi mitologico (a cominciare dall’uso del nomignolo “Grazianeddu” rendendolo in questo modo vicino alla gente, quasi uno di noi), mi è sembrato di partecipare ad uno spettacolo di cabaret in cui già dopo la mezz’ora avevo smesso di contare gli stereotipi sui Sardi che suscitavano l’ilarità della gente, ma non la mia. Se è vero che l’uomo ha di fatto pagato il suo debito con la giustizia, è anche vero che è anche a causa sua se i sardi sono vittime di semplificazioni e stereotipi non solo agli occhi del continentale medio (e per inciso, prima di questo evento io non consideravo Pino Scaccia un continentale medio, ma le sue generalizzazioni sui sardi a partire dai comportamenti e dal modo di esprimersi di Mesina mi sono apparse quantomeno attribuibili ad un continentale ben al di sotto della media!), ma dei Sardi stessi, come dimostrano i titoli de La Nuova e de L’Unione che in questi giorni sono tornati ad additare la comunità orgolesa, tanto da scatenare l’offesa reazione mediatica dei suoi giovani.

Filo conduttore dello sketch, passatemi il termine, è stato il sequestro di Farouk Kassam nel 1992, occasione che ha consentito la conoscenza tra il giornalista e il bandito e che ha consolidato la loro amicizia, dal momento che Scaccia ricevette in esclusiva la notizia della liberazione del bambino dallo stesso Mesina, facendone uno scoop. Mesina racconta di due trattative parallele con i sequestratori: da un lato lo Stato, dall’altro lui, intervenuto dopo che la madre del bambino si era recata in chiesa ad Orgosolo chiedendo agli orgolesi di interessarsi del caso di suo figlio, e dopo che il padre era andato a trovarlo fino ad Asti per chiedergli di intervenire per la liberazione. Mesina ha sostenuto che Farouk non sarebbe mai tornato a casa se lui non fosse intervenuto, e attribuisce al padre del bambino la responsabilità del taglio dell’orecchio. Se si fosse attenuto alle sue indicazioni, invece che tentennare e tornare ad affidarsi alle indicazioni delle forze dell’ordine, il bambino sarebbe rimasto integro. Salvare il bambino, per Mesina, era la questione prioritaria: ed è così che parla per la prima volta di rispetto, termine che ricorrerà infinite volte nel suo racconto, insistendo che bambini e donne vanno rispettati, non come gli eventi che accadono oggi nei confronti di queste due categorie di persone e che lo lasciano sbalordito.

Scaccia lo provoca, invitandolo a raccontare delle sue 9 evasioni “certificate”: lui dice che a nessuno piace stare in carcere, e le evasioni erano solo la scusa per prendersi una vacanza ogni tanto. Come scappava? Cercando un punto debole o una falla nel sistema: a Lecce scappò con la minaccia delle armi, ma nelle sue fughe non ha fatto mai del male a nessuno. Racconta di quando, in latitanza, portò il produttore del film “La società del malessere”, che lo vedeva protagonista, nel miglior ristorante di Milano, che era presidiato da altri come lui, e accenna vagamente ad evasioni per amore. Lamenta il fatto che in carcere non gli abbiano dato accesso allo studio, e che non lo facessero né leggere né scrivere, perché già così lui ne sapeva una più del diavolo e studiando avrebbe messo il sistema ancora più in difficoltà.

Dice che si è fatto 40 anni e 8 mesi di carcere prima di ricevere la grazia dal presidente Ciampi, ma già sotto la presidenza di Scalfaro Indro Montanelli si era interessato per fargliela ottenere. E sottolinea che il suo è uno dei pochi, se non l’unico, caso di ergastolo per cumulo delle pene, perché in fondo lui ha commesso un “solo” omicidio per vendicare l’uccisione del fratello. Sostiene che non sarebbe successo, se quel ragazzo, quando aveva avuto problemi con suo fratello, fosse andato a parlare con lui. L’omicidio è quindi mera conseguenza di una ingiustizia subita, così come recita il codice della vendetta barbaricina che statuisce che “l’offesa deve essere vendicata”. Accade però che “l’azione offensiva posta in essere a titolo di vendetta costituisce a sua volta nuovo motivo di vendetta da parte di chi ne è stato colpito”: ed è da qui che nascono le faide con le relative conseguenze. Per questo Mesina invita al rispetto.

Rispetto che è dovuto anche nei confronti delle donne: con parole semplici Mesina distrugge il mito del matriarcato barbaricino che ha alimentato tanta querelle antropologica e femminista dentro e fuori dall’Isola. Matriarcato non significa che la donna comanda, ma che deve essere rispettata; quanto all’esercizio del potere, la donna comanda solo con chi la lascia comandare. Rispettare la donna significa non farle sapere quello che stai facendo, perché farglielo sapere significa volerle male. Il riferimento è a sua madre, a cui tutti raccontavano le nefandezze del suo penultimo figlio e a cui lei rispondeva che Grazianeddu no, non è possibile, non fa male a una mosca. La madre, sostiene lui, non si poteva capacitare di tutto quello che si raccontava del figlio. Mesina si dice vittima di torti e ingiustizie davanti alle quali si è trovato a reagire: negli anni Sessanta c’era tanta povertà e tanta gente che aveva bisogno di aiuto, ognuno risponde delle proprie azioni e il sequestro era un modo per andare avanti, anche se “a togliere la libertà a una persona vengono i granchi nello stomaco” e lo si fa solo per bisogno. D’altro canto, lui i sequestrati li ha sempre trattati bene, rispettandoli, facendoli mangiare bene e scherzando con loro per tirarli su.

