ROSSO VIVO: IL MONDO A COLORI DI VALERIA PECORA SCHIRRU DOVE PREDOMINA LA GRADAZIONE SIMBOLO DI SALVEZZA E DI PASSIONE

Valeria Pecora Schirru

di PIER BRUNO COSSO

Scorrendo le tue foto sui profili social mi sembra di viaggiare. Le immagini magicamente si legano in rapida successione come in una pellicola, componendo una storia, una storia vera, forse un viaggio, appunto.

Si compongono come fotogrammi di un unico “piano sequenza”, che racconta, che approfondisce, che meraviglia e che cattura. Consiglio di guardarle in ordine cronologico, partendo da quelle più datate per arrivare un passo dopo l’altro, come tappe di un percorso immaginario, fino al compimento sul traguardo dell’oggi. Ma l’oggi non si compie, l’oggi della tua storia sembra una ripartenza. Andare più in là, suggeriscono le tue foto. E pare sempre che il viaggio debba partire verso l’alto da un momento all’altro. Volare via con la mente. Perché tu sei lì, solidamente lì, pronta a volare. Tu lì, donna che vola e che cammina nella vita, in ogni fotografia.

Nelle immagini c’è quasi sempre Valeria, come una citazione giocosa, non auto referenziante, e c’è spessissimo qualcosa di rosso. Di rosso fuoco, mai di rosso sangue. Di rosso che illumina, che accende. E scorrono le foto, i visi, le locandine, gli eventi che hai vissuto, le tue sacre presentazioni. Ancora Valeria, coi sorrisi, con gli amici, coi suoi luoghi del cuore. E dopo parleremo di Arbus.

E poi un gatto bellissimo, rossiccio anche lui

(Valeria: “al momento abbiamo due gatti, una bianca e una nera tigrata, nessun gatto rossiccio purtroppo”).

E il mare, la terra, le vie, le case, il cielo e il mare, il mare che si scompone di onde disordinate. Come disordinata spesso è la vita. La vita raccontata dal silenzio chiassoso delle foto. Giustamente ne hai tante.

Prosegue il viaggio, il film di Valeria. Valeria affermativa perché sì. Si ha l’idea che se vuoi puoi alzare la voce, che se vuoi puoi provocare, ma ancora preferisci abitare, composta, nel tuo rosso vivo.

Perché rosso? Ti conforta o ti dà la carica? Entrambe le cose. Il rosso è simbolo di vita, di salvezza, di passione. Il rosso è il colore capace di riempire i vuoti, di spiccare, di risvegliare l’attenzione. Penso alla donazione del sangue, al sangue che ci accompagna nel momento dell’abbandono del ventre: il colore rosso è un segnale potente, carico di molteplici significati.

Dalle tue foto, dicevamo, il mare e la terra. Il mare che si può agitare, la terra che può disperdere o consolare. Tu, più il mare o la terra? Il mare mi aiuta a cercare le risposte, a ritrovare la calma, a radunare le energie. La terra è giardino, fondamenta, casa. Entrambi mi appartengono in egual misura.

In qualche immagine giochi anche con la malizia. La lanci per aria con noncuranza e la acchiappi al volo prima che cada. La fai volare e la maneggi come come un giocoliere con i birilli, come se fosse facile. Io credo che la donna, sia donna, e includa anche questo. E il resto? È negli occhi di chi guarda? Oppure una donna, di più se scrittrice, sa ben giocare con la leggerezza? La malizia è bellissima. Per me è una virtù capace di intrigare, di stimolare la fantasia, di abbattere i muri. Sono una donna orgogliosamente maliziosa. Rivendicarlo con leggerezza rivela qualcosa di più importante: io, donna, posso essere tutto quello che voglio. Posso essere sexy, irreverente, maliziosa senza fare sconti alla mia intelligenza, onestà e serietà. E lo rivendico per tutte le donne. Sono troppe le gabbie (forse meno appariscenti ma non per questo meno odiose) dentro le quali la società pretende di imprigionare ancora le donne.

Giuro che non ti chiedo nessun confronto con Grazia Deledda, solo per il genere, e che non ti chiederò mai se per una donna è più difficile. Lo so, per tutti, tutti quelli che come te sono abituati a rimboccarsi le maniche per il lavoro, per i carichi familiari, per ogni imprevisto, rosicchiare il tempo per i santi libri è una sfida. Cosa ti fa andare avanti? La risposta è banale ma è solo una anzi due. L’amore e il rispetto. L’amore per la scrittura pari soltanto all’amore per la lettura. E il rispetto profondo che nutro nei confronti del potere rivoluzionario delle parole. Le parole possono innescare guerre e odio ma anche ispirare libertà e giustizia. Lo scorso anno a Tortolì mi definirono la “rivoluzionaria gentile” e mi rispecchio in queste parole. È attraverso le parole che cerco di compiere le piccole rivoluzioni nella mia vita.

E poi c’è anche sofferenza. Nella vita, nello stesso essere donna. Ma anche qui, pare che tu ci possa buttare dentro senza protezione. Sembrerebbe che la sofferenza per te sia anche racconto, oppure storia vera, oppure incontro necessario. Nello scrivere come ti rapporti con la sofferenza? Sono abituata a riconoscere e a dare un nome a tutti i sentimenti, gli stati d’animo e le emozioni che vivo. Non ho mai avuto paura del dolore, ha fatto parte di me fin dall’infanzia e raccontarlo non è mai esibizionismo fine a se stesso ma sempre un modo per liberarlo e liberarmi di conseguenza. Dopo che affido il mio dolore o il dolore del mondo che sento alle parole, dopo mi sento sempre meglio.

Chiedo sempre a chi intervisto: descrivici la tua postazione di scrittura. E soprattutto dalla finestra, vera o immaginaria che sia, cosa vedi? Un cielo pulito, il campanile di una chiesa, la sera che mi sorride.

E le tue storie dove nascono? Davanti a quella finestra? Oppure le raccogli vivendo, incontrando, circondandoti di rosso acceso? Spesso nascono davanti a quella finestra o a Cagliari, diventata la mia seconda casa. Gli stimoli per le mie nuove storie provengono da ogni aspetto della mia vita. Le mostre d’arte che visito con passione, i film che guardo, la musica che ascolto, le persone che incontro per caso. Le conversazioni sul treno che catturo durante una pausa dalla lettura. 

Poi mi chiedo: la fantasia ti domina, e ubbidisci a lei? Oppure ci tiri di scherma quando puoi, e se vuoi la puoi arginare? La fantasia è come un fiume in piena, mi inonda anche nella vita quotidiana. È un ottimo antidoto per non soccombere alla fatica di certe giornate. Piano piano sto imparando a sedermi e a osservarne il flusso per capire quando farmi travolgere e risalire in superficie con il meglio di me stessa.

E le parole? Ti capita di arrivare a raccontare una cosa solo per attraversare quelle particolari parole, o quella particolare parola, che ha schioccato dentro di te e ti ha acceso qualcosa? Assolutamente sì ed è qualcosa di bellissimo.

Non ti faccio una domanda sul tuo ultimo libro. Immagina solo di essere una lettrice che lo ha appena letto: raccontaci cosa ne pensi. Come non fosse tuo. Titolo, autore, editore, e qualche riga di commento. Mimma, Valeria Pecora, La Zattera Edizioni. Un romanzo che si può riassumere con un frase presente al suo interno “Bisogna nascere bruchi per diventare farfalle”.

Ci puoi anticipare qualcosa dei prossimi progetti, vicini a realizzarsi, o ancora in embrione? Cosa c’è dentro, di te o ciò che vedi. C’è tanta voglia di tornare a condividere le mie storie con i lettori soprattutto una. Si tratta di una storia forte, dolorosa, potente e intrisa di bellezza come la persona che me l’ha ispirata.

Adesso, per strada, magari a Cagliari, immagina, fermi una ragazza che non legge mai e la convinci a tuffarsi nel tuo libro. Che tipo di ragazza è, e cosa le dici? Non sono molto brava in questo genere di operazioni. La inviterei a prendere un caffè e le chiederei di lei, chi è e cosa sogna e poi preferirei parlare di me e della mia vita: credo sia la pubblicità involontaria migliore, è da me che nascono i miei libri.

