LA ZONA DEL SULCIS, REGINA DELLE CONTRADDIZIONI DELL’ISOLA: L’AREA INDUSTRIALE DI PORTOVESME E LE ELEZIONI REGIONALI DEL 2024

l’area di Portovesme

Dieci anni fa l’area industriale di Portovesme era già morta. Se ne era accorto l’economista Francesco Pigliaru che, in un articolo pubblicato dalla Nuova Sardegna il 31 agosto del 2012, disse molto chiaramente alcune cose: che quelle fabbriche dovevano essere abbandonate al loro destino, e che soprattutto gli operai avevano diritto ad un posto di lavoro, ma non “a quel” posto di lavoro. 

Confesso che quando Pigliaru si candidò nel 2014 alla presidenza della Regione, ricordando quelle parole mi convinsi che forse sì, forse eravamo veramente davanti ad una svolta vera. Perché è nel Sulcis il nodo di tutte le contraddizioni isolane. Un’area che si fregia (senza alcun titolo) di essere “la provincia più povera d’Italia”, ma che contemporaneamente che ha espresso, e ancora esprime, politici potenti (da Antonello Cabras a Tore Cherchi, da Giorgio Oppi a Mauro Pili, giusto per capirci) e che ha avuto una quantità di risorse impressionanti che poi non è riuscita a utilizzare, è di sicuro un caso da studiare seriamente.

I soldi del Piano Sulcis (quasi un miliardo di euro, solo in minima parte speso), invece che essere destinati ad un nuovo modello di sviluppo, sono stati orientati al mantenimento in vita delle fabbriche già morte, e questo con l’avallo dei sindacati, di Confindustria, del centrosinistra, del centrodestra, nel silenzio dei Cinque Stelle e degli indipendentisti di vario genere e tipo.

Una volta divenuto presidente, il professor Pigliaru non solo si dimenticò completamente di quell’articolo (che io invece gelosamente conservo), ma come se non bastasse la sua giunta contestò la Soprintendenza che si opponeva all’ampliamento del bacino dei fanghi rossi e negli ultimi mesi del suo mandato riuscì perfino a opporsi alla decisione del governo che fissava la data della chiusura della centrale a carbone di Portovesme.

Intanto, l’Alcoa (poi divenuta Sider Alloys) si trascinava stancamente e l’Eurallumina (comprata dai russi) chiudeva.

Poi sono arrivate la crisi economica, il Covid e la guerra a cambiare in maniera ancora più decisa lo scenario, e infatti anche la Glencore, che gestisce la Portovesme srl, una fabbrica che ricava zinco e piombo dagli scarti radioattivi dei fumi di acciaieria, alimentando poi le discariche della zona, ha detto che non ne valeva più la pena, e ha chiuso tutto. Game over.

Non ci voleva un genio a capire che sarebbe finita così. Infatti io nel 2017 scrissi un articolo dal titolo “Per la Portovesme srl subito un piano di riconversione: perché prima chiude, meglio è”. Sei anni fa.

Oggi le posizioni di politica, sindacati e lavoratori sono patetiche. Fingono sorpresa, quando sanno benissimo che non tutto era già finito dal tempo. Per almeno dieci anni hanno continuato a immaginare che quel modello di sviluppo potesse essere vincente e hanno consentito alle fabbriche di fare esattamente quello che volevano, sotto ogni punto di vista.

Ora i sindacati ripetono un copione ormai usurato e in piena campagna elettorale i partiti si lanciano in improbabili appelli alla responsabilità, rivolti a imprese che responsabilità ne hanno sempre avuta poca.

La situazione è talmente chiara che è anche inutile continuare a parlarne. Come scrisse il professor Pigliaru nel 2012, sarebbe “più saggio lasciare le imprese al loro destino e occuparsi invece dei lavoratori”.

Per questo motivo, qualunque schieramento che vorrà salvare l’area industriale di Portovesme con le sue fabbriche inquinanti e morte da tempo, per quel che conta non avrà il mio voto alle prossime elezioni regionali.

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