Scaccia gli chiede se si sente Robin Hood. La risposta è no: Mesina si sente una persona normale. Il giornalista lo incalza: sei vittima della condizione economica e sociale e di isolamento che viveva (che vive, dico io) la Sardegna? E lui replica dicendo che bisogna sempre giudicare con prudenza davanti alle ingiustizie che colpiscono le persone. Il giornalista lo elogia, osservando come il bandito sia diventato oggi l’assessore al turismo e il testimonial della montagna orgolesa. La gente viene ad Orgosolo da tutto il mondo per vederlo e per farsi accompagnare da lui nei luoghi della latitanza, in quel territorio inaccessibile che è il Supramonte. Lui non si fa problemi: non è come quei sardi individualisti che soffrono di gelosia, e quindi non si limita alle escursioni nel solo territorio di Orgosolo, perché “bisogna aiutarsi a vicenda”, e se glielo chiedono porta le persone in giro anche per Oliena e Lula.

Scaccia testimonia del rispetto che aleggia intorno al personaggio quando passeggia per il corso di Orgosolo e gira per i bar. La replica è: “Se uno mi rispetta io lo rispetto”, e parla della sua catechizzazione dei giovani del paese: racconta loro che ai suoi tempi c’era la fame e il disagio, circondato da banditi in latitanza che avevano sottoposto la comunità alla gogna mediatica. Lui si è ribellato alle ingiustizie, ma non deve essere imitato, perché bisogna vivere tranquilli e nel rispetto di ognuno, “soprattutto per quelli che vengono da fuori”. Il riferimento è ovviamente al caso dei turisti francesi rapinati all’inizio di maggio da quattro ragazzi del paese, che ha riportato Orgosolo alla ribalta. Lo ribadisce anche con me quando, dopo essere sopravvissuto all’assedio di giornalisti, fotografi e telecamere, riesce ad abbandonare la tenda circondato da una scorta di orgolesi residenti in regione. Gli chiedo del suo rapporto con i giovani, soprattutto quelli che hanno fatto un articolato j’accuse della demonizzazione di Orgosolo da parte dei giornali sardi. Mi dice che è una vergogna, che si devono rispettare quelli che vengono da fuori: praticamente una rivendicazione dell’ospitalità barbaricina e della sacralità de s’istranzu. “Meglio prendercela tra di noi”, mi dice, ed evitare che si crei discredito sulla gente del paese. Mi rassicura dicendomi che si è informato su chi sono questi ragazzini, per chiedere conto e ragione di questi gesti, e che per primi tiene sotto controllo i suoi nipoti, perché non vuole che manchino di rispetto. Come dire: il mito costruito attorno al lui ha una sua ragion d’essere, e non esistono più i balentes di una volta.

E però, me ne vado da questa serata goriziana piena di perplessità. Il bandito ha scontato la sua pena, si è messo al servizio della sua comunità ed è stato recuperato alla società. In senso evangelico, si è redento ed è giusto che ognuno abbia la sua possibilità di redenzione. Ma di questo passo, con questa mitizzazione del personaggio e il rafforzamento degli stereotipi, è possibile la redenzione di Orgosolo e del suo territorio? Se lo sono chiesti anche i giovani orgolesi nella lettera che hanno inviato ai quotidiani sardi a difesa della loro comunità:

“Siamo Orgolesi, nati e cresciuti a Orgosolo, questa terribile zona mai raggiunta dal mondo civilizzato e dove sembra ormai impossibile che questo possa arrivare. A sentire certe testimonianze infatti, sembrerebbe che un’infanzia nel nostro paese non possa essere stata troppo differente da quella di un bambino di Kabul […] Beh, dispiace deludervi ma la nostra infanzia è stata molto serena, diremmo felice […] Sai di essere ben lontano dal vivere in una comunità perfetta, e ci sono dei momenti di alti e bassi nel vivere la comunità stessa. Esiste un’alta dispersione scolastica e spesso nelle stesse famiglie non si trova un modello di riferimento da seguire; nei comportamenti si vede la tendenza ad adeguarsi alla massa per non essere esclusi; si abusa con facilità e da giovanissimi con l’alcool. Non elencheremo tutti i nostri problemi, sono ben noti e ancora una volta non peculiari di Orgosolo, siamo certi però che la chiusura che c’è in molti di noi giovani sia anche figlia di tutto questo. Sarebbe difficile altrimenti non appassionarsi alla storia e alla cultura del nostro paese, del nostro territorio, difendendo e rispettando la gente che lo abita e lo visita. C’è da dire che è stato scarso lo sforzo di definire in modo chiaro e duraturo un sistema per condividere e portare avanti le nostre conoscenze […] Pensiamo che da questa chiusura vengano il prevalere del pregiudizio e della paura di essere giudicati, chiudendosi alle possibilità di nuovi stimoli ed evitando le attività associazionistiche e l’impegno sociale. Insomma ci sono i giorni in cui ti lamenti e scuoti la testa, altri in cui non puoi contenere l’orgoglio di essere nato in un posto così straordinario. Ma col passare del tempo e il susseguirsi di certi avvenimenti arrivi a porti la domanda più critica: perché questo succede? Ad Orgosolo c’è più criminalità che altrove? Bene, perché?”.

