NOTE DI STORIA ECONOMICA E POLITICA IN TEMPI DI GUERRA E PANDEMIA : I “VENTI D’UCRAINA”, LA “TOTALITA’ “ DELLA GUERRA E LA FINE DELLA REALPOLITIK IN EUROPA

di GIANRAIMONDO FARINA

Per capire quello che stà avvenendo in Ucraina in questi giorni, con l’invasione russa ormai in atto fin dentro la capitale, occorre rifarsi al fallimento del recente “Piano Biden” messo su per trattare con Putin. Perché, proprio in tal senso, ad aver fallito sono state le diplomazie. In Ucraina, vi è una “posta in gioco” molto alta. Ed alla fine le teorie economiche e delle relazioni internazionali, inizieranno, anche dopo la risoluzione del conflitto, “a presentare il conto”, portando, comunque, ad una nuova risistemazione del mondo. Come scriveva il politologo Raymond Aron, “la guerra costituisce una totalità”. E’ per questo che l’esame delle varie forze in campo può aiutarci a comprendere meglio sia il senso della guerra, come anche quello della minaccia di essa. Questo è valso con la guerra russo-statunitense (la “guerra fredda”), la sconfitta dell’URSS e la fine di Yalta. Il crollo, poi, del sistema sovietico negli anni Novanta del XX secolo, emerso con la liberalizzazione finanziaria su scala mondiale, non fu che una conseguenza di ciò che portò, poi, all’entrata, per via finanziaria, nella WTO della Cina.  Questa sorta di “accumulazione allargata”, come osserva bene e lucidamente Giulio Sapelli, “è stata rappresentata dalla finanza e dal capitalismo dittatoriale e terroristico cinese”. L’Europa, dal canto suo, sarebbe rimasta fuori da questa nuova “sistemazione”, paventando un pericolo gollista francese, qual era di fatto negli anni Sessanta del secolo scorso. Era questa la lotta per il dominio internazionale con l’economia e non più con le armi, imitando la teoria e la pratica tedesca seguita fino ad oggi. Fino ad oggi, appunto. Perché Germania, Francia, Gran Bretagna con al traino (m non poteva essere altrimenti) in nostro Paese, hanno già deliberato di inviare armi all’Ucraina, non sapendo, però, che arriveranno anche ad alimentare l’arsenale degli ex paramilitari nazisti del famigerato  Battaglione “Azov”, macchiatosi di stragi in Donbass e coinvolto nella poco conosciuta “strage di Odessa”. L’emersione imperialistica cinese di Xi Jimping ha portato seco anche l’affermazione dell’attuale deterrenza militare giapponese, sulla scia del nazionalismo nipponico di Shinto Abe. Con una nuova conseguenza, come rileva ancora Sapelli: la rivisitazione del disegno europeo degli Usa. Ovvero, puntare sulle divisioni esistente fra le nazioni aderenti all’UE per determinare, poi, da “oltre oceano”, il destino del Vecchio Continente. Così, infatti, gli americani hanno fatto al cospetto di queste divisioni europee per vedere realizzata la loro cosiddetta “teoria della deterrenza militare”: imporre sanzioni economiche in caso di squilibrio di potenza ed intervenire militarmente distruggendo gli alleati delle potenze regionali che avrebbero potuto ostacolare gli interessi USA.  Il caso “Libia- Gheddafi”, utilizzato in senso anti-italiano, ne è uno degli emblemi. Ma non solo.  Questo gioco di potenza, però, ha alimentato e scatenato, dall’altro lato, le reazioni russa e turca. Nel caso concreto russo, questa reazione, giustificata, si è avuta con l’allargamento della NATO.  E qua, bisogna fare un piccolo “excursus” storico, utile a chiare le idee. Allargamento nato con un conflitto stesso sorto all’interno del Patto Atlantico. Un conflitto di natura ideologica basato sul “nuovo nemico” da combattere: la Russia od il disordine del Mediterraneo del Sud? Svezia, Norvegia, Finlandia e Paesi Baltici (dovremo ricordarci di ciò), guarda caso, purtroppo, si fecero fautori di questa nuova “teoria” che faceva della Russia il “nuovo nemico”. Con la conseguenza, però, di spingere “l’orso russo” fra le braccia di quello cinese, portando all’emersione del vecchio unipolarismo americano.  A questo punto, con la crisi ucraina in pieno svolgimento, dovremo capire meglio chi ringraziare. Per essere, poi, piuù precisi, Biden aveva proposto a Putin, prima del conflitto, un nuovo “Piano” che avrebbe potuto integrare NATO e Stati UE in un nuovo contesto, ricoinvolgendo la Russia a sentirsi parte integrante dell’Europa.  E questa sarebbe stata la fine del conflitto ed il ritorno al rispetto dei Patti di Minsk: accordi che, purtroppo, USA, UE ed Ucraina spesso dimenticano e che la Russia continua a rivendicare (autonomia per il Donbass con tutela della lingua e dell’identità russa, Crimea alla Russia). Senza, peraltro, dimenticare le nuove prese di posizione repubblicane che han fatto arretrare Biden sotto le minacce di una sconfitta alle elezioni di medio termine. Il Mondo ora si trova ad essere sempre più in difficoltà per il venir meno proprio del realismo e nella teoria delle relazioni internazionali. Lo testimoniano, nel nostro piccolo, il dilettantismo diplomatico italiano manifestatosi di recente proprio nell’àmbito della crisi ucraina, incurante che per il 43% il gas italiano è di provenienza russo e che (altro dato economico su cui riflettere) le banche europee con maggiori attivi in Russia sono le italiane (Unicredit ed Intesa). Ma questo, ovviamente, al “governo dei migliori” non interessa, visto che, senza se e senza ma, si é deciso di appoggiare l’uscita dallo “swift” della Russia. 

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