“NON ABBELLITE LA SPOSA”, LA QUESTIONE DEMOGRAFICA E LE POLITICHE DI RIPOPOLAMENTO: L’AMARO CONTO PAGATO DALLA SARDEGNA

di GIANRAIMONDO FARINA

La parte delle “Grandi Utopie”, concernente la politica di colonizzazione  sabauda attuata per favorire l’incremento della popolazione sarda  (che prende il nome di popolazionismo, in ossequio ai principi settecenteschi della scienza economica), continua, in Sanna Sanna, nell’ esame di alcuni altri rimanenti esempi, piccoli ma significativi, seguiti da un primo sunto quantitativo dei costi investiti per tale politica. Dalla lettura emerge chiaramente come, un territorio particolarmente “caro” ai Savoia ed alle loro politiche di popolamento fosse l’isola di S. Antioco. E lo abbiamo già visto con la fondazione di Calasetta nella parte settentrionale. In particolare risaliva al 1754 il progetto dell’arcivescovo di Cagliari di fare coltivare da cittadini stranieri le terre che aveva nell’isola di S. Antioco. In tal senso Sanna Sanna ci ricorda di come, sempre nella stessa isola, la piu’ importante dell’ arcipelago sulcitano, proprio in conseguenza di questi possedimenti della Curia cagliaritana, fosse stata intenzione del governo ripopolare l’area meridionale dell’antica Sulci, ormai disabitata ,con un insediamento  di cittadini greci mannioti provenienti da Cargese in Corsica. Sullo stesso esempio di quanto avveniva a Montresta, sopra Bosa. Nel caso di S. Antioco Sanna Sanna ci fornisce solo i nomi dei capi del gruppo insediativo corso, Costantino Stefanopoli ed Elia Cassora.  Per il resto funge da supporto l’intera documentazione ben conservata presso l’Archivio di Stato di Torino,sezione “Sardegna” ed intitolata in questo modo : “Capitoli per lo stanziamento di circa seicento greci di Corsica sull’isola sarda di Sant’Antioco”. Nello specifico si tratta dei “Capitoli concordati con li Capitano Costantino Stefanopoli e tenente Elia Cassara, come deputati dalla Colonia de’ Greci Corsi per il progetto d’introduzione e stabilimento nell’isola di Sant’Antiogo del Regno di Sardegna, di famiglie ducentoquaranta d’essi Greci, componenti seicento anime circa”. Un progetto che, nonostante la buona volontà dei greci ad essere impegnati nelle varie

coltivazioni, dovette da subito abortire. Siamo nell’aprile 1754. Sempre nel Sulcis, viene citato l’esempio della località di Oridda, presso Iglesias. Altro progetto di cui non se ne farà niente, nonostante le intenzioni del cavaliere maltese Salvatore Vela nel 1756. Salendo più a nord, nella sua disamina, l’ex deputato anelese cita l’esempio della Fluminargia e della Nurra fra Alghero e Sassari. In questo caso il progetto di ripopolamento risale all’ aprile del 1751 e ne furono protagonisti, ancora una volta, il i rappresentati della colonia greco-maniotta di Corsica. Essi sottoscrissero con il governo sardo i patti di colonizzazione e popolamento della summenzionata regione storica, una vasta piana malarica e spopolata, situata nel nord-ovest della Sardegna, nell’area compresa tra le città regie di Alghero e Sassari, il golfo dell’Asinara e i rilievi del Logudoro a sud-est. Tuttavia, anche tale iniziativa dovette rimanere sulla carta.

Sulla base degli accordi menzionati venne stilato l’elenco delle terre assegnate ai coloni, insieme alla razione di viveri con cui il governo sabaudo intendeva sostenere la colonia al momento del suo avvio. Ma, purtroppo,non se ne fece niente. Diverso è il caso generale, sempre nel settentrione, rappresentato dalla Gallura, nell’ area nord-orientale. Sanna Sanna ha citato i due esemi positivi di La Maddalena e di Longon Sardo, poi S. Teresa di Gallura.  Mentre, però, per quest’ultimo caso, come già precisato, si puo’ parlare di “ripopolamento con elementi locali”, quello di La Maddalena rientrava nel più complesso disegno governativo di fare riabituare e rivivere una subregione storica, teatro del contrabbando fra Sardegna e Corsica. E s’inserisce all’ interno della più vasta diatriba di politica internazionale fra il Regno di Sardegna e la Repubblica di Genova in merito alla sovranità sulle isole intermedie fra Sardegna e Corsica. Con sullo sfondo, proprio in quegli anni, la cessione provvisoria (e mai ratificata da alcun Trattato internazionale) di quest’ ultima alla Francia.  Nel “caso Gallura”, quindi, la vertenza tra Regno di Sardegna e Repubblica di Genova per il possesso delle cosiddette isole intermedie (Caprera, Santo Stefano, La Maddalena, Spari e Santa Maria) era molto accesa ancora nella prima metà del XVIII secolo. Intento del governo sardo era quello di porre sotto il proprio dominio tali isole, a discapito delle rivendicazioni genovesi. Intento che divenne fatto concreto il 14 ottobre 1767 quando una spedizione ordinata dal Vicerè Des Hayes ne prese possesso. Un aspetto particolare, però, riguardava le popolazioni. Esse erano di origine corsa, ligure e toscana e parlavano una lingua assai differente dalla sarda. Per affermare, quindi, in via definitiva , il dominio sardo su queste isole il governo sabaudo intendeva promuovere il riassetto integrale delle sue maglie insediative e delle sue strutture produttive e difensive. In quest’ ottica, che era sfuggita alla critica di Sanna Sanna,  la formazione di una frontiera statale ordinata e presidiata avrebbe consentito la gestione ottimale dell’ordine pubblico e la limitazione dei contrabbandi. Rimangono, infine, da ricordare, opportunamente rilevati dal politico goceanino, altri due esempi di popolazionismo sabaudo quali furono quelli dell’isola dell’ Asinara nella parte nord-occidentale  e del villaggio di Santa Sofia, nella subregione storica del Sarcidano, area meridionale. Nel primo caso si sarebbe dovuto trattare di procedere al ripopolamento di un’ isola disabitata da tempo,  esposta alla corsa barbaresca, diventata un  avamposto pericoloso. Solo nel Settecento, quando il Regno di Sardegna passò a Casa Savoia, i tentativi di popolarla si fecereo più sistematici. Nel 1755 l’isola venne eretta in Ducea dell’Asinara (Vallombrosa) e assegnata insieme alla vicina isola Piana al marchese di Mores Antonio Manca-Amat.

Nel 1767, poi, a Torino vennero stipulati tra il Re di Sardegna Carlo Emanuele III  ed i fratelli francesi Giuseppe Gioacchino ed Antonio Felice Velixandre gli accordi per la concessione dell’isola a questi ultimi. La concessione, di tipo enfiteutico e di durata trentennale,aveva l’obiettivo di garantire il popolamento dell’isola e di svilupparvi un’agricoltura specializzata.

Il progetto di colonizzazione interna, però, non ottenne i risultati sperati, ma nell’Ottocento l’isola si presentava  punteggiata da piccoli insediamenti di pastori e pescatori. Si trattava di circa 288 coloni, divisi in “cussorgie e cuilis”,  che sfruttavano le terre disponibili per l’agricoltura, il pascolo e la pesca.

Particolare e fallimentare fu l’ultimo tentativo di colonizzazione tentato nel Sarcidano. Si trattò infatti di un esperimento di popolazionismo di origine maltese, poi evoluto e chiusosi negli anni Trenta del XIX secolo.

Esso rientrava nel  primo tentativo di ripopolamento e colonizzazione di un’area interna come il  Sarcidano.

Il primo a farlo fu, tra il gennaio ed il marzo del 1757, il luogotenente colonnello Matra. Il progetto prevedeva la formazione di un insediamento di famiglie “che professan la fede Cattolica, Apostolica e Romana che prenderannosi dal progettante nell’Isola di Corsica e Riviera di Genova, in Malta et altri paesi Cattolici”(con  uno stanziamento statale di circa 8.000 scudi sardi per sostenere le spese di avvio della colonia, che avrebbe dovuto accogliere sessanta famiglie entro dodici anni).   Il tutto arricchito da nuove produzioni agricole e manifatturiere.

Il progetto di Matra fu analizzato dalla giunta incaricata con dispaccio regio del 15 aprile del 1757. Nel parere, redatto dalla giunta il 9 settembre 1757, questa si dimostrò contraria alla colonia del Matra, adducendo principalmente motivazioni di natura economico-finanziaria. Parere confermato anche da un secondo  del 7 ottobre del 1757. Alla luce di queste considerazioni regie, il progetto del luogotenente colonnello Matra venne respinto.

Al 3 settembre 1768 è datata l’investitura feudale di don Salvatore Lostia, opportunamente citato dal Sanna Sanna per il grande impegno che vi ha profuso. Dal documento d’infeudazione si può osservare come  il Lostia avesse acquistato, al costo di 45 mila lire ,i redditi civili della regione della Barbagia di Belvì (con il solo diritto di eleggervi un delegato) e il territorio del Sarcidano.Di quest’ultimo, convertito a contea, ne deteneva la giurisdizione civile e criminale, mero e misto imperio (così da poter giudicare in prima istanza). Il feudo fu concesso a Salvatore Lostia “juxta morem Italia et Sardinia”. Nella carta fu anche specificata la modalità di trasmissione del feudo agli eredi. Vi furono indicati anche gli obblighi del Lostia: entro dieci anni, a proprie spese, avrebbe dovuto popolare la contea con quaranta famiglie per costituire la colonia, che avrebbe poi preso il nome di Santa Sofia, e provvederla delle abitazioni, degli utensili e tutto ciò che sarebbe risultato utile al lavoro dei coloni. Gli accordi che il Lostia stipulò per la creazione del feudo vincolavano il conte, per i primi quattro anni, a farsi interamente carico della cura spirituale di Santa Sofia (compresa l’edificazione della chiesa parrocchiale). Decorsi i primi quattro anni, il sostentamento del sacerdote e la manutenzione della chiesa parrocchiale sarebbero divenuto responsabilità della Mensa arcivescovile di Oristano. In seguito ad alcune controversie sorte tra il conte e l’arcivescovo di Oristano, nella pratica dei fatti, questo non accadde. Nonostante l’intervento statale, la Curia arcivescovile non volle farsi carico dei suoi oneri. Nonostante gli sforzi dei conti di Santa Sofia, la colonia non andò avanti: nel 1838 Raffaele Lostia riconsegnò il feudo allo Stato in cambio di una pensione annua. Non è facile comprendere, a causa dei grossi buchi documentari, le cause che portarono all’insuccesso della colonia. Tuttavia, si può ragionevolmente supporre che gran parte dell’insuccesso fosse dovuto alle oppressioni tardo-settecentesche dei villaggi confinanti che, oltre a favorirne lo spopolamento  ne danneggiarono gravemente anche la produzione economica.  Per concludere questa lunga e documentata disamina sul popolazionismo sabaudo, argomentata nelle “Grandi Utopie” , non possiamo non fare nostra la domanda che, quasi nella seconda metà del XIX secolo, dopo 150 anni di dominio sabaudo, si era posta Sanna Sanna, ossia se fosse stata reale intenzione del governo aver voluto veramente l’aumento della popolazione sarda. Una Sardegna immaginata e descritta, purtroppo, come una “sposa  da non abbellire”, ma che avrebbe  dovuto vivere misera ed affranta da mille angosce, “continuando a ricoprirsi di miseri  cenci e di nera gramaglia”. Una denuncia, l’ennesima che, visti i tempi che si corrono anche attualmente, suona come profezia.

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