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5 commenti

  1. Maria Olianas

    La gente viene ad Orgosolo da tutto il mondo per vederlo e per farsi accompagnare da lui nei luoghi della latitanza.
    Non ho letto tutto l’articolo xke’ ho poco tempo…M.Adelasia mi rivolgo a te.. la frase sopra riportata l’ha detta Mesina o e’ una cosa inventata da te?
    Perche’ se l’ha detta Mesina io dico che nella mia vita fino ad oggi non ho capito un bel niente, per diventare famosa credevo fosse necessario rigare dritto e non far male a nessuno e se subisci un torto rivolgersi alle forze dell’ordine e non usare il codice barbaricino.
    Ora non insultatemi dandomi della razzista non lo sono affatto… se qualcuno puo’ uccidere o rapire io posso esprimere il mio pensiero?

  2. Adelasia Divona

    Cara Maria, non sono così creativa da inventare le cose. La frase è stata detta da Pino Scaccia (riferita soprattutto a stranieri: russi, arabi) e confermata da lui. Ti consiglierei di leggere tutto l’articolo: capiresti che anche a me è sembrato di vivere in un mondo parallelo durante quell’intervista. La gente rideva e applaudiva, io mi sentivo gelare.

  3. Maria Olianas

    Adelasia ,
    ora mi e’ tutto chiaro e conoscendoti mi era apparso tutto molto strano, per via del tempo non avevo letto tutto.
    Questa mattina Mesina ci ha riservato un’altra sorpresa,
    L’ex primula rossa Graziano Mesina è stato arrestato questa mattina durante una maxi operazione antidroga dei carabinieri, che tra Nuoro e Cagliari ha portato all’esecuzione di 27 ordini di custodia cautelare.
    Mia madre donna saggia di altri tempi diceva sempre.. margiani perdi su pilu ma no istrassasa,e ripensando a questo articolo sono rimasta senza parole . ma la beffa piu’ grande e’ che fino ad ora qualcuno gli ha creduto , lo ha invitato alle conferenze affermando cose dell’altro mondo, vorrei vedere oggi la faccia di Pino Scaccia .
    Un abbraccio

  4. Virgilio Mazzei

    Ho resistito sino ad oggi a protestare per la partecipazione molto inopportuna di Graziano Mesina ad una manifestazione così importante come quella del “FESTIVAL INTERNAZIONALE di Gorizia”. Quando ho letto l’articolo e ho visto la foto della c.d. “primula rossa”, mi sono sentito offeso come sardo, ma soprattuto mi sono chiesto come mai siamo scesi così in basso a concedere spazio a parsonaggi del genere nel nostro ambiente (emigrazione). Con tanti studiosi importanti della storia della Sardegna, del banditismo sardo e di altri fenomeni positivi e negativi che vanta la nostra terra, non avrei mai potuto immaginare di vedere in veste di “storico”/ “docente” un personaggio che ha solo fatto del male a tante persone e alla Sardegna. Sarebbe bene lasciare in pace. senza alcun accostamento, il mitico Robin Hood.
    Perchè Pino Scaccia non ha invitato ad un confronto con l'”e r o e ” del Supramonte le vittime di Mesina, a cominciare dal piccolo Cassan e i suoi genitori? Ne sarebbe uscito un quadro ben diverso.
    Che cosa è il personaggio al quale è stata data tanta importanza e visibilità, lo dimostrano le notizie di oggi sul suo arresto e coinvolgimento in gravissimi reati. Se la colpa di quanto accaduto è solo di Pino Scaccia, sarà bene che faccia un esame di coscienza e faccia autocritica; se vi sono colpe da parte del nostro ambiente sarebbe ugualmente bene fare chiarezza su questa geniale scelta di personaggio. Mi congratulo con l’amica Maria Olianas per la giusta presa di poszione. Virgilio Mazzei. Genova.

  5. Maria Olianas

    Caro amico Virgilio ,
    Pino Scaccia intanto deve vergognarsi e chiedere scusa a noi emigrati che per il buon nome dell’isola siamo capaci di dare la vita, deve chiedere scusa alla citta’ di Gorizia subito e imparare a scegliere con cura i personaggi da presentare alla gente per bene nelle sue conferenze e se non puo’ fare tutto questo deveee fare altro lavoro.
    Paragonare Mesina a Robin Hood che orrore….
    Un abbraccio
    Maria

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