COMMENTO A “SU CORO ‘E SA MAMA”: UNA POESIA CHE E’ TEOLOGIA AD UN ANNO DALLA SCOMPARSA DELL’AUTORE NICOLINO PIANU

di GIANRAIMONDO FARINA

Per ricordare la grande figura di Nicolino Pianu, ad un anno dalla sua scomparsa, che un vuoto incolmabile ha lasciato in tutti quelli che lo hanno conosciuto, amato ed apprezzato, non posso non commentare questa sua poesia ricca di un profondo significato religioso, “Su coro ‘ sa mama”, gentilmente messami a disposizione dai cari familiari. In essa vi e’ tutto lo stile inconfondibile del grande poeta anelese: dall’ “incipit”, al “corpus centrale”, a ” sa serrada”, che tanto lo contraddistingueva. E’, questa, una storia emblematica, comune a molte realta’della Sardegna. Una storia in cui sono intrise tragedia ed amore e che, dopo essersi dipanata amaramente,si riavvolge nel finale, in quel pianto del cuore di una madre (“coro de una mama”). Gia’ l’ “incipit” e’ quantomai significativo. E’, questa, una storia ordinaria di Sardegna, di una terra avvolta nei suoi millenari riti. E’ la storia di un giovane, “Pineddu”, che puo’ essere uno di ogni tempo, gia’ nato sotto la cattiva sorte (“in astru malu est naschidu Pineddu”). Un giovane che, purtroppo, fin da adolescente, stava intraprendendo una brutta strada (“cando fit lende dorta s’affilada”). Poi “Pineddu” e’ cresciuto, si e’ fatto grande diventando grassatore, incriminato per rapine, ricatti e omicidi. Questo passaggio e’ reso molto bene dal poeta, quasi con un tocco di rispetto, con, allo stesso tempo, grande maestria e significato. Nicolino  sostituisce il nudo e crudo termine di omicida con “Pineddu” che si e’ sporcato, perfino, di sangue umano (“S’est fattu mannu, dannarzu e mezzanu, incriminadu pro malas fainas tra furas, ricattos e rapinas, s’est imbruttadu de sambene umanu”).Nicolino pero’ e’ duro nella scelta fatta da “Pineddu”: non lo giustifica affatto. “Pineddu” quella strada l’ha scelta lui: quella di essere un bandido gia’ dall’inizio condannato a morte. Ed i versi di questa strofa sono chiari, precisi e, persino, crudi: non era il destino ad averlo portato a scegliere quella strada (“no fit destinu su chi l’at ispintu”). Lui, “Pineddu”, quella strada l’ha scelta volontariamente: il poeta e’ perentorio nel rimarcarlo (“Isse l’at seberada cussa sorte”). Una scelta che gia’, per il poeta, implica una conseguenza drammatica: la condanna (“bandidu malu cundennadu a morte”). Dall’ “incipit” al “corpus  centrale” della storia il passaggio avviene con la grande maestria e tecnica dialogica che hanno da sempre contraddistinto le poesie di Nicolino. Il nostro poeta ravviva  il racconto con due dialoghi significativi ed, allo stesso tempo, antitetici: quello tra “Pineddu” ed il demonio e quello tra “Pineddu” e sua madre o, meglio, cio’ che di piu’ intimo di lei e’ restato, il suo cuore. E gia’ nel dialogo fra “Pineddu” ed il demonio vi e’ un non so che d’ispirazione biblica ed evangelica, dovuta al racconto delle tentazioni. Anche qua ci troviamo in un monte e vi e’ il diavolo che si e’ accostato a “Pineddu”. Il monte, pero’, non e’ il luogo di preghiera, desertico, scelto da Gesu’ per estraniarsi dal mondo; ma e’ il luogo scelto da “Pineddu” per darsi alla latitanza. “Pineddu” non e’ Gesu’: e’ un uomo che ha scelto la “cattiva strada”, e’ un bandito. E su di lui, purtroppo, il diavolo ha gioco facile dopo averlo abbracciato fraternamente (“cando che frade si l’ada abbrazzadu”). Il diavolo gli propone l’immortalita’, quello che non aveva neppure avuto il coraggio di proporre a Gesu’.  Una promessa che, pero’, sottende una condizione: quella dell’uomo schiavo. “Pineddu” avrebbe avuto il dono dell’immortalita’ in cambio del dono al diavolo del cuore della madre (” Si mi nd’attis su coro ‘e mama tua deo ti sarvo de morte sigura”). In questo passaggio vi e’ un tratto significativo di  un Nicolino Pianu, per certi versi, profondo conoscitore dell’esistenza umana e, soprattutto, non oso nasconderlo, anche teologo. Il suo accenno e’, in questo senso, abbastanza chiaro: mentre l’amore di Dio non presuppone alcuna condizionalita’, il demonio e’ invece, colui che divide ( dal greco “dia- ballo”) e condiziona.

 In questo caso divide “Pineddu” dai suoi affetti, da sua madre, colei che l’aveva posto al mondo (“sa mama nadia”).Il secondo dialogo e’ ancora piu’ commovente. Anche qui vi e’ una madre, un cuore di madre che piange: il figlio l’ha uccisa estrapolandone il cuore per portarlo dal demonio, in modo da rispettare “il contratto” (“pro no benner de mancu a su contrattu”). Anche qui il grande Nicolino, con il suo profondo tratto di penna, sembrerebbe presentarci, quasi in parallelo, due quadri: uno, quello in primo piano, di “Pineddu” che scappa con il cuore piangente della madre; l’altro, quello latente, di Maria che piange sotto la croce la morte del Figlio. Ma, mentre questo pianto e’ un pianto di salvezza e di speranza per l’umanita’; quello del cuore della madre (“de su coro de sa mama”) e’ un pianto di amore che, poi, diventa pianto di disperazione unico, solo e sordo per un figlio finito sulla cattiva strada. L’immagine di questo splendido dialogo e’ tutta da descrivere e raccontare. “Pineddu” corre con il cuore della madre abbracciato a se’ (“chin su coro abbrazzadu torrende”), cade e quel cuore, impolverato per la caduta del figlio, piange (“est ruttu e cuddu coro imprueradu pro sa morte de su fitzu fit pranghende”). E’il cuore di una madre preoccupata non per se’, ma per il figlio, come ogni madre : “Ti sei fatto male figlio mio! Forse sei caduto per colpa mia?” (” Ello male t’ar fattu fitzu meu! Forsis as trambuccadu curpa mia?”). Anche qua vi e’ sotteso il riferimento evangelico dei racconti della Passione in cui ad accollarsi tutte le colpe dell’umanita’ per la sua salvezza e’, pero’, il Figlio al cospetto della madre piangente.Qual’ e’ allora la conseguenza di questo gesto di “Pineddu”? La sua caduta e la sua morte solitaria in una grotta con il demonio, allegro, al suo fianco (“Pineddu…est mortu e disisperadu in d’una grutta, chin su dimoniu allegru a costatzu”: e’ questa, purtroppo, la morte che “Pineddu”, con la sua scelta, non ha vinto. Ma chi e’ che anche in questa cruda immagine rimane a piangerlo? E’ sempre quel cuore di quella madre poggiato sul petto del figlio ormai esanime. “Chie lu pranghet unu malandadu?”- si chiede nella splendida chiusura Nicolino- “Chie! Si no su coro de una mama”. Ciao Nicoli’! Da lassu’ veglia su di noi e continua a regalarci versi di vita e di speranza.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *