M’AMMENTU LU STAZZU: LA CULTURA DEGLI STAZZI NELLA MOSTRA IN GALLURA DI GIUSEPPE CONTINI

Stazzu Petra Bianca alta

di FRANCESCA BIANCHI

Arzachena (SS) ha ospitato la mostra fotografica M’ammèntu lu stazzu (‘mi ricordo lo stazzo’), una rassegna di circa trenta immagini sugli stazzi galluresi realizzate dal grande appassionato di fotografia Giuseppe Contini. Organizzata in concomitanza con le celebrazioni del centenario dell’autonomia comunale di Arzachena.

Durante la mia permanenza in Gallura ho avuto il piacere di visitare la mostra e ammirare le bellissime immagini realizzate da Giuseppe Contini, che per oltre vent’anni ha percorso il territorio di Arzachena e dei comuni limitrofi immortalando gli insediamenti della cosiddetta “cultura dello stazzo”. Giuseppe mi ha accompagnato ad esplorare il percorso espositivo, un suggestivo viaggio alla scoperta di una civiltà che, seppur scomparsa, ancora oggi rappresenta il simbolo della Gallura, la sua anima più vera. Quando parla degli stazzi galluresi e ricorda i sacrifici di chi lì ha lavorato e vissuto, Giuseppe si commuove: i suoi occhi brillano, nel suo sguardo appare in maniera del tutto spontanea l’amore profuso in questa iniziativa, nata con l’intenzione di far rivivere i valori di un mondo ormai scomparso, un’epoca che ha segnato per sempre la storia della Gallura.

Sig. Contini, nel corso degli anni ha accumulato un patrimonio fotografico immenso. Quando ha iniziato a fotografare gli stazzi? Come è nata l’idea di dare vita alla mostra fotografica M’ammentu lu stazzu? L’idea della mostra è nata dai miei ricordi d’infanzia. Quando ero ragazzino, negli anni ’60, qui in Gallura c’erano ancora gli stazzi. Io andavo sempre per le campagne a giocare. Mi recavo spesso presso lo stazzo di Li Conchi e assaporavo ogni istante della vita che lì si conduceva. Ricordo bene zio Raimondo, che era il pastore, e zia Maria, sua moglie. Mi facevano assaggiare il latte appena munto. Io cercavo di aiutarli come potevo. Lo stazzo di Li Conchi era uno stazzo monocamera con il camino sempre acceso, sia d’invernoche d’estate, in quanto veniva usato per preparare il pranzo e la cena. Diventato adulto, questi ricordi di tempi felici mi sono tornati in mente. Sono stati e sono talmente importanti da indurmi a riscoprire nuovamente lo stazzo. Col passare del tempo una natura così bella e una socialità così importante venivano lentamente dimenticate e questo il mio cuore non poteva accettarlo. Così ho iniziato a fotografare gli stazzi e sono arrivato a collezionare migliaia di foto. Più li fotografavo, più mi appassionavo.

Quante fotografie ha collezionato nel corso degli anni? Non le ho mai contate, ma ho due hard disk pieni. Credo di avere circa 6000 o 7000 immagini, tra stazzi e particolari degli stazzi. Dei singoli stazzi, infatti, fotografo ogni minimo particolare: gli armadi poveri, le travi, le porte, le finestre, il caminetto, che noi chiamiamo ciminea, i vecchi mobili abbandonati, i secchi, gli orinali, le reti dei letti. Tutto ciò mi fa riflettere molto sulla povertà e sulle condizioni di vita di un tempo: nonostante ciò, quella gente aveva una dignità incredibile.

Lei ha dedicato un’attenzione particolare agli stazzi del territorio di Arzachena. Quali sono gli stazzi più importanti che è riuscito a visitare? Quali quelli meno conosciuti e situati in territori particolarmente impervi? Il mio percorso sugli stazzi si è sviluppato ad Arzachena e nelle zone limitrofe. Insieme ad un mio amico ho visitato molti stazzi situati lungo la panoramica che va da Abbiadori a Olbia. Questo mio amico ha trascorso la sua infanzia lì, per cui conosce benissimo quella zona. Mi ha fatto vistare gli stazzi che a suo tempo furono acquistati dall’Aga Khan. Si affacciano tutti sul mare della Costa Smeralda. In quella zona si trovano lo stazzo Ticculedda, lo stazzo di Portu Padda, Lu Arru Biancu. Per raggiungere quest’ultimo abbiamo camminato per quasi mezz’ora in mezzo ai rovi. Solo il mio amico sapeva che lì c’era questo stazzo: è difficile trovarlo, se non si conosce bene il posto. Arrivati lì, abbiamo trovato uno stazzo monocamera in cui vivevano intere famiglie. Era tutto distrutto: la porta divelta, così come l’anta di una finestra. Le porte in nibaru sembrava quasi sfidassero il tempo e la durezza del granito: quegli usci in nibaru hanno quasi duecento anni, eppure sono ancora lì. Quando ci si trova al cospetto di un simile edificio, si sente un grande fascino: è un’emozione unica. Il pensiero è andato a coloro che vivevano in questi territori così impervi e isolati: con loro c’erano soltanto capre e buoi, avevano un po’ di grano, producevano tutto ciò che consumavano e si facevano bastare quel poco che c’era. Vicino c’è lo stazzo Ticculedda. È lo stazzo più famoso della Costa Smeralda. Venne venduto per una cifra enorme per quei tempi, la cifra più alta mai pagata qui in Costa Smeralda. Quando lo fotografai, quattro anni fa, c’era ancora una parete. Si tratta dello stazzo che dà sulla spiaggia di Liscia Ruja. Lungo questa discesa che va verso il mare ci sono altri due stazzi: lo stazzo Li Vitriceddi e lo stazzo Malabucà, che era del padre dell’amico che mi ha accompagnato in questa bella escursione. Questo stazzo è stato dato in comodato ad alcuni cacciatori che lo tengono come base per la caccia. È tenuto molto bene, ma è chiuso, non si può visitare.

A quando risale la prima foto esposta nella mostra? La prima foto che è nella mostra risale al ’79 ed è una foto dello stazzo Salgenti di Luogosanto. Sempre al ’79 risale la foto fatta allo stazzo Baracculeddu di Bassacutena. Sono le prime foto scattate con una Canon costosissima. Le prime foto che ho fatto sono di 43 anni fa, mentre le ultime risalgono a un mese fa. Come posso, vado a fare delle lunghe camminate per cercare gli stazzi più nascosti. Quando riesco a localizzarli, vado sempre a vedere se si può entrare.

Stazzu Vaddi di Entu

Qual è la reazione dei visitatori? Lei ha avuto modo di conoscerne qualcuno? Ho avuto il piacere di conoscere visitatori venuti da Firenze, da Milano, da Torino, dalla Puglia, dalla Sicilia. Lasciano bellissimi pensieri nel libro dedicato ai visitatori. Escono tutti contenti. La cosa che mi ha colpito particolarmente è che molti, vedendo queste mie foto, ricordano vicende di famiglia e riflettono sulla povertà e sulla semplicità della vita di prima. Soprattutto, riflettono su tanti valori che oggi non ci sono più.

La mostra è stata visitata anche da qualche scolaresca, ma voi volete coinvolgere sempre più scuole e sempre più giovani. Come pensate di attivarvi per far conoscere ai ragazzi questo mondo scomparso e i suoi valori, preziosa eredità di chi li ha preceduti? Molto parte dalla scuola, che dovrebbe lavorare per far riscoprire i veri valori, quelli con cui è cresciuta la mia generazione. Eravamo poveri, abbiamo fatto tanti sacrifici, ma siamo cresciuti con i valori contadini della civiltà sarda, quei valori che ancora oggi la gente che viene da fuori ci riconosce. Noi siamo nati in quel mondo lì, siamo cresciuti con certi valori, non ci mancava niente, si giocava, si scherzava. Certo, non avevamo il tablet o il pc, ma intorno a noi c’era tanta natura: io saltavo tra le rocce come un grillo. Adesso si ha tutto e sembra che manchi tutto; è una vita all’insegna del consumismo. Insieme a Mario a settembre, con l’avvio dell’anno scolastico, faremo di tutto affinché i ragazzi delle scuole del territorio vengano a visitare questa mostra.

Sarebbe bello pubblicare un libro fotografico su questo patrimonio immenso che custodisce e che ha condiviso con tutta la comunità attraverso questa mostra… Il libro è in cantiere. Le idee ci sono, le foto pure, devo solo selezionarle. Mi auguro di poter mettere presto per iscritto i miei ricordi d’infanzia, che sto buttando giù alla rinfusa. Per me questi racconti sono importantissimi: li ritenevo miei, ma penso siano importanti anche per gli altri, per cui è giusto condividerli, così come ho fatto con una parte delle foto.
Cosa le manca di più di quel mondo? L’ospitalità, l’accoglienza, la generosità, il grande senso di solidarietà che c’era. Deve sapere che mio padre era carabiniere e mia madre ostetrica. Si trasferirono qui nel 1950, quando la Gallura era ancora rurale. Quando mio padre era in servizio di notte e venivano a chiamare mia madre, spesso anche di notte, per far partorire delle gestanti, mamma, devota al suo lavoro, lasciava me e mio fratello da alcuni vicini di casa molto anziani, che chiamavamo “minnanna” e “minnannu” (‘nonna’ e ‘nonno’), persone molto care che ci accudivano come fossimo dei nipoti. Cenavamo insieme a loro; ricordo che si mangiava la minestra o pane e yoghurt. Quel senso di collaborazione, vicinanza e solidarietà era diffusissimo nelle campagne. Quando le persone facevano il pane e vedevano qualcuno passare, subito lo chiamavano e gli offrivano la pagnottina che avevano preparato. Ricordo che all’interno della pagnotta mettevano l’ “ociu casgiu”, l’olio di formaggio che veniva fuori quando preparavano “lu Casgiu Furriatu”. L’olio veniva messo nei vasetti e veniva usato per condire il pane o la “suppa cuata”. Ti davano questo panino da mangiare e ti sembrava davvero di avere tutto. Quanto eravamo felici.

Quale messaggio si augura arrivi ai visitatori della mostra? Spero che questa cultura che abbiamo avuto non solo in Sardegna, in particolare in Gallura, ma anche nelle zone contadine del continente, non venga dimenticata. Non è acquistando uno stazzo e ristrutturandolo che uno mantiene intatte la nostra storia e la nostra cultura. Ristrutturato uno stazzo, di ciò che è stato in passato non rimane niente. Tenga presente, poi, che gli stazzi sono situati in posti talmente belli che è difficile non innamorarsene, per cui non deve meravigliare il fatto che sempre più turisti decidano di acquistare stazzi e ristrutturarli. Spero che la mostra induca i visitatori a riflettere sulle condizioni di vita di chi un tempo ha vissuto lì, sull’estrema povertà che c’era e al tempo stesso sulla grande ricchezza di valori di cui oggi ci sarebbe tanto bisogno. I più giovani, soprattutto quelli della zona, dovrebbero ricordare come eravamo e da dove siamo venuti. Questo induce a riflettere e a frenare le ambizioni, il desiderio smodato di volere sempre di più. Ricordando come eravamo prima, si ragiona diversamente e ci si sente più vicini alle persone. Soprattutto, si torna a parlare con la gente e a sentirsi parte di una comunità.

Quale futuro si augura per Arzachena e la Gallura tutta? Mi auguro uno sviluppo economico alternativo a quello che è stato il mattone. Mi auguro un futuro sostenibile in cui la componente agropastorale possa sostenere la nostra economia, dando supporto alle strutture alberghiere con le nostre produzioni locali. In questa maniera, forse, sarà possibile far rivivere il mondo degli stazzi, senz’altro non nella cultura da me conosciuta, ormai tramontata, ma nella produttività, che può mettere in moto e sostenere la nostra economia.

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