LORD J, IL RAPPER CAMPIDANESE: LA SARDEGNA AL CENTRO DELLA MUSICA CON ‘SARDUS PATER’

Lord J

Sempre la Sardegna al centro di tutto, a braccetto con la musica, sia chiaro: Lord J, rapper cresciuto negli anni Novanta nel Sud Sardegna (in provincia di Cagliari, tra campagna, mare e archeologia), si dichiara da sempre innamorato dell’Isola e questa fascinazione si intravede in tutto. Nella lingua in cui ha scelto di rappare, il sardo campidanese, nei significati dei suoi pezzi, nelle atmosfere.

“Sa terra mia”, ultimo singolo prodotto con Sardus Pater – produttore –, mira proprio a diffondere sempre di più la cultura isolana, con testi in limba e basi che richiamano i suoni tipici – come campanacci e tamburi.

«Sa terra mia parla del crescere in Sardegna giocando in strada, passando le giornate con gli amici e la famiglia, avendo il rispetto altrui e il senso di comunità, seguendo varie regole non scritte della socialità isolana e soprattutto di chi vive in paese» spiega il rapper. «Sa terra mia parla anche del fatto che vogliamo dare più visibilità alla vera cultura sarda, e fare in modo che molta più gente che magari non si era ancora avvicinata sia in grado di conoscerla e di apprezzarla meglio.»

Ma non solo: anche dei piromani, triste piaga sarda, e di chi invece si lamenta senza mai fare nulla di concreto per cambiare la situazione.

Il video? Be’, non poteva che essere anch’esso un inno alla terra: in esso, si vedono la cascata “Sa Spendula” di Villacidro, i murales di San Gavino Monreale e tipiche scene di famiglia e di gioco tra ragazzi girate nella casa museo “dona maxima” di San Gavino Monreale.

«La base musicale di Sardus Pater ha dei suoni tosti,» continua Lord J «con una ritmica trap, ma con i classici campanacci in sottofondo e dei tamburi che ricordano il misticismo e il folk di quest’isola.»

Ma facciamo un passo all’indietro nel percorso dell’’artista.

«Il mio sogno adolescenziale è sempre stato quello di comunicare qualcosa di importante con la musica, mi sono innamorato del rap alle scuole medie, iniziando ad ascoltare prima il rap americano, come 2Pac, il mio idolo in assoluto, poi tutti gli altri in generale senza distinzioni, e subito dopo anche il rap italiano e del resto del mondo» racconta. «Ho sempre sentito di volermi esprimere con l’arte, inizialmente come writer, ma poi il bisogno di comunicare i miei pensieri e la passione per la musica si sono uniti e ho capito che mi avrebbe dato un certo senso di benessere e pure una community affine ai miei interessi.»

La decisione di rappare in sardo arriva dopo, quando Lord J sente da Sardus Pater la base della canzone S’Ammutadori: «Era proprio quello che volevo realizzare da anni, lo dissi più volte quando feci uscire “Genti Mala” con Horus nel 2019. Ovviamente essendo più piccolo il linguaggio era diverso, ma il messaggio per me era lo stesso. Quando ho sentito finalmente una base con le launeddas (e i suoni delle lame che mi riportavano subito a pensare a sa resoja), ho pensato che fosse il momento di creare un brano, un prodotto totalmente ispirato alla nostra cultura.»

Doveva essere interamente in sardo, chiarifica, con parole e modi di dire tipici di chi questa Isola la vive a trecentosessanta gradi.

«Ovviamente, una volta realizzato il brano eravamo talmente entusiasti che abbiamo subito pensato che non fare un video sarebbe stato quasi limitante, quasi un lavoro a metà, allora l’abbiamo sviluppato grazie all’aiuto di tanti amici e nuove conoscenze che ci hanno aiutato, oltre al fatto che da lì è nata una nuova e costante collaborazione con Carol Carraro, in arte Cento, che cura ogni nostro video. Io e Sardus Pater siamo amici da anni, abbiamo fatto altri brani in passato, ma questa volta abbiamo entrambi unito i nostri gusti musicali simili e una grande passione che abbiamo entrambi per la Sardegna.»

Abbiamo detto, sempre l’Isola al centro, e c’è un motivo molto forte: «Sono profondamente legato alla mia terra e veramente fiero di essere sardo» Lord J è perentorio. «Riconosco i pregi e i difetti di questo posto, ma mi ritengo veramente fortunato di essere nato e cresciuto qui, anche perché rispetto ad altri posti del mondo la qualità della vita in tutti i sensi è ottima. Una cosa che mi lega profondamente a quest’Isola è il fatto che è parecchio misteriosa, piena di cultura che non viene valorizzata a dovere, sia dal punto di vista pubblicitario che da quello burocratico.»

Molti sono i versanti poco valorizzati, lamenta il rapper, quando questo lembo di terra e mare è uno scrigno di preziosi gioielli.

«Se io col rap e coi miei video nel mio piccolo posso dare un contributo, per me non c’è soddisfazione più grande. Questo vale anche per le innumerevoli storie, figure e tradizioni che riguardano la Sardegna. Non posso che essere fiero di riuscire a trasmettere questa passione quando le persone mi dicono che grazie a noi hanno scoperto cosa sono S’Ammutadori, S’Accabadora, sa filonzana, i siti archeologici e tutti i paesaggi che si vedono nei nostri video o vengono menzionati nei brani. Una cosa che mi tocca da vicino è quando le persone fuori sede ci dicono che per un attimo li abbiamo fatti sentire a casa, avendo lontane persone a cui sono molto legato.»

Ma “Sa terra mia” è solo l’ultimo di una serie di brani con intento simile ma missioni differenti. «S’Ammutadori è un’infarinatura di tanti concetti che riguardano la nostra cultura, ha un suono drill tosto ma con le launeddas che lo rendono subito familiare. Gigantes ha sempre un suono drill ma più cupo e misterioso, aiutato dai tenores e dai tamburi vari, suoni quasi tribali che ricordano i riti antichi nuragici e i tamburi usati nelle sfilate e feste paesane. Qui infatti parlo di quanto siamo metaforicamente giganti grazie al nostro potenziale e alle varie leggende che ci appartengono. Beni Benius è l’ultimo che ha un suono drill, questa volta totalmente da festa però, accompagnato dal maestro cantadori Antonio Pani, con organetto e launeddas in sottofondo e ballo Sardo che da una grande impronta al video. È quasi come se fosse un discorso aperto e ogni brano piano piano descrive ogni lato della nostra tradizione, cultura e modo di vivere. Abbiamo davvero tanto di cui parlare, molti non se ne rendono conto.»

Ma cosa vuol dire fare rap in sardo? Nato in America, si è espanso ovunque ed è approdato qui. «Per me fare il rap in Sardo (nel mio caso campidanese) vuol dire dimostrare che questa lingua ha potenziale, come il rap in Napoletano, Siciliano, Romano: questa peculiarità si può sfruttare al massimo» spiega. «Per me ha un suono bello deciso, più dell’Italiano. Sento quasi di avere la voce diversa da quando ho iniziato questo percorso. Non a caso» ride «quando ci arrabbiamo noi sardi parliamo in sardo!» continua. «Se non ci facciamo valere noi per primi, se non ci crediamo noi per primi, le altre regioni non penseranno mai che abbiamo un certo valore.»

E poi c’è anche un concetto ancor più importante: «La nostra lingua non deve morire, secondo me viene ancora conservata abbastanza, soprattutto nei paesi. Puoi capire quanto mi faccia emozionare sentire la gente cantare i nostri brani in sardo, è incredibile. Quello che manca è una maggiore istruzione e sensibilizzazione, perché la lingua viene più che altro tramandata in famiglia, io ho avuto questa fortuna ma spesso e volentieri non posso usarla perché chi ho davanti non riesce a capirmi. Le nuove generazioni sono sveglie e in gamba e anche grazie a Internet stanno scoprendo un mondo sulla Sardegna e sulla lingua Sarda, me ne accorgo soprattutto grazie a Tik Tok, che non è solo balletti e trend frivoli come molti possono pensare.»

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