Hai fatto tante presentazioni dei tuoi libri. Complimenti anche per questo, ma ti volevo chiedere, prima di ogni presentazione, come stai? Ti emozioni prima, o dopo? Sempre. Mi emoziono moltissimo prima di parlare e quasi sempre lo dico. Ogni volta. Davanti a poche o a decine e decine di persone. Poi una volta che inizio a parlare mi sciolgo e la presentazione assume il carattere informale, profondo e a tratti divertente che piace a me.

In queste occasioni, nel rapporto diretto coi lettori, ti capita di scoprire qualcosa di te, o del tuo libro, che non sapevi? Sempre. I lettori ti restituiscono la loro chiave di lettura e adoro ascoltare le loro opinioni.

E in questi eventi dove trovi l’incanto? Mi piace girare in lungo e in largo per la Sardegna, conoscere posti nuovi, sapere di più delle comunità che mi ospitano. Sapere che delle persone mi dedicheranno il loro tempo libero nonostante tutti gli impegni è una magia per me. Ho profondo rispetto del tempo soprattutto del tempo degli altri e soprattutto quando me lo dedicano.

Hai avuto diversi riconoscimenti letterari prestigiosi, mi sembrerebbe sciocco chiederti quale ti ha fatto più piacere, invece mi interessa sapere quali conferme ti hanno ti hanno dato sui tuoi affermati mezzi espressivi. Il premio Matteotti organizzato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri mi ha dato la conferma (che era già ben salda dentro di me) che le scrittrici possono affrontare temi di importanza civile e storica, con la stessa autorevolezza dei colleghi scrittori. Ottenere questo riconoscimento per me è stato un motivo di profondo orgoglio. Non esiste un unico genere letterario adatto per le scrittrici.

Arbus o Cagliari? Entrambe. Scegliere sarebbe come dover scegliere tra madre e padre.

Oppure Cagliari o Arbus, come dire testa o cuore? Ad Arbus c’è la parte immensa del mio cuore. A Cagliari c’è ugualmente una parte immensa del mio cuore. La testa segue il cuore ovunque.

Con tutti i tuoi bellissimi post su Arbus mi hai fatto venir voglia di conoscerla a fondo. Quanto c’è di Arbus in te? E nelle tue opere? Molto. Arbus è un paese meraviglioso che soffre ovviamente i problemi dei paesi di provincia come lo spopolamento e la mancanza di lavoro eppure la comunità è vivace, unita, ricca di talenti. Dalla musica all’artigianato, dall’imprenditoria alla scienza ci sono diversi compaesani che stanno conquistando traguardi ambiziosi e tutto questo è fonte per me di ispirazione. Per non parlare del suo bellissimo mare, degli ex villaggi minerari, della sua vegetazione.  

Le ambientazioni dei tuoi libri le cerchi nella cartina o le trovi dentro di te? Sono più spesso immaginarie o reali? Preferisco parlare di realtà che conosco bene. Studio, intervisto, ricostruisco, osservo. Le ambientazioni dei miei libri sono reali o comunque sono sempre fortemente ispirate alla realtà.

Non ti chiedo quali autori sardi contemporanei leggi; perché l’ultima volta che l’ho chiesto sono nate faide infinite. Lo sai che noi autori siamo molto permalosi e egocentrici? Soprattutto dentro i confini della nostra bellissima isola? Lo sospettavo. Devo dire però che io ho la fortuna di avere amicizie sincere e autentiche con tanti meravigliosi scrittori e scrittrici sarde che leggo, seguo e ammiro.

Grazie del tempo che ci hai dedicato, e di esserti messa in gioco per noi. Grazie davvero di essere stata così temeraria da aver affrontato le mie folli domande. Vorrei che ci salutassi con qualcosa ispirato da una pagina che hai scritto. Intanto senti l’applauso fragoroso che ti stiamo facendo tutti noi che abbiamo letto le tue risposte, e abbiamo il piacere di averti conosciuta un po’ di più. Non posso perché altrimenti spoilero il prossimo romanzo. Comunque ti ringrazio per queste domande originali e talvolta sorprendenti e ringrazio tutti i lettori che leggeranno questa bellissima intervista. Grazie davvero